Author:

Conferenza: “Questione di Testa! L’allenamento mentale al servizio dello sport”

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Conferenza: "Questione di Testa! L'allenamento mentale al servizio dello sport" Torino società sportive psicologia sportiva psicologia dello sport dirigenti sportivi conferenza atleti allenatori allenamento mentale

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Conferenza: "Questione di Testa! L'allenamento mentale al servizio dello sport" Torino società sportive psicologia sportiva psicologia dello sport dirigenti sportivi conferenza atleti allenatori allenamento mentale   Sabato 10 marzo 2012, la sezione piemontese della F.I.H.P (Federazione Italiana Hockey e Pattinaggio) ha organizzato un pomeriggio dedicato ai suoi tesserati per spiegare meglio e far conoscere concretamente la psicologia dello sport.

Questo evento fa parte del nostro progetto di informazione sportiva chiamato “Questione di testa: l’allenamento mentale nello sport”.

Queste iniziative si rivolgono a club, enti, palestre, federazioni che vogliono offrire ai loro atleti, genitori di atleti, allenatori e dirigenti una possibilità in più per conoscere questo aspetto della preparazione ed eventualmente strutturare una convenzione per accedere ai nostri servizi con tariffe agevolate.

Guarda alcuni video della conferenza:

Se vuoi organizzare un evento simile per la tua realtà sportiva, contattaci.

Conoscere la Muay Thai: l’incontro tra lo sport e l’evoluzione personale.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Conoscere la Muay Thai: l'incontro tra lo sport e l'evoluzione personale. sport e religione spiritualità psicologia sportiva muay thai competizione boxe thailandese   Questo articolo ci aiuta a comprendere meglio l’essenza della Muay Thai, da noi conosciuta come boxe thailandese. Una disciplina sportiva poco conosciuta e spesso giudicata come estremamente aggressiva da chi la guarda senza conoscerla. Due grandi esperti della disciplina, Mathias Gallo Cassarino (atleta) e, suo padre, Roberto Gallo Cassarino (esperto e opinionista), ci conducono in una storia affascinante che cambia la prospettiva. Un viaggio attraverso lo sport, la religione e la storia dell’uomo.

L’uomo impara la parola “combattere” nel momento in cui viene portato al mondo. Egli deve lottare e combattere per la propria sopravvivenza da allora. La sua lotta è istintivamente esercitata al fine di sopravvivere a tutti i tipi di minacce già esistenti intorno a lui e a volte anche dentro di lui, le minacce dalla natura, le malattie gli infortuni e i predatori.
A volte gli uomini lottano tra loro per il diritto su un bene di proprietà, il diritto per la libertà, il diritto di difendersi, ecc.
Alcuni scontri possono richiedere e coinvolgono grandi sforzi, fisicamente, mentalmente, oltre che intellettualmente, e lo scopo e’ sempre, la sopravvivenza.
L’uomo ha cercato di inventare abilità di combattimento per proteggere se stesso e per costringere il suo avversario a soccombere entro un breve tempo. Attraverso le generazioni e la serie di prove ed errori e pratiche, l’uomo ha continuato a inventare e cercare di perfezionare le sue abilità di combattimento e tecniche, con o senza armi, l’unico obiettivo era quello di difendere e proteggere se stesso e per domare il suo avversario con il minimo sforzo e nel minor tempo possibile. È così nasse l’arte di autodifesa, più tardi conosciuta come arte marziale.
L’arte marziale adottata in diverse parti del globo si differenzia da una regione geografica all’altra a causa delle differenze di clima e ambiente. Per esempio, le persone che vivono in ambiente freddo si coprono con abiti pesanti, che limita il movimento delle braccia e delle gambe, impedendo così la loro destrezza nel lanciare pugni e calci. L’unica cosa che potevano fare per fermare il loro aggressore è quello di gettare l’aggressore fuori equilibrio, o per terra, e lo strangolamento o sopprimere l’utilizzo di opportune parti di indumento pesante dell’avversario, ad esempio il colletto, o le maniche. Queste tecniche sono comunemente noti e prevalente nell’arte del Judo, Lotta, e Aikido . Con un clima più caldo, l’abbigliamento diventa più leggero e ostacola meno il movimento di parti del corpo che permettono l’uso delle mani e piedi che possono calciare con grande potenza ed efficacia. Queste tecniche si trovano nella Muay Thai, o Boxe Tailandese . 
Grazie alla Muay Thai l’uomo ha imparato come usare le uniche armi con cui è nato : mani, piedi e altre parti del suo corpo e ad impegnarsi in combattimento a mani nude, al fine di difendersi e rimanere vivo e al sicuro da tutte le minacce che lo circondano. L’evoluzione ha portato l’uomo a vivere in un ambiente sicuro dove la vita difficilmente e’ in pericolo e quindi la Muay Thai e’ diventata un arte di combattimento e si ‘e trasformata in una sana competizione sportiva con in premio un ricompensa come per il pugilato . Sono nate norme e regolamenti , creati ed eseguiti al fine di prevenire infortuni gravi agli atleti . 
Sono stati proprio gli antenati del Regno del Siam , oggi Tailandia che con grande talento hanno creato e divulgato l’arte della Muay Thai che applica diverse tecniche con diverse parti del corpo e in particolare piedi, ginocchia, gomiti e mani. La Muay Thai è stato riconosciuta con orgoglio come l’arte e lo sport nazionale Tailandese ed e’ considerata la piu’ dura forma di combattimento senza armi.
I Guerrieri Thailandesi hanno anche sviluppato competenze specifiche e più sofisticate, combinando le competenze nell’uso delle armi come la sciabola, il bastone, spada, lancia, ecc con la Muay Thai. Originariamente, le abilità speciali sono state solo insegnato tra gli individui di status nobiliare : re o principi e poi si sono divulgate in ambito militare. Più tardi, la Muay Thai e’ stata portata al grande pubblico e a tutte le persone di qualsiasi rango al fine di arruolarli per combattere in onore del Regio Esercito. Molti grandi guerrieri del Regio Esercito andando in pensione, si sono ritirati nei Templi Buddisti dove hanno trascorso il resto della loro esistenza ad insegnare agli studenti ciò che sapevano dell’arte della Muay Thai. Dal momento che il Buddismo e’ da tempo religione nazionale della Thailandia la Muay Thai e’ stata insegnata dai monaci buddisti e questo ha creato un legame apparentemente indissolubile tra il buddismo e Muay Thai. Ancora oggi infatti prima del combattimento si assiste ad un rituale che ogni pugile Tailandese esegue. Prima della inizio del combattimento i pugili hanno una sorta di corona in cotone sacra attorno al capo (Monkon ) e 2 introno alle braccia (Praciat). . 
Ogni contendente prega con il suo coach prima di iniziare ed esegue una danza sacra per commemorare il suo maestro e la palestra (Camp di appartenenza dove in genere il pugile vive come fosse la sua famiglia) e per cercare la giusta concentrazione sul combattimento che sta per affrontare.  Ogni contendente, inoltre, usa un nome di battaglia e il cognome lo prende dal camp di appartenenza, per onorare ancor più il legame con la palestra a cui appartiene.
Non ci sono documenti o prove che suggeriscono quando e in che epoca la Muay Thai è stata originata. Ma la storia probabilmente risale alla fondazione del regno del Siam e nel tempo e’ diventata l’identità della Thailandiae oggi divulgata in ogni parte del mondo.

Mathias “Pattaya” Kombat
Roberto Gallo Cassarino

Come psicologi sportivi non possiamo che rimanere affascinati da questa disciplina e da tutti gli aspetti mentali e spirituali che gli atleti sono chiamati ad affrontare. E come sempre accade sono proprio le discipline sportive cosiddette “minori” ad avere grandi potenzialità di insegnamento per altri atleti e per tutti coloro che quotidianamente affrontano prestazioni complesse.

Scopri meglio questo sport attraverso le foto del fotografo sportivo professionista, Gian Carlo Corba ( www.muayfarang.com – www.monkeypix.org)

[slideshow id=5]

Per chi vuole vedere qualche video:

[myvideogall:muay thai]

Incrementare l’impegno

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Incrementare l'impegno Torino psicologia del lavoro psicologia aziendale outdoor training formazione esperienziale formazione aziendale

Obiettivo formativo:BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Incrementare l'impegno Torino psicologia del lavoro psicologia aziendale outdoor training formazione esperienziale formazione aziendale
L’impegno profuso verso il raggiungimento di un obiettivo è determinato da numerose variabili psicologiche, oltre che da caratteristiche individuali di personalità. Dal punto di vista psicologico la qualità e la quantità di impegno investito per il raggiungimento di uno scopo è sicuramente legato alle spinte motivazionali, alla resilienza personale, allo stile di attribuzione causale, al senso di autoefficacia, alla tolleranza alla frustrazione e alla resistenza alla fatica.
A tutti è capitato di sentirsi dire: “Basta impegnarsi di più se vuoi raggiungere risultati!”. Questo è sicuramente vero, però per potersi impegnare di più è necessario conoscere e sviluppare alcune competenze psicologiche importanti.

Come lo abbiamo sviluppato:
Per  condurre i gruppi in un training con le finalità che abbiamo sopra descritto, abbiamo proposto un’attività outdoor invernale basata sui principi dell’alpinismo.
Il team si è trasformato in un team di soccorso alpino che è stato sottoposto a diverse prove fisiche, ciascuna delle quali richiamante diverse attività che vengono svolte da chi pratica alpinismo.

Il progetto prevede:

  • un prework che introduca il gruppo all’ambiente alpino e al concetto di imprevisto;
  • consegna dell’obiettivo della spedizione: trovare un disperso sotto un valanga;
  • equipaggiamento per la salita (ciaspole o sci da alpinismo);
  • diverse prove fisiche lungo il percorso per evidenziare alcuni aspetti del teamwork (gestione degli imprevisti, comunicazione, aiuto, resilienza, tolleranza alla frustrazione, organizzazione e strategia);
  • ricerca del disperso con apparecchiature ARVA;
  • costruzione della lettiga per il trasporto del ferito fino a valle;
  • possibilità di sosta e costruzione di un riparo per il ferito (la truna);
  • discesa a valle e de-briefing finale;
  • strategie per incrementare l’impegno per il raggiungimento di obiettivi aziendali;
  • carry-over dall’alpinismo all’azienda.

L’attività outdoor è di media/alta intensità fisica e conduce i partecipanti nella scoperta di alcuni aspetti fondamentali dell’alpinismo moderno.
Il lavoro di squadra, la resistenza alla fatica, l’organizzazione, la fiducia, l’aiuto reciproco e la strategia sono elementi fondamentali quando si è chiamati ad agire in alta quota in condizioni estreme.
Un’esperienza alpina di questo genere permette ai partecipanti di osservare i propri limiti, le proprie reazioni allo stress, la gestione dell’imprevisto e percepire il proprio senso di autoefficacia.
Ciascun partecipante sarà poi guidato nel riconoscere queste caratteristiche attraverso le riprese video e ad osservare le analogie con il proprio comportamento aziendale.
Il progetto può essere implementato con sessioni di coaching individuale e/o di gruppo per incrementare le aree di miglioramento sperimentate durante l’esperienza outdoor.

Guarda il video dell’esperienza

Sviluppo autoefficacia

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sviluppo autoefficacia Torino psicologia del lavoro psicologia aziendale outdoor training formazione esperienziale formazione aziendale consulenza aziendale autoefficacia

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sviluppo autoefficacia Torino psicologia del lavoro psicologia aziendale outdoor training formazione esperienziale formazione aziendale consulenza aziendale autoefficacia   Obiettivo formativo:
Il concetto di autoefficacia, ossia la percezione individuale di quanto mi sento capace nell’eseguire un determinato compito, è un aspetto molto importante della psicologia umana. Numerosi studi hanno evidenziato come questa competenza mentale sia collegata al livello di performance. Bassi livelli di autoefficacia si traducono in scarso impegno verso l’obiettivo, scarsa motivazione e basso rendimento. Vi rende conto quindi di quanto sia importante, all’interno di un’azienda, curare anche questo aspetto.

Come lo abbiamo realizzato:
Una delle nostre proposte ideate per incrementare il senso di autoefficacia personale si sviluppa all’interno di un parco avventure, ove i partecipanti possono mettersi alla prova in un percorso su corde alte sospese fra gli alberi.
Questa attività è particolarmente adatta all’obiettivo formativo in quanto va a stimolare alcuni processi mentali quali: concentrazione, gestione dell’ansia, riconoscimento delle proprie abilità, resilienza, gestione dell’imprevisto.

Il progetto prevede diverse fasi di lavoro:

  • un prework che introduce al tema dell’autoefficacia da realizzarsi prima dell’evento;
  • un briefing psicologico all’inizio dell’attività;
  • un briefing tecnico, dove i partecipanti vengono istruiti all’uso delle carrucole e delle misure di sicurezza;
  • ricognizione del percorso e prima autovalutazione personale sulle proprie convinzioni di efficacia;
  • 1 prova: esperienza a 2 metri di altezza;
  • autovalutazione personale sui cambiamenti nel senso di autoefficacia;
  • 2 prova: esperienza a 10 metri di altezza;
  • autovalutazione personale sui cambiamenti nel senso di autoefficacia e acquisizione di strategie per incrementare la fiducia personale;
  • 3 prova: esperienza a 18 metri di altezza;
  • ultima autovalutazione personale e profilo della performance;
  • de-briefing finale con riprese video e riflessioni sul ruolo dell’autoefficacia;
  • strategie per implementare il senso di autoefficacia;
  • carry-over

L’obiettivo formativo si sviluppa attraverso una modalità esperienziale in cui i partecipanti sono invitati ad intraprendere un’attività apparentemente banale che porta spesso a sopravvalutare la propria efficacia. Lo svolgimento dell’esperienza mostra tutti i limiti di questa sopravvalutazione e conduce il partecipante a riflettere (con l’aiuto delle autovalutazioni durante le varie prove) su quali sono i fattori che incidono, positivamente o negativamente, sul proprio senso di autoefficacia personale.
I trainer forniscono durante l’attività alcune strategie per la gestione di alcuni aspetti “invalidanti” il senso di autoefficacia, come ad esempio la modifica del linguaggio interno e il controllo dell’attivazione psicofisiologica. L’attività termina con il de-briefing in cui i partecipanti rivivono l’esperienza attraverso delle registrazioni video e iniziano a collegare gli aspetti vissuti con la loro quotidianità professionale.
La sviluppo di questo progetto prevede delle sessioni di coaching individuale o di gruppo per implementare le strategie di potenziamenteo dell’autoefficacia personale e collettiva.

Guarda il video dell’esperienza

Con la testa in alto mare

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Con la testa in alto mare velisti vela Torino psicologia sportiva psicologia dello sport mental training barca a vela allenamento mentale

La pratica della vela è uno fra gli sport maggiormente complessi che si possa incontrare. Complesso da tanti punti di vista, a partire dalla terminologia velica fino ad arrivare all’allenamento che l’aspirante velista deve sostenere per raggiungere buoni risultati.

Avvicinarsi per la prima volta al mondo della vela vuol dire, prima di tutto, capire che in barca ogni cosa ha un nome e una funzione specifica e basta dire: “Passami quella corda!” per far irritare qualsiasi amante di questo sport.

Una volta capito cos’è un boma, una sartia, una scotta, una drizza e quant’altro, il lavoro è appena iniziato. In effetti, una persona poco esperta di questo sport quando sente parlare di barca a vela, pensa immediatamente alle grandi barche da regata oppure a quelle imbarcazioni che si intravedono d’estate in mezzo al mare che organizzano crociere per turisti in cerca di una vacanza alternativa.

Chi sceglie di addentrarsi un po’ più approfonditamente in questo mondo si trova quasi subito a dover capire se la barca su cui è salito è, prima di tutto, un monoscafo o un multiscafo. E se si tratta di un multiscafo, se è un catamarano o un trimarano.

Se ci si trova su un monoscafo capace di contenere più persone dobbiamo capire se siamo su uno sloop, un cutter, un ketch, uno yawl o una goletta. Se invece saliamo su un monoscafo da soli o con un compagno potremmo trovarci su un Optimist, un Trident, un 470, un Laser, un Finn, un 420, un Europa, un 49er o altro.

E se decidiamo di farci un bel giro in windsurf, possiamo considerarci un “velista”? Ebbene si, perché il windsurf fa parte a tutti gli effetti delle discipline appartenenti al mondo dello sport velico ed è considerata disciplina olimpica maschile dal 1984 e femminile dal 1992.

E a questo punto non ci siamo neanche ancora allontanati dalla riva e la confusione è già tanta. Quando decidiamo di muoverci dobbiamo iniziare a riconoscere il vento, di conseguenza regolare le vele e procedere con l’andatura migliore. E non appena, con fatica, riusciamo a capire da che parte giunge il vento, posizionare il peso in barca in modo adeguato, seguendo la rotta che ci siamo prefissi… ecco il “salto di vento”, e si ricomincia.

Le prime esperienze al timone possono essere alquanto frustranti perché è subito evidente come la barca possa vivere di vita propria ed andare esattamente dalla parte opposta di dove vogliamo. E allora ci ritornano in mente le parole dei nostri primi istruttori che si raccomandavano di tenere ben a mente che quando la barra del timone si sposta a destra la barca va esattamente sul lato opposto e viceversa. Ma ricordatevi anche che in mare non esiste la destra ma la dritta e la barca non gira ma orza, poggia, vira o stramba!

Se navighiamo da soli siamo noi a doverci occupare di tutto ma nelle barche con equipaggio le cose diventano “affascinanti”. Esistono dei ruoli ben precisi con compiti specifici da svolgere in perfetto accordo con tutti i membri dell’imbarcazione. Ogni minimo errore individuale diventa una difficoltà per l’intero equipaggio. Un movimento fatto in modo scoordinato rispetto al resto dell’equipaggio e la scuffia è quasi assicurata.

Inoltre è bene ricordarsi delle parole dei velisti esperti, i quali sostengono che in barca il conflitto è sempre dietro l’angolo. Basta infatti veramente poco per trasformare una piacevole giornata di sport in una situazione da cui ci si vuole solo allontanare.

Ma per fortuna la passione è più forte e con il tempo ci si dimentica delle iniziali difficoltà. In breve tempo si inizia ad assaporare il piacere della vela, le sensazioni che solo questo sport sa dare in un contesto naturale sempre diverso ad ogni uscita. Capita a volte che ci si appassioni talmente tanto da voler trasformare questo sport in qualcosa di più che un puro divertimento e così ci si avvicina alle regate.

E nuovamente si apre un mondo diverso.

Inizia il confronto con gli avversari, lo studio della strategia e della tattica di regata, la gestione della normale tensione agonistica che sempre si prova quando ci si mette alla prova. E anche se non aspiriamo a diventare i futuri campioni olimpici della nostra specialità, ci troviamo di fronte ad alcuni aspetti che non avevamo considerato. Molti di questi appartengono alla sfera psicologica.

Se poi questo sport ci appassiona profondamente potremmo iniziare ad aspirare a qualche risultato degno di nota. Fino a lanciarci nel mondo della vela “professionistica”. I velisti di professione, cioè coloro che possono permettersi di scegliere la pratica della vela come loro unica attività, sono veramente pochi. Tutti gli altri devono iniziare a far collimare una vita da sportivo agonista con una più normale di studente o professionista. E questo processo non è sempre automatico.

Ad alto livello troviamo atleti che competono per raggiungere obiettivi professionistici, non avendo pienamente la mentalità da atleta perché magari devono dividersi con altri impegni lavorativi.

Un calciatore professionista può permettersi di vivere con la pratica del suo sport e dedicare tutto il suo tempo a coltivare il suo talento, curando gli aspetti fisici, tecnici, nutrizionali e mentali della sua disciplina sportiva. Il velista, seppur di alto livello, normalmente non può fare la stessa cosa sebbene gli aspetti della sua preparazione comprendono sia quelli fisici, tecnici, tattici, psicologici, nutrizionali, sia quelli specialistici come, ad esempio, la conoscenza della meteorologia, la normale manutenzione della barca o la preparazione delle vele.

Concludendo la nostra “irriverente” panoramica sullo sport velico, possiamo ricordarci che, anche qualora riuscissimo a raggiungere i massimi livelli nella nostra disciplina sportiva, come ad esempio vincere una medaglia olimpica, per la maggior parte delle persone comuni rimarremo sempre dei perfetti sconosciuti.

Se chiedessimo in giro i nomi dei più famosi atleti della storia velica italiana pochi saprebbero citarli, senza nulla togliere ad atleti del calibro di Giovanni Leone Reggio (medaglia d’oro Giochi Olimpici Kiel 1936), Agostino Straulino e Nico Rode (medaglia d’oro, Giochi Olimpici Helsinki 1952), Luca Devoti (argento a Sydney 2000) o Alessandra Sensini (un oro, un argento e due bronzi nelle ultime quattro edizioni olimpiche). Se facessimo lo stesso esperimento con altri sport, ad esempio calcio o sci, il risultato sarebbe ben diverso.

Se domandiamo inoltre ad una persona non del settore se ha mai assistito ad una regata (fatta eccezione per quelle di Coppa America) è probabile che non abbia nessuna idea di come si svolga tale competizione, anche perché le esigenze televisive mal si sposano con la natura e i tempi di questo sport.

A questo punto potremmo osare dire che il velista è, prima di tutto, un appassionato e ciò che lo spinge a praticare tale disciplina è da ricercarsi principalmente in una motivazione interiore.

E’ chiaro dunque come lo sport della vela possa essere molto complesso oltre che affascinante. Di tanto in tanto è dunque possibile che il velista si ritrovi “con la testa in alto mare”, riuscendo a gestire con difficoltà alcuni aspetti della sua pratica sportiva.

Questa semplice pubblicazione ha come obiettivo far conoscere a tutti gli amanti della vela, professionisti e dilettanti, alcune strategie per superare diverse difficoltà che si potrebbero incontrare lungo la rotta. Nello specifico affronteremo uno dei tanti aspetti della preparazione sportiva di un velista: la preparazione mentale.

Lo faremo in modo pratico appoggiandoci all’esperienza di atleti che hanno scelto di curare anche questo aspetto della loro attività, spesso sottovalutato o non conosciuto.

Attraverso le loro testimonianze e gli esercizi sperimentati sul campo proveremo a spiegare che cos’è e a cosa serve la preparazione mentale.

Così come lo sport della vela non è uno sport che tutti decidono di praticare, sebbene sia un’attività che dal punto di vista fisico può essere svolta pressoché da tutti, anche il lavoro che si fa in psicologia dello sport non è un percorso che va bene per tutti, nonostante la sua semplice applicabilità sul campo.

I risultati che si possono ottenere da un percorso di allenamento mentale non dipendono né dal livello agonistico raggiunto né da particolari doti o abilità personali.

Il segreto del successo sta nella voglia di impegnarsi con costanza, di mettersi in gioco in modo positivo, sperimentando alcune capacità che sono già presenti in noi ma, a volte, non le indirizziamo nel modo giusto, ci dimentichiamo di utilizzarle quando ci servono o, semplicemente, non sappiamo come fare per metterle in pratica.

La nostra speranza è che possiate trovare, in questo libro, qualche indicazione utile per la vostra pratica sportiva e, perché no, magari far crescere in voi la voglia di affiancare al vostro normale allenamento anche un percorso di allenamento mentale.

(articolo tratto da “Con la testa in alto mare”, G. Bounous, 2010, Magenes Editori).

Per consultare l’indice del testo, clicca qui

Il tiro tattico sportivo al servizio delle aziende

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il tiro tattico sportivo al servizio delle aziende Torino tiro tattico sportivo teamworking teambuilding sport e azienda softair soft air   Il soft-air, anche detto “tiro tattico sportivo”, ha una storia molto particolare.
Durante una pausa pranzo, un boscaiolo americano, sparò per scherzo una pallina di vernice colorata contro un suo collega, usando un marcatore a vernice rossa utilizzato per segnalare gli alberi da tagliare. Il collega rispose al gioco e questo diede vita al primo scontro di Paint Ball. Siamo nei primi anni ’80 e la moda presto si diffuse. Si organizzarono i primi tornei e divenne rapidamente il wargame che oggi tutti conoscono. Tuttavia il paint ball utilizza apparecchiature che sparano pallini di vernice ad una velocità di circa 150 mt/sec. E non è un’esperienza piacevole essere colpiti in zone del corpo non ben protette.In Giappone, dove queste apparecchiature erano vietate, nacque il Softair, utilizzando armi giocattolo in grado di sparare piccoli pallini. Il gioco del softair si basa sulla simulazione di strategie militari e coinvolge un’intera squadra di persone che deve cimentarsi in diverse ambientazioni.

Attualmente il softair non è uno sport riconosciuto dal CONI, anche se è presente nei settori sportivi ufficiali di alcuni enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI.
Chiunque di voi abbia mai provato a giocare una partita di soft-air, concorderà con noi nel ritenere questa attività, un’esperienza complessa, al pari di altri sport di squadra.

Volendo dunque utilizzare questo sport, per sviluppare soft skills in azienda dobbiamo esaminare quali competenze mentali sono rischieste per lo svolgimento dell’attività:

  • attenzione e concentrazione (soprattutto nella fase di tiro)
  • gestione dell’imprevisto
  • gestione dello stress
  • pianificazione della strategia condivisa
  • buone capacità comunicative
  • corretta gestione dei processi di leadership
  • fiducia nel team
  • valorizzazione dei singoli
  • strategie di problem solving e decision making
  • il rispetto delle regole
  • la collaborazione
  • la competizione verso l’outgroup

Tutti questi aspetti, che normalmente vengono espressi in una partita di soft-air, possono essere messi ancor più in evidenza scegliendo delle tipologie di gioco specifiche.
Nella nostra esperienza, il lavoro con gli organizzatori e con i tecnici che accompagnano i gruppi aziendali sul campo è fondamentale. Gli organizzatori propongono gli scenari possibili e il nostro compito è capire quali competenze mentali sono maggiormente richieste.

Facciamo un esempio.
Un classico gioco è quello “attaccanti contro difensori” in cui la squadra attaccante deve conquistare un territorio o un oggetto e la squadra difensore deve impedirglielo. In questa attività è molto facile puntare l’attenzione sul modo in cui le squadre organizzano la strategia, pianificano le azioni da fare, suddividono i ruoli, prestano attenzione alle competenze individuali e le valorizzano, gestiscono la comunicazione (anche non verbale).
In un altro scenario come quello del “trasporto dell’ostaggio” è più facile osservare come la squadra è in grado di valorizzare le singole persone, come i ruoli vengono distribuiti in base all’esperienza, come l’aiuto e lo spirito di sacrificio entrino in campo durante il gioco.

Tutti questi aspetti sono importanti per il teamwork e pertanto questa attività sportiva si traduce, non solo in un’ottima metafora, ma anche in un buon banco di allenamento per sviluppare alcune soft-skills.
La parte fondamentale del de-briefing viene proposta attraverso la visione dei video dell’esperienza in cui i partecipanti possono osservarsi dall’esterno e vedere quali dinamiche sono state messe in atto per permettere un corretto carry-over dell’esperienza.
Al termine di questa attività ciascun partecipante avrà chiaro il suo profilo mentale, i suoi punti di forza e le sue aree di miglioramento, e sarà stata l’esperienza stessa a mostrarglielo.

L’efficacia di questa attività sportiva sta nel fatto che ogni minimo errore viene subito messo in evidenza dal gioco e determina il successo o l’insuccesso della squadra. Le possibilità formative di questa attività sportiva sono dunque numerose e la natura di questa esperienza richiama sicuramente un forte interesse per le aziende. Tuttavia se non si realizza un’attenta progettazione legata agli obiettivi espressi dal cliente si rischia di ridurre tutto ad una giornata di gioco. E se al termine non si guidano i partecipanti in una sessione di de-briefing (riflessione) non si accede all’aspetto più importante della formazione: l’apprendimento!

In conclusione, ci sentiamo di dire che il tiro tattico sportivo è un ottimo anello di congiunzione tra Sport&Azienda e segue una regola importante in ogni prestazione: “Impossibile dunque mentire a se stessi: se non si è in grado di gestire bene alcuni processi mentali…. sei morto!”

 

La mente dei velisti solitari

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La mente dei velisti solitari vela questionari psicologia dello sport navigazione in solitaria giornale italiano di psicologia dello sport bounous gladys allenamento mentale

 BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La mente dei velisti solitari vela questionari psicologia dello sport navigazione in solitaria giornale italiano di psicologia dello sport bounous gladys allenamento mentale   Cercare di comprendere le risposte psicofisiologiche e le strategie di coping adottate dagli atleti che competono in condizioni ambientali estreme, come ad esempio i navigatori solitari, ha da sempre affascinato molti ricercatori.

Tuttavia esistono ad oggi pochi studi scientifici capaci di tracciare un profilo di ciò che accade nella mente di un atleta costretto a competere per diversi giorni consecutivi, in condizioni di isolamento, spesso alle prese con condizioni tecnico-tattiche molto difficili. E’ questo il caso dei velisti in solitario che affrontano competizioni transoceaniche di lunga durata.

Il motivo per cui questo genere di studi non è sempre così facile è imputabile a diversi fattori fra i quali non va dimenticato che le condizioni estreme in cui questi atleti si muovono richiedono degli strumenti di valutazione pratici e veloci, che l’atleta possa utilizzare in autonomia e che non incidano pesantemente, in termini di tempo, nella programmazione giornaliera già così intensa.
Questo studio nasce con lo scopo di utilizzare uno strumento di monitoraggio psicologico, che per le sue caratteristiche intrinseche, è facilmente utilizzabile da coloro che affrontano competizioni in condizioni estreme. Nel caso specifico si è monitorato il profilo psicologico di un’atleta che ha partecipato all’edizione 2009 della Transat 650, regata transoceanica in solitaria che parte dalle coste francesi per arrivare fino in Brasile. E’ stato realizzato attraverso una collaborazione internazionale fra psicologi che da anni studiano e lavorano con velisti di alto livello e vuole essere un incentivo a queste forme di collaborazione a distanza per promuovere una cultura psicologica che vada oltre i confini dei centri universitari.

Metodo
Partecipanti
Il soggetto esaminato è una donna di 41 anni alla sua prima partecipazione ad una regata transoceanica in solitaria, nella classe di serie. Il sogetto è stato esaminato nel corso della Transat 650 del 2009, regata internazionale che parte da LaRochelle (FR) e termina a Salvador de Bahia (BR), con tappa intermedia a Madeira, per una lunghezza complessiva di 4200 miglia nautiche. I partecipanti regatano su imbarcazioni di 6,5 m di lughezza (Mini 6,50), suddivisi in due categorie: prototipi e di serie. Il regolamento vieta qualsiasi utilizzo di apparecchiature elettroniche di supporto alla navigazione, così come il supporto medico e la comunicazione fra regatante e terra.
Anche le procedure di qualificazione per la regata sono estremamente rigide. La coppia skipper/imbarcazione, per potersi qualificare, deve dimostrare di aver percorso 2000 miglia, di cui 1000 in regata secondo il calendario di qualificazione predisposto per la manifestazione.
Nel caso specifico l’atleta ha integrato la sua preparazione tecnico-tattica-strategica con un percorso di ottimizzazione della prestazione mentale, iniziato cinque mesi prima della partenza.
Il monitoraggio è stato eseguito su 29 giorni di prestazione; di cui i primi 8 hanno costituito la prima tappa della regata e i restanti 21 la seconda.

Misurazioni
Lo strumento di autovalutazione utilizzato in questo studio è stato realizzato e sperimentato con altri velisti in solitaria dai ricercatori (Weston et al, 2009) del Sport and Exercise Science Department, dell’Università di Portsmouth, UK. Il Solo Ocean Psychological Questionnaire (SOPQ) è stato sviluppato per monitorare gli stati psicologici giornalieri degli atleti, durante la navigazione quotidiana. Il questionario è realizzato in forma digitale oppure, come in questo caso, può essere consegnato in forma cartacea all’atleta che provvede alla compilazione giornaliera.
Il SOPQ è composto da due sezioni: una prima parte informativa generica (miglia percorse, ore spese per lavori in barca, ore di sonno giornaliere, incidenti/malesseri) e una seconda parte più analitica dove vengono prese in esame 14 variabili differenti.
Questa seconda parte ha lo scopo di monitorare la performance dell’atleta nelle ultime 24 ore chiedo un autovalutazione su 14 scale bipolari, graduate su scale likert (es. da 1= molto felice a 10 = molto depresso). I creatori del SOPQ hanno selezionato le 14 variabili partendo da un’analisi della letteratura presente sull’argomento.
Gli items presenti nel questionario, articolati su scale bipolari, sono:

  • qualità del sonno (ben riposato – molto deprivato di sonno)
  • qualità dell’alimentazione (ben alimentato – scarsamente alimentato)
  • depressione (molto felice – molto depresso=
  • soddisfazione (soddisfatto – molto infastidito)
  • senso di solitudine (per nulla solo – estremamente solo)
  • attività mentale (mentalmente molto attivo – mentalmente estremamente affaticato)
  • attività fisica (fisicamente al 100% – fisicamente esausto)
  • adattamento all’ambiente fisico (a disagio nell’ambiente – perfettamente a mio agio nell’ambiente)
  • ansia (per nulla ansioso – estremamente ansioso)
  • soddisfazione dei risultati (infelice dei risultati – felice dei risultati)
  • calma/rilassatezza (calmo/rilassato – estremamente stressato)
  • determinazione nel raggiungimento dei risultati (per nulla determinato nella riuscita – estremamente determinato nella riuscita)
  • piacere nella pratica della vela in solitaria (forte avversione per la vela in solitaria – veramente appagato della vela in solitaria)
  • livello delle condizioni ambientali (condizioni ambientali veramente piacevoli – condizioni ambientali orrende)

Da notare che nelle scale adattamento all’ambiente, felicità per i risultati, determinazione alla riuscita e passione per la vela i punteggi sono invertiti rispetto alle altre scale; pertanto un valore numerico tendente al minimo rappresenta uno stato negativo mentre un punteggio tendente al 10 rappresenta uno stato positivo.

Al termine della competizione e dell’analisi statistica descrittiva dei dati raccolti dall’atleta, viene condotta un’intervista semi-strutturata tra atleta e psicologo sportivo in modo da poter rilevare delle alcune informazioni di tipo qualitativo, da integrare con i dati oggettivi.
L’intervista ha tre scopi principali:
innanzitutto, rendere consapevole l’atleta delle fluttuazioni degli stati psicologici durante l’intera durata della competizione, evidenziando aree di miglioramento e punti di forza;
in secondo luogo, favorire la riflessione dell’atleta su quanto accaduto cercando correlazioni tra i dati emersi e eventi esterni accaduti in regata (es. livello di insoddisfazione con perdita di punti in classifica);
in conclusione, sulla base di quanto emerso impostare un lavoro di preparazione mentale oggettivo e calibrato sulla persona, in previsione di partecipazione ad eventi futuri simili.

Conclusioni
Con questo lavoro si è voluto presentare, attraverso l’applicazione ad un caso reale, uno strumento di autovalutazione della performance sportiva, molto adatto per gli atleti che si trovano a competere in condizioni estreme, il SOPQ. Lo strumento è nato con particolare riferimento agli atleti che praticano la navigazione in solitaria ma può essere facilmente adattato ad altri sport “estremi”.

Lo strumento si è dimostrato particolarmente valido in quanto è di rapida e semplice somministrazione e richiede all’atleta non più di cinque minuti al giorno per la sua compilazione. Il vantaggio nell’utilizzare questo strumento per l’atleta deriva dal fatto di poter avere una mappatura oggettiva e puntuale della prestazione sportiva nella lunga durata, evitando le distorsioni cognitive e le dimenticanze che spesso rendono il de-briefing post-regata alterato. La possibilità di avere lo strumento sia in forma cartacea che in formato elettronico va incontro alle diverse esigenze degli atleti.
Questo strumento permette, attraverso semplici analisi descrittive, un bilancio oggettivo di punti di forza e aree di miglioramento che l’atleta ha manifestato durante la regata esaminata, offrendo così un valido spunto da cui partire per organizzare la preparazione per eventi successivi. Inoltre l’atleta, dopo una breve formazione, può eseguire la raccolta e l’analisi dei dati in autonomia, potendo così confrontare performance differenti e avere un feedback sui miglioramenti della prestazione ottenuti con l’allenamento. Per coloro che desiderano impostare un lavoro di allenamento mentale questo strumento può rappresentare un buon punto di partenza per definire gli obiettivi di lavoro in un modo più puntuale basandosi sull’analisi di performance reali (e non solo rievocate).

L’area di miglioramento di questo strumento è, ad oggi, il suo impiego limitato: in parte a causa della recente creazione e in parte dovuto al campione di atleti relativamente esiguo che pratica questa specialità. Manca pertanto ancora un database completo su cui confrontare le singole prestazioni di un atleta con un campione omogeneo di riferimento. La speranza è che, anche grazie a lavori di questo, tipo si possa diffondere questo approccio e sempre più atleti possano beneficiare di uno strumento che ben si colloca all’interno di un programma di allenamento psicofisico.

Bibliografia

  • Bennet, G. (1973). Medical and psychological problems in the 1972 singlehanded transatlantic yacht race. The Lancet, 2, 747-754.
  • Butler, R.J., & Hardy, L. (1992). The performance profile: Theory and application. The Sport Psychologist, 6, 253- 264.
  • Bounous G., (2010), Con la testa in alto mare. Magenes Editori, (in press)
  • Lewis, H.E., Harries, J.M., Lewis, D.H., & de Monchaux, C. (1964). Voluntary solitude: Studies of men in a singlehanded transatlantic sailing race. The Lancet, 1,1431-1435.
  • MacArthur, E. (2006). Race against time. London: Penguin Books.
  • Weston, N.J.V., Thelwell, R.C., Bond, S., & Hutchings, N. (2009). Stress and coping in single handed around the world ocean sailing. Journal of Applied Sport Psychology, 21, 460-474.

Per scaricare l’articolo completo di tabelle, clicca qui

Mathias Gallo Cassarino – Muay Thai

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Mathias Gallo Cassarino - Muay Thai Torino sport 2.0 psicologia dello sport muai thay mathias gallo cassarino boxe thailandese allenamento mentale

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Mathias Gallo Cassarino - Muay Thai Torino sport 2.0 psicologia dello sport muai thay mathias gallo cassarino boxe thailandese allenamento mentale   Mathias Gallo Cassarino e’ un ragazzo di Giaveno (TO) che vive e studia e si allena a Pattaya city .

Mathias Gallo Cassarino (Mathias Pattaya Kombat) è nato a Venaria Reale (TO) il 19-12-1992. Ha fatto il 1º incontro di Muay Thai full rules (con gomiti) il 15 Agosto 2005 al Ko Samui (Lamai stadium) a soli 12 anni.

Nel 2010 combattendo come ‘professionista’ ha conquistato a soli 17 anni la cintura Muay Thai Against Drugs World Champion 58 kg. Questo prestigioso titolo lo ha conquistato a Bangkok ,in occasione del compleanno della Regina Thailandese ,il 12 Agosto 2010 nel corso della Queen’s Cup nel programma Thailand Vs. Challenger by Elite Boxing.

Mathias ha al suo piu di attivo 30 match, di cui circa 20 da professionista ma sopratutto un ‘ORO’ ed un ‘BRONZO’ ai MONDIALI IFMA 2009 e WMF 2010 .Quindi è Campione del Mondo dilettanti di Muay Thai (World Muay Thai Championship WMF 2010) nella categoria 57Kg Junior, dopo aver tentato nei 60 Kg. al mondiale IFMA del 2009 ed aver ottenuto la medaglia di bronzo, regalando 2 Kg e troppi centimetri ad un ottimo avversario Bielorusso che lo ha fermato in semifinale.

Mathias e’ anche il primo Italiano ad aver gareggiato al Campionato del mondo di ‘Razmavaran’ ( una sorta di Judo e Katare inventato in IRAN ) e aver ottenuto un Bronzo perdendo solo con il Campione del mondo Iraniano. Vive stabilmente in Thailandia e nonostante sia Italiano ha combattuto pochissimo in Italia ,mentre combatte in gran parte dell’Asia.

Mathias è ora entrato nel circuito dello stadio LUMPINEE di Bangkok, la mecca della Muay Thai mondiale e ha esoridito nel prestigioso galà del sabato sera vincendo per KO. alla 2a ripresa contro un avverario Thailandese!

Nel dicembre 2011 Mathias è diventato campione del Sud Thailandia. Ottenere il titolo di Campione del Sud Thailandia da straniero, però, è di per sé qualcosa di incredibile. Normalmente non viene permesso ai “farang” di partecipare a queste gare, ma Gallo Cassarino è stato uno dei primi ad abbattere questa barriera!

Potete seguire Mathias su www.galloboxe.com e su Sport 2.0

Segui Mathias su youtube: matgal27

Andrea Manzato – Biliardo

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Andrea Manzato - Biliardo Torino psicologia dello sport goriziana biliardo allenamento mentale

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Andrea Manzato - Biliardo Torino psicologia dello sport goriziana biliardo allenamento mentale   Andrea racconta così la sua storia sportiva:

L’incontro
All’età di 15 anni avevo già un trascorso agonistico interessante, erano tre anni che praticavo la specialità “lancio del giavellotto” e da “cadetto”, dopo molte gare, non perdevo veramente mai! Ahimè una sera durante un allenamento feci un movimento tecnicamente scorretto che causò un danno irreparabile all’addominale obliquo sinistro, troncando la mia promettente carriera sul nascere.

In quel periodo frequentavo un istituto tecnico la cui sede era a Torino in zona centro, per tornare a casa dopo la scuola passavo sovente davanti all’ingresso di una sala giochi ed un giorno decisi di dare un occhiata all’interno, oltre ai numerosi videogiochi luminosi ed attraenti per un ragazzino incuriosito, proprio al centro del locale c’era un tavolo da pool, che chiamavano “la carambola”, ecco dove incrociai la stecca per la prima volta con un avversario.

Fu amore a prima vista. Rimanevo stupito dal fragore delle emozioni che emergevano ad ogni colpo tentato e portato a segno, ovviamente la percentuale di riuscita era molto bassa, ma quelle volte che sul panno verde si manifestava ciò che avevo immaginato nella mia mente prima di tirare percepivo che la sensazione del controllo mi avrebbe causato dipendenza.

La passione
A 17 anni, un pomeriggio primaverile tornando da scuola in pullman abbassai lo sguardo, che era come al solito immerso tra le nuvole fuori dal finestrino, e notai un’insegna con su scritto “BILIARDI”, decisi di scendere ed andai a dare un’occhiata. Appena entrato in questa sala da biliardo rimasi affascinato dall’atmosfera mistica che generavano le luci dei biliardi al centro di questa stanza buia, attonito mi accorsi che quei biliardi non avevano le buche e le 15 biglie colorate, ma solo tre biglie di colori diversi ed alcuni birilli poggiati a croce nel bel mezzo del panno verde. Decisi istantaneamente di provare, andai dal gestore, mi feci dare le bilie di uno dei biliardi e iniziai a dare le prime steccate su di un campo sconosciuto. Da quel giorno in avanti sarei diventato un giocatore di biliardo, sempre alla ricerca del miglioramento a tutti i costi.

L’anno seguente iniziai a fare le gare e mi tesserai di III^ cat., superate le iniziali timidezze iniziai a qualificarmi bene nelle prime competizioni e fu automatico il passaggio a fine anno alla categoria successiva. L’anno dopo tesserato di II^ cat. Ed ormai maggiorenne abbandonai il circolo di periferia che stavo frequentando per andare a Torino alla ricerca di un mentore.

Dal 1997 al 1999 intervallai gli studi a costanti allenamenti (5 o 6 ore al giorno tutti i giorni!) sotto la supervisione di Pasquale Placido, un giocatore dalle innate doti, capacità e caratteristiche vincenti, che affiancandomi riuscii a farmi comprendere molti concetti e sistemi di riferimento utili a valorizzare le mie doti naturali. Nel 2000 finalmente riuscii a raggiungere la I^ cat., obbiettivo importante che però non soddisfaceva la mia brama di successo.

Gli ostacoli
Nei 10 anni successivi mi sono trovato a competere con giocatori di notevole esperienza e di buone caratteristiche tecniche, faticavo parecchio per fare risultati! Mi sono reso conto che quanto avevo messo in gioco di me stesso era solo “tempo per risultati” e che nel tentativo di mettere in pratica le nozioni che mano a mano acquisivo il mio livello di punta cresceva a dismisura ma quello medio, con tutte le difficoltà oggettive che incontravo (e le sconfitte!) , cresceva troppo poco per soddisfare le aspettative che riponevo nel mio sport.

Per andar oltre e comprendere che cosa stesse pregiudicando i miei risultati ho cercato un giocatore che fosse notoriamente vincente e dal 2006 al 2008 ho frequentato la sala da biliardo di “Tonino” Liperotti che pazientemente ha cercato di svelarmi strategie e tecniche che indubbiamente sono valide per vincere. In quel periodo di sperimentazione l’andamento dei miei risultati era indubbiamente cresciuto, al punto che a livello regionale il mio valore di I^ cat. era affermato nei primi 10. Ciò nonostante il mio livello medio espresso non mi soddisfaceva ancora.

Le soddisfazioni
Il 06-08-2009 dall’unione con la mia fantastica e paziente donna è nata Giorgia, una bambina favolosa che con un solo sguardo mi ha fatto capire quanto prezioso sia il tempo e quanto valgano le gesta compiute istante per istante. Grazie alla serena sicurezza domestica che Tania è riuscita e riesce a donarmi giorno dopo giorno ho continuato ad allenarmi, ma concentrandomi più sulla gestione delle emozioni che sull’aspetto tecnico sul biliardo.

Alessio Stango, un mio caro amico nonché valido tecnico del gioco mi affianca in allenamento durante il fine stagione 2009-2010 e finalmente riesco a salire sul gradino più alto del podio per tre gare regionali di fila, questi risultati sommati a quelli non particolarmente brillanti dell’inizio stagione mi garantiscono l’accesso alle finali dei campionati italiani di I^ cat. dove su 192 partecipanti arrivo a giocare il girone all’italiana dei primi 3 guadagnandomi la tanto ambita categoria d’eccellenza.

Dalla stagione scorsa porto sul petto il distintivo F.I.B.I.S. sez. stecca cat. NAZIONALI e partecipo al campionato italiano B.T.P. (billard tour pro) con l’ambizione di guadagnare sul campo la massima categoria esistente NAZIONALI PROFESSIONISTI.

Gustavo Zito è il campione per definizione, basti citare il suoi 4 mondiali vinti consecutivamente ed è un giocatore che ho sempre ammirato e che sovente mi ha ispirato, ci tengo a citare una sua massima che mi ha fatto riflettere: “Nel biliardo, e nello sport più in generale, le vittorie e la carriera di un campione non possono essere il frutto di vera improvvisazione. Il talento naturale non garantisce, da solo, un’elevata competitività, ma va sostenuto con un serio allenamento da praticarsi anche al di fuori delle sale da gioco.”

Paolo Gardiol – Hockey su ghiaccio

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Paolo Gardiol - Hockey su ghiaccio psicologia sportiva psicologia dello sport paolo gardiol mental training hockey su ghiaccio hockey allenamento mentale

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Paolo Gardiol - Hockey su ghiaccio psicologia sportiva psicologia dello sport paolo gardiol mental training hockey su ghiaccio hockey allenamento mentale   Paolo Gardiol, data di nascita 18.01.1997 è un giovane talento che ha iniziato a giocare ad hockey su ghiaccio all’età di cinque anni. Come per molti ragazzi, nati e cresciuti in Val Pellice, il poter giocare nella “Valpe” ha un sapore che va oltre il semplice gesto sportivo.

Nel 2008 riceve il titolo di “Miglior giocatore del Piemonte” per la sua categoria e da allora continua ad impegnarsi quotidianamente per raggiungere il suo sogno.

Quest’anno è impegnato nel campionato interregionale under 16 con la sua squadra che, per motivi economici, quest’anno non partecipa al campionato nazionale.

Dato però l’impegno che Paolo aggiunge in ogni allenamento viene spesso convocato nella squadra Under 18 per “irrobustirsi”.

Dal 2011, Paolo è stato chiamato per diversi raduni degli “azzurrini” Nazionale Under 16 avviciandosi così alle competizioni importanti.

Potete seguire i risultati di Paolo su: http://www.hcvalpellice.com/giovanili/