Author:

La psicologia dell’arbitro: strategie di allenamento

L’arbitro rappresenta una figura fondamentale all’interno di ciascuno degli eventi sportivi in cui è coinvolto. Ciononostante la psicologia dello sport ha dedicato a questa figura una attenzione più scarsa di quella che è stata destinata agli atleti, agli allenatori o ai genitori.

Molto raramente, infatti, sono stati presi in considerazione gli aspetti specifici del comportamento degli arbitri e dei giudici di gara delle diverse discipline. Le responsabilità maggiori di un arbitro sono quelle di garantire che la gara proceda nel rispetto del regolamento, interferendo il meno possibile e mantenendo un’atmosfera piacevole nonché una corretta relazione con gli atleti, facilitando l’evento competitivo (Bortoli et al., 2001). Un arbitraggio carente, invece, rischia di far scadere la competizione e può talvolta creare tensione e nervosismo. Bisogna notare, inoltre, che l’operato dell’arbitro è spesso sottoposto a critiche da parte di pubblico, giocatori, allenatori e mass media che tendono ad enfatizzare gli errori.

Le diverse tipologie di arbitro

Alberto Cei sottolinea come ogni decisione di un arbitro deve rispondere ai seguenti cinque requisiti:

  1. dimostrare competenza tecnica;
  2. dimostrare indipendenza di valutazione;
  3. essere volta a farsi accettare;
  4. essere sostenuta dalla forma fisica;
  5. essere volta a prevedere lo sviluppo dell’azione.

Secondo MacMahon e Plessner (2008) gli arbitri possono essere classificati in base al numero d’interazioni con i giocatori o la prestazione (alte o basse) e al numero di atleti o abilità tecniche da dover monitorare e valutare (poche o tante). In base a questa classificazione, possiamo quindi individuare, per gli autori 3 tipologie di arbitro:

  • Gli interattori, ovvero quelli che hanno un alto livello d’interazione con i giocatori e pochi o tanti stimoli a cui fare attenzione. Sono un esempio gli arbitri di boxe e giudici di sedia di tennis, piuttosto che quelli di basket o di calcio;
  • I reattori, che devono concentrarsi su pochi aspetti e hanno un’interazione minima con il contesto sportivo, come i guardalinee nel calcio o giudici di linea nel tennis;
  • Gli osservatori, dove malgrado i tanti atleti o abilità da monitorare devono limitarsi a giudicare l’operato dei giocatori, per via della scarsa interazione concessa dalle regole del gioco. Esempi sono i giudici di tuffi o di ginnastica, così come gli arbitri di pallavolo.

È evidente, quindi, che la prestazione dell’arbitro cambia in base alla tipologia di gioco, e non è legata solo ad aspetti tecnici o atletici, ma anche ad alcune qualità personali come la coerenza, la buona comunicazione, la risolutezza, l’equilibrio, la correttezza, la capacità di giudizio, la fiducia e la motivazione (Weinberg and Richardson, 1990).

Le competenze psicologiche di un arbitro efficace

Queste capacità possono essere influenzate da numerosi fattori psicologici, tra i quali le convinzioni di efficacia personale, ovvero la fiducia che la persona ha nelle proprie capacità in specifiche situazioni. Diversi studi hanno, infatti, evidenziato che arbitri con bassi livelli autoefficacia si sentono meno capaci di fronteggiare eventi stressanti, hanno elevati livelli di ansia e di esaurimento emotivo, danneggiando la propria prestazione e carriera (Mahoney et al, 2008). Arbitri invece con elevate convinzioni di se, di fronte alle difficoltà, sono convinti che il proprio impegno e le proprie capacità possano dirigere le azioni verso esiti positivi, portandoli, inoltre, ad una maggiore preparazione e formazione durante l’anno (Lucidi et al., 2009).

Nei processi di elaborazione delle informazioni, inoltre, le persone non tengono in considerazione tutti i fattori in gioco, soprattutto quando devono agire rapidamente, ma spesso utilizzano delle scorciatoie di pensiero, chiamate euristiche. Queste strategie permettono loro di risparmiare tempo ed energie cognitive ma possono portare a distorsioni ed errori nel ragionamento e nel giudizio.

Il Bisogno di Chiusura Cognitiva, secondo Kruglanski, non va tanto in termini di presenza/assenza in un individuo, quanto piuttosto in termini di continuum che va da un estremo caratterizzato da impulsività, tendenza a prendere decisioni non giustificate, rigidità di pensiero e riluttanza a considerare soluzioni alternative (alto BCC) ad un altro caratterizzato da esperienza soggettiva di incertezza, indisponibilità ad impegnarsi esplicitando un’opinione definitiva, sospensione di giudizio (basso BCC). Varie studi hanno confermato la relazione diretta del BCC con fattori quali la presenza di pressione temporale, la presenza di rumore ambientale, la condizione di affaticamento mentale e della monotonia del compito, tutti elementi che vanno a condizionare poi la prestazione.

Infine le prestazioni degli arbitri sono anche condizionate dalle percezioni delle situazioni stressanti che possono suscitare reazioni soggettive di ansia e tensione. Le reazioni di ansia possono determinarsi prevalentemente sul versante fisiologico, con sintomi quali incremento della frequenza cardiaca, sudorazione, tensione muscolare, o, invece, sul versante mentale, con pensieri di fallimento, preoccupazione e disturbi attentivi. Tali reazioni dipendono da variabili sia situazionali, come arbitrare partite difficili o l’affrontare contesti ostili, che personali, ovvero dalle caratteristiche soggettive dell’arbitro.

Come impostare un training per migliorare la prestazione arbitrale?

Le caratteristiche precedentemente descritte sono allenabili attraverso un processo di formazione e crescita che porti all’acquisizione ed allo sviluppo di specifiche abilità mentali. In genere, però, la formazione degli arbitri enfatizza gli aspetti tecnici, l’interpretazione delle regole, mentre poca attenzione viene posta all’acquisizione e all’allenamento di tali abilità psicologiche. Nella formazione andrebbero inseriti interventi mirati, comunemente impiegati con atleti in psicologia dello sport (vedi Hardy et al., 1996; Martens, 1987), per padroneggiare la comunicazione interpersonale, affrontare lo stress, controllare le reazioni di ansia e le difficoltà di concentrazione, evitare stimoli distraenti, affrontare imprevisti e difficoltà, recuperare prontamente il controllo dopo decisioni sbagliate. Queste abilità aiuterebbero l’arbitro a gestire in modo sempre migliore il suo ruolo e a garantire che l’evento sportivo si svolga, oltre che nel rispetto del regolamento, in un’atmosfera più serena (Bortoli et al., 2001). É stato ampiamente dimostrato, per esempio, come l’uso combinato del goal setting (definizione di obiettivi) e di corrette modalità nell’erogazione dei feedback esercitino un effetto positivo sulle prestazioni.

Per allenarsi e migliorare le proprie competenze, però, è necessario identificare prima le abilità che dovrebbero essere patrimonio di ogni arbitro e sulla base di queste identificare i propri punti di forza e di debolezza.

Se vuoi avere iniziare il tuo percorso di allenamento, vieni a vedere il nostro Laboratorio di Competenza Arbitrale.

BIBLIOGRAFIA

Bandura, A. and Wood, R. (1989). Effect of perceived controllability and perfomance standars on self-regulation of complex decision making. Journal of personality and social psychology, 56, 805-814.

Bortoli, L., Robazza, C. e Dal Cin, S. (2001). La percezione dello stress in arbitri di pallavolo. Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, 2, 7-13.

Hardy, L., Jones, G. and Gould, D. (1996). Understanding psychological preparation for sport: theory and practice of elite performers. Chichster: Wiley & Sons.

Lucidi, F., Grano, C. e Mallia, L. (2009). L’auto-efficacia è un predittore della prestazione arbitrale nel calcio. Rassegna di Psicologia, Vol. XXVI, 3, 123-130.

Maohoney, A. J., Devonport, T. and Lane, A. M. (2008). The effects of interval feedback on the elf efficacy of netball empire. Journal of Sport Science and Medicine, 7, 39-46.

Martens, R. (1987). Choaces guide to sport psychology. Champaing, IL: Human Kinetics.

Weinber, R. S. and Richardson, P. A. (1990). Psychology of officiating. Champaing, IL: Leisure Press.

Laboratorio di competenza arbitrale

Il Laboratorio di Competenza Arbitrale è un programma studiato per incrementare due abilità psicologiche fondamentali alla prestazione dei giudici di gara, migliorando la capacità di auto-controllo durante la performance e le capacità comunicative degli ufficiali di gara.
Il team di B-Skilled offre la possibilità di partecipare al laboratorio a gruppi di arbitri che decidono di migliorare la propria prestazione.

Scarica la brochure informativa per visionare il programma completo del laboratorio di competenza arbitrale.

PERCHE’ SERVE UN LABORATORIO DI POTENZIAMENTO PSICOLOGICO PER GLI ARBITRI?

Gli arbitri sportivi hanno un lavoro impegnativo, a causa dei molti aspetti di una partita da tenere in considerazione, della velocità e della complessità delle decisioni da prendere, delle ripercussioni sulle loro azioni, del numero di persone coinvolte nella partita, e spesso la natura ostile degli spettatori all’evento sportivo. Essi sono tenuti a svolgere diversi compiti, tra cui valutare e giudicare le azioni che si svolgono durante la partita, prendere decisioni rapide, gestire il gioco, prestando attenzione a diversi aspetti del gioco, mantenere l’ordine e risolvere le controversie (Tuero et al. , 2002). Tutto ciò non solo rende il lavoro molto complesso, ma rende anche facile commettere errori. Come conseguenza del costante processo decisionale, la soggettività degli arbitri durante la valutazione delle azioni e gli errori che possono fare, spesso vengono criticati per le loro decisioni (Anderson e Pierce, 2009).

Esattamente come tutti gli atleti, anche gli arbitri devono allenare, per poter migliorare la propria prestazione, alcune abilità mentali oltre a quelle fisiche e tecniche. Come gli atleti, quindi, è utile prima conoscere quali possono essere le abilità psicologiche necessarie a questa prestazione per poi poterle allenare.

Cosa si allena nel laboratorio di competenza arbitrale?

I funzionari devono essere in grado di concentrare la propria attenzione e concentrazione, resistere sotto pressione, affrontare errori e situazioni avverse e impostare obiettivi realistici. (Weinberg and Richardson, 1990; Guillen, 2006).

In particolar modo nei training che proponiamo sosteniamo gli arbitri a potenziare due abilità fondamentali al loro successo:

  • La gestione delle Emozioni
  • La gestione della Comunicazione

Gestione delle Emozioni:
L’artbitro, avendo un ruolo decisionale molto dinamico, può, molto spesso, cadere vittima delle emozioni. Un non completo controllo emozionale può spingere l’arbitro a commettere errori decisionali, anche di forte impatto. La rabbia e la paura di fare errori sono le emozioni principali che un arbitro deve saper gestire, acquisendo strumenti di controllo emotivo adeguati.

Gestione della Comunicazione:
Per quanto riguarda la comunicazione, l’arbitro si trova a dover gestire due grandi problemi:

  • Le critiche e la rabbia altrui
  • La comunicazione efficace con gli altri membri dello staff arbitrale e con gli atleti

E’ fondamentale dunque imparare a comunicare in maniera efficace, con piena confidenza in se stessi, massimizzando l’efficacia nel trasmettere ciò che si vuole dire riducendo i tempi, gli errori e anche le emozioni negative che possono essere portate da una cattiva comunicazione.

BIBLIOGRAFIA:
  1. Anderson K. J., Pierce D. A. (2009). Officiating bias: the effect of foul differential on foul calls in NCAA basketball. J. Sports Sci. 27, 687–69410.
  2. Guillen F. (2006). “La psicología del arbitraje y del juicio deportivo [The psychology of refereeing and judging in sports],” in Deporte y Psicología, eds. Garcés de los Fayos E., Olmedilla A., Jara P., editors. (Murcia: Diego Marín; ), 667–684
  3. Guillen F., Feltz D.L, (2011). A conceptual Model of Referee Efficacy. Front Psychol; 2: 25.
  4. Tuero C., Tabernero B., Marquez S., Guillen F. (2002). Análisis de los factores que influyen en la práctica del arbitraje [Analysis of the factors affecting the practice of refereeing]. Sociedade Capixaba de Psicologia do Esporte 1, 7–16
  5. Weinberg R. S., Richardson P. A. (1990). Psychology of Officiating. Champaign, IL: Leisure Press

Sei un “combattente” o un “choker” nei momenti che contano?

La resistenza mentale di un giocatore fa la differenza nelle occasioni che contano. In  quelle situazioni l’atteggiamento mentale dell’atleta lo può far diventare un “combattente” o un “choker“.
Cerchiamo di capire cosa succede!

Nelle finali importanti ogni sportivo sa che quello è il momento in cui si arriva alla resa dei conti e si decide tra un successo e un fallimento.
Alcuni atleti sono “combattenti” e possono aumentare la loro performance proprio in questi momenti critici. Pensate a Wayne Gretzky (hockey), a Michael Jordan (basket) o a Serena Williams (tennis) per citare alcuni atleti extra-confine. ma ci sono tanti esempi nazionali che possiamo citare: ad esempio, Gigi Buffon (calcio), Ivan Zaytsev (pallavolo), il “dottore” Valentino Rossi (motociclismo) o anche Federica Pellegrini (nuoto) che ormai data per finita ha comunque vinto gli ultimi mondiali, tirando fuori una grinta decisiva.

Altri atleti soffocano o si piegano sotto la pressione di questi momenti e in gergo possono essere definiti “chokers“. Il “choking” è definito come il crollo di prestazione inaspettato in un atleta a fronte di una sua scarsa capacità di fronteggiare la situazione stressante.

Questa storia descrive abbastanza bene il fenomeno del choking sotto pressione.

Marco è un un portiere di hockey e anche il punto di riferimento per la sua squadra. Ha riflessi rapidi e grande anticipazione, due dei suoi maggiori punti di forza in gara.
Ha iniziato a giocare a hockey giovanissimo e ha avuto un grande successo. I compagni di squadra e gli allenatori hanno una grande fiducia nella sua capacità tenere unita la squadra ma… durante i play-off, emerge un altro portiere! La fiducia di Marco è minata da dubbi: i suoi punti di forza crolla e la sua performance diventa drammatica. Lui stesso dichiara di sentirsi come una statua di marmo in porta.
Nonostante abbia dimostrato di essere affidabile e combattente durante tutta la stagione in questa particolare occasione diventa un altro!
Marco durante i playoff, e solo durante i playoff diventa, purtroppo per lui, un choker!

Che cosa impedisce a Marco di restare il “combattente” di sempre?

Sicuramente il dialogo interno di Marco (self-talk) si modifica drasticamente senza che lui riesca né a riconoscerlo né a modificarlo. Questo determina un aumento dello stato di attivazione psicofisica che determina l’ingresso in uno stato di ansia molto forte, capace di bloccarlo completamente (la statua di marmo). Questa condizione di crollo di performance determina un crollo del senso di auto-efficacia di Marco con conseguenti pensieri di impotenza e di incapacità di auto-controllo. Tutto ciò impatta fortemente sulla motivazione di Marco che, in questi momenti, desidera solo terminare la partita il prima possibile!

Se anche a te succede la stessa cosa di Marco, un percorso di mental training potrà esserti di aiuto per imparare le strategie necessarie ad evitare il circolo vizioso che abbiamo precedentemente descritto e tornare ad essere il “combattente” di sempre!

Come superare la paura della sconfitta

L’importante è partecipare… finché si vince! Nella nostra esperienza non abbiamo mai incontrato un atleta che viva con serenità la possibilità della sconfitta. Tuttavia ci sono degli atleti che vivono questa possibilità, insita nella competizione, come una potenziale tragedia. Il pensiero relativo al fallimento può essere spaventoso, schiacciante e può diventare la principale di blocco psicologico per molti atleti.

Come ben ci spiegano le testimonianze grandi atleti non si può arrivare al “top” se non si è passati attraverso a numerose sconfitte. Per essere il migliore o per vincere, devi poter commettere errori e apprendere da essi come migliorare.
Il fallimento deve essere vissuto come una opportunità per crescere come atleta e, più importante, come persona.

Come incide la paura del fallimento sulla performance? E che conseguenze può avere?

Se hai paura del fallimento tenderai ad avere un atteggiamento “cauto”. Non oserai rischiare e sfidare te stesso proprio per evitare la possibilità di avvicinarsi al limite e quindi sbagliare.  I tuoi avversari potrebbero notare questo atteggiamento “conservativo” e magari approfittarne.

Se hai paura del fallimento potresti iniziare a catastrofizzare le conseguenze della sconfitta e questo potrà incidere sui livelli di ansia pre-gara (che aumenteranno) e di de-motivazione post-gara (in caso di sconfitta).

Se hai paura del fallimento il tuo dialogo interno diventerà inevitabilmente negativo e poco funzionale. Inizieranno ad abbondare le “doverizzazioni” (es. non devi sbagliare, devi fare attenzione…) e questo non farà altro che aumentare il tuo livello di stress.

Se hai paura del fallimento tenderai a muoverti cercando di evitare la situazione temuta e invece di muoverti verso i tuoi obiettivi, inizierai a muoverti “via dalla” tua paura.

In tutte queste condizioni la mente umana rischia di cadere nella trappola della “profezia che si auto-avvera” portandoti esattamente là dove desideri non andare.

Un lavoro cognitivo per imparare a gestire la sconfitta e il fallimento può essere un valido supporto per ciascun atleta che deve acquisire una delle competenze mentali necessarie per arrivare al top: la resilienza.

Questo aspetto può essere parte integrante di un lavoro di preparazione mentale, parlane con il tuo psicologo dello sport di fiducia e saprà indicarti il programma di allenamento più adatto alle tue necessità.

Quando il gioco si fa duro… 2 segreti per non perdere la motivazione!

Probabilmente ti è stato detto, dai tuoi allenatori e/o dai tuoi genitori, che il lavoro duro è la chiave del successo. Hai visto gli atleti professionisti dichiarare che il lavoro duro è stato ciò che li ha resi così forti. E probabilmente hai letto innumerevoli frasi motivazionali che espongono le virtù del duro lavoro.

Ma se il lavoro duro è ciò che ti permette di raggiungere gli obiettivi, perché alcuni atleti abbandonano il duro lavoro e perdono la motivazione?

Ci sono ovviamente diversi motivi per cui gli atleti smettono di lavorare duramente nel loro sport: troppa pressione, perdita di interesse a competere, infortuni che limitano il loro potenziale, ecc. Ma il più grande motivo per cui gli atleti rinunciano a lavorare duramente è che non vedono immediatamente i risultati.

Ad esempio, inizia una stagione dopo un anno precedente deludente, ma ti ripeti che questa stagione sarà diversa. Ma dopo alcune prestazioni mediocri, la tua motivazione diminuisce. La tua intensità nelle pratiche diminuisce. Si inizia a mettere in dubbio se è valsa la pena di lavorare così duramente e si iniziano a scardinare tutte le convinzioni positive.
Purtroppo, alcuni atleti non capiscono che il successo non è solo una questione di duro lavoro: è una questione di duro lavoro in un significativo periodo di tempo con l’atteggiamento mentale giusto. Per sostenere la tua motivazione, e la tua pazienza, attraverso gli alti e bassi, devi essere mentalmente forte e determinato.

Vediamo due consigli per riuscire a farlo:

  • È necessario allenarsi a visualizzare il raggiungimento dell’obiettivo e viverlo ogni giorno. Può esserti di aiuto imparare ad utilizzare tecniche di auto-ipnosi per fare questo;
  • Bisogna credere che il tuo duro lavoro si ripagherà alla fine e per fare questo dovrai lavorare sul riconoscere e modificare le tue convinzioni limitanti. Questa tecnica si chiama ristrutturazione cognitiva e il tuo psicologo sportivo potrà insegnarti come farlo efficacemente!

Ricorda sempre questa analogia: realizzare i tuoi obiettivi è come un lungo viaggio in macchina. E’ indispensabile per poter terminare il viaggio, fermarsi di tanto in tanto a fare rifornimento di benzina e magari, pulire i vetri. Dopodiché la macchina è pronta a ripartire, anche più forte di prima.

Per cui, sii flessibile e non spaventarti dei cali di motivazione, ma governali con intelligenza mantenendo il tuo sguardo focalizzato sul medio e lungo termine (non solo sul breve). E con il supporto mentale giusto… il tuo duro lavoro sarà ripagato.

In bocca al lupo!

L’esercizio fisico aiuta a “rimorchiare” di più!

psicologia dell'esercizio fisicoSiate sinceri, chi di voi leggendo il titolo non ha pensato (anche solo ridacchiando): “Se è vero, domani mi iscrivo in palestra!”.

Ebbene in realtà questo titolo un po’ provocatorio ha un suo fondo di verità e vi spiegheremo perché tra poco. Questo discorso ci permette di toccare alcuni punti fondamentali su cui si basano gli studi della psicologia dell’esercizio fisico e che riteniamo siano fondamentali per chiunque voglia iniziare a praticare esercizio fisico per migliorare il proprio benessere personale.Una indagine ISTAT del 2014, intitolata “Aspetti della vita quotidiana”, ha voluto indagare la propensione del popolo italiano alla pratica sportiva. Ai fini dell’indagine si considera ogni tipo di pratica sportiva, svolta sia continuativamente sia saltuariamente, in modo agonistico o amatoriale, in forma organizzata o occasionale, purché esercitata nel tempo libero e con la sola esclusione di quella esercitata da atleti, insegnanti, allenatori per motivi lavorativi e professionali. Questa indagine ha evidenziato che, a partire dai 3 anni di età, solo 1 persona su 3 pratica attività sportiva (per come l’abbiamo descritta poc’anzi). Inoltre l’indagine ha riportato che circa il 42% degli italiani non pratica nessun tipo di attività fisica, sono cioè considerabili “sedentari”.

psicologia dell'attività motoriaPerché succede questo? Il fatto che fare attività motoria faccia bene è oramai abbastanza noto, anche se merita sempre ricordare a tutti gli innumerevoli effetti benefici della pratica fisica (tra cui un aumento della capacità di “rimorchio”… tra poco di arriviamo). Tuttavia spesso quello che manca alle persone che non praticano esercizio fisico non è un problema di conoscenza ma un problema di psicologia. Se non riusciamo a trovare le motivazioni giuste per praticare sport, semplicemente ci adageremo sulle giustificazioni per cui non possiamo praticarlo (non ho tempo, è costoso, è faticoso, non mi diverte, ecc). Le motivazioni “giuste” possiamo cercarle soltanto dentro di noi: l’informazione ci aiuta a capire che ci sono dei validi motivi ma solo noi possiamo dare un peso a questi aspetti. Mi spiego meglio: possono anche dirmi che “fare attività fisica regolare migliora le funzioni cardiocircolatorie” ma se questo aspetto, per me, è meno importante del “ho già così poco tempo libero dal lavoro che non saprei proprio come fare!”, ecco che il processo si blocca in partenza.
Gli psicologi dell’esercizio fisico si occupano di questi aspetti e aiutano le persone a trovare la strada giusta per poter praticare attività motoria, lavorando su questi meccanismi mentali che ci bloccano e ci tolgono la possibilità di godere a pieno della nostra salute, sia fisica che mentale. Tornando al nostro esempio di prima: se per una persona ha il problema di avere poco tempo libero dovremmo aiutarla a capire quanto tempo il “non” fare attività motoria gli sottrae! Pensiamo ad esempio a quante ore spendiamo dai medici per fare accertamenti o terapie per problemi legati ad una mancanza di attività fisica regolare? Quanto del nostro tempo libero perdiamo a causa dello stress che accumuliamo al lavoro e che potrebbe essere semplicemente gestito con una sana attività motoria? E se lasciamo che il nostro fisico si ammali gravemente quanto tempo in meno avremmo da dedicare alle cose che tanto amiamo fare? E così via…

Per poter praticare con costanza e regolarità qualsiasi attività fisica (e non stiamo parlando di correre la maratona ma di praticare 30 minuti di attività motoria quotidiana!) c’è bisogno di trovare la giusta motivazione e, se non siamo in grado di farlo da soli, ci sono dei professionisti che ci possono aiutare a farlo insieme a noi!

Tornaimagesndo ad una delle motivazioni che potrebbero essere interessanti per molti, sveliamo il fondo di verità che c’è dietro il titolo con cui abbiamo aperto questo post.
Molte ricerche hanno dimostrato che la pratica costante e regolare di attività fisica aiuta a migliorare l’immagine che ognuno di noi ha di se stesso. In parte, può essere legato al fatto di iniziare ad osservare maggiore tonicità e/o perdita di massa grassa; dall’altra perché l’attività motoria ha anche un effetto positivo sul nostro tono dell’umore. Inoltre, metterci in contatto con il nostro corpo, iniziare a conoscerlo meglio aumenta la fiducia che abbiamo in noi stessi e ci rende più disponibili al contatto sociale. In ultimo, si è visto, che una pratica regolare di attività fisica migliora anche le performance sessuali degli individui.

Quindi… una immagine positiva di sé + maggior fiducia in sé stessi + più positività nell’affrontare la vita + maggior prestanza fisica e anche sessuale… dovrebbe sicuramente essere un buon inizio per conquistare il cuore del nostro o della nostra “corteggiata”!!!!

Nella stanza del mental coach

nella stanza del mental coachVi siete mai chiesti cosa fa veramente un mental coach per sportivi? Ma soprattutto, sapete veramente chi è un mental coach?

In questo libro avrete la possibilità di entrare in uno studio di psicologia dello sport, sedervi accanto ai nostri mental trainer e leggere 11 storie di sport accomunate da un comune denominatore: l’utilizzo della psicologia dello sport per raggiungere un obiettivo.

Optimized-retro libroPotrete conoscere la squadra perfetta dove però i problemi di comunicazione riducevano le performance oppure andare in pista con Beatrice, la nostra “mamma sportiva” alle prese con l’ansia da prestazione per il proprio figlio. Vi immaginerete cosa si prova a fare un salto nel vuoto e ricordarsi solo il rumore dello schianto a terra a poche settimane dalle Olimpiadi ed entrerete nelle dinamiche di uno sport di coppia quando la coppia scoppia! E molto altro ancora, ma non vogliamo rovinarvi il gusto di entrare nel mondo della psicologia dello sport e scoprire in quanti ambiti il mental coaching può servire.

Non mancherà la giusta dose di ironia perché in fondo gli psicologi dello sport sembrano “noiosi”,  ma non lo sono così tanto!
Tra il serio e lo scherzoso troverete consigli per il vostro benessere sportivo, capirete quali tecniche si usano per migliorare la prestazione mentale di uno sportivo e soprattutto, capirete, quali vantaggi ha l’affidarsi ad una persona competente e qualificata a fare questo tipo di lavoro!
Vi aspettiamo nella nostra stanza, a presto!

Il libro è disponibile su:

logo
xibs-advisato.jpg,qv1463998202.pagespeed.ic.fLaOf25hzwamazonmondadori-hp-bigNella stanza del mental coach - feltrinelli

Psicologia dell’immersione subacquea

Oltre ad essere psicologa sono anche una appassionata di subacquea e quale modo migliore per abbinare queste due passioni dedicandosi alla psicologia dello sport applicata alle immersioni subacquee.

Molti di noi che si immergono per pura passione spesso sottovalutano l’importanza dell’aspetto psicologico durante le loro discese, eppure una buona preparazione psicologica consentirebbe di godersi di più questi momenti garantendo al sub un maggior sicurezza fuori e dentro l’acqua.

Nel corso della storia, molti psicologi si sono avvicinati allo studio della subacquea, inizialmente per deliberare il profilo di personalità di chi pratica questa disciplina sportiva. E che cosa hanno scoperto? Sei interessato a diventare un subacqueo, o sei uno già? Se è così, c’è una buona probabilità che tu abbia un profilo di personalità con un tratto caratteristico che, in letteratura psicologica, si chiama ‘Sensation Seeking’. Il termine “Sensation Seeking” si riferisce a una preferenza per un particolare livello di stimolazione sensoriale. Le persone che hanno un elevato punteggio sulle scale di sensation seeking preferiscono elevati livelli di stimolazione. Sono persone che spesso sono alla ricerca di cose nuove e interessanti da fare. La noia è il nemico principale delle persone in cerca di sensazioni, che amano l’avventura e le sfide, come quelle che si ottengono dalle immersioni. I sensazioni seekers sono generalmente più impulsivi, disinibiti, estroversi e anticonformisti rispetto ai bassi cercatori di sensazioni. Persone in cerca di “sensazioni forti” hanno le seguenti caratteristiche, secondo Zuckerman:

  1. Essi sono più disposti a impegnarsi in attività che comportano un rischio. In questa categoria di attività rientrano le immersioni subacquee, ma anche attività come alpinismo, sky diving e surf e molte altre. Essi sono più propensi a guidare moto e auto più velocemente di altri. Essi sono anche più propensi a sperimentare droghe ricreative come la marijuana.
  2. Essi sono più disposti a offrirsi volontari per esperimenti inusuali o per attività che conoscono poco e che incuriosiscono.
  3. Si impegnano in una più ampia gamma di attività sessuali con una maggiore varietà di partner.
  4. Mostrano altre preferenze che promuovono elevati livelli di stimolazione. Ad esempio, essi tendono a fare molti viaggi, possono amare  il gioco d’azzardo, i cibi piccanti, feste sfrenate e amici insoliti.

Nevo e Breitstein (1999) hanno esaminato molti studi delle caratteristiche dei subacquei e hanno tracciato questo profilo prototipico (vediamo se vi riconoscete amici sub!):

  • I subacquei tendono a giocare, rischiare e cercare l’avventura.
  • I subacquei hanno atteggiamenti più maschili e più aggressivi rispetto ai non subacquei (anche se di genere femminile!).
  • I divers soffrono meno di ansia rispetto ai non subacquei.
  • La salute generale dei subacquei è migliore di quella dei non subacquei.

Good Diver o Bad Diver?

Stress, ansia e panico
La maggior parte dei subacquei sperimenteranno abbastanza sforzo in qualche momento della loro immersione e potrà capitare di sperimentare ansia prima, durante o dopo l’immersione. Per alcuni, questo raggiungerà un’intensità che renderà il funzionamento normale difficile o impossibile e questo è lo stato che chiamiamo “panico”. Secondo alcuni psicologi delle immersioni, come Bacharach e Egstrom (1987), il panico è la principale causa di decessi di immersione.

Il panico può derivare da un progressivo accumulo di ansia evocata da eventi di varia natura (freddo, stanchezza, scarsa familiarità con attrezzature, ecc), oppure da un singolo evento che il subacqueo si sente incapace di gestire (malfunzionamento dell’erogatore, la perdita di una maschera, ecc). Il panico è più probabile che accada quando si affrontano immersioni nuove o in condizioni più estreme rispetto a quelle a cui il subacqueo è abituato.

I principali segni e sintomi di panico sono:

  • Modifiche respiratorie: in un attacco di panico la mancanza di respiro è comune e il subacqueo può avere la sensazione di non avere abbastanza aria nei polmoni.
  • Cambiamenti cardiovascolari: modifiche possono includere tachicardia (battito cardiaco accelerato) e aritmie (battito cardiaco irregolare). Il subacqueo può avvertire “palpitazioni”, una sensazione di pesantezza o dolore al petto che possono portarlo a credere di avere un infarto sott’acqua.
  • Sintomi gastrointestinali: il sistema gastrointestinale può diventare più attivo, con sintomi che vanno dalla sensazione di ‘farfalle nello stomaco’ fino ad arrivare a nausea, vomito e diarrea.
  • Sintomi genitourinarie: Cambiamenti nel sistema GU includono aumento della minzione o la sensazione di aver bisogno di urinare e sensazioni di formicolio.
  • Cambiamenti muscoloscheletrici: tensione muscolare, mal di testa e tremori sono sintomi comuni.
  • Cambiamenti vocalizzazione: tremore nella voce, una voce acuta o vocalizzazioni “congelati” sono i principali segni.

Il panico sott’acqua può portare alla morte in diversi modi. Se il subacqueo respira rapidamente e superficialmente, ossigeno insufficiente raggiunge i polmoni, causando ipossia e l’accumulo di eccesso CO2. Il subacqueo cerca in tal modo di respirare ancora più veloce e può espellere il regolatore perché pensa che quest’ultimo gli impedisca di ottenere abbastanza aria. Alcuni subacquei ricercano una rapida risalita in superficie esponendosi così a rischi di malattia da decompressione. L’ipossia può anche portare alla perdita di coscienza.

Il panico inoltre impedisce anche al subacqueo di pensare in un modo razionale. Se la situazione richiede il pensiero razionale come ad esempio nel caso di un malfunzionamento dell’apparecchiatura, il panico può impedire il tipo di ragionamento che è necessario per risolvere il problema e spesso porta a peggiorare la situazione. I subacquei possono evitare il panico in vari modi:

  •  Migliorare la forma fisica. I subacquei che sono in forma hanno più risorse che possono usare per combattere il freddo, la stanchezza ecc
  • Migliorare la conoscenza della subacquea. Conoscere i rischi reali di immersione impedisce a paure non realistiche di prendere il sopravvento.
  • Praticare risposte di emergenza. Una delle cose più utili che i subacquei possono fare per evitare che il panico dilaghi è quello di praticare le tecniche di risposta alle emergenze fino a che non sono diventate automatiche. Per prima cosa questo permette di risparmiare tempo prezioso laddove si dovesse verificare una emergenza. In secondo luogo, acquisire sicurezza va ad incrementare il proprio senso di autoefficacia diminuendo i livelli di stress.
  • Conoscere i propri limiti.
  • Allenare la propria mente con training psicologici. Spigolo e Dell’oro (1985) hanno proposto che il training autogeno può essere utile per i subacquei. In realtà i percorsi di mental training per subacquei comprendono diverse tecniche ed esercizi, oltre al training autogeno, che il subacqueo impara e allena fino a raggiungere la completa autonomia nella gestione della propria sfera psicologica.

Per questo motivo il nostro team propone dei momenti di incontro pensati proprio per i subacquei che vogliono conoscere meglio gli aspetti psicologici legati alle immersioni ricreative e che desiderano imparare tecniche di gestione degli aspetti psicologi ed emotivi che il subacqueo dovrà affrontare durante le sue immersioni.

Per organizzare questi incontri presso il tuo Diving Center o presso la tua scuola sub, contattaci e di daremo tutte le informazioni che ti servono!

Psicologia dello Sport e immersione subacquea

Bibliografia:

  • Bachrach, A.J. and Egstrom, G.H. (1987). Stress and performance in diving. San Pedro, CA: Best Publishing Company.
  • Baddeley, A.D., Godden, D., Moray, N.P., Ross, H.E. and Synodinos, N.E. (1978). Final report on training services agency contract – Selection of diving trainees. Department of Psychology, Stirling University and M.R.C. Applied Psychology Research Unit, Cambridge.
  • Edmonds, C., (1986). The abalone diver. Australia: National Safety Council of Australia, Victoria.
  • Lesnik-Oberstein, M. and Cohen L. (1984). Cognitive style, sensation seeking and assortative mating. Journal of Personality and Social Psychology, 46 (1), 112 – 117.
  • Nevo, B. and Breitstein, S. (1999). Psychological and Behavioral Aspects of Diving. San Pedro, CA:Best Publishing Company.
  • Spigolon, L. and Dell’oro, A., (1985). Autogenic training in frogmen. International Journal of Sport Psychology, 16 (4), 312 – 320.
  • Zuckerman, M. (1979). Sensation Seeking: Beyond the optimal level of arousal. Hillsdale, NJ: Erlbaum.

Sport mental coaching: le verità nascoste che forse non sapete!

In un mondo del lavoro sempre più globale abbiamo visto il proliferare di termini inglesi che sono diventati ormai parte abituale del nostro patrimonio linguistico . Tuttavia, in talune circostanze, questo “chiamare le cose con altri nomi” ha generato confusione nelle persone, se non addirittura disinformazione. Vogliamo quindi ragionare insieme su due termini molto diffusi in psicologia dello sport: lo sport (mental) coaching e il mental training.

In diverse circostanze ci siamo sentiti dire: “Ma voi, come psicologi dello sport fate anche coaching? Perché un mio amico dirigente ha chiamato un mental coach nella sua società e fa delle cose straordinarie con gli atleti!”. Un moto di emozione pervade l’animo del serio psicologo dello sport che oscilla fra lo stupore e la rabbia tentando di spiegare qualcosa che dovrebbe essere ovvio ma che purtroppo, in un mare di disinformazione, è andato perduto.

E allora permetteteci di guidarvi alla scoperta di verità nascoste…

th2Il termine coaching compare nel mondo sportivo tanti anni orsono e viene spesso utilizzato come sinonimo del nostro termine italiano “allenatore”. Ma poiché col tempo si è capito che nello sport l’allenamento verte su molti aspetti, compreso quello mentale, ecco che all’estero hanno iniziato a parlare dei “mental coach” ossia gli allenatori mentali. La moda si è diffusa presto anche da noi perché il moderno “mental coach” è sicuramente più figo, più efficace e più al passo con i tempi dell’ormai desueto e italianissimo “psicologo dello sport”.
Inizialmente questo gioco linguistico è servito per dare una ventata di internazionalità ad una professione, che, ricordiamo, nasce in Italia. Il primo congresso internazionale degli allenatori mentali (anche detti psicologi dello sport!) è stato organizzato da un italiano, Ferrucci Antonelli, nel 1965, a Roma (non a New York!). Ma nel tempo la sferzata markettara ha assunto una dimensione diversa e, a nostro avviso, non corretta. Si è iniziato a pensare che il “coach mentale” facesse qualcosa di profondamente diverso da quello che da più di 30 anni facevano i colleghi psicologi impegnati nell’ambito sportivo. Qualcosa di più moderno, qualcosa di più efficace… qualcosa che non c’entra nulla con la psicologia che, per molti, è ancora solo quella disciplina sanitaria che cura le patologie mentali! E in questa confusione generale, condita da disinformazione qualcuno ha iniziato a trasformare una competenza, il “coaching” in una professione il “coach”.

E’ come se i preparatori tecnici di uno sport (gli allenatori) si sentissero dire dalla propria società: “Abbiamo trovato qualcuno che può fare il tuo lavoro, una nuova figura professionale, il technical coach! Sai in America va alla grande…” “A si? E cosa fa di diverso da me in campo?” “E sai… lui non allena ma fa coaching!” “Ok, e cosa fa di diverso da me?” “ehmm…. Ahmmm…. Lui comunica con i giocatori e favorisce l’apprendimento della tecnica e della tattica…” “Ok, quello che faccio anche io… e cosa altro fa di diverso da me?” “Lui fa coaching, tu alleni…”.
Vi sembra paradossale? Perché è esattamente la situazione che viviamo noi psicologi sportivi, quotidianamente, quando dobbiamo spiegare e motivare la nostra professione!

Partiamo dunque dalla definizione di “professional coaching” data dall’International Coaching Federation (ICF) per scoprire una meravigliosa verità! Alla domanda “Cos’è il coaching?” La risposta è: “una partnership con i clienti che, attraverso un processo creativo stimola la riflessione, ispirandoli a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale.” Wow… ma a questo punto qualche collega psicologo dello sport inizierà a dire: “Ma è esattamente quello che faccio io!”

Ecco la prima verità nascosta: “Lo psicologo dello sport fa coaching!”

Sport Mental CoachingBene, ma allora cosa fa di più il coach rispetto allo psicologo? Continuando la citazione tratta da ICF: “E’ responsabilità del coach scoprire, rendere chiari e allineare gli obiettivi che il cliente desidera”. Ma anche lo psicologo lo fa…
“Guidare il cliente in una scoperta personale di tali obiettivi”. Ok, ma ancora non mi è chiaro che cosa fa un coach di diverso dallo psicologo dello sport!
“Fa in modo che le soluzioni e le strategie da seguire emergano dal cliente…” Ok, anche questa cosa è alla base del lavoro psicologico. Ma quindi cosa fa un mental coach che non fa lo psicologo dello sport???? La risposta è niente!!!

Seconda verità nascosta: “Il coach non fa nulla di più di quanto uno psicologo sportivo normalmente faccia nella sua pratica professionale!”.

Avete capito bene! “Ma io ho visto che in Italia esistono delle associazioni professionali per il coaching!!” Si, ma sono associazioni private che non abilitano ad una professione.

Terza verità nascosta: “Il coaching è un insieme di competenze che non possono sovrapporsi ad una professione regolamentata quale quella dello psicologo”.

Vabbè ma in pratica, aldilà di questa precisazione teorica, cosa fa in pratica un professionista che fa coaching? Sempre basandoci sulle definizioni riconosciute a livello internazionali, si parla di coaching facendo riferimento ad un processo basato su domande strutturate (da parte del coach) in grado di favorire la consapevolezza e la messa in campo di strategie per la risoluzione dei problemi o l’ottimizzazione del potenziale umano.

Ah… ma quindi il coach fa domande e basta? Se è un vero coach si! Noi, per esempio, utilizziamo un modello di coaching ampiamente utilizzato a livello internazionale, sia nello sport che in azienda, il modello GROW. Questo modello di coaching prevede una sequenza strutturata di domande in cui il coach non interviene mai con suggerimenti personali o proposte di tecniche. Anche perché il presupposto sui cui si basa il processo di coaching è che la persona possieda già tutte le competenze necessarie per raggiungere il suo obiettivo personale o professionale. Il ruolo del coach è quello di aiutare la persona ad avere maggiore chiarezza sugli steps operativi e sulle azioni da pianificare nel tempo per raggiungere tali obiettivi.

Quarta verità nascosta: “Il coach lavora sul favorire l’autoconsapevolezza personale attraverso una metodologia di colloquio strutturato attraverso domande”.

“Ma il mental coach che è venuto nella nostra società ci ha insegnato diverse tecniche ed esercizi per migliorare il nostro assetto mentale…”. E allora non stava facendo coaching! Quindi ha utilizzato impropriamente un termine per identificare il suo lavoro… Se vi ha fornito degli strumenti per sviluppare competenze che non possedevate o se vi ha insegnato delle tecniche di ottimizzazione mentale stava facendo “training” (trad. formazione, allenamento) e non “coaching”.
E parlando di “mental training” scopriremo altre interessanti verità… ma lo faremo in un altro post!

In conclusione speriamo di avervi condotto alla scoperta di qualcosa che forse non sapevate e speriamo che sempre meno persone cadano nella trappola della disinformazione psicologica!

Vi lasciamo dunque  un’ultima e assoluta verità nascosta: lo psicologo dello sport é anche un coach, ma spesso non è vero il contrario!!!

La trappola dell’esperto in psicologia dello sport

psicologo dello sport: lavoro individuale o di squadraTorniamo nuovamente ad affrontare un tema banale ma, evidentemente, non scontato: chi può esercitare in qualità di psicologo dello sport? La risposta è quanto mai semplice, quasi tautologica: può esercitare come psicologo sportivo uno psicologo, regolarmente iscritto all’albo professionale!!!

E c’era bisogno di scrivere un articolo?
Ebbene si, perché giusto qualche giorno fa l’ennesimo atleta si presenta nel nostro studio e ci dice (dopo diverse sessioni di lavoro svolte insieme):

“Il mio allenatore è convinto che avrei bisogno di lavorare sulla mia autostima, e mi ha proposto queste tecniche…!”
“Ah interessante! Allora anche lui ha studiato psicologia?”
“No, ma sta facendo un corso per diventare esperto in psicologia dello sport!”

A questo punto, un brivido corre lungo la nostra schiena per due motivi: il primo è che quanto è stato consigliato all’atleta è stato un estratto di psicologia spicciola che ha messo quanto mai in confusione il ragazzo e la seconda è perché… non esiste un corso per diventare psicologo dello sport!!! O meglio esiste, ma è molto diverso da quello che normalmente si immagina seguendo la logica molto italica del “in fondo siamo tutti un po’ psicologi!”.

Facciamo un salto indietro nel tempo e arriviamo al lontano 1989 quando venne emanata la legge 56/89 per istituire una professione regolamentata: lo psicologo!
In questo testo vengono elencati i requisiti per poter esercitare in qualità di psicologo e vengono poste le basi a tutela della popolazione che da quel giorno non ha più dovuto barcamenarsi in un mondo fatto di confusione, dove c’era poca differenza tra stregone, consigliere, prete o un professionista pagato per fare quattro chiacchiere! A distanza di quasi 30 anni però vediamo ogni giorno spuntare gli “esperti in psicologia” e quindi ci sembra doveroso fare chiarezza per aiutare le persone a non cadere nelle “trappole degli esperti”!

Esperto: dal vocabolario, colui che ha acquisito una lunga pratica in un determinato campo o conosce bene un determinato argomento di studio o lavoro. Sul concetto di “lunga pratica” ci si pone la domanda: quanto lunga? In uno studio del 1993 del professor Anders Ericsson dell’università del Colorado (The role of deliberate practice in the acquisition of expert performance), venne proposta una teoria secondo la quale per diventare esperto in una disciplina si necessitano almeno di 10.000 ore di pratica! Seguendo questo ragionamento viene difficile pensare che basti un corso di un centinaio di ore (a volte anche meno!) per diventare esperto in psicologia dello sport. Se però, alla formazione specifica in psicologia dello sport, sommiamo le ore investite nel percorso di laurea in psicologia con annessi tirocini formativi, ecco che i numeri si avvicinano vertiginosamente. Ha dunque un senso logico, per uno psicologo che dopo la laurea ha seguito un percorso formativo specifico in psicologia dello sport, definirsi esperto.
Ed ecco un altro annoso dilemma: “Ok, io non ho fatto psicologia, però ho seguito numerosi corsi, ho letto tantissimi libri e lavoro nel mondo dello sport da anni… anche il mio monte ore mi consente di definirmi esperto!!!“. Probabilmente si… ma essere esperti in questo settore, in Italia, allo stato attuale delle cose, non ti consente di poter operare come se fossi uno psicologo dello sportRitorniamo a dire che, per legge, gli unici che possono operare come psicologi dello sport sono gli psicologi.

E subito inizia il contraddittorio…
All’estero non funziona così…” “Ok, ma siamo in Italia, nel bene e nel male se vogliamo vivere in questo paese ci adattiamo alle regole del nostro stato. Anche noi se avessimo studiato in Inghilterra non avremmo investito 4 anni in una scuola di specializzazione per poter esercitare come psicoterapeuti… all’estero funziona così!”.

Avere un laurea non garantisce di saper lavorare bene in questo settore!” “Verissimo, un pezzo di carta non è sinonimo di garanzia. Per questo motivo noi psicologi facciamo parte di un ordine professionale che vigila sulle nostre azioni e verso il quale si può rivolgere l’utente insoddisfatto del nostro operato per segnalare eventuali mancanze, omissioni, violazioni del codice deontologico o abusi. Nelle professioni non regolamentate questo supporto di tutela al cliente non c’è. Se vai da uno stregone e questo ti crea dei danni, puoi soltanto lamentarti con te stesso perché nessuno lo convocherà mai davanti ad una commissione disciplinare a giustificare il suo operato con il rischio di radiazione e cessazione della sua attività professionale. Quindi è vero che la laurea non garantisce necessariamente un buon servizio ma c’è una istituzione (l’Ordine professionale a cui è necessario appartenere per poter esercitare!) che svolge questa funzione per noi!”

E possiamo continuare per ore…

La lotta per la tutela della professione ha come scopo primario il rispetto degli utenti che, non per colpa loro, vivono perennemente nella confusione e nell’ignoranza (nel senso etimologico del termine!). Ancora oggi, nel 2015, molte persone non conoscono la differenza tra uno psicologo e uno psichiatra! Figuriamoci se si  riesce a cogliere la sottile differenza tra uno psicologo dello sport e un esperto in psicologia dello sport!

Così fioriscono le gabole linguistiche per aggirare il problema. Nascono schiere di “specializzati in psicologia dello sport”, ma l’unica specializzazione riconosciuta a livello ministeriale in Italia è la specializzazione in psicoterapia. Quindi gli “specializzati” in psicologia dello sport non esistono!
Potremmo parlare allora di “formati in psicologia dello sport”: coloro che hanno seguito un corso di formazione. Così saremmo nel giusto ma “formato in…” ha poco appeal nel marketing! E comunque, ribadiamo per la terza volta: avere una formazione in psicologia dello sport non consente di operare come psicologo dello sport se non si è uno psicologo regolarmente iscritto all’albo professionale!!
Allora togliamoci dall’impiccio di usare la parola psicologia e usiamo dei sinonimi: “Esperti di mental training… esperti di mental coaching… esperti di mind performances…” In questi anni ci siamo divertiti a raccogliere le varie diciture (alcune sono veramente da premiare per la loro creatività!) ma vi facciamo una domanda: voi andreste a farvi curare da un “esperto di performances ginecologiche” che non sia un medico specializzato in ginecologia???

E allora diventiamo esperti di tecniche così nessuno ci può dire nulla… Noi siamo “Esperti in tecniche di ottimizzazione della prestazione...” Voilà, non si parla di psicologia, non si parla di mente… siamo a posto!
Lo sappiamo… siamo noiosi… ma dobbiamo ricordare che esistono gli “atti tipici di una professione“, che consistono in “una competenza esecutiva e contestualizzante di una technicality disciplinare, che avviene alla luce di una specifica e dimostrabile capacità di inquadramento scientifico- concettuale, e di un’approfondita comprensione teorica dei processi strutturali che rilevano per la situazione di merito, con uno scopo professionale esplicito. Questo lo distingue da un’azione “generica” (http://www.psy.it/allegati/promozione-e-prevenzione.pdf).  E in Italia, coloro che eseguono atti tipici di una professione senza avere i requisiti per poter esercitare quella professione possono rientrare in una situazione di “abuso professionale”.
Non sentirete mai qualcuno definirsi: “Io non sono un medico, ma sono un esperto in gastroscopie!”. Perchè l’esecuzione di una gastroscopia è un atto tipico della professione medica!!

In conclusione, perché abbiamo scritto tutto questo? Per gettare un sassolino nel mare e cercare di fare chiarezza verso la popolazione che ci legge, per aiutare gli utenti a scegliere il supporto migliore per le loro esigenze. Attraverso la conoscenza possiamo riconoscere le possibili “trappole” che ci vengono poste e possiamo decidere con consapevolezza a chi affidare la nostra salute e la nostra mente.
Se dopo che sappiamo tutto questo, consapevoli dei rischi che corriamo, decidiamo lo stesso di andare a farci curare i denti “dall’esperto” del paese, che non ha la laurea ma ne ha curati tanti”… questo è libero arbitrio e come tale va rispettato!