Con la testa in alto mare

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La pratica della vela è uno fra gli sport maggiormente complessi che si possa incontrare. Complesso da tanti punti di vista, a partire dalla terminologia velica fino ad arrivare all’allenamento che l’aspirante velista deve sostenere per raggiungere buoni risultati.

Avvicinarsi per la prima volta al mondo della vela vuol dire, prima di tutto, capire che in barca ogni cosa ha un nome e una funzione specifica e basta dire: “Passami quella corda!” per far irritare qualsiasi amante di questo sport.

Una volta capito cos’è un boma, una sartia, una scotta, una drizza e quant’altro, il lavoro è appena iniziato. In effetti, una persona poco esperta di questo sport quando sente parlare di barca a vela, pensa immediatamente alle grandi barche da regata oppure a quelle imbarcazioni che si intravedono d’estate in mezzo al mare che organizzano crociere per turisti in cerca di una vacanza alternativa.

Chi sceglie di addentrarsi un po’ più approfonditamente in questo mondo si trova quasi subito a dover capire se la barca su cui è salito è, prima di tutto, un monoscafo o un multiscafo. E se si tratta di un multiscafo, se è un catamarano o un trimarano.

Se ci si trova su un monoscafo capace di contenere più persone dobbiamo capire se siamo su uno sloop, un cutter, un ketch, uno yawl o una goletta. Se invece saliamo su un monoscafo da soli o con un compagno potremmo trovarci su un Optimist, un Trident, un 470, un Laser, un Finn, un 420, un Europa, un 49er o altro.

E se decidiamo di farci un bel giro in windsurf, possiamo considerarci un “velista”? Ebbene si, perché il windsurf fa parte a tutti gli effetti delle discipline appartenenti al mondo dello sport velico ed è considerata disciplina olimpica maschile dal 1984 e femminile dal 1992.

E a questo punto non ci siamo neanche ancora allontanati dalla riva e la confusione è già tanta. Quando decidiamo di muoverci dobbiamo iniziare a riconoscere il vento, di conseguenza regolare le vele e procedere con l’andatura migliore. E non appena, con fatica, riusciamo a capire da che parte giunge il vento, posizionare il peso in barca in modo adeguato, seguendo la rotta che ci siamo prefissi… ecco il “salto di vento”, e si ricomincia.

Le prime esperienze al timone possono essere alquanto frustranti perché è subito evidente come la barca possa vivere di vita propria ed andare esattamente dalla parte opposta di dove vogliamo. E allora ci ritornano in mente le parole dei nostri primi istruttori che si raccomandavano di tenere ben a mente che quando la barra del timone si sposta a destra la barca va esattamente sul lato opposto e viceversa. Ma ricordatevi anche che in mare non esiste la destra ma la dritta e la barca non gira ma orza, poggia, vira o stramba!

Se navighiamo da soli siamo noi a doverci occupare di tutto ma nelle barche con equipaggio le cose diventano “affascinanti”. Esistono dei ruoli ben precisi con compiti specifici da svolgere in perfetto accordo con tutti i membri dell’imbarcazione. Ogni minimo errore individuale diventa una difficoltà per l’intero equipaggio. Un movimento fatto in modo scoordinato rispetto al resto dell’equipaggio e la scuffia è quasi assicurata.

Inoltre è bene ricordarsi delle parole dei velisti esperti, i quali sostengono che in barca il conflitto è sempre dietro l’angolo. Basta infatti veramente poco per trasformare una piacevole giornata di sport in una situazione da cui ci si vuole solo allontanare.

Ma per fortuna la passione è più forte e con il tempo ci si dimentica delle iniziali difficoltà. In breve tempo si inizia ad assaporare il piacere della vela, le sensazioni che solo questo sport sa dare in un contesto naturale sempre diverso ad ogni uscita. Capita a volte che ci si appassioni talmente tanto da voler trasformare questo sport in qualcosa di più che un puro divertimento e così ci si avvicina alle regate.

E nuovamente si apre un mondo diverso.

Inizia il confronto con gli avversari, lo studio della strategia e della tattica di regata, la gestione della normale tensione agonistica che sempre si prova quando ci si mette alla prova. E anche se non aspiriamo a diventare i futuri campioni olimpici della nostra specialità, ci troviamo di fronte ad alcuni aspetti che non avevamo considerato. Molti di questi appartengono alla sfera psicologica.

Se poi questo sport ci appassiona profondamente potremmo iniziare ad aspirare a qualche risultato degno di nota. Fino a lanciarci nel mondo della vela “professionistica”. I velisti di professione, cioè coloro che possono permettersi di scegliere la pratica della vela come loro unica attività, sono veramente pochi. Tutti gli altri devono iniziare a far collimare una vita da sportivo agonista con una più normale di studente o professionista. E questo processo non è sempre automatico.

Ad alto livello troviamo atleti che competono per raggiungere obiettivi professionistici, non avendo pienamente la mentalità da atleta perché magari devono dividersi con altri impegni lavorativi.

Un calciatore professionista può permettersi di vivere con la pratica del suo sport e dedicare tutto il suo tempo a coltivare il suo talento, curando gli aspetti fisici, tecnici, nutrizionali e mentali della sua disciplina sportiva. Il velista, seppur di alto livello, normalmente non può fare la stessa cosa sebbene gli aspetti della sua preparazione comprendono sia quelli fisici, tecnici, tattici, psicologici, nutrizionali, sia quelli specialistici come, ad esempio, la conoscenza della meteorologia, la normale manutenzione della barca o la preparazione delle vele.

Concludendo la nostra “irriverente” panoramica sullo sport velico, possiamo ricordarci che, anche qualora riuscissimo a raggiungere i massimi livelli nella nostra disciplina sportiva, come ad esempio vincere una medaglia olimpica, per la maggior parte delle persone comuni rimarremo sempre dei perfetti sconosciuti.

Se chiedessimo in giro i nomi dei più famosi atleti della storia velica italiana pochi saprebbero citarli, senza nulla togliere ad atleti del calibro di Giovanni Leone Reggio (medaglia d’oro Giochi Olimpici Kiel 1936), Agostino Straulino e Nico Rode (medaglia d’oro, Giochi Olimpici Helsinki 1952), Luca Devoti (argento a Sydney 2000) o Alessandra Sensini (un oro, un argento e due bronzi nelle ultime quattro edizioni olimpiche). Se facessimo lo stesso esperimento con altri sport, ad esempio calcio o sci, il risultato sarebbe ben diverso.

Se domandiamo inoltre ad una persona non del settore se ha mai assistito ad una regata (fatta eccezione per quelle di Coppa America) è probabile che non abbia nessuna idea di come si svolga tale competizione, anche perché le esigenze televisive mal si sposano con la natura e i tempi di questo sport.

A questo punto potremmo osare dire che il velista è, prima di tutto, un appassionato e ciò che lo spinge a praticare tale disciplina è da ricercarsi principalmente in una motivazione interiore.

E’ chiaro dunque come lo sport della vela possa essere molto complesso oltre che affascinante. Di tanto in tanto è dunque possibile che il velista si ritrovi “con la testa in alto mare”, riuscendo a gestire con difficoltà alcuni aspetti della sua pratica sportiva.

Questa semplice pubblicazione ha come obiettivo far conoscere a tutti gli amanti della vela, professionisti e dilettanti, alcune strategie per superare diverse difficoltà che si potrebbero incontrare lungo la rotta. Nello specifico affronteremo uno dei tanti aspetti della preparazione sportiva di un velista: la preparazione mentale.

Lo faremo in modo pratico appoggiandoci all’esperienza di atleti che hanno scelto di curare anche questo aspetto della loro attività, spesso sottovalutato o non conosciuto.

Attraverso le loro testimonianze e gli esercizi sperimentati sul campo proveremo a spiegare che cos’è e a cosa serve la preparazione mentale.

Così come lo sport della vela non è uno sport che tutti decidono di praticare, sebbene sia un’attività che dal punto di vista fisico può essere svolta pressoché da tutti, anche il lavoro che si fa in psicologia dello sport non è un percorso che va bene per tutti, nonostante la sua semplice applicabilità sul campo.

I risultati che si possono ottenere da un percorso di allenamento mentale non dipendono né dal livello agonistico raggiunto né da particolari doti o abilità personali.

Il segreto del successo sta nella voglia di impegnarsi con costanza, di mettersi in gioco in modo positivo, sperimentando alcune capacità che sono già presenti in noi ma, a volte, non le indirizziamo nel modo giusto, ci dimentichiamo di utilizzarle quando ci servono o, semplicemente, non sappiamo come fare per metterle in pratica.

La nostra speranza è che possiate trovare, in questo libro, qualche indicazione utile per la vostra pratica sportiva e, perché no, magari far crescere in voi la voglia di affiancare al vostro normale allenamento anche un percorso di allenamento mentale.

(articolo tratto da “Con la testa in alto mare”, G. Bounous, 2010, Magenes Editori).

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