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Con la testa in alto mare

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Con la testa in alto mare velisti vela Torino psicologia sportiva psicologia dello sport mental training barca a vela allenamento mentale

La pratica della vela è uno fra gli sport maggiormente complessi che si possa incontrare. Complesso da tanti punti di vista, a partire dalla terminologia velica fino ad arrivare all’allenamento che l’aspirante velista deve sostenere per raggiungere buoni risultati.

Avvicinarsi per la prima volta al mondo della vela vuol dire, prima di tutto, capire che in barca ogni cosa ha un nome e una funzione specifica e basta dire: “Passami quella corda!” per far irritare qualsiasi amante di questo sport.

Una volta capito cos’è un boma, una sartia, una scotta, una drizza e quant’altro, il lavoro è appena iniziato. In effetti, una persona poco esperta di questo sport quando sente parlare di barca a vela, pensa immediatamente alle grandi barche da regata oppure a quelle imbarcazioni che si intravedono d’estate in mezzo al mare che organizzano crociere per turisti in cerca di una vacanza alternativa.

Chi sceglie di addentrarsi un po’ più approfonditamente in questo mondo si trova quasi subito a dover capire se la barca su cui è salito è, prima di tutto, un monoscafo o un multiscafo. E se si tratta di un multiscafo, se è un catamarano o un trimarano.

Se ci si trova su un monoscafo capace di contenere più persone dobbiamo capire se siamo su uno sloop, un cutter, un ketch, uno yawl o una goletta. Se invece saliamo su un monoscafo da soli o con un compagno potremmo trovarci su un Optimist, un Trident, un 470, un Laser, un Finn, un 420, un Europa, un 49er o altro.

E se decidiamo di farci un bel giro in windsurf, possiamo considerarci un “velista”? Ebbene si, perché il windsurf fa parte a tutti gli effetti delle discipline appartenenti al mondo dello sport velico ed è considerata disciplina olimpica maschile dal 1984 e femminile dal 1992.

E a questo punto non ci siamo neanche ancora allontanati dalla riva e la confusione è già tanta. Quando decidiamo di muoverci dobbiamo iniziare a riconoscere il vento, di conseguenza regolare le vele e procedere con l’andatura migliore. E non appena, con fatica, riusciamo a capire da che parte giunge il vento, posizionare il peso in barca in modo adeguato, seguendo la rotta che ci siamo prefissi… ecco il “salto di vento”, e si ricomincia.

Le prime esperienze al timone possono essere alquanto frustranti perché è subito evidente come la barca possa vivere di vita propria ed andare esattamente dalla parte opposta di dove vogliamo. E allora ci ritornano in mente le parole dei nostri primi istruttori che si raccomandavano di tenere ben a mente che quando la barra del timone si sposta a destra la barca va esattamente sul lato opposto e viceversa. Ma ricordatevi anche che in mare non esiste la destra ma la dritta e la barca non gira ma orza, poggia, vira o stramba!

Se navighiamo da soli siamo noi a doverci occupare di tutto ma nelle barche con equipaggio le cose diventano “affascinanti”. Esistono dei ruoli ben precisi con compiti specifici da svolgere in perfetto accordo con tutti i membri dell’imbarcazione. Ogni minimo errore individuale diventa una difficoltà per l’intero equipaggio. Un movimento fatto in modo scoordinato rispetto al resto dell’equipaggio e la scuffia è quasi assicurata.

Inoltre è bene ricordarsi delle parole dei velisti esperti, i quali sostengono che in barca il conflitto è sempre dietro l’angolo. Basta infatti veramente poco per trasformare una piacevole giornata di sport in una situazione da cui ci si vuole solo allontanare.

Ma per fortuna la passione è più forte e con il tempo ci si dimentica delle iniziali difficoltà. In breve tempo si inizia ad assaporare il piacere della vela, le sensazioni che solo questo sport sa dare in un contesto naturale sempre diverso ad ogni uscita. Capita a volte che ci si appassioni talmente tanto da voler trasformare questo sport in qualcosa di più che un puro divertimento e così ci si avvicina alle regate.

E nuovamente si apre un mondo diverso.

Inizia il confronto con gli avversari, lo studio della strategia e della tattica di regata, la gestione della normale tensione agonistica che sempre si prova quando ci si mette alla prova. E anche se non aspiriamo a diventare i futuri campioni olimpici della nostra specialità, ci troviamo di fronte ad alcuni aspetti che non avevamo considerato. Molti di questi appartengono alla sfera psicologica.

Se poi questo sport ci appassiona profondamente potremmo iniziare ad aspirare a qualche risultato degno di nota. Fino a lanciarci nel mondo della vela “professionistica”. I velisti di professione, cioè coloro che possono permettersi di scegliere la pratica della vela come loro unica attività, sono veramente pochi. Tutti gli altri devono iniziare a far collimare una vita da sportivo agonista con una più normale di studente o professionista. E questo processo non è sempre automatico.

Ad alto livello troviamo atleti che competono per raggiungere obiettivi professionistici, non avendo pienamente la mentalità da atleta perché magari devono dividersi con altri impegni lavorativi.

Un calciatore professionista può permettersi di vivere con la pratica del suo sport e dedicare tutto il suo tempo a coltivare il suo talento, curando gli aspetti fisici, tecnici, nutrizionali e mentali della sua disciplina sportiva. Il velista, seppur di alto livello, normalmente non può fare la stessa cosa sebbene gli aspetti della sua preparazione comprendono sia quelli fisici, tecnici, tattici, psicologici, nutrizionali, sia quelli specialistici come, ad esempio, la conoscenza della meteorologia, la normale manutenzione della barca o la preparazione delle vele.

Concludendo la nostra “irriverente” panoramica sullo sport velico, possiamo ricordarci che, anche qualora riuscissimo a raggiungere i massimi livelli nella nostra disciplina sportiva, come ad esempio vincere una medaglia olimpica, per la maggior parte delle persone comuni rimarremo sempre dei perfetti sconosciuti.

Se chiedessimo in giro i nomi dei più famosi atleti della storia velica italiana pochi saprebbero citarli, senza nulla togliere ad atleti del calibro di Giovanni Leone Reggio (medaglia d’oro Giochi Olimpici Kiel 1936), Agostino Straulino e Nico Rode (medaglia d’oro, Giochi Olimpici Helsinki 1952), Luca Devoti (argento a Sydney 2000) o Alessandra Sensini (un oro, un argento e due bronzi nelle ultime quattro edizioni olimpiche). Se facessimo lo stesso esperimento con altri sport, ad esempio calcio o sci, il risultato sarebbe ben diverso.

Se domandiamo inoltre ad una persona non del settore se ha mai assistito ad una regata (fatta eccezione per quelle di Coppa America) è probabile che non abbia nessuna idea di come si svolga tale competizione, anche perché le esigenze televisive mal si sposano con la natura e i tempi di questo sport.

A questo punto potremmo osare dire che il velista è, prima di tutto, un appassionato e ciò che lo spinge a praticare tale disciplina è da ricercarsi principalmente in una motivazione interiore.

E’ chiaro dunque come lo sport della vela possa essere molto complesso oltre che affascinante. Di tanto in tanto è dunque possibile che il velista si ritrovi “con la testa in alto mare”, riuscendo a gestire con difficoltà alcuni aspetti della sua pratica sportiva.

Questa semplice pubblicazione ha come obiettivo far conoscere a tutti gli amanti della vela, professionisti e dilettanti, alcune strategie per superare diverse difficoltà che si potrebbero incontrare lungo la rotta. Nello specifico affronteremo uno dei tanti aspetti della preparazione sportiva di un velista: la preparazione mentale.

Lo faremo in modo pratico appoggiandoci all’esperienza di atleti che hanno scelto di curare anche questo aspetto della loro attività, spesso sottovalutato o non conosciuto.

Attraverso le loro testimonianze e gli esercizi sperimentati sul campo proveremo a spiegare che cos’è e a cosa serve la preparazione mentale.

Così come lo sport della vela non è uno sport che tutti decidono di praticare, sebbene sia un’attività che dal punto di vista fisico può essere svolta pressoché da tutti, anche il lavoro che si fa in psicologia dello sport non è un percorso che va bene per tutti, nonostante la sua semplice applicabilità sul campo.

I risultati che si possono ottenere da un percorso di allenamento mentale non dipendono né dal livello agonistico raggiunto né da particolari doti o abilità personali.

Il segreto del successo sta nella voglia di impegnarsi con costanza, di mettersi in gioco in modo positivo, sperimentando alcune capacità che sono già presenti in noi ma, a volte, non le indirizziamo nel modo giusto, ci dimentichiamo di utilizzarle quando ci servono o, semplicemente, non sappiamo come fare per metterle in pratica.

La nostra speranza è che possiate trovare, in questo libro, qualche indicazione utile per la vostra pratica sportiva e, perché no, magari far crescere in voi la voglia di affiancare al vostro normale allenamento anche un percorso di allenamento mentale.

(articolo tratto da “Con la testa in alto mare”, G. Bounous, 2010, Magenes Editori).

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Gestire l’e-vento inatteso con il team building in barca a vela

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Gestire l'e-vento inatteso con il team building in barca a vela Torino team working team building psicologia del lavoro psicologia aziendale outdoor training barca a vela

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Gestire l'e-vento inatteso con il team building in barca a vela Torino team working team building psicologia del lavoro psicologia aziendale outdoor training barca a vela   L’obiettivo di questo breve articolo è spiegare, alla luce dell’esperienza sul campo o meglio sul mare, quali sono le possibilità “visibili” e soprattutto “nascoste” che un team building in barca a vela può offrire alle aziende e qual è l’intervento che uno psicologo del lavoro e dello sport può offrire. Il team building in barca a vela è un’attività spesso proposta in azienda come strumento di formazione: la metafora della barca è infatti molto aderente alla realtà organizzativa:

Se proviamo a dare concretezza e pertinenza alla metafora possiamo generalmente supporre il seguente parallelismo:

  • la barca a vela come lo spazio aziendale e le risorse disponibili;
  • l’equipaggio come il team di lavoro;
  • il mare come il mercato in cui l’azienda “naviga”;
  • le variabili meteo-marine come gli imprevisti/l’inatteso con cui l’azienda deve interagire.
  • Possiamo quindi intendere con visibile tutto ciò che ha a che fare con il gioco di squadra, mentre con più nascosto tutto ciò che riguarda la strategia e la meteorologia.

Facciamo allora una prima puntualizzazione su tutte quelle competenze che sono naturalmente allenabili e più visibili quando si decide di intraprendere un training esperienziale di questa portata.

Dal punto di vista psicologico, le skills che si possono osservare in barca sono molteplici e sono le medesime che caratterizzano i professionisti nel loro lavoro quotidiano:

  • capacità di lavorare in gruppo
  • clima
  • lo stile di leadership
  • la capacità di rispettare i ruoli e di coordinarsi
  • la self-efficacy individuale e di gruppo
  • le strategie di comunicazione efficace
  • la gestione delle emozioni
  • la gestione delle emergenze
  • la capacità di adattamento
  • la gestione dello spazio comune
  • il processo decisionale
  • l’assertività
  • la disciplina e l’autocontrollo

Potremmo continuare ancora, è doveroso da parte nostra dire, per fare ordine, che possiamo lavorare sull’individuo come sul gruppo, su aspetti più hard come il metodo, il ruolo e gli obiettivi come su aspetti più soft come la leadership, la comunicazione e il processo. Senza contare, e questo è un aspetto fin troppo trascurato, la dimensione degli apprendimenti non pianificati in sede di progettazione.

Fin qui abbiamo parlato di aspetti più visibili. Proviamo ora, come accennato all’inizio a identificare e dialogare con potenzialità più “nascoste” nel lavoro in barca a vela.

Abbiamo toccato con mano quanto oramai il confine di un’organizzazione sia molto più sfumato: quello che succede in un lontano paese ha un’incidenza quasi immediata nel mio lavoro, “l’effetto butterfly” si misura nel breve periodo. Le stesse aziende sono un via vai di consulenti: l’outsourcing e abbattimento dei costi sono vitali per il “galleggiamento” di un’azienda che opera in un mercato competitivo e non solo.

Alla luce di queste considerazioni una variabile non più solo episodica e eccezionale, ma diventata una costante nelle organizzazioni è l’incertezza. Non è una variabile dalla sola accezione negativa, ma è costitutiva e generativa dell’esperienza organizzativa. Riconoscerla è fondamentale e i modelli stessi e le prassi adottate rischiano di essere incomplete e limitanti.

Ecco che in questo punto diventa interessante e stimolante lavorare con le potenzialità nascoste di un team building in barca a vela per cogliere appieno e metaforicamente questi aspetti.

Proprio considerando la situazione socio-economico nei tempi che stiamo vivendo con un risvolto a dir poco “tellurico” per le aziende, la metafora del clima calza a pennello, proprio perchè rilevante e pertinente. Tradotto in termini pratici vuol dire in sede di formazione lavorare con i partecipanti ad anticipare l’inatteso.

Questo dimensione parla un linguaggio nuovo, da qui il titolo “oltre” la barca a vela. Linguaggio nuovo in quanto si tratta di esercitare skills più raffinate, più vicine allo spirito del tempo attuale. Non è banale infatti costruire un valore assieme alle persone su cos’è un e-vento inatteso, quali sono i meccanismi che anticipano in modo negativo una situazione e come, in termini pratici, anticipare, prefigurare a essere pienamente mindful o concentrati. Proprio qui, il lavoro ad esempio con la meteorologia, rappresenta un’interessantissima analogia con l’azienda e il sui ambiente di riferimento per allenare innanzitutto la consapevolezza e poi, come in termini pratici, trasferire nella propria organizzazione questa variabile (carry-over).

E poi l’obiettivo. La direzione che la barca deve prendere o meglio quello che il gruppo ha deciso di intra-prendere. Anche qui la il lavoro con la strategia e con gli obiettivi, sapendo esattamente come si muove una barca a vela che la pianificazione assoluta è un’utopia e che la direzione necessita continui accorgimenti, virate, prese di decisione ed ad un lavoro complesso più che comlicato.

L’esperienza in barca a vela in sintesi ha il vantaggio accelerare il processo facendo emergere dinamiche individuali e di gruppo in tempi relativamente brevi, essendo una situazione che “rompe” i normali schemi di pensiero e facilita la “caduta” della maschera individuale (come se fosse un role-play). E’ così facile per i facilitatori poter osservare e filmare le persone mentre agiscono senza censura, mettendo in campo i comportamenti automatici, evidenziando così gli schemi efficaci da valorizzare e eventuali schemi disfunzionali da portare a conoscenza e migliorare. Un lavoro quindi su potenzialità visibili (fattori di base) e un lavoro su potenzialità meno visibili (fattori di ordine superiore)

Il lavoro dello psicologo aziendale che propone all’azienda questo tipo di esperienza è molteplice:

  • in primis, dall’analisi dei bisogni identifica le skills che l’azienda desidera implementare;
  • attraverso l’osservazione e il feedback aiuta i partecipanti a diventare consapevoli del proprio comportamento e della modalità con cui manifestano le suddette skills;
  • propone delle situazioni in cui i partecipanti sono obbligati a mettere in campo e allenare le skills in questione, con il supporto dei facilitatori che forniscono strumenti psicologici adeguati per lo sviluppo e il potenziamento delle competenze.

Fare una formazione esperienziale in barca a vela è quindi molto di più di fare un semplice giro in barca e spesso sono le stesse aziende a non cogliere appieno le potenzialità di questa esperienza formativa, soffermandosi maggiormente sulla parte ludica ed emotiva che caratterizza il momento in cui si è in barca.

Ma poichè l’obiettivo ultimo di questo tipo di formazione non è regalare una gita alternativa, così come non è insegnare alle persone ad andare in barca, riteniamo che vi siano alcuni aspetti spesso trascurati dalla formazione (come delineato sopra)

E sono proprio quegli aspetti su cui il gruppo può essere invitato a lavorare e, in molti casi, rappresentano i veri momenti formativi perchè pongono il soggetto e il gruppo in una vera “learning zone” dove diventano protagonisti attivi aldilà del divertimento che si può provare in barca, proprio il tempo che stiamo vivendo impone più responsabilità da parte di tutti e a tutti i livelli.

Per questo motivo parliamo di team building “oltre la barca”. E per fare questo è necessario che il team formatori sia composto da professionisti con competenze diverse e specialistiche.

Il nostro team di lavoro si avvale della consulenza di skipper formati alle dinamiche aziendali e con competenze specialistiche nell’analisi delle variabili meteo-marine.

L’armamento della barca, il carteggio, lo studio e l’analisi delle condizioni meteo-marine sono aspetti spesso molto trascurati nei sailing teambuilding, eppure rappresentano un’occasione meravigliosa per osservare e allenare le skills individuali e di gruppo.

La preparazione mentale in un mondiale di vela olimpica

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La preparazione mentale in un mondiale di vela olimpica velisti vela Torino psicologia sportiva psicologia dello sport mondiale gladys bounous barca a vela

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La preparazione mentale in un mondiale di vela olimpica velisti vela Torino psicologia sportiva psicologia dello sport mondiale gladys bounous barca a vela   Questo scritto nasce durante i mondiali di vela 2008 che si stanno tenendo in Australia e che presto vedranno in campo i Tornado ad Auckland, Nuova Zelanda. Vuole essere un piccolo omaggio agli atleti che scenderanno in regata durante questi mondiali e che per più di un anno hanno deciso di ampliare il loro programma di allenamento, inserendo anche la parte di allenamento mentale.

Tra poche settimane vedremo in azione i ragazzi della classe Tornado, i catamarani olimpici. Quest’anno è un anno particolare per questi atleti infatti, dopo una decisione dell’ISAF (non gradita a molti), i Tornado parteciperanno alla loro ultima Olimpiade a Pechino, nell’agosto 2008. Dopodichè, salvo ripensamenti di sorta, i catamarano usciranno dal panorama olimpico per sempre. In questo preciso momento gli atleti si trovano ad affrontare un anno particolare: l’anno olimpico e il loro ultimo anno. Molti atleti che non si sono qualificati per le Olimpiadi hanno già venduto la barca, mentre chi è ancora in gara cerca in tutti i modi di arrivare ad agosto e chiudere la propria carriera in bellezza.

Parlando con diversi tecnici che conoscono bene questa classe velica emerge che è veramente difficile per un atleta del Tornado, “riciclarsi” in un’altra classe velica. Se vogliamo usare una frase ad effetto potremmo dire che “chi prova il Tornado non torna più indietro”. Le particolarità tecniche di questa barca multiscafo, la velocità che la caratterizza e un insieme di altri fattori rendono praticamente impossibile il passaggio degli atleti ad altri tipi di imbarcazioni olimpiche.

E’ facile intuire come tutti i team si stiamo preparando con cura meticolosa all’ultimo anno del quadriennio olimpico e, in particolare, all’ultimo mondiale prima delle ultime Olimpiadi!

Il mio lavoro nel mondo velico è nato dalla collaborazione fra l’Unità Operativa di Psicologia dello Sport di Torino, di cui sono consulente, e lo Yacht Club Italiano di Genova. Lo Yacht Club Italiano vanta fra gli atleti facenti parte del club, numerosi personaggi che hanno, anche di recente, compiuto grandi imprese sportive. Molti di loro hanno saputo esprimere al massimo le proprie potenzialità atletiche gestendo l’allenamento psicologico in assoluta autonomia, altri invece hanno scelto di intraprendere un percorso strutturato sotto la guida di uno psicologo dello sport. Fra gli atleti che hanno iniziato un percorso di allenamento mentale guidato, un equipaggio ha saputo conquistarsi la partecipazione ai giochi olimpici di Pechino 2008 e con loro il lavoro è tuttora in corso. Grazie alla loro disponibilità mi è possibile parlarvi del lavoro svolto insieme a loro, con l’intento di far capire che l’allenamento mentale può essere estremamente utile anche in questo contesto sportivo dove, purtroppo, viene spesso sottovalutato. Ovviamente ciascun percorso è costruito ad hoc con l’alteta e pertanto quanto vi riporto vuole essere un esempio di percorso che va a toccare alcuni punti salienti del lavoro in equipaggio. I due atleti hanno seguito parallelamente un percorso di allenamento individuale costruito in base alle loro esigenze, per ovvi motivi di privacy non riportabile. E’ importante tenere a mente che il lavoro individuale ha consentito di passare (dopo circa 6 mesi) ad un lavoro di equipaggio che prosegue tuttora.

Facendo riferimento al modello operativo, SFERA (Vercelli, 2006), il lavoro svolto con l’equipaggio in preparazione dei mondiali di Auckland ha toccato tutti e cinque i fattori nel modo seguente.

ATTIVAZIONE: lo poniamo come primo fattore poiché è quello che dovrebbe essere scontato. Si riferisce alla passione e al desiderio di partecipare ad un determinato evento o a perseguire un determinato obiettivo. I velisti, anche ad alto livello, sono perlopiù degli appassionati di vela. Molti atleti non sono professionisti ossia devono dividersi tra la pratica del proprio sport e il lavoro o lo studio. Questo condizioni impongo all’atleta dei ritmi molto serrati e molti sacrifici compensati con piccoli riconoscimenti economici che non sarebbero da soli sufficienti a sostenere la motivazione personale. La maggior parte dei velisti ha iniziato per passione a praticare il proprio sport e continua a farlo per lo stesso motivo, ben consapevole che la fama, la gloria e la ricchezza difficilmente le si raggiunge con la pratica di questo sport! Data quindi per scontata la presenza di una forte motivazione dell’equipaggio nel procedere verso l’evento olimpico, attraverso appuntamenti importanti come i mondiali o gli europei, si è lavorato molto sul goal setting. La definizione corretta di un obiettivo è uno degli strumenti più efficaci per monitorare l’attivazione e sostenerla in caso di difficoltà durante il percorso. All’inizio dell’ultimo anno di preparazione del quadriennio olimpico si è pertanto lavorato con i due componenti dell’equipaggio identificando degli obiettivi comuni, sia in termini di risultato che di prestazione. Si sono riformulati gli obiettivi per renderli maggiormente ecologici e completamente sotto la responsabilità dell’equipaggio.

RITMO: la caratteristica dei catamarani è l’eleganza che hanno quando iniziano a planare sull’acqua fino a raggiungere velocità di circa 30 nodi (56km/h) in andature portanti o 18 nodi (33 km/h) in andatura di bolina. Il Tornado è considerato un po’ come la F1 della vela e pertanto ogni movimento in barca deve seguire una certa fluidità e coordinazione tra i membri dell’equipaggio. Anche dopo molti anni di esperienza insieme ci si trova in situazioni particolari dove uno dei due componenti dell’imbarcazione tende ad imporre il ritmo all’altro invece di trovare una combinazione comune. Questa è una tipica situazione dove la qualità della prestazione tende a decrescere velocemente. Sono molto utili in questi casi esercizi a terra in cui i due componenti dell’equipaggio sono obbligati a tenere un ritmo comune per poter raggiungere il risultato finale (es. superare un ostacolo o raggiungere una postazione). In queste condizioni artificiali è più facile portare l’attenzione degli atleti sul proprio comportamento, sulla personale gestione del ritmo comune e sulle reazioni emotive personali che si possono vivere quando ci si sente forzati ad un ritmo che non si riconosce come proprio.

ENERGIA: data la natura della competizione che si andrà ad affrontare è necessario che l’equipaggio sia in grado di gestire al meglio le proprie risorse energetiche. In particolar modo, nel caso della preparazione dei mondiali che si svolgeranno in Nuova Zelanda, si sono presentate alcune tematiche interessanti da affrontare. Innanzitutto la localizzazione dei campi di regata in un altro continente obbligherà gli atleti a subire un cambio di fuso orario. Da studi approfonditi in materia si è visto come la non corretta gestione della ri-sincronizzazione dei ritmi biologici e dell’acclimatamento nel luogo di arrivo ha come effetto diretto un calo di energia difficilmente recuperabili con il passare dei giorni. L’equipaggio si è così dotato di tutte le informazioni necessarie per poter ripristinare al meglio i propri ritmi fisiologici nel paese di arrivo, salvaguardando così il dispendio energetico e adeguando la preparazione fisica, tecnica, psicologica e alimentare alle esigenze del recupero del jet-lag. A questa fase iniziale di preparazione, si aggiungeranno le normali strategie di regolazione dell’energia già apprese in passato per gestire le lunghe attese in barca tra una regata e l’altra e favorire il recupero a terra tra un giorno di regata e l’altro. Le strategie più comuni scelte dall’equipaggio per lavorare su questo fattore consistono in tecniche di rilassamento muscolare e sedute di autoipnosi per regolare al meglio l’attivazione e la disattivazione psicologica durante le regate.

PUNTI DI FORZA: il lavoro su questo fattore diventa fondamentale alla vigilia di un appuntamento importante come un evento mondiale. E’ necessario che ciascun membro dell’equipaggio conosca e svolga un ruolo preciso in barca e che sia consapevole di quelli che sono i principali punti di forza, sia personale, che del compagno, che del proprio equipaggio. Un lavoro di condivisione emotiva è molto efficace per rinforzare il senso di autoefficacia dell’equipaggio e si può efficacemente raggiungere attraverso alcuni lavori emozionali eseguiti in coppia. Non si tratta di fare un lavoro per “motivare” gli atleti ma per renderli consapevoli delle effettive potenzialità a loro disposizione. Questo lavoro è il proseguimento di una fase precedente in cui l’equipaggio ha identificato le minacce e i punti deboli che potrebbero ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo prefisso per i mondiali. L’identificazione dei punti deboli serve per aiutare gli atleti a ipotizzare delle strategie di soluzione qualora il problema dovesse realmente verificarsi in regata. Questo lavoro centrato sulle aree di miglioramento va tuttavia completato alcune settimane prima della partenza in modo da permettere agli atleti di concentrarsi, di lì in poi, esclusivamente sui punti di forza liberando la mente da qualsiasi interferenza negativa.

SINCRONIA: questo fattore è fondamentale in ogni gruppo che funzioni bene. In questo caso specifico, uno dei grandi punti di forza di questo equipaggio è quello di riuscire ad essere in buona sincronia anche nei momenti difficili. Riescono cioè a trovare soluzioni efficaci mantenendo un clima disteso e piacevole. Rimangono compatti e riescono a percepire molto bene le reciproche sensazioni durante le regate e a terra. Si è lavorato così su un concetto diverso. Studiando gli equipaggi già vincitori di titoli olimpici si è riscontrata una particolarità curiosa: negli anni, a detta di chi li conosce personalmente e ha seguito la loro preparazione, questi atleti hanno dimostrato di essere gli equipaggi più forti, all’interno di team altrettanto forti. Per semplificare usiamo il termine “team” per indicare tutte le persone che partecipano al raggiungimento dell’obiettivo degli atleti (allenatore, preparatori mentali, altre figure professionali) e “equipaggio” per indicare gli atleti.

Esistono così due mondi particolari che hanno regole diverse, uno in mare e riguarda esclusivamente gli atleti; l’altro a terra e riguarda tutti coloro che si adoperano per permettere agli atleti di esprimere al massimo le loro potenzialità.

In un mondiale, come in ogni altro appuntamento importante, è necessario che vi sia sincronia di equipaggio (in mare) e sincronia di team (a terra coinvolgendo le figure professionali che saranno fisicamente presenti all’evento). Un equipaggio che ha la fortuna di avere un allenatore capace di mettersi in gioco con loro può realmente raggiungere un ottima sincronia anche a terra. Lo psicologo dello sport può e deve favorire questa sincronia proponendo dei lavori in gruppo allargato (coinvolgendo l’allenatore) favorendo la costruzione di un clima e di un ambiente positivo intorno all’equipaggio. Come potete ben immaginare questa è una brevissima sintesi di un lavoro che dura ormai da un anno.