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Riflessioni dal 50° Convegno di Psicologia dello Sport

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   Insieme a tanti altri professionisti della Psicologia dello Sport, anche B-Skilled ha partecipato al 50° Convegno di Psicologia dello Sport (Organizzato dall’ISSP) svoltosi a Roma il 19 e il 20 Aprile. Il tema del Convegno era “A bridge from the past to the future” con l’obiettivo di ricordare il primo convegno che, inaugurato da Ferruccio Antonelli, si è svolto proprio nella sede di Roma nel 1965. In questa rassegna, l’obiettivo è quello di raccogliere gli spunti principali che sono emersi dal Convegno.

From the past…

    Ricordare che il primo convegno internazionale di Psicologia dello Sport si è svolto proprio in Italia, è stato sicuramente un momento molto emozionante per tutti i professionisti italiani presenti al convegno. Grandi nomi della Psicologia dello Sport italiana come Alberto Cei o Fabio Lucidi hanno raccontato le basi culturali che hanno portato un team di psicologi dello sport, rappresentati da Ferruccio Antonelli, nel 1965, a riunirsi per il primo Convegno di Psicologia dello Sport. Da quel momento è nato un movimento che ha portato, all’interno dello sport, una figura fondamentale che, nonostante le difficoltà, sta facendo conoscere sempre di più la propria utilità in qualsiasi livello sportivo.

…To the future

    Durante il convegno abbiamo potuto assistere a vari interventi molto interessanti che hanno illustrato come le nuove tecnologie potranno essere un supporto utile allo psicologo che lavora nell’ambito dello sport. I vari professionisti che hanno preso parte al convegno hanno potuto imparare come, tramite strumenti di neuro-imaging cerebrale, non sia possibile soltanto fare (utilissima) ricerca nel campo psicosportivo, ma sia possibile applicarle nel lavoro quotidiano del preparatore mentale al supporto di squadre o atleti. Oltre agli strumenti di neuro-imaging, ci sono stati spunti interessanti anche sull’evoluzione di strumenti come il bio-feedback o le realtà virtuali applicate all’allenamento mentale.

Prospettiva ecologica 

    Il fatto di poter assistere ad interventi da parte di professionisti provenienti da diverse nazioni europee e mondiali, ci ha permesso di avere una visione più globale di quello che è il lavoro dello psicologo dello sport.

La rivoluzione che sta avvenendo negli ultimi anni è quella che, all’interno del lavoro di allenamento mentale, non considera più soltanto il singolo atleta o la singola squadra come obiettivo principale del lavoro, ma sta piano piano cominciando a considerare, in una prospettiva sempre più ecologica, tutto quello che sta attorno alla figura del singolo atleta: dalle relazioni con le figure importanti, all’ambiente fisico nel quale l’atleta si trova ad allenarsi o a passare la maggiorparte del suo tempo. Ovviamente, per permettere questo, lo psicologo deve avere la possibilità di collaborare con facilità con diverse istituzioni che ruotano all’interno del mondo dello sport; e questo ci porta all’ultimo punto…

La figura dello psicologo dello sport in Italia

     Nonostante il primo Convegno di Psicologia dello Sport sia avvenuto in Italia 50 anni fa e sia stato proprio un italiano a dare inizio a tutto ciò,  è purtroppo emerso, durante il convegno, un senso di arretratezza della figura dello psicologo dello sport in Italia rispetto ad altre nazioni europee e mondiali.

Quando parlo di arretratezza (usando un termine volutamente forte) non intendo a livello di tecniche o strumenti utilizzati, poiché abbiamo avuto la possibilità di ascoltare tanti professionisti italiani che utilizzano tecniche all’avanguardia. L’arretratezza dello psicologo dello sport italiano è dovuto dal fatto che, a differenza di altre nazioni, non abbiamo, nel mondo dello sport, il giusto riconoscimento che ci spetta in quanto professionisti.

L’apoteosi di questo è avvenuta quando ci è stato fatto notare, da un grande professionista straniero, che anche all’interno del sito del CONI, non vi è alcuna menzione alla figura dello psicologo dello sport, neppure nella pagina delle associazioni (in cui compare, ahinoi, addirittura un ente di collezionisti olimpici e sportivi). Nonostante l’apertura del Presidente Malagò, non ci sono riconoscimenti importanti per noi psicologi dello sport, quando all’estero è impensabile che le federazioni sportive o le maggiori squadre e società non abbiano, all’interno del loro staff, uno psicologo dello sport.

Senza scendere nei particolari di quali potrebbero essere le cause di questa arretratezza, quello che possiamo portarci a casa noi psicologi dello sport è che è ora di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare non solo per se stessi ma per cercare di migliorare la situazione a livello nazionale e, per fortuna, c’è l’idea che qualche cosa si stia muovendo…

Giocoleria e Mental Training

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Tra i vari strumenti che lo psicologo utilizza nei sui percorsi di mental training, ce n’è uno di cui sicuramente non avete sentito parlare: la giocoleria! Innanzitutto è giusto chiarire cosa sia la giocoleria… Cominciamo con il dire che nessuno psicologo chiederà all’atleta di andare in mezzo alla strada a fare dei numeri da circense (senza nessuna offesa per chi lo fa), ma che tutto quello che serve sono le tre classiche palline colorate da giocoleria. Anche se può sembrare strano, sono tantissimi i benefici che possono essere portati dall’utilizzo delle tre palline da giocoleria all’interno di un percorso di mental training. Grzegorz Więcław, uno Psicologo dello Sport polacco, per esempio, utilizza da anni, con successo la giocoleria con i suoi atleti.

Quali benefici?

Per parlare dei benefici che possono essere portati dall’uso delle tre palline, comincio, paradossalmente, con i “rischi” nell’utilizzo. Nonostante ci siano alcuni articoli scientifici che confermano il successo nell’uso della giocoleria, è molto importante che lo psicologo abbia perfettamente chiaro in testa che essa sia uno strumento utile e anche divertente, ma che non può essere utilizzato come unico strumento in un percorso di mental training, perché c’è il rischio sia che non raggiunga lo scopo, sia che gli atleti o i dirigenti svalutino il lavoro del professionista.Detto questo vediamo come l’utilizzo delle tre palline possa essere un ottimo alleato per il mental coach.

 BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Giocoleria e Mental Training psicologo dello sport psicologia dello sport mental training juggling giocoleria   Alleniamo il cervello.

Alcuni psicologi (Draganski et al., 2004) hanno dimostrato che tra due gruppi di persone, uno allenato con la giocoleria e uno senza, quelli che hanno ricevuto un allenamento tramite l’uso delle tre palline hanno migliorato i processi di memorizzazione delle informazioni, percezione spazio-temporale e anticipazione del movimento degli oggetti.

Altri grandi benefici sono stati osservati sulla concentrazione, sulla coordinazione occhio-mano e sul pensiero creativo.

Nella quasi totalità degli sport, sebbene gli atleti abbiano già allenato particolarmente queste capacità, un ulteriore supporto potrebbe portare solo benefici.

 Impariamo a sbagliare.

Per quanto riguarda il lato cognitivo ed emotivo, il maggior beneficio portato dall’utilizzo della giocoleria è portato dal processo di apprendimento della giocoleria; per imparare ad utilizzare le famose tre palline in maniera fluida e continuativa, infatti, ci vuole molto allenamento e, soprattutto all’inizio, molta pazienza.

Quello che le persone impareranno piano piano è a conoscere il loro modo di gestire la frustrazione del fallimento poiché, fino a quando non si acquisirà un movimento fluido, le palline cadranno un bel po’ di volte (scusate il gioco) e quindi sarà fondamentale imparare a gestire la frustrazione.

Anche la motivazione è direttamente collegata al fallimento, infatti più volte la persona si piegherà per raccogliere le tre palline colorate per ricominciare a provare, più si potrà vedere una motivazione alta nell’imparare a giocolare. Tutto questo può facilmente essere trasposto allo sport e all’apprendimento dei gesti atletici più difficili e articolati.

Un altro beneficio a livello cognitivo è dato dal fatto che, per insegnare il movimento fluido, è importante suddividere il lancio delle palline in “chunks” più piccoli e semplici (imparare a lanciare una pallina per volta per esempio) per poi unire il tutto nel gesto più complesso. Anche in questo caso è una skill importante da trasporre all’apprendimento di gesti tecnici.

Infine, a livello cognitivo, l’atleta, mano a mano che impara a giocolare, aumenta il proprio senso di autoefficacia e a combattere, nei casi in cui fosse presente, il senso di impotenza o incapacità di acquisire nuove skills.

Gestiamo lo stress.

Abbiamo visto precedentemente che il giocolare non è un’attività solo divertente, ma anche utile per l’apprendimento di alcune skills. Vi stupirete nello scoprire che la giocoleria ha effetti anche terapeutici nella gestione dello stress e dell’ansia. Alcuni ricercatori giapponesi del Kagoshima University (Nakahara et al, 2007) hanno dimostrato che la giocoleria ha benefici addirittura sulla depressione. Ma in che modo? Se qualcuno di voi conosce lo strumento della Mindfulness, conosce già l’importanza di concentrarsi su sensazioni corporee per allontanarsi dall’ansia e dai pensieri negativi (mi scuserete per l’eccessiva sintesi di questo strumento); ecco, il giocolare può avere lo stesso effetto della Mindfulness e di altre tecniche di rilassamento poiché, dovendo restare concentrati sul lanciare ed afferrare fluidamente le palline, la persona avrà lo stesso effetto di “distacco” dai pensieri e dagli stati di ansia che possono essere portati dalla Mindfulness. Ovviamente, come ho già detto precedentemente, non è pensabile di utilizzare solamente la giocoleria in un percorso di gestione dell’ansia, ma ovviamente come supporto ad altre tecniche e strumenti.

Giocoliamo di squadra.

Se non utilizzato con un atleta singolo, ma con un gruppo di atleti, la giocoleria può avere importanti benefici anche a livello di squadra.
Il primo fra tutti è quello di strumento di “team-building”, soprattutto se usato in momenti in cui il gruppo è in formazione e ha bisogno di giochi di cooperazione per “fare gruppo”. La giocoleria, infatti, si può insegnare facendo lanciare le palline in coppia (scambiando spesso le coppie di atleti) e utilizzandole sia per giochi di cooperazione sia per giochi competitivi, facendo sfidare gli atleti, ad esempio, a prendere al volo la pallina che il compagno lascia cadere ad un certo momento.
Tramite questi giochi, gli atleti avranno anche dei benefici sulla comunicazione poiché essa è fondamentale per coordinarsi e lanciare ed afferrare le palline in coppia nel modo più corretto.
Tutti i benefici sopracitati sono benefici molto importanti in un percorso di mental training; c’è ancora un beneficio di cui non ho parlato: il divertimento! La giocoleria, infatti è un’attività divertente sia per lo psicologo sia per gli atleti, quindi perché non aggiungere questo strumento nella nostra cassetta degli attrezzi??

Ah, ovviamente il consiglio più importante è che lo psicologo impari a giocolare nella maniera più corretta prima di insegnarlo agli atleti, quindi, imparate lanciare e afferrare le tre palline colorate!

Bibliografia 

Mirosław Urban, Paweł Fortuna, Piotr Markiewicz (2005) Brain likes juggling, Characters – Polish Psychological Magazine Nr 5/2005

Bogdan Draganski1, Christian Gaser2, Volker Busch1, Gerhard Schuierer3, Ulrich Bogdahn1 & Arne May (2004) Neuroplasticity: Changes in grey matter induced by training, Nature 427, 311-312

Toshihiro Nakahara*1, Kazuhiko Nakahara2, Miho Uehara1, Ken- ichiro Koyama1, Kouha Li1, Toshiro Harada1, Daisuke Yasuhara1, Hikaru Taguchi1, Sinya Kojima1, Ken-ichiro Sagiyama1 and Akio Inui (2007) Effect of juggling therapy on anxiety disorders in female patients, BioPsychoSocial Medicine 2007, 1:1 (http://www.biomedcentral.com/content/pdf/1751-0759-1-10.pdf)

Siamo sicuri che siano “sport minori”?

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Cosa intendiamo quando parliamo di “sport minori”?

Una definizione che molto spesso sentiamo all’interno del mondo dello sport è quella che divide gli sport più seguiti e praticati dai cosiddetti sport “minori”.

Per quanto la definizione possa sembrare sminuire gli sport che fanno parte di questa categoria, in realtà gli sport “minori” non sono sport meno belli o importanti, ma sono attività che, all’interno di una certa cultura, sono meno seguiti o praticati. Ovviamente questo è un fattore puramente culturale.

Inutile ricordare come, in Italia per esempio, lo sport più seguito e praticato sia il calcio, seguito da basket e pallavolo per quelli di squadra e tennis, nuoto e sci tra quelli individuali. Essendo questi sport tra i più praticati, hanno anche un riscontro maggiore rispetto ad altri nella classifica di quelli più seguiti… Per questo motivo gli sport minori non godono dello stesso spazio e degli stessi investimenti dei “fratelli maggiori”.

Cosa significa questo? Dal nostro punto di vista, come psicologi dello sport, questo significa che anche se sono stati battezzati come sport minori, questi sport necessitano di maggiori competenze mentali rispetto ad altri.

Cerchiamo dunque di capire insieme la psicologia degli sport minori, ossia quali sono, soprattutto a livello mentale, le competenze maggiori che appartengono a chi pratica uno sport meno “attraente”.

Motivazione
Tutti noi sappiamo più o meno dare una definizione di quella che è la motivazione e di quanto possa influire all’interno di uno sport. Ci sono definizioni più o meno corrette ma in linea di massima si può dire che la motivazione sia tutto ciò che ci spinge a fare qualcosa, dall’alzarci dal letto al mattino all’ andare 4-5 volte a settimana ad allenarci duramente, con qualsiasi condizione atmosferica, per cercare di raggiungere qualcosa di significativo all’interno dello sport.
Tra le decine di definizioni date alla motivazione, una delle più concrete è quella che identifica la motivazione intrinseca da quella estrinseca, ovvero, se quel qualcosa che ci spinge a compiere una azione provenga dall’interno (interesse, obiettivi importanti, voglia, passione…) oppure dall’esterno (spinta da parte di persone importanti, soldi, fama).
Per quanto riguarda gli sport minori è scontato dire che ovviamente la motivazione intrinseca sia preponderante per poter andare avanti, infatti, per quanto non mettiamo in dubbio che un giocatore della Nazionale di calcio non sia spinto esclusivamente dai soldi e dalla fama, è più facile pensare che però un giocatore della Nazionale italiana di tamburello abbia una motivazione intrinseca molto più forte.

Resilienza
Tra le conseguenze di questa motivazione intrinseca maggiore, l’atleta degli sport minori avrà una resilienza maggiore, cioè una maggiore capacità di gestire la sconfitta e i momenti difficili; questo perché potrà sempre ancorare la motivazione a qualcosa di interno e che difficilmente potrà perdere, mentre dinamiche come fama e soldi possono facilmente scivolare via (soprattutto in sport che, sebbene considerati tra i maggiori, hanno meno visibilità rispetto ad altri… Si pensi per esempio a sport come il basket e la pallavolo a cui viene dato ampio risalto principalmente durante i mondiali o altre competizioni internazionali).
Anche se la resilienza è una caratteristica più profonda e non solo legata alla motivazione; chi pratica uno sport minore avrà quindi più possibilità di affrontare le sconfitte con una motivazione intrinseca maggiore!

Pressione dei media
Seppur possa sembrare un controsenso, chi pratica uno sport minore deve avere una maggior capacità di gestire le pressioni esterne (media o tifosi). Chi pratica uno sport dove già a livelli non tanto alti ci sono tanti tifosi e magari anche qualche televisione locale a riprendere la partita o l’incontro, con il tempo, impara ad abituarsi alle pressioni da parte dei media e dei tifosi che lo seguono. Chi pratica uno sport minore, invece, molto spesso passa la maggior parte della carriera ad avere come seguito amici, parenti e pochi altri supporters interessati a quel tipo di sport… Poi magari, dopo anni di allenamento si ritrova a partecipare ad un incontro, una gara o un torneo che magari viene trasmesso in tv e quindi dove tante persone si trovano a seguire un atleta della propria nazione facendo alzare di molto il polverone mediatico su di sé (emblematico è il discorso delle Olimpiadi, dove alcuni sport che non vengono mai seguiti durante i 4 anni di pausa, hanno la capacità di far diventare “allenatori esperti” tutti i possessori di un televisore e appassionati di sport).
La capacità di gestire quest’attenzione mediatica deve essere quindi una competenza maggiore per chiunque si trovi ad assaporare la fama per pochi momenti in cui deve compiere la prestazione perfetta non avendo altre possibilità di sbagliare.

Pianificazione del tempo
“Ma chi me lo fa fare??”
Questa domanda, assolutamente legata alla motivazione, sarà passata sicuramente per la testa di ogni atleta di sport minori che si ritrova ad affrontare tutte le difficoltà legate al fatto di aver, oltre allo sport, una vita normale per garantirsi la sopravvivenza sociale ed economica. Essendoci meno investimenti, in molti sport minori, l’atleta (anche di alto livello) ha bisogno di lavorare per poter sopravvivere perché i rimborsi che provengono dalle squadre o dalle federazioni non sono sufficienti per “arrivare a fine mese”. Non è tanto la capacità di organizzarsi e gestire il tempo ad essere una competenza utile per lo sport, ma quando le difficoltà di una vita normale si sommano ad allenamenti durissimi e gare importanti con magari trasferte lontane, solo gli atleti con una motivazione intrinseca più alta potranno avere successo nel loro sport!

In questa revisione sulla psicologia degli sport minori speriamo di aver dato risalto alle maggiori competenze che caratterizzano questi atleti… Sperando che magari da domani guardiate a questi sport con uno sguardo differente!

Sport is… MAGIC: il lavoro di allenamento mentale nelle squadre

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sport is... MAGIC: il lavoro di allenamento mentale nelle squadre Torino team squadre sportivi psicologia sportiva psicologia dello sport performance obiettivi negoziazione mental training mental coach leadership gruppi ebooklet e-booklet comunicazione b-skilled   Questo e-booklet nasce per rispondere a tutti coloro che si chiedono: “Ma cosa fa uno psicologo dello sport quando lavora con un team sportivo?”

Il lavoro di allenamento mentale nelle squadre sportive è complesso ma la ricerca scientifica evidenzia alcuni fattori chiave da analizzare e le competenze da ottimizzare per incrementare la performance di un team di lavoro.

In questo e-booklet introduciamo questi aspetti e vi diamo un’idea dei protocolli di intervento che utilizziamo quando veniamo contattati dalle società sportive in qualità di team mental coach!

Come al solito l’e-booklet è gratuito e vi saremo grati se vorrete farlo leggere anche ai vostri amici sportivi!

Buona lettura!

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A mente calda… revisione psicologica dei Mondiali di calcio 2014

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance A mente calda... revisione psicologica dei Mondiali di calcio 2014 van gaal tilt suarez rigori regina brandao psicologico psicologia dello sport psicologa prestazione preparazione mentale portiere mondiali di calcio brasile allenatore   I Mondiali 2014 organizzati dal Brasile si stanno concludendo e, come ogni edizione precedente, hanno già lasciato in eredità molti spunti di riflessione per quanto concerne i diversi aspetti tecnici e tattici di preparazione fisica ma anche sotto il punto di vista mentale.

Sono infatti diversi gli episodi che potrebbero essere letti nell’ottica della psicologia dello sport, primo tra questi la reazione di Luis Suarez, talentuoso giocatore dell’Uruguay che, durante la partita contro l’Italia ha compiuto un gesto che rimarrà per sempre nella memoria di questo mondiale: verso la fine della partita ha infatti morsicato alla spalla il difensore della Nazionale Italiana, Giorgio Chiellini con uno scatto, definito da tutti, di aggressività.

Quello che appare evidente in questo episodio è che il gesto compiuto da Suarez è sicuramente molto lontano da essere un gesto razionale “pensato” ma, come altri episodi in passato (Zidane nel 2006 o, ancora più simile a quel gesto, è l’episodio del morso di Mike Tyson all’orecchio di un avversario) sono sfogo di una gestione negativa dell’aggressività che porta a reazioni con gravi conseguenze sia per la professione (squalifiche pesanti) sia per l’immagine dell’atleta. Ho parlato di cattiva gestione dell’aggressività perché bisogna considerare il fatto che l’aggressività in campo non è un fattore da eliminare, come potrebbe sembrare logicamente,  ma da trasformare in spinta agonistica positiva. Nel caso di Suarez e degli atleti che, come prima citato, si sono resi protagonisti di episodi simili; infatti, eliminare l’aggressività vorrebbe dire eliminare una caratteristica importante del giocatore che ha permesso loro di arrivare a così alti livelli. Quello che servirebbe a Suarez, più che una squalifica, è un percorso che gli consenta di imparare a gestire la propria aggressività in modo da trasformarla in un agonismo positivo e decisamente più proficuo.

Parlando di Mondiali e di psicologia dello sport, sicuramente il caso che viene in mente è l’inserimento di una psicologa (Regina Brandâo) all’interno dello staff del Brasile. La prima considerazione è che, a livello mediatico, è uscito un polverone sicuramente eccessivo per l’inserimento di una figura professionale che in altri sport è considerato come norma all’interno dello staff. Dal lavoro della psicologa all’interno del Brasile è uscito davvero poco ma, quello che si può dire è che, sicuramente, le aspettative sul suo ruolo all’interno della squadra sono state sicuramente eccessive oltre che, a volte, sbagliate.
Il lavoro di uno psicologo all’interno di una squadra è quello di “allenatore” delle dinamiche mentali dei giocatori, cioè egli si occupa di fornire agli atleti alcuni strumenti utili a potersi presentare in gara al 100% della propria forma mentale.
Quello che invece è emerso in questi giorni è l’aspettativa per una figura che si limitasse a “curare” i giocatori, accusati di essere troppo emotivi. Ora, la gestione dell’emotività è sicuramente un processo molto importante all’interno del mental training ma ci sono alcuni elementi che non possono essere ignorati:

  • Il mondiale giocato in casa (soprattutto per una squadra considerata tra le potenziali vincitrici) è fonte di emozioni veramente forti, sia per le enormi aspettative che vengono riversate sulla squadra da tifosi e media, sia per il fatto di giocare in stadi pieni soprattutto di persone con la maglietta dello stesso colore della tua.
  • I brasiliani, soprattutto per quanto riguarda lo sport, hanno in genere un aspetto emotivo molto alto (quasi spirituale) che può essere visto sicuramente come un supporto quando permette di dare una “carica” necessaria al raggiungimento di un obiettivo ma, anche come un ostacolo quando è troppo difficile da gestire.

Dopo la pesante sconfitta subìta dal Brasile per 7 a 1 contro la Germania in semifinale, tutto il mondo si è interrogato sulla “fragilità” dei giocatori brasiliani (colpevoli principalmente di aver pianto in diverse occasioni, come durante l’esecuzione degli inni) e sull’efficacia della psicologa nel team.
La prima considerazione che viene da fare è che sicuramente una sconfitta così pesante non è dovuta solo a motivi tecnici/tattici ma vi è stato sicuramente un problema di testa; infatti, dopo aver subìto il primo gol, i giocatori del Brasile non sono stati in grado di reggere le enormi pressioni che sono state riversate sulla squadra e sono entrati in chocking, cioè in un blocco che non ha permesso alla squadra di riuscire né ad attaccare né a difendersi in modo attivo ma solo a subire passivamente gli avversari.

La spiegazione che mi sento di dare è che il focalizzarsi solo sul ruolo della psicologia per gestire l’emotività dei calciatori ha fatto sì che la squadra si caricasse di un ulteriore peso poiché i giocatori sono stati “marchiati” dal mondo intero come fragili e incapaci di gestire l’emotività (anche se, in tale contesto, le reazioni di pianto possono essere come un normale sfogo); quindi, oltre alle altissime aspettative di vittoria, si sono aggiunte anche le aspettative di un miracolo psicologico onestamente impossibile da compiere in così poco tempo.

Quello da cui si può ripartire a riguardo del lavoro di Regina Brandâo all’interno della squadra, è il rapporto con l’allenatore, Felipe Scolari che, anziché sentirsi “minacciato” dal lavoro della psicologa, ha riconosciuto il ruolo della stessa prendendo in seria considerazione quello che stava facendo, soprattutto per quanto riguardava lo stilamento della formazione dal punto di vista del profilo mentale dei giocatori.

Parlando della semifinale che ha portato all’eliminazione del Brasile, un’altra considerazione interessante è sul perché i tedeschi sono stati così cinici da voler segnare così tanti gol anche quando la partita era già chiusa (il risultato di fine primo tempo è stato di 5 a 0). La mossa di voler continuare ad attaccare è stata una mossa utile non per quanto riguarda la partita contro il Brasile, ma in ottica di mantenere alta la concentrazione per la finale. Se si fossero accontentati di vincere (sul 4 a 0 per esempio), il rischio di uno scarico emotivo e di concentrazione sarebbe stato davvero alto e avrebbe potuto avere conseguenze negative in vista della finale.
Sarebbe stato molto impegnativo, infatti, recuperare la concentrazione e soprattutto l’emotività che avrebbero perso se si fossero “adagiati sugli allori” già a metà partita. Anche se a farne le spese è stato il Brasile che ha dovuto subire un punteggio umiliante, in ottica psicologica la scelta di continuare a giocare fino al 90° è stata sicuramente buona in previsione della finale.

L’ultimo episodio che rimarrà nella memoria di questo mondiale è stata la scelta di Van Gaal, l’allenatore dell’Olanda, di cambiare il portiere titolare con quello di riserva solo per la cosiddetta “lotteria” dei rigori contro il Costa Rica.
Non parlando della scelta a livello tecnico, si può fare una breve analisi a livello psicologico.
Se escludiamo il fatto che, essendo passata l’Olanda grazie a due rigori parati dal portiere subentrato, è difficile criticare questa scelta, l’analisi che si può fare è su quanto questo fosse già stato deciso precedentemente o meno. Se, come è stato detto in un’intervista successiva, la scelta era stata fatta con entrambi i portieri prima della partita, allora, a livello mentale, è stata sicuramente una scelta che ha permesso al portiere, entrato successivamente, di caricarsi e di arrivare pronto al momento opportuno e, nel frattempo, di dare un segnale forte che sicuramente ha destabilizzato i tiratori avversari.
Se invece la scelta fosse stata una decisione di impulso dell’allenatore, il rischio sarebbe stato quello di caricare il portiere di riserva di eccessive responsabilità da una parte, ma anche di svalutare il portiere sostituito, creando così possibili problematiche per le partite successive.
Il fornire alcune letture dal punto di vista psicologico può essere un segnale positivo di apertura di un mondo che, a differenza di altri sport, pare non essere ancora pronto all’ingresso degli psicologi sportivi anche se i risvolti potrebbero essere ovviamente positivi, non solo per le singole squadre ma, per tutto il sistema del calcio.

Buona fine di Mondiali a tutti… e come sempre che vinca il migliore!

Dalla pizza insieme al vinciamo insieme: la coesione di gruppo!

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Dalla pizza insieme al vinciamo insieme: la coesione di gruppo! team squadre sport psicologia dello sport psicologia obiettivi gruppo goal setting coesione   Se si pensa agli ingredienti fondamentali per un’ottima prestazione all’interno di squadre sportive, sicuramente uno dei primi punti che viene in mente è la “coesione”. La coesione è una dinamica che, per quanto sia fondamentale, rischia a volte di essere sottovalutata, forse perché non sempre si sa come potervi lavorare o perché, come spesso accade, si considera la coesione come semplice amicizia tra gli atleti.

Dalla pizza insieme…
Il discorso di come poter lavorare sulla coesione parte infatti da un approfondimento su cosa, all’interno dello sport (ma non solo…), si intenda con il concetto di coesione. Molto spesso con la coesione si indica semplicemente un rapporto di amicizia che lega gli appartenenti ad una squadra; viene quindi facilmente confusa la coesione con l’andare a mangiare la pizza insieme alla fine delle partite o dell’allenamento; quanti più atleti si va in pizzeria, più la squadra è coesa.

 …Al “vinciamo insieme”.
Per quanto in una squadra, come in qualsiasi gruppo umano, sia molto importante che vengano mantenuti dei rapporti umani positivi, la coesione è un qualcosa che va oltre all’amicizia. Esistono, infatti, due tipi distinti di coesione (Carron, 1985):

  • La coesione orientata al sociale che è appunto il collante sociale che tiene unite delle persone all’interno di un gruppo e
  • la coesione orientata al compito che è quanto i membri di un qualsiasi gruppo sono uniti nel cercare di portare a termine un compito.

In situazioni di competitività, come può essere lo sport o un contesto aziendale, per poter cercare di raggiungere una prestazione eccellente, è molto importante, quindi, focalizzarsi sulla coesione orientata al compito.

Obiettivi condivisi
Il modo migliore per poter lavorare sulla coesione orientata sul compito è fare in modo che tutti gli appartenenti ad una squadra siano motivati a portare a termine il compito di gruppo, a raggiungere quindi un obiettivo. Quanto più un obiettivo è “sentito” da tutti i membri di un gruppo, più è facile che ci sia un’unità nel cercare di raggiungerlo.

Goal Setting
Per poter avere una coesione di gruppo adeguata, quindi è fondamentale una strategia di goal setting che permette alla squadra di avere degli obiettivi che siano:

  • Condivisi da tutti i membri. Se tutti quanti i membri della squadra considerano importante l’obiettivo, saranno sicuramente più uniti nel cercare di raggiungerlo.
  • Chiari. L’obiettivo deve essere chiaro per tutti, così che tutti possano identificarsi.
  • Stimolanti per la squadra. L’obiettivo deve essere stimolante per fare in modo che la motivazione a raggiungerlo sia sempre alta in tutti i membri.

Questi obiettivi devono essere decisi dal gruppo e possono essere creati in aggiunta a quello che magari viene dato dalla società o dall’allenatore (ovviamente non devono essere in contrasto…). Lavorando in questa direzione, motivando quindi tutti (o la maggior parte) degli atleti della squadra a raggiungere un obiettivo, è molto più facile creare un gruppo unito.

 E la pizza?
Come abbiamo visto prima, è comunque importante che ci siano dei buoni rapporti sociali all’interno di una squadra e che quindi se dopo le partite ci si ritrova tutti insieme in pizzeria, sicuramente può essere un aiuto, anche se non è il segnale maggiore di una coesione. Portate quindi i vostri atleti in pizzeria ma per avere un gruppo unito non dimenticatevi di renderli motivati a raggiungere un obiettivo!