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Ipnosi: uno strumento “evidence-based”

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi: uno strumento "evidence-based" terapia cognitivo comportamentale ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous evidence-based

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi: uno strumento "evidence-based" terapia cognitivo comportamentale ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous evidence-based   Molte persone si stupiscono ancora oggi dell’efficacia dell’ipnosi nel trattamento e nel miglioramento di alcune condizioni cliniche. Ad oggi possiamo trovare centinaia di studi scientifici, alcuni anche di elevata qualità, così come troviamo interessanti meta-analisi che dimostrano l’efficacia dello strumento ipnotico. Cosa più interessante è che diversi organismi medici hanno iniziato negli scorsi decenni ad interessarsi all’ipnosi, come ad esempio il British Medical Association, l’American Medical Association e il National Institute of Medicine.

Per chi conosce bene l’inglese può trovare un interessante lavoro di report realizzato dalla British Psychology Association, intitolato “The Nature of Hypnosis” dove vengono evidenziate le potenzialità cliniche dell’ipnosi con tanto di conferma scientifica.

Tornando al nostro passato recente, troviamo una clinical review pubblicata dal British Medical Journal che tratta proprio l’argomento dell’ipnosi e delle tecniche di rilassamento nel trattamento di diverse condizioni mediche e nella riduzione del dolore.

Gli studi citati concludono che l’ipnosi:

  • mostra una buona evidenza, in studi di controllo randomizzato tra ipnosi e tecniche di rilassamento, sulla riduzione dell’ansia, in particolar modo legata a situazioni stressanti, come ad esempio nel caso di trattamenti chemioterapici;
  • ha un effetto nel trattamento del disturbo da attacchi di panico e nell’insonnia, in particol modo se integrato in percorsi di terapia cognitiva;
  • determina un amplificazione degli effetti positivi della terapia cognitivo-comportamentale in condizioni cliniche come le fobie, l’obesità e i disturbi di ansia;
  • è un valido supporto nel trattamento del dolore sia acuto che cronico;
  • può essere di supporto nel trattamento dell’asma e della sindrome del colon irritabile;
  • ha una forte evidenza scientifica nel trattamento di alcuni sintomi presenti in condizioni tumorali, quali l’ansia, il dolore, la nausea e il vomito conseguenti il trattamento chemioterapico, soprattutto nei bambini. (BMJ 1999;319: 1346-1349 ‘Hypnosis and relaxation therapies,’ Vickers & Zollman).

In sintesi la Clinical Review proposta dal British Medical Journal evidenzia che l’ipnositerapia ha una forte e comprovata efficacia in tre condizioni cliniche:

  • dolore
  • ansia
  • insonnia

In una review condotta da Wark, nel 2008, pubblicata sull’American Journal of Clinical Hypnosis, l’autore raccoglie 18 meta-analisi realizzate dal 2000 al 2007 per mettere in evidenza la scientificità dell’utilizzo dell’ipnosi in contesti clinici e terapeutici. Il criterio con cui gli studi sono stati classificati sono 3: “possible”, “effective” e “specific”.

Un trattamento è considerato “possible” se gli studi sono stati realizzati su 25 o più soggetti comparati con gruppi di controllo, se è stato realizzato un protocollo di intervento e quindi lo studio è replicabile e se lo studio mostra una significativa efficacia rispetto al gruppo di controllo o a placebo.

I trattamenti considerati “effective” se i risultati dello studio originale sono stati replicati in almeno 2 studi successivi realizzati in laboratori differenti e i dati emersi sono statisticamente significativi rispetto al gruppo di controllo.

In ultimo, i trattamenti considerati “specific” sono quelli in cui l’efficacia dell’ipnosi si è risultata statisticamente significativa rispetto al placebo o altre terapie in più di 2 studi indipendenti.

Le tabelle riportanti le 31 condizioni cliniche, classificate secondo i 3 criteri sono reperibili qui.

Possiamo concludere che, sicuramente, la ricerca sull’efficacia dell’ipnosi ha ancora molti passi da fare ma, altrettanto sicuramente, possiamo smentire chi sostiene che l’ipnosi non sia uno strumento evidence-based!

Bibliografia:

  • Wark, David M. (2008), “What we can do with hypnosis: a brief note“, American Journal of Clinical Hypnosis”, July 2008
  • Robertson D, “Wich forms of hypnotherapy are evidence-based?”, The hypnoterapy Journal, 2009
    War DM, “What we can do with Hypnosis: a brief note”, American Journal of Clinical Hypnosis, 2008
    Sitografia
  • Register for Evidence-Based Hypnoterapy and Psychoterapy (www.rebhp.org)

Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un’integrazione possibile? – prima parte

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? - prima parte terapia cognitivo comportamentale TCC sport psicoterapia psicologia ipnoterapia ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous   Nella pratica sportiva, e non solo, utilizziamo l’ipnosi come tecnica per l’incremento delle performance. Questo spesso induce le persone a dubitare della scientificità del nostro approccio. Gli articoli che seguiranno hanno lo scopo di raccontare qualcosa in più circa la scientificità dell’ipnosi e sulla sua integrazione con metodologie operative “evidence based” come l’approccio cognitivo-comporamentale. In questo primo articolo facciamo un tuffo nella storia dell’ipnosi e TCC per scoprirne in punti di contatto…

Cosa intendiamo per ipnoterapia cognitivo-comportamentale? Questo termine viene spesso utilizzato in riferimento all’integrazione dell’ipnosi con la terapia cognitivo-comportamentale. Tuttavia, come vedremo, può significare anche una riconcettualizzazione cognitiva-comportamentale dell’ipnosi, attraverso una spiegazione dei processi psicologici coinvolti nella “trance ipnotica”. Secondo questa concezione l’ipnoterapia è innanzitutto una terapia della “suggestione immaginativa”, che è utilizzata per stimolare un’immaginazione cosciente e profonda a sufficienza per generare un cambiamento terapeutico. Esistono altri modelli di riferimento teorici per spiegare l’ipnosi: quello di matrice psicodinamica o quello ericksoniano per esempio. Tuttavia il nostro orientamento è cognitivo-comportamentale poichè è l’approccio che, ad oggi, ha dimostrato le maggiori evidenze scientifiche di efficacia.

Ipnosi e TCC: una storia in comune
L’approccio cognitivo-comportamentale all’ipnosi riprende la definizione data da Braid, nel 1841-42, che viene considerato come il fondatore dell’ipnosi moderna e primo utilizzatore del termine ipnosi, come abbreviazione del termine “neuro-ipnosi”. La visione di Braid all’ipnosi può essere così sintetizzata:

  • Egli considera l’ipnosi con una forma di concentrazione conscia e immaginazione attiva (al contrario del concetto psicodinamico di mente inconscia);
  •  Egli non parlò mai di “trance” non credendo che le tecniche ipnotiche potessero generare uno stato particolare di coscienza, in contrapposizione con i sostenitori dell’ipnosi come stato alterato;
  • parlò di suggestioni proposte dall’ipnotista ma le considerava primariamente una forma di autosuggestione  e il ruolo dell’ipnotista era semplicemente quello di guidare la persona a focalizzare l’attenzione su un’idea dominante;
  • rifiutò sempre il termine “ipnotismo” come forma abbreviata di “neuro-ipnotismo”, perché riportava al concetto di sonno che nulla ha a che vedere con il concetto di ipnosi;
  •  adottò sempre un approccio scientifico ed empirico per sviluppare la sua teoria e la sua pratica.

Dalla concettualizzazione di Braid deduciamo che: “l’ipnosi è un processo di focalizzazione dell’attenzione su delle idee capaci di attivare dei riflessi ideomotori (o ideosensori)”.  Traduciamo  questa frase in termini più cognitivi-comportamentali: “ l’ipnosi  è un processo di focalizzazione dell’attenzione su uno dei pensieri in grado di evocare dei comportamenti specifici, overt (manifesti) e covert (non manifesti o interni)”.

Molti dei grandi nomi della terapia cognitivo-comportamentale hanno utilizzato nella loro pratica, almeno all’inizio tecniche ipnotiche: basti ricordare Josep Wolpe, l’autore che ha maggiormente comportamentale, originariamente descrisse questa tecnica come “desensibilizzazione ipnotica” (Wolpe, 1958, p.203; Wolpe 1954).
In maniera simile, Andrew Salter,  uno dei co-fondatori  della terapia comportamentale e uno dei principali  pionieri dei training sull’assertività fu un ipnotista. Salter ci parlò infatti dell’ipnosi come della “terapia del riflesso condizionato”, sulla base delle teorie di Pavlov e Hull (Salter 1949). Molte altre tecniche  che fanno parte del patrimonio della terapia comportamentale sono state precedute da tecniche simili, chiamate in modo diverso, utilizzate dagli ipnotisti dell’epoca. Recentemente il ricercatore Irving Kirsch  ha enfatizzato come molte tecniche immaginative che si ritrovano nella terapia comportamentale e nella terapia cognitivo-comportamentale (desensibilizzazione sistematica, tecniche avversive e modellamento immaginativo)  ricordano delle tipiche tecniche ipnotiche, senza menzionare la parola “ipnosi” (Kirsch, 1999, p. 217).
Ma facendo un passo ancora indietro non possiamo non ricordare l’enorme contributo all’interazione tra ipnosi e terapia comportamentale portato da Pavlov  e dalla scuola russa, in contrapposizione all’uso dell’ipnosi che venne fatto dagli psicoanalisti in America e in Europa occidentale. I ricercatori sovietici proposero delle teorie sull’ipnosi basate sul concetto di “inibizione corticale” proposto da Pavlov. In contrapposizione con l’utilizzo psicodinamico dell’ipnosi, i ricercatori sovietici proposero una terapia di condizionamento ipnotico breve  supportato da numerose prove cliniche sperimentali (Platonov, 1959).
Anche Ellis,  nella sua adolescenza, studiò le tecniche di autosuggestione di Couè che sicuramente ebbero influenze sullo sviluppo futuro del suo approccio terapeutico.
Il primo grande programma sperimentale di ricerca ipnotica fu condotto dallo psicologo comportamentista Clark L. Hull  e  riassunto nel suo saggio “Hypnosis and Suggestibility: an experimental approach” (1933). Hull concluse dopo numerosi studi che non ci fosse distinzione tra  un’induzione ipnotica e una suggestione ordinaria, fatta eccezione per il fatto che le induzioni ipnotiche sembravano essere seguite maggiormente con un relativo incremento della suggestionabilità. Sembrava dunque che qualsiasi cosa che possa essere evocata in ipnosi possa essere manifestata anche senza ipnosi: regressione, amnesia, allucinazioni, eccetera. In altre parole si arrivò a dire che lo stato di ipnosi non è nulla di speciale, drammatico o anormale come spesso si crede nella concezione popolare.

Il primo autore ad utilizzare esplicitamente il termine cognitivo-comportamentale in relazione con l’ipnosi fu Barber  nel suo lavoro del 1974.  Basandosi sulle ricerche scientifiche, Barber e i suoi collaboratori, ridefinirono l’ipnosi in termini di un particolare “cognitive set” (o mental set) molto simile agli ordinari processi cognitivi e comportamentali. Questo “set cognitivo” consiste in un insieme di pensieri, immagini, aspettative, predisposizione all’ipnosi, motivazione, coinvolgimento, fantasie, orientamento al risultato abbinati a particolari sensazioni fisiche, che possiamo definire “stato mentale di ipnosi”.

Questa definizione è supportata da diversi studi che ci dicono che l’induzione ipnotica tende semplicemente ad aumentare la responsabilità alle  suggestioni che vengono proposte (Barber, Spanos e Chaves, 1974).  Anche l’avvento delle tecniche di neuroimaging  non è servito a dimostrare che il cervello in stato di ipnosi raggiunga uno “stato unitario”  ma si è dimostrato che differenti pattern di attività neurologica si osservano differenti tipi di suggestione (Raiville, 2000).  Nonostante queste conclusioni Barber continuò ad utilizzare tecniche ipnotiche perché riscontrava comunque dei benefici nei suoi pazienti, legate soprattutto alle aspettative positive che le persone hanno rispetto questo tipo di procedura.
Seguendo lo schema di Barber la riconcettualizzazione cognitiva dell’ipnosi potrebbe essere così sintetizzata:

ANTECEDENTE

COMPORTAMENTO

CONSEGUENZA

Induzione ipnotica e suggestione

Sviluppo di un set cognitivo o Hypnotic mind set

Immaginazione attiva e consapevole

Risposte ipnotiche

In accordo con i teorici cognitivi-comportamentali, il soggetto sottoposto di ipnosi non risponde meccanicamente alla suggestione ma  attiva un processo creativo di problem solving  in immaginazione.

Da questa breve rassegna storica non c’è dubbio che l’ipnosi e la terapia cognitivo-comportamentale siano legate fra di loro più di quanto lo si voglia ammettere. Le tecniche ipnotiche possono essere considerate precursori di alcune tecniche cognitive-comportamentali e l’ipnotismo (come insieme di tecniche) può inserirsi nell’approccio cognitivo-comportamentale rispondendo adeguatamente ai criteri proposti da Beck quando parò della terapia cognitiva come “un approccio eclettico in cui possono essere inserite diverse tecniche che abbiano però dei requisiti comuni” (Alford e Beck, 1997, p. 91). Questi criteri sono:

  • Le tecniche devono essere coerenti con i principi della terapia cognitiva;
  •  l’intervento terapeutico deve derivare da un’adeguata concettualizzazione del caso;
  •  il trattamento deve avvenire in un contesto di collaborazione e di scoperta guidata;
  •  ogni sessione deve essere monitorata in termini di avanzamento dei progressi.

Le tecniche ipnotiche rispondono positivamente a questi criteri e inoltre vi sono altre ragioni per integrare l’ipnosi nella TCC, come ci suggeriscono numerosi autori:

  • molti clienti hanno alte aspettative rispetto a questa tecnica, percependo il “potere” dell’ipnosi;
  •  le tecniche ipnotiche sono capaci di indurre un  rilassamento profondo;
  •  l’ipnosi è in grado di facilitare la dissociazione (detachment)  particolarmente utile in alcune condizioni cliniche, ad esempio il controllo del dolore;
  •  l’ipnosi frequentemente riesce indurre una maggior vividezza di dettagli nelle immagini mentali che può potenziare  gli effetti delle tecniche di visualizzazione, comprese le termiche di esposizione in immaginazione;
  •  l’ipnosi sembra facilitare l’accesso all’esperienza emozionale, soprattutto nelle sessioni di regressione e abreazione, che possono potenziare gli effetti degli interventi terapeutici basati sul concetto di esposizione prolungata;
  •  i training di autosuggestione e autoipnosi offrono ai clienti la possibilità di allenare strategie di coping  applicabili in una grande varietà di situazioni;
  •  gli ipnoterapeuti,  grazie al loro complesso bagaglio di tecniche di immaginazione e tecniche verbali, hanno da sempre sviluppato la capacità di registrare tracce audio e possono essere utilizzate come supplemento alle sessioni di lavoro individuale.

Per ritornare alla domanda iniziale di questo articolo: “è possibile un’integrazione efficace tra ipnosi e CBT?”. Per noi, e non soltanto per noi, senza dubbio la risposta è: “Si”.

 Bibliografia:

  • Robertson D., “The practice of cognitive-behavioural hypnotherapy. A manual for Evidece-based Clinical aHypnosis”, Karnac, 2013
  • Braid J, “The discovery of hypnosis: the comple writing of James Braid, the father of hypnotherapy”, The Hational Council for hypnotherapy (NCH), 1843
  • Wolpe J., “Psychotherapy by reciprocal inhibition”, Standford University Press, 1958
  • Salter a., “Conditioned reflex therapy”, Wellnes Institue Ltd, 1949
  • Kirsch I., Clinical hypnosis as a nondeceptive placebo in Kirsch I, Capafons A, Cardena-Buelana E “Clinical Hypnosis e Self-regulation: cognitive behavioural perspective”, Washington APA, 1999
  • Hull, CL, “Hypnosis e suggestibility: an experitmental approach”, Crown House Publishing, 1933
  • Platonov K, “The word as a physiological and therapeutic factor: the theory and practice of psychotherapy according to IP Pavlov”, Foreing Language publishing house, 1959
  • Barber TX, Spanos NP, Chaves JF, “Hypnotism, imagintation e Human Potentialitie,”, Pergamon Press, 1974
  • Alford BA, Beck AT, “The integrative power of cognitive therapy”, Guilford, 1997
  • Chapman RA, “The clinical use of hypnosis in cognitive behaviour therapy”, Springer Publishing Company, 2006
  • Lynn SJ, Rhue JW, “Theories of hypnosis”, the guilford press, 1991
  • Lynn SJ, Kirsch I, “Essential of Clinicaly Hypnosis. An evidence based approach”, American Psychological Association, 2006

 

Articolo tradotto e sintetizzato da Gladys Bounous (psicologa, ipnologa, specializzanda in terapia cognitivo-comportamentale)

L’ipnosi sportiva è realmente efficace?

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Una rassegna realizzata dal nostro team per cercare di comprendere cosa dice la letteratura scientifica degli ultimi vent’anni in merito al tema dell‘ipnosi sportiva.

La rassegna scientifica è stata pubblicata sul Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, numero 14, maggio/agosto 2012.

Abstract:
L’interesse nei confronti dell’ipnosi e della sua applicabilità in diversi contesti, sia clinici che applicativi, è notevolmente cresciuto negli ultimi decenni. Infatti nella letteratura scientifica sono numerose le pubblicazioni realizzate ogni anno con lo scopo di validare l’efficacia di questo strumento di intervento nei diversi settori. In ambito clinico, alcune recenti meta-analisi sono state in grado di evidenziare i disturbi psicologici in cui l’ipnosi risulta efficace, sia come strumento singolo sia in abbinamento ad altre tecniche psicologiche.

In psicologia dello sport la situazione invece non è così chiara. Nonostante l’ipnosi sia ampiamente utilizzata nei training mentali per l’ottimizzazione della prestazione sportiva, la ricerca scientifica in merito è ancora abbastanza ridotta ed a tratti incompleta.
Questo lavoro ha l’intento di raccogliere i maggiori studi scientifici pubblicati su riviste internazionali negli ultimi vent’anni, nel tentativo di dare risposta ai seguenti quesiti:

  • L’ipnosi sportiva è realmente efficace nel potenziamento delle prestazioni sportive
  • E se si, quali abilità possono essere potenziate con questo strumento
  • L’ipnosi riesce a garantire un’efficacia superiore, rispetto ad altre tecniche di mental training, nel potenziamento delle suddette abilità
  • Esistono dei protocolli di intervento ipnotico validati e standardizzati oppure tutto è lasciato all’esperienza soggettiva del preparatore mentale?

Ecco l’articolo scaricabile.

Ipnosi e Sport: dalla teoria alla pratica

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Sport: dalla teoria alla pratica trance ipnotica Torino psicologia sportiva psicologia dello sport morgan mental training ipnosi sportiva ipnosi e sport gladys bounous allenamento mentale   Sempre più spesso si legge o si ascoltano interviste in cui gli atleti dichiarano di aver utilizzato l’ipnosi per migliorare le loro performance sportive. In realtà non si tratta di una tecnica approdata allo sport recentemente perchè anche in passato numerosi nomi eccelsi dello sport italiano hanno dichiarato in diverse interviste di aver utilizzato l’ipnosi sportiva per migliorare la propria prestazione.

E’ il caso di Lea Pericoli e di Adriano Panatta che hanno dichiarato di aver fatto ricorso all’ipnosi sportiva nel loro percorso di allenamento mentale, negli anni ’60-’70.

Già nel 1958, Maxwell Maltz riportò i primi studi sull’efficacia delle visualizzazioni in allenamento e in gara. Nel 1969, Frezza e Tonelli sulla rivista italiana “Rassegna di Ipnosi e Medicina Psicosomatica” portarono i risultati su uno studio sperimentale con sciatori e nuotatori. In tempi recenti ricordiamo Giorgio Rocca e la preparazione per le Olimpiadi di Torino 2006. Ma soprattutto all’estero le tecniche ipnotiche sono parte integrante dei percorsi di allenamento mentale.

In alcuni casi non si parla direttamente di ipnosi ma si utilizzano tecniche ipnotiche mascherate dietro il nome di visualizzazione attiva o altri titoli meno inquietanti del termine “ipnosi”. Ma in realtà il lavoro che viene fatto ha tutte le caratteristiche per rientrare in un percorso ipnotico applicato allo sport.

I recenti studi dimostrano che l’ipnosi possa condurre sia ad incrementi che a decrementi della prestazione muscolare (potenza e resistenza). Inoltre le suggestioni ipnotiche finalizzate a visualizzare e vivere l’esperienza sportiva sono associate ad aumento del battito cardiaco, della respirazione, del VO2 max, del consumo di ossigeno, della produzione di anidride carbonica, del flusso sanguigno in regioni periferiche dell’organismo e dell’attivazione di specifiche regioni cerebrali. Tutti questi studi dimostrano quindi che l’allenamento ipnotico alla prestazione sportiva non è solo una pura “suggestione mentale” ma si tratta di un vero e proprio training psicofisico di preparazione alla prestazione.

In ambito sportivo l’ipnosi può essere utilizzata in due modi differenti ma complementari:

  • per agire direttamente su parametri fisiologici e modificare le sensazioni corporee;
  • per operare sui pensieri e sulle emozioni che influenzano la prestazione.

A cosa serve concretamente l’ipnosi? Tutti i ricercatori che studiano e applicano questa tecnica nel mondo sportivo sostengono che sia uno strumento privilegiato per portare l’atleta in una condizione analoga a quella esperita nel “flow” o nella “peak performance”.

Uno dei più conosciuti studiosi dell’ipnosi applicata alla sport, W. Morgan, ne descrive l’utilizzo all’interno del modello teorico di Hanin (1978) e Unestahl (1981) e sui casi empirici studiati da Johnson (1961). Hanin presentò una teoria della performance introducendo il concetto di “zona di funzionamento ottimale” e questa zona è data dal livello di ansia ottimale nel pre-gara. Il modello teorico di Unestahl è in relazione con il modello di Hanin perchè entrambi credevano che nel momento della peak performance gli atleti vivano uno stato affettivo particolare. Unestahl chiamò questo stato “stato di performing ideale”. Sebbene i due approcci siano simili la differenza sta che per Hanin questo stato ottimale può essere rievocato mentre Hunestahl sostiene che gli atleti spesso abbiamo amnesia selettiva o totale dopo la best performance. Tuttavia Unesthal parla di ipnosi nel definire questo stato e la sua teoria è stata usata con centinaia di atleti svedesi.

Le ricerche sull’ipnosi in psicologia dello sport e dell’esercizio fisico sono stat quasi esclusivamente condotte in laboratorio e gli esperimenti avevano come obiettivo il dimostrare l’effettiva capacità dell’ipnosi di incrementare le capacità fisiche.

Due principali critiche si muovono ad essi:

  • i ricercatori hanno utilizzato compiti da laboratorio in condizioni controllate, e questo raramente si verifica in un contesto di gara. In altre parole tutte le ricerche coinvolgevano semplici compiti motori eseguiti da non-atleti, cosa che non è facilmente generalizzabile alle complesse skills che un atleta deve mettere in atto in un contesto competitivo.
  • le performances da laboratorio eseguite in stato di ipnosi sono state comparate con performance in cui le suggestioni ipnotiche non sono state utilizzate. Questo tradizionale paradigma (ipnosi vs controllo) ha creato una confusione tra ipnosi (stato di coscienza modificato) e suggestione (comando verbale consegnato all’atleta dall’ipnotista).

La diatriba è la seguente: basta lo stato di trance ipnotica (ossia la modificazione di coscienza) per incrementare la performace oppure è necessario il comando verbale (ossia la suggestione)? Quali di questi due fattori è realmente responsabile della modificazione della prestazione?

La prima review sull’argomento fu fatta da Hull (1933) che si concentrò sulla suggestione ipnotica e sulla trascendenza dalla capacità volontaria. Le sue conclusioni furono che l’evidente contraddittorietà sulla questione è legata al disegno sperimentale usato. Le successive review furono inconsistenti nel dimostrare la capacità delle suggestioni post-ipnotiche di incrementare la performance fisica. La più critica review sull’argomento fu fatta da Barber (1966) che concluse che l’ipnosi, senza la suggestione, non influenza la forza muscolare o la resistenza. Inoltre Barber riportò che le suggestioni motivazionali sono capaci di aumentare la forza muscolare e la resistenza sia in una condizione ipnotica che in una condizione non-ipnotica. I tipici paradigmi sperimentali comparavano la performance muscolare dietro suggestione ipnotica di incremento o diminuzione versus prestazioni muscolari senza suggestione in una condizione di controllo o non ipnotica.

Negli studi più recenti si è iniziato a verificare come le suggestioni ipnotiche non solo influenzano la percezione dello sforzo ma anche i parametri neurofisiologici (battito cardiaco, HRV, pressione sanguigna, respirazione, VOmax, la captazione di ossigeno e la produzione di diossido di carbonio, sia “a secco” che durante l’esericzio. (Morgan 1985). Ancora più recentemente le ricerche hanno dimostrato la variazione dell’irrorazione sanguigna cerebrale (rCBF) in seguito a stimolazione ipnotica volta a modificare la percezione dello sforzo durante un esercizio dinamico (Williamson et al, 2001).
Ad esempio, la suggestione di discesa in bicicletta è associata ad una diminuzione dello sforzo percepito e del rCBF nella corteccia insulare sinistra e nella corteccia cingolata anteriore. Al contrario, la salita è associata ad una attivazione dell’area insulare destra e del talamo dx. Questo lavoro rivela inoltre che non ci sono differenze di rCBF per le aree sensomotorie corrispondenti alle gambe in entrambe le condizioni.
Questo dimostra che il maggior o minor sforzo percepito dai ciclisti durante un’induzione ipnotica specifica corrispondere realmente ad una modificazione di attivazione cerebrale.

Questo ci porta a dire che la suggestione è la chiave per la modificazione del comportamento dell’atleta, tuttavia sappiamo che le suggestioni date in uno stato di veglia (e non di trance ipnotica) hanno minor poter di attivare meccanismi neurofisiologici perchè nello stato di veglia è minore la connessione mente-corpo. Inoltre, in stato di veglia, quando il nostro pensiero critico è decisamente più elevato molte suggestioni possono non essere accolte dall’atleta e quindi non avere effetto diretto sulla performance.

Un altro filone di ricerca ha esaminato l’effetto dell’imagery sulla psicofisiologia, semplicemente immaginando un esercizio in una condizione non ipnotica. Hanno comparato gli effetti della visualizzazione associata (interna) da quella dissociata (esterna). Si è visto che le visualizzazioni in prima persona producono effetti psicofisiologici molto simili a quelli sperimentati durante l’esercizio reale. Sebbene questo studio non compari il gruppo con un gruppo sottoposto ad ipnosi è evidente che gli effetti spesso attribuiti all’ipnosi possono essere evocati anche in una condizione non ipnotica.

Dagli studi di neuroimaging si vede che le tecniche di imagery attivano prevalentemente le aree sensomotorie mentre vi è una minima attivazione delle aree frontali (coinvolte invece nei processi ipnotici). Taylor e Gerson (1992) hanno riferito effetti amplificati dell’imagery sotto ipnosi sull’autoefficacia, sulla forma tecnica e sulla prestazione atletica. Anche Ligget (2000) è arrivato alla stessa conclusione sostenendo che l’imagery in stato di ipnosi è più intensa e vivida rispetto a quella senza ipnosi.

Come potete notare, le ricerche in merito sono molte e spesso contraddittorie. Però quello che è evidente nella pratica diretta con gli atleti è che in uno stato di trance ipnotica riusciamo ad evocare alcune fenomenologie (comportamenti manifesti) che vanno oltre il controllo volontario della persona. In ipnosi possiamo inoltre controllare alcuni parametri del sistema nervoso autonomo, che per definizione sono fuori dal controllo volontario del soggetto.

Vediamo alcuni esempi pratici in cui le tecniche ipnotiche diventano un aiuto per gli atleti:

  • riuscire a rallentare il battito cardiaco è per esempio un valido strumento di aiuto per gli apneisti;
  • riuscire ad aumentare la percezione sensoriale sull’estremità delle dita diventa molto importante per un tiratore (iperestesia ipnotica);
  • riuscire ad anestetizzare o monitorare la percezione del dolore è fondamentale per chi si trova a competere in condizioni di dolore fisico (analgesia o anestesia ipnotica);
  • riuscire a modificare la termoregolazione corporea può aiutare gli atleti che competono in condizioni climatiche molto rigide;
  • riuscire ad addormentarsi a comando e dilatare la percezione del tempo dedicato al riposo è utile per chi si trova in competizioni in cui non può dormire le canoniche 8 ore consecutive (contrazione o dilazione del tempo);
  • riuscire a ridurre il focus attentivo potenziando la concentrazione su un unico punto di interesse è fondamentale per i golfisti, i tiratori e tutti quegli atleti che competono con un bersaglio;
  • riuscire a dissociare la propria mente dalle sensazioni fisiche può essere un aiuto per coloro che affrontano gare di resistenza e competono con il dolore e la fatica fisica e mentale (dissociazione ipnotica);
  • sapersi portare velocemente in uno stato simile a quello precedentemente sperimentato in una situazione di flow è il modo migliore per qualsiasi atleta per avvicinarsi ad una competizione (regressione ipnotica);
  • focalizzare i propri obiettivi e avere chiari in mente i passaggi necessari per una buona prestazione è altrettanto importante per tutti gli atleti (progressione ipnotica);
  • E questi sono solo alcuni esempi dell’utilizzo pratico dell’ipnosi nello sport.

E se ancora vi domandate perchè sia necessario imparare ad entrare in uno stato ipnotico per ottenere i risultati sopra descritti, provate a chiedervi: “Sarei in grado di fare queste cose, in questo momento, cioè in uno stato di normale veglia?”

Se la risposta è no ma vi piacerebbe riuscire ad allenare queste capacità per migliorare la vostra pratica sportiva allora potreste pensare di imparare tecniche di ipnosi e autoipnosi applicate allo sport!

Bibliografia

  • Kosslyn, Ganis, Thompson (2001), Neural foundation of imagery, Nature Reviews Neuroscience
  • Liggett DR, Hamada S., 1993. Enhancing the visualization of gymnasts. American Journal of Clinical Hypnosis, Jan;35(3):190-7
  • Frester R., 1985. L’allenamento ideomotorio, Rivista di cultura sportiva, 1:7.
  • Lazar, Kerr, Wasserman (2005), Meditation experience is associated with increased cortical thickness, Neuroreport
  • Lasar, Bush, Golub (200), Functional brain mapping of the relaxation response and meditation, Neuroreport
  • Tart (2001), Meditation, some kind of self-hypnosis? APA
  • Brown, Forte (1983), Phenomenological differences among self-hypnosis, mindfullness meditiation and imaging.
  • Morgan W (2002), Hypnosis in sport and exercise psychology, in Exploring sport and Exercise Psychology, American Psychological Association
  • Hull CL (1933), Hypnosis and suggestibility, New York: Appleton-Century-Crofts
  • Hanin YL (1978) A study of anxiety in sport, in WF Straub (ed), Sport Psychology: ana analysis of athelte behaviour, Ithaca, NY Mouvement
  • Barber TX (1966), The effects of hypnosis and suggestions on strenght and endurance: a critical review of research studies, British Journal of Social and Clinical Psychology
  • Taylor J, Gerson A (1992), A conceptual model of the effects of imagery administration, in Taylor, Horovitz and Balague (1993)
  • Taylor, Horovitz, Balague (1993), The use of hypnosis in applied sport psychology, The Sport Psychologist
  • Ligget (2000), Enanching imagery through hypnosis: a performance aid for athletes, American Journal of Clinical Hypnosis