Il mental training NON è divertente!

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il mental training NON è divertente! team working team building squadre psicologia dello sport psicologi dello sport mental training confort zone comfort zone atleti   Uno degli ingredienti più importanti per il successo di un atleta o di una squadra è la capacità di sentirti a proprio agio in una situazione di disagio. Sembra un gioco di parole ma è ciò che succede quando ci si allena ad uscire dalla propria comfort zone.
Quando veniamo chiamati per un percorso di team building spesso si ha l’illusione che il nostro intervento debba essere diverte: facciamo dei giochi di squadra, ridiamo insieme e così miglioriamo la coesione. Tuttavia se viene fatto un buon lavoro, inizialmente la squadra si troverà a lottare con il disagio perché verrà fatta uscire dalla zona di comfort e sarà costretta a confrontarsi con le proprie aree di miglioramento. E questo non è divertente!

Un nemico invisibile

Riuscire a costruire qualcosa di positivo da quel disagio iniziale è ciò che “irrobustisce” mentalmente la squadra e i singoli atleti. Nella nostra esperienza c’è sempre un momento molto importante ed è quello in cui il team deve scegliere se accettare di mettersi in gioco fino in fondo oppure ritornare su schemi che ben conosce, che sono più “comodi” ma che spesso sono disfunzionali. La zona di comfort è un nemico potente nello sport perché porta a compiacimento e all’adattamento, in senso negativo del termine. Il giocatore che può spingersi oltre quando la situazione diventa critica è colui che vincerà. Questo è ciò che rende i grandi giocatori più forti: vivono nelle avversità.

Il lavoro dello psicologo sportivo

Il compito di ogni preparatore sportivo è aiutare gli atleti ad aumentare la loro tolleranza al disagio (mentale e fisico). Una bella frase che rende bene l’idea di quanto stiamo dicendo è: “Il disagio temporaneo porta a un miglioramento permanente.” 
Se sei disposto a uscire dalla tua zona di comfort ora, raccoglierai i benefici 10 volte in futuro. Ma devi avere il coraggio di sacrificare la tua soddisfazione personale immediata.
Questo punto è molto difficile da comprende per alcuni. E le giustificazioni più frequenti per ritornare nella comfort zone sono molteplici: “ma noi non abbiamo bisogno di questo…”, “tanto non ci serve a nulla, in campo conta solo quanto sei bravo a realizzare punti…”, ecc.

Questa è una delle sfide che noi psicologi sportivi affrontiamo nel lavoro di squadra. Noi dobbiamo essere alleati del team, ma degli alleati un pò “scomodi”: quelli che a volte ti dicono ciò che non vorresti sentire o ti fanno vedere ciò che non vorresti vedere. C’è un momento in cui la frustrazione, dovuta all’uscita dalla zona di comfort, sale.

Quale miglior modo per farla calare che rivolgerla verso coloro che hanno causato questa frustrazione, verso chi ci ha fatto uscire dalla zona di comfort? Ma le squadre (o gli atleti) robusti a livello mentale sanno che quell’energia, racchiusa nella frustrazione, se ben gestita può essere il motore del cambiamento e del miglioramento. A volte, paradossalmente, quando si inizia un percorso di mental training le cose invece di migliorare sembrano peggiorare. Questo è un buon segnale che il lavoro sta ingranando nel modo giusto e il compito di ogni preparatore mentale è quello di accompagnare la squadra ad affrontare questa “crisi” temporanea per apprendere nuove consapevolezze e nuove strategie.

La comodità: è questa la chiave dell’abitudine. L’abitudine è comoda perché accorcia il tragitto tra noi e una decisione da prendere e ci dà l’illusione di semplificare la vita. Per questa strada, finiamo per ragionare sempre più allo stesso modo, facendo lavorare la nostra mente in ambiti sempre più ristretti e ripetendo senza accorgerci le stesse frasi fatte
(Raffaele Morelli)

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