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L’esercizio fisico aiuta a “rimorchiare” di più!

psicologia dell'esercizio fisicoSiate sinceri, chi di voi leggendo il titolo non ha pensato (anche solo ridacchiando): “Se è vero, domani mi iscrivo in palestra!”.

Ebbene in realtà questo titolo un po’ provocatorio ha un suo fondo di verità e vi spiegheremo perché tra poco. Questo discorso ci permette di toccare alcuni punti fondamentali su cui si basano gli studi della psicologia dell’esercizio fisico e che riteniamo siano fondamentali per chiunque voglia iniziare a praticare esercizio fisico per migliorare il proprio benessere personale.Una indagine ISTAT del 2014, intitolata “Aspetti della vita quotidiana”, ha voluto indagare la propensione del popolo italiano alla pratica sportiva. Ai fini dell’indagine si considera ogni tipo di pratica sportiva, svolta sia continuativamente sia saltuariamente, in modo agonistico o amatoriale, in forma organizzata o occasionale, purché esercitata nel tempo libero e con la sola esclusione di quella esercitata da atleti, insegnanti, allenatori per motivi lavorativi e professionali. Questa indagine ha evidenziato che, a partire dai 3 anni di età, solo 1 persona su 3 pratica attività sportiva (per come l’abbiamo descritta poc’anzi). Inoltre l’indagine ha riportato che circa il 42% degli italiani non pratica nessun tipo di attività fisica, sono cioè considerabili “sedentari”.

psicologia dell'attività motoriaPerché succede questo? Il fatto che fare attività motoria faccia bene è oramai abbastanza noto, anche se merita sempre ricordare a tutti gli innumerevoli effetti benefici della pratica fisica (tra cui un aumento della capacità di “rimorchio”… tra poco di arriviamo). Tuttavia spesso quello che manca alle persone che non praticano esercizio fisico non è un problema di conoscenza ma un problema di psicologia. Se non riusciamo a trovare le motivazioni giuste per praticare sport, semplicemente ci adageremo sulle giustificazioni per cui non possiamo praticarlo (non ho tempo, è costoso, è faticoso, non mi diverte, ecc). Le motivazioni “giuste” possiamo cercarle soltanto dentro di noi: l’informazione ci aiuta a capire che ci sono dei validi motivi ma solo noi possiamo dare un peso a questi aspetti. Mi spiego meglio: possono anche dirmi che “fare attività fisica regolare migliora le funzioni cardiocircolatorie” ma se questo aspetto, per me, è meno importante del “ho già così poco tempo libero dal lavoro che non saprei proprio come fare!”, ecco che il processo si blocca in partenza.
Gli psicologi dell’esercizio fisico si occupano di questi aspetti e aiutano le persone a trovare la strada giusta per poter praticare attività motoria, lavorando su questi meccanismi mentali che ci bloccano e ci tolgono la possibilità di godere a pieno della nostra salute, sia fisica che mentale. Tornando al nostro esempio di prima: se per una persona ha il problema di avere poco tempo libero dovremmo aiutarla a capire quanto tempo il “non” fare attività motoria gli sottrae! Pensiamo ad esempio a quante ore spendiamo dai medici per fare accertamenti o terapie per problemi legati ad una mancanza di attività fisica regolare? Quanto del nostro tempo libero perdiamo a causa dello stress che accumuliamo al lavoro e che potrebbe essere semplicemente gestito con una sana attività motoria? E se lasciamo che il nostro fisico si ammali gravemente quanto tempo in meno avremmo da dedicare alle cose che tanto amiamo fare? E così via…

Per poter praticare con costanza e regolarità qualsiasi attività fisica (e non stiamo parlando di correre la maratona ma di praticare 30 minuti di attività motoria quotidiana!) c’è bisogno di trovare la giusta motivazione e, se non siamo in grado di farlo da soli, ci sono dei professionisti che ci possono aiutare a farlo insieme a noi!

Tornaimagesndo ad una delle motivazioni che potrebbero essere interessanti per molti, sveliamo il fondo di verità che c’è dietro il titolo con cui abbiamo aperto questo post.
Molte ricerche hanno dimostrato che la pratica costante e regolare di attività fisica aiuta a migliorare l’immagine che ognuno di noi ha di se stesso. In parte, può essere legato al fatto di iniziare ad osservare maggiore tonicità e/o perdita di massa grassa; dall’altra perché l’attività motoria ha anche un effetto positivo sul nostro tono dell’umore. Inoltre, metterci in contatto con il nostro corpo, iniziare a conoscerlo meglio aumenta la fiducia che abbiamo in noi stessi e ci rende più disponibili al contatto sociale. In ultimo, si è visto, che una pratica regolare di attività fisica migliora anche le performance sessuali degli individui.

Quindi… una immagine positiva di sé + maggior fiducia in sé stessi + più positività nell’affrontare la vita + maggior prestanza fisica e anche sessuale… dovrebbe sicuramente essere un buon inizio per conquistare il cuore del nostro o della nostra “corteggiata”!!!!

Nella stanza del mental coach

nella stanza del mental coachVi siete mai chiesti cosa fa veramente un mental coach per sportivi? Ma soprattutto, sapete veramente chi è un mental coach?

In questo libro avrete la possibilità di entrare in uno studio di psicologia dello sport, sedervi accanto ai nostri mental trainer e leggere 11 storie di sport accomunate da un comune denominatore: l’utilizzo della psicologia dello sport per raggiungere un obiettivo.

Optimized-retro libroPotrete conoscere la squadra perfetta dove però i problemi di comunicazione riducevano le performance oppure andare in pista con Beatrice, la nostra “mamma sportiva” alle prese con l’ansia da prestazione per il proprio figlio. Vi immaginerete cosa si prova a fare un salto nel vuoto e ricordarsi solo il rumore dello schianto a terra a poche settimane dalle Olimpiadi ed entrerete nelle dinamiche di uno sport di coppia quando la coppia scoppia! E molto altro ancora, ma non vogliamo rovinarvi il gusto di entrare nel mondo della psicologia dello sport e scoprire in quanti ambiti il mental coaching può servire.

Non mancherà la giusta dose di ironia perché in fondo gli psicologi dello sport sembrano “noiosi”,  ma non lo sono così tanto!
Tra il serio e lo scherzoso troverete consigli per il vostro benessere sportivo, capirete quali tecniche si usano per migliorare la prestazione mentale di uno sportivo e soprattutto, capirete, quali vantaggi ha l’affidarsi ad una persona competente e qualificata a fare questo tipo di lavoro!
Vi aspettiamo nella nostra stanza, a presto!

Il libro è disponibile su:

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Psicologia dell’immersione subacquea

Oltre ad essere psicologa sono anche una appassionata di subacquea e quale modo migliore per abbinare queste due passioni dedicandosi alla psicologia dello sport applicata alle immersioni subacquee.

Molti di noi che si immergono per pura passione spesso sottovalutano l’importanza dell’aspetto psicologico durante le loro discese, eppure una buona preparazione psicologica consentirebbe di godersi di più questi momenti garantendo al sub un maggior sicurezza fuori e dentro l’acqua.

Nel corso della storia, molti psicologi si sono avvicinati allo studio della subacquea, inizialmente per deliberare il profilo di personalità di chi pratica questa disciplina sportiva. E che cosa hanno scoperto? Sei interessato a diventare un subacqueo, o sei uno già? Se è così, c’è una buona probabilità che tu abbia un profilo di personalità con un tratto caratteristico che, in letteratura psicologica, si chiama ‘Sensation Seeking’. Il termine “Sensation Seeking” si riferisce a una preferenza per un particolare livello di stimolazione sensoriale. Le persone che hanno un elevato punteggio sulle scale di sensation seeking preferiscono elevati livelli di stimolazione. Sono persone che spesso sono alla ricerca di cose nuove e interessanti da fare. La noia è il nemico principale delle persone in cerca di sensazioni, che amano l’avventura e le sfide, come quelle che si ottengono dalle immersioni. I sensazioni seekers sono generalmente più impulsivi, disinibiti, estroversi e anticonformisti rispetto ai bassi cercatori di sensazioni. Persone in cerca di “sensazioni forti” hanno le seguenti caratteristiche, secondo Zuckerman:

  1. Essi sono più disposti a impegnarsi in attività che comportano un rischio. In questa categoria di attività rientrano le immersioni subacquee, ma anche attività come alpinismo, sky diving e surf e molte altre. Essi sono più propensi a guidare moto e auto più velocemente di altri. Essi sono anche più propensi a sperimentare droghe ricreative come la marijuana.
  2. Essi sono più disposti a offrirsi volontari per esperimenti inusuali o per attività che conoscono poco e che incuriosiscono.
  3. Si impegnano in una più ampia gamma di attività sessuali con una maggiore varietà di partner.
  4. Mostrano altre preferenze che promuovono elevati livelli di stimolazione. Ad esempio, essi tendono a fare molti viaggi, possono amare  il gioco d’azzardo, i cibi piccanti, feste sfrenate e amici insoliti.

Nevo e Breitstein (1999) hanno esaminato molti studi delle caratteristiche dei subacquei e hanno tracciato questo profilo prototipico (vediamo se vi riconoscete amici sub!):

  • I subacquei tendono a giocare, rischiare e cercare l’avventura.
  • I subacquei hanno atteggiamenti più maschili e più aggressivi rispetto ai non subacquei (anche se di genere femminile!).
  • I divers soffrono meno di ansia rispetto ai non subacquei.
  • La salute generale dei subacquei è migliore di quella dei non subacquei.

Good Diver o Bad Diver?

Stress, ansia e panico
La maggior parte dei subacquei sperimenteranno abbastanza sforzo in qualche momento della loro immersione e potrà capitare di sperimentare ansia prima, durante o dopo l’immersione. Per alcuni, questo raggiungerà un’intensità che renderà il funzionamento normale difficile o impossibile e questo è lo stato che chiamiamo “panico”. Secondo alcuni psicologi delle immersioni, come Bacharach e Egstrom (1987), il panico è la principale causa di decessi di immersione.

Il panico può derivare da un progressivo accumulo di ansia evocata da eventi di varia natura (freddo, stanchezza, scarsa familiarità con attrezzature, ecc), oppure da un singolo evento che il subacqueo si sente incapace di gestire (malfunzionamento dell’erogatore, la perdita di una maschera, ecc). Il panico è più probabile che accada quando si affrontano immersioni nuove o in condizioni più estreme rispetto a quelle a cui il subacqueo è abituato.

I principali segni e sintomi di panico sono:

  • Modifiche respiratorie: in un attacco di panico la mancanza di respiro è comune e il subacqueo può avere la sensazione di non avere abbastanza aria nei polmoni.
  • Cambiamenti cardiovascolari: modifiche possono includere tachicardia (battito cardiaco accelerato) e aritmie (battito cardiaco irregolare). Il subacqueo può avvertire “palpitazioni”, una sensazione di pesantezza o dolore al petto che possono portarlo a credere di avere un infarto sott’acqua.
  • Sintomi gastrointestinali: il sistema gastrointestinale può diventare più attivo, con sintomi che vanno dalla sensazione di ‘farfalle nello stomaco’ fino ad arrivare a nausea, vomito e diarrea.
  • Sintomi genitourinarie: Cambiamenti nel sistema GU includono aumento della minzione o la sensazione di aver bisogno di urinare e sensazioni di formicolio.
  • Cambiamenti muscoloscheletrici: tensione muscolare, mal di testa e tremori sono sintomi comuni.
  • Cambiamenti vocalizzazione: tremore nella voce, una voce acuta o vocalizzazioni “congelati” sono i principali segni.

Il panico sott’acqua può portare alla morte in diversi modi. Se il subacqueo respira rapidamente e superficialmente, ossigeno insufficiente raggiunge i polmoni, causando ipossia e l’accumulo di eccesso CO2. Il subacqueo cerca in tal modo di respirare ancora più veloce e può espellere il regolatore perché pensa che quest’ultimo gli impedisca di ottenere abbastanza aria. Alcuni subacquei ricercano una rapida risalita in superficie esponendosi così a rischi di malattia da decompressione. L’ipossia può anche portare alla perdita di coscienza.

Il panico inoltre impedisce anche al subacqueo di pensare in un modo razionale. Se la situazione richiede il pensiero razionale come ad esempio nel caso di un malfunzionamento dell’apparecchiatura, il panico può impedire il tipo di ragionamento che è necessario per risolvere il problema e spesso porta a peggiorare la situazione. I subacquei possono evitare il panico in vari modi:

  •  Migliorare la forma fisica. I subacquei che sono in forma hanno più risorse che possono usare per combattere il freddo, la stanchezza ecc
  • Migliorare la conoscenza della subacquea. Conoscere i rischi reali di immersione impedisce a paure non realistiche di prendere il sopravvento.
  • Praticare risposte di emergenza. Una delle cose più utili che i subacquei possono fare per evitare che il panico dilaghi è quello di praticare le tecniche di risposta alle emergenze fino a che non sono diventate automatiche. Per prima cosa questo permette di risparmiare tempo prezioso laddove si dovesse verificare una emergenza. In secondo luogo, acquisire sicurezza va ad incrementare il proprio senso di autoefficacia diminuendo i livelli di stress.
  • Conoscere i propri limiti.
  • Allenare la propria mente con training psicologici. Spigolo e Dell’oro (1985) hanno proposto che il training autogeno può essere utile per i subacquei. In realtà i percorsi di mental training per subacquei comprendono diverse tecniche ed esercizi, oltre al training autogeno, che il subacqueo impara e allena fino a raggiungere la completa autonomia nella gestione della propria sfera psicologica.

Per questo motivo il nostro team propone dei momenti di incontro pensati proprio per i subacquei che vogliono conoscere meglio gli aspetti psicologici legati alle immersioni ricreative e che desiderano imparare tecniche di gestione degli aspetti psicologi ed emotivi che il subacqueo dovrà affrontare durante le sue immersioni.

Per organizzare questi incontri presso il tuo Diving Center o presso la tua scuola sub, contattaci e di daremo tutte le informazioni che ti servono!

Psicologia dello Sport e immersione subacquea

Bibliografia:

  • Bachrach, A.J. and Egstrom, G.H. (1987). Stress and performance in diving. San Pedro, CA: Best Publishing Company.
  • Baddeley, A.D., Godden, D., Moray, N.P., Ross, H.E. and Synodinos, N.E. (1978). Final report on training services agency contract – Selection of diving trainees. Department of Psychology, Stirling University and M.R.C. Applied Psychology Research Unit, Cambridge.
  • Edmonds, C., (1986). The abalone diver. Australia: National Safety Council of Australia, Victoria.
  • Lesnik-Oberstein, M. and Cohen L. (1984). Cognitive style, sensation seeking and assortative mating. Journal of Personality and Social Psychology, 46 (1), 112 – 117.
  • Nevo, B. and Breitstein, S. (1999). Psychological and Behavioral Aspects of Diving. San Pedro, CA:Best Publishing Company.
  • Spigolon, L. and Dell’oro, A., (1985). Autogenic training in frogmen. International Journal of Sport Psychology, 16 (4), 312 – 320.
  • Zuckerman, M. (1979). Sensation Seeking: Beyond the optimal level of arousal. Hillsdale, NJ: Erlbaum.

Sport mental coaching: le verità nascoste che forse non sapete!

In un mondo del lavoro sempre più globale abbiamo visto il proliferare di termini inglesi che sono diventati ormai parte abituale del nostro patrimonio linguistico . Tuttavia, in talune circostanze, questo “chiamare le cose con altri nomi” ha generato confusione nelle persone, se non addirittura disinformazione. Vogliamo quindi ragionare insieme su due termini molto diffusi in psicologia dello sport: lo sport (mental) coaching e il mental training.

In diverse circostanze ci siamo sentiti dire: “Ma voi, come psicologi dello sport fate anche coaching? Perché un mio amico dirigente ha chiamato un mental coach nella sua società e fa delle cose straordinarie con gli atleti!”. Un moto di emozione pervade l’animo del serio psicologo dello sport che oscilla fra lo stupore e la rabbia tentando di spiegare qualcosa che dovrebbe essere ovvio ma che purtroppo, in un mare di disinformazione, è andato perduto.

E allora permetteteci di guidarvi alla scoperta di verità nascoste…

th2Il termine coaching compare nel mondo sportivo tanti anni orsono e viene spesso utilizzato come sinonimo del nostro termine italiano “allenatore”. Ma poiché col tempo si è capito che nello sport l’allenamento verte su molti aspetti, compreso quello mentale, ecco che all’estero hanno iniziato a parlare dei “mental coach” ossia gli allenatori mentali. La moda si è diffusa presto anche da noi perché il moderno “mental coach” è sicuramente più figo, più efficace e più al passo con i tempi dell’ormai desueto e italianissimo “psicologo dello sport”.
Inizialmente questo gioco linguistico è servito per dare una ventata di internazionalità ad una professione, che, ricordiamo, nasce in Italia. Il primo congresso internazionale degli allenatori mentali (anche detti psicologi dello sport!) è stato organizzato da un italiano, Ferrucci Antonelli, nel 1965, a Roma (non a New York!). Ma nel tempo la sferzata markettara ha assunto una dimensione diversa e, a nostro avviso, non corretta. Si è iniziato a pensare che il “coach mentale” facesse qualcosa di profondamente diverso da quello che da più di 30 anni facevano i colleghi psicologi impegnati nell’ambito sportivo. Qualcosa di più moderno, qualcosa di più efficace… qualcosa che non c’entra nulla con la psicologia che, per molti, è ancora solo quella disciplina sanitaria che cura le patologie mentali! E in questa confusione generale, condita da disinformazione qualcuno ha iniziato a trasformare una competenza, il “coaching” in una professione il “coach”.

E’ come se i preparatori tecnici di uno sport (gli allenatori) si sentissero dire dalla propria società: “Abbiamo trovato qualcuno che può fare il tuo lavoro, una nuova figura professionale, il technical coach! Sai in America va alla grande…” “A si? E cosa fa di diverso da me in campo?” “E sai… lui non allena ma fa coaching!” “Ok, e cosa fa di diverso da me?” “ehmm…. Ahmmm…. Lui comunica con i giocatori e favorisce l’apprendimento della tecnica e della tattica…” “Ok, quello che faccio anche io… e cosa altro fa di diverso da me?” “Lui fa coaching, tu alleni…”.
Vi sembra paradossale? Perché è esattamente la situazione che viviamo noi psicologi sportivi, quotidianamente, quando dobbiamo spiegare e motivare la nostra professione!

Partiamo dunque dalla definizione di “professional coaching” data dall’International Coaching Federation (ICF) per scoprire una meravigliosa verità! Alla domanda “Cos’è il coaching?” La risposta è: “una partnership con i clienti che, attraverso un processo creativo stimola la riflessione, ispirandoli a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale.” Wow… ma a questo punto qualche collega psicologo dello sport inizierà a dire: “Ma è esattamente quello che faccio io!”

Ecco la prima verità nascosta: “Lo psicologo dello sport fa coaching!”

Sport Mental CoachingBene, ma allora cosa fa di più il coach rispetto allo psicologo? Continuando la citazione tratta da ICF: “E’ responsabilità del coach scoprire, rendere chiari e allineare gli obiettivi che il cliente desidera”. Ma anche lo psicologo lo fa…
“Guidare il cliente in una scoperta personale di tali obiettivi”. Ok, ma ancora non mi è chiaro che cosa fa un coach di diverso dallo psicologo dello sport!
“Fa in modo che le soluzioni e le strategie da seguire emergano dal cliente…” Ok, anche questa cosa è alla base del lavoro psicologico. Ma quindi cosa fa un mental coach che non fa lo psicologo dello sport???? La risposta è niente!!!

Seconda verità nascosta: “Il coach non fa nulla di più di quanto uno psicologo sportivo normalmente faccia nella sua pratica professionale!”.

Avete capito bene! “Ma io ho visto che in Italia esistono delle associazioni professionali per il coaching!!” Si, ma sono associazioni private che non abilitano ad una professione.

Terza verità nascosta: “Il coaching è un insieme di competenze che non possono sovrapporsi ad una professione regolamentata quale quella dello psicologo”.

Vabbè ma in pratica, aldilà di questa precisazione teorica, cosa fa in pratica un professionista che fa coaching? Sempre basandoci sulle definizioni riconosciute a livello internazionali, si parla di coaching facendo riferimento ad un processo basato su domande strutturate (da parte del coach) in grado di favorire la consapevolezza e la messa in campo di strategie per la risoluzione dei problemi o l’ottimizzazione del potenziale umano.

Ah… ma quindi il coach fa domande e basta? Se è un vero coach si! Noi, per esempio, utilizziamo un modello di coaching ampiamente utilizzato a livello internazionale, sia nello sport che in azienda, il modello GROW. Questo modello di coaching prevede una sequenza strutturata di domande in cui il coach non interviene mai con suggerimenti personali o proposte di tecniche. Anche perché il presupposto sui cui si basa il processo di coaching è che la persona possieda già tutte le competenze necessarie per raggiungere il suo obiettivo personale o professionale. Il ruolo del coach è quello di aiutare la persona ad avere maggiore chiarezza sugli steps operativi e sulle azioni da pianificare nel tempo per raggiungere tali obiettivi.

Quarta verità nascosta: “Il coach lavora sul favorire l’autoconsapevolezza personale attraverso una metodologia di colloquio strutturato attraverso domande”.

“Ma il mental coach che è venuto nella nostra società ci ha insegnato diverse tecniche ed esercizi per migliorare il nostro assetto mentale…”. E allora non stava facendo coaching! Quindi ha utilizzato impropriamente un termine per identificare il suo lavoro… Se vi ha fornito degli strumenti per sviluppare competenze che non possedevate o se vi ha insegnato delle tecniche di ottimizzazione mentale stava facendo “training” (trad. formazione, allenamento) e non “coaching”.
E parlando di “mental training” scopriremo altre interessanti verità… ma lo faremo in un altro post!

In conclusione speriamo di avervi condotto alla scoperta di qualcosa che forse non sapevate e speriamo che sempre meno persone cadano nella trappola della disinformazione psicologica!

Vi lasciamo dunque  un’ultima e assoluta verità nascosta: lo psicologo dello sport é anche un coach, ma spesso non è vero il contrario!!!

La trappola dell’esperto in psicologia dello sport

psicologo dello sport: lavoro individuale o di squadraTorniamo nuovamente ad affrontare un tema banale ma, evidentemente, non scontato: chi può esercitare in qualità di psicologo dello sport? La risposta è quanto mai semplice, quasi tautologica: può esercitare come psicologo sportivo uno psicologo, regolarmente iscritto all’albo professionale!!!

E c’era bisogno di scrivere un articolo?
Ebbene si, perché giusto qualche giorno fa l’ennesimo atleta si presenta nel nostro studio e ci dice (dopo diverse sessioni di lavoro svolte insieme):

“Il mio allenatore è convinto che avrei bisogno di lavorare sulla mia autostima, e mi ha proposto queste tecniche…!”
“Ah interessante! Allora anche lui ha studiato psicologia?”
“No, ma sta facendo un corso per diventare esperto in psicologia dello sport!”

A questo punto, un brivido corre lungo la nostra schiena per due motivi: il primo è che quanto è stato consigliato all’atleta è stato un estratto di psicologia spicciola che ha messo quanto mai in confusione il ragazzo e la seconda è perché… non esiste un corso per diventare psicologo dello sport!!! O meglio esiste, ma è molto diverso da quello che normalmente si immagina seguendo la logica molto italica del “in fondo siamo tutti un po’ psicologi!”.

Facciamo un salto indietro nel tempo e arriviamo al lontano 1989 quando venne emanata la legge 56/89 per istituire una professione regolamentata: lo psicologo!
In questo testo vengono elencati i requisiti per poter esercitare in qualità di psicologo e vengono poste le basi a tutela della popolazione che da quel giorno non ha più dovuto barcamenarsi in un mondo fatto di confusione, dove c’era poca differenza tra stregone, consigliere, prete o un professionista pagato per fare quattro chiacchiere! A distanza di quasi 30 anni però vediamo ogni giorno spuntare gli “esperti in psicologia” e quindi ci sembra doveroso fare chiarezza per aiutare le persone a non cadere nelle “trappole degli esperti”!

Esperto: dal vocabolario, colui che ha acquisito una lunga pratica in un determinato campo o conosce bene un determinato argomento di studio o lavoro. Sul concetto di “lunga pratica” ci si pone la domanda: quanto lunga? In uno studio del 1993 del professor Anders Ericsson dell’università del Colorado (The role of deliberate practice in the acquisition of expert performance), venne proposta una teoria secondo la quale per diventare esperto in una disciplina si necessitano almeno di 10.000 ore di pratica! Seguendo questo ragionamento viene difficile pensare che basti un corso di un centinaio di ore (a volte anche meno!) per diventare esperto in psicologia dello sport. Se però, alla formazione specifica in psicologia dello sport, sommiamo le ore investite nel percorso di laurea in psicologia con annessi tirocini formativi, ecco che i numeri si avvicinano vertiginosamente. Ha dunque un senso logico, per uno psicologo che dopo la laurea ha seguito un percorso formativo specifico in psicologia dello sport, definirsi esperto.
Ed ecco un altro annoso dilemma: “Ok, io non ho fatto psicologia, però ho seguito numerosi corsi, ho letto tantissimi libri e lavoro nel mondo dello sport da anni… anche il mio monte ore mi consente di definirmi esperto!!!“. Probabilmente si… ma essere esperti in questo settore, in Italia, allo stato attuale delle cose, non ti consente di poter operare come se fossi uno psicologo dello sportRitorniamo a dire che, per legge, gli unici che possono operare come psicologi dello sport sono gli psicologi.

E subito inizia il contraddittorio…
All’estero non funziona così…” “Ok, ma siamo in Italia, nel bene e nel male se vogliamo vivere in questo paese ci adattiamo alle regole del nostro stato. Anche noi se avessimo studiato in Inghilterra non avremmo investito 4 anni in una scuola di specializzazione per poter esercitare come psicoterapeuti… all’estero funziona così!”.

Avere un laurea non garantisce di saper lavorare bene in questo settore!” “Verissimo, un pezzo di carta non è sinonimo di garanzia. Per questo motivo noi psicologi facciamo parte di un ordine professionale che vigila sulle nostre azioni e verso il quale si può rivolgere l’utente insoddisfatto del nostro operato per segnalare eventuali mancanze, omissioni, violazioni del codice deontologico o abusi. Nelle professioni non regolamentate questo supporto di tutela al cliente non c’è. Se vai da uno stregone e questo ti crea dei danni, puoi soltanto lamentarti con te stesso perché nessuno lo convocherà mai davanti ad una commissione disciplinare a giustificare il suo operato con il rischio di radiazione e cessazione della sua attività professionale. Quindi è vero che la laurea non garantisce necessariamente un buon servizio ma c’è una istituzione (l’Ordine professionale a cui è necessario appartenere per poter esercitare!) che svolge questa funzione per noi!”

E possiamo continuare per ore…

La lotta per la tutela della professione ha come scopo primario il rispetto degli utenti che, non per colpa loro, vivono perennemente nella confusione e nell’ignoranza (nel senso etimologico del termine!). Ancora oggi, nel 2015, molte persone non conoscono la differenza tra uno psicologo e uno psichiatra! Figuriamoci se si  riesce a cogliere la sottile differenza tra uno psicologo dello sport e un esperto in psicologia dello sport!

Così fioriscono le gabole linguistiche per aggirare il problema. Nascono schiere di “specializzati in psicologia dello sport”, ma l’unica specializzazione riconosciuta a livello ministeriale in Italia è la specializzazione in psicoterapia. Quindi gli “specializzati” in psicologia dello sport non esistono!
Potremmo parlare allora di “formati in psicologia dello sport”: coloro che hanno seguito un corso di formazione. Così saremmo nel giusto ma “formato in…” ha poco appeal nel marketing! E comunque, ribadiamo per la terza volta: avere una formazione in psicologia dello sport non consente di operare come psicologo dello sport se non si è uno psicologo regolarmente iscritto all’albo professionale!!
Allora togliamoci dall’impiccio di usare la parola psicologia e usiamo dei sinonimi: “Esperti di mental training… esperti di mental coaching… esperti di mind performances…” In questi anni ci siamo divertiti a raccogliere le varie diciture (alcune sono veramente da premiare per la loro creatività!) ma vi facciamo una domanda: voi andreste a farvi curare da un “esperto di performances ginecologiche” che non sia un medico specializzato in ginecologia???

E allora diventiamo esperti di tecniche così nessuno ci può dire nulla… Noi siamo “Esperti in tecniche di ottimizzazione della prestazione...” Voilà, non si parla di psicologia, non si parla di mente… siamo a posto!
Lo sappiamo… siamo noiosi… ma dobbiamo ricordare che esistono gli “atti tipici di una professione“, che consistono in “una competenza esecutiva e contestualizzante di una technicality disciplinare, che avviene alla luce di una specifica e dimostrabile capacità di inquadramento scientifico- concettuale, e di un’approfondita comprensione teorica dei processi strutturali che rilevano per la situazione di merito, con uno scopo professionale esplicito. Questo lo distingue da un’azione “generica” (http://www.psy.it/allegati/promozione-e-prevenzione.pdf).  E in Italia, coloro che eseguono atti tipici di una professione senza avere i requisiti per poter esercitare quella professione possono rientrare in una situazione di “abuso professionale”.
Non sentirete mai qualcuno definirsi: “Io non sono un medico, ma sono un esperto in gastroscopie!”. Perchè l’esecuzione di una gastroscopia è un atto tipico della professione medica!!

In conclusione, perché abbiamo scritto tutto questo? Per gettare un sassolino nel mare e cercare di fare chiarezza verso la popolazione che ci legge, per aiutare gli utenti a scegliere il supporto migliore per le loro esigenze. Attraverso la conoscenza possiamo riconoscere le possibili “trappole” che ci vengono poste e possiamo decidere con consapevolezza a chi affidare la nostra salute e la nostra mente.
Se dopo che sappiamo tutto questo, consapevoli dei rischi che corriamo, decidiamo lo stesso di andare a farci curare i denti “dall’esperto” del paese, che non ha la laurea ma ne ha curati tanti”… questo è libero arbitrio e come tale va rispettato!

Servizio di Psicologia dello Sport a Torino

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Sei nel posto giusto! I professionisti del team di B-Skilled si occupano, da più di 10 anni, di psicologia dello sport e dell’esercizio fisico. Lavoriamo in tutti gli ambiti dello sport, dal settore amatoriale fino al professionismo, in diverse discipline sportive. Realizziamo progetti e interventi finalizzati alla promozione dello sport come strumento di salute e benessere.

Per conoscere meglio la nostra attività, puoi navigare sul nostro sito nella sezione sport dove troverai articoli e proposte differenziate per esigenze specifiche.

Psicologia dello sport e dell'esercizio fisico a TorinoSe stai cercando qualcosa di specifico e personalizzato non esitare a contattarci senza impegno e esporci la tua situazione. Valuteremo insieme come esserti di aiuto!

Se sei preoccupato del “ma quanto mi costa??” dai uno sguardo al nostro negozio on-line e scoprirai che sarà un “ma quanto mi è costato non chiamare prima!!

Vantaggi del mental training

Allenati per diventare grande

Locandina Bambini lightCiclo di interventi sulla Psicologia dello Sport dedicati ai settori giovanili (dagli 8 fino ai 14 anni) e ai genitori. Gli incontri avverranno presso le strutture societarie in giorni e orari da concordare.

I temi trattati negli incontri saranno:

  • Diventare genitori sportivi  (incontro conoscitivo serale con i genitori)
  • Combattere la paura
  • Scaricare la rabbia
  • Cosa si aspettano gli altri da me?
  • Cosa mi dico in gara?
  • La fiducia in me stesso

Nord Tennis Sport Club Torino

Da giugno 2015 è attiva la convenzione tra il team di B-Skilled e il Nord Tennis Sport Club Torino, associazione sportiva dilettantistica, che promuove corsi di tennis per ogni età e livello.

Il settore agonistico del Nord Tennis è in pieno sviluppo e, soprattutto negli ultimi anni, sta iniziando a regalare ai giovani atleti e ai rispettivi allenatori numerose soddisfazioni.

Il connubio Psicologia dello sport e tennis è da sempre stato vincente, come dimostrato da numerosi professionisti di ogni livello.

Per conoscere l’attività del Nord Tennis Sport Club Torino visita il sito o la pagina Facebook.

 

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Formazione in ipnosi sportiva

ghiandeUna competenza caratterizzante il nostro team è sicuramente la formazione in ambito ipnotico. La referente del nostro team per quanto riguarda l’area ipnosi è la dott.ssa Gladys Bounous che ha un percorso formativo specifico in materia, realizzato sia in Italia che all’estero, nell’arco di più di 10 anni. Ha inoltre condotto e organizzato numerosi corsi di formazione in ipnosi, sia clinica che sportiva, nel corso del tempo.

Le tecniche ipnotiche sono parte integrante dei nostri percorsi di mental training e per i colleghi psicologi che vogliono apprendere o approfondire queste tematiche proponiamo dei servizi di formazione individuale o a piccoli gruppi e sessioni di supervisione individuale o in gruppo.

I percorsi formativi si rivolgono a colleghi psicologi che vogliono acquisire competenze ipnotiche e non hanno precedenti competenze in merito. Sono percorsi modulari e convenzionabili secondo le esigenze personali. Il percorso standard prevede 8 sessioni da 2 ore ad incontro dove verranno viste le basi delle tecniche ipnotiche (introduzione teorica, prove di suggestionabilità, tecniche base di induzione ipnotica, tecniche applicabili allo sport, casi pratici di applicazione). Contattando il nostro staff è possibile personalizzare il proprio corso sulla base delle esigenze specifiche. Per informazioni e costi contattaci.

Gli incontri di supervisione si rivolgono a colleghi psicologi che hanno già sostenuto un percorso formativo e vogliono rivedere alcuni aspetti, approfondire alcune tematiche o ricevere una supervisione in merito all’applicazione delle tecniche ipnotiche nei percorsi di mental training che stanno svolgendo. Gli incontri standard hanno la durata di 1 ora e sono personalizzabili sulla base delle specifiche richieste dell’interessato. Per informazioni e costi contattaci.

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