Biofeedback e Ipnosi

Quando ci si approcia ad un percorso di ottimizzazione della prestazione molte sono le tecniche che gli operatori (si presume psicologi dello sport) adoperano per raggiungere l’obiettivo che l’atleta si aspetta possa essere raggiunto.

In effetti le richieste sono svariate, importanti e mai banali: dal potenziare le abilità attentive, alla gestione dello stress, al migliorare la resistenza (percepita) all’esaltare il talento personale e così via.

La domanda a questo punto è lecita: come facciamo a sapere come psicologi dello sport obiettivamente che l’atleta sta effettivamente raggiungendo gli obiettivi previsti? Dobbiamo aspettare i numeri della prestazione o possiamo dapprima capire se il nostro intervento è funzionale all’obiettivo? O possiamo solo rivolgerci a questionari/test?

A una mia richiesta sulle sensazioni provate potrò avere risposte positive/neutre/negative, ma allo stesso tempo come faccio a sapere che ho lavorato in direzione dell’obiettivo? Come posso capire se ho agito sul sistema simpatico o parasimpatico? Tradotto in termini concreti: un conto è lavorare sul rilassamento un conto è lavorare sulle abilità attentive che richiedono una certa attivazione e vigilanza.

Un risposta a queste domande ci deriva dall’uso del biofeedback e dalle tecniche ad esso correlate. Il biofeedback è uno strumento che permette all’atleta di porre sotto controllo alcune funzioni fisiologiche che normalmente non lo sono. Vuol dire in sostanza che qualsiasi persona può controllare, monitorare e ottimizzare alcune funzioni del nostro corpo quali il respiro, il battito cardiaco, la temperatura così come la regolazione del tono muscolare per acquisire abitudini regolative più appropriate.

L’atleta potrà ricevere attraverso un computer un feedback sia visivo (numerico) sia acustico sulla prestazione che sta compiendo nel qui ed ora.

Facciamo un esempio. Si presenta da noi un atleta con il classico problema “di controllare l’ansia che si genera al momento della prestazione”. A questo punto dopo aver focalizzato l’area di miglioramento posso, da un punto di vista cognitivo, capire le ragioni e intervenire con molte tecniche (pratiche) a mia disposizione: self talk, imagery, thought stopping. Farò il mio intervento e in quel momento avrò a disposizione il feedback dell’atleta.

A questo punto interviene il biofeedback (o neurofeedback) che fornisce una risposta immediata all’atleta per quando riguarda la sua domanda (oltretutto gli atleti sono abituati ai numeri e una risposta numerica agevola una corretta comprensione e ad un feedback immediato), ma anche allo psicologo dello sport che potrà toccare con mano non solo la parte cognitiva, ma anche la parte “fisiologica” del lavoro.

Fin qui abbiamo parlato del biofeedback e dalla valenza che completa la professionalità dello psicologo dello sport anche se molti professionisti non sono avvezzi alla “tecnologia”, ma il biofeedback come training è una tecnica e in quanto tale per amplificare e comprovare la sua potenzialità va abbinata ad un’altra metodologia importante:l’ipnosi.

Uno a completamento dell’altro potremmo dire. O per certo versi uno a supervisione dell’altro. Se, come abbiamo detto, l’ipnosi (o meglio il suo utilizzo) può peccare di validità, dall’altro verso il biofeedback ha il limite che non può essere portato nella prestazione vera e propria.

Possiamo quindi identificare nell’ipnosi due grossi vantaggi a sostegno del biofeedback:

  • accompagnare il lavoro “on-line” attraverso il biofeedback;
  • portare sul campo le sensazioni, gli apprendimenti e trasformarli in comportamento efficaci per la prestazione.

Anche in questo caso facciamo un esempio pratico e vissuto. Atleta di biathlon (sci e carabina) che si presenta con un problema più che di ordine psicologico, di natura fisiologica: abbassare la temperatura periferica del dito indice che spara, perchè dopo km a sciare e con temperature che toccano anche i meno 18, questo perde di sensibilità. Nella prima seduta, attraverso il biofeedback riusciamo dopo varie sedute a controllare (alzando e abbassando volontariamente) la temperatura periferica del dito. Ma un conto è un luogo protetto quale può essere quello dello studio, un conto è l’ambiente.(potremmo dire che il biofeedback ci permette di realizzare la connessione mente-corpo, l’ipnosi la connessione mente-corpo-ambiente).

Procediamo allora attraverso l’ipnosi cercando una situazione significativa che potesse “ancorare” il lavoro fatto e soprattutto portare nella prestazione vera sensazioni vissute. L’atleta, in modo ecologico richiama l’immagine del primo sole del mattino in montagna che le riscalda la mani. La cosa affascinante è che “testando” l’immagine con il biofeedback, la stessa prestazione in studio è più veloce: in pochi attimi, verificandolo con il biofeedback (TEMP), l’atleta regola volontariamente e velocemente la propria temperatura periferica. Va da sè poi, la trasformazione dell’apprendimento in comportamento utile per la gara.

Vediamo infine uno schema (Blumenstein 2002) che mostra l’intervento del BFB in alcuni sport abbinato ad alcune tecniche.

Bibliografia

  • Anchisi R.,Dessy M.G. Gambotto (1996). Manuale di Biofeedback, Psicologia e Medicina Comportamentale.Ed. Libreria Cortina,Torino.
  • Basmajian J.V. (1985). Il biofeedback: aspetti teorici ed applicazioni pratiche. Ed. Piccin, Padova
  • Blumenstein, Bar-Eli, Tenenbaum (2002) Brain and Body in sport and exercise.Ed.Wiley and Sons.USA.
  • Pancheri P.(1979). Biofeedback.Tecniche di autocontrollo in psichiatria, Psicosomatica e medicina.Ed.Bulzoni, Milano.
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