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Agonismo: un bene o un male per i giovani sportivi?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Agonismo: un bene o un male per i giovani sportivi? vincere valori sport sano agonismo ragazzi life skills giovani età evolutiva competizione agonismo aggressività

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Agonismo: un bene o un male per i giovani sportivi? vincere valori sport sano agonismo ragazzi life skills giovani età evolutiva competizione agonismo aggressività   Quando si parla del rapporto tra sport e agonismo in età evolutiva nascono sempre grandi dibattiti tra le parti. C’è chi afferma che lo sport deve privarsi della competizione per poter dare spazio alla creatività dei bambini. Chi invece preferisce non fare sconti perché “prima lo si vive e prima si cresce”. Chi ancora propone una competizione “soft” per paura delle conseguenze.
E’ un tema controverso che coinvolge tutte le figure che ruotano attorno al mondo sportivo: dai genitori, agli allenatori, alle società, agli arbitri. Ed è forse qui l’errore: il fatto che siano gli occhi adulti a dover decidere per i più piccoli. Proviamo a fare un passo indietro per considerare il punto di vista del giovane sportivo.

Una ricerca di grossa portata di Gill, Gross e Huddlestone (1983) ha cercato di analizzare, su oltre 700 giovani atleti, le motivazioni che spingono alla pratica sportiva in ragazzi e ragazze dagli 8 ai 18 anni di diverse discipline. Il lavoro ha permesso di conseguire diversi risultati, primo tra tutti una ragione comune che spinge maschi e femmine a intraprendere uno sport: migliorare le proprie abilità sportive. Un’analisi più approfondita, inoltre, ha permesso di individuare 5 ragioni comuni che motivano gli atleti a praticare un’attività sportiva: l’acquisizione di competenze, il divertimento, il desiderio di eccitazione, il desiderio di competere e quello di stare in squadra.

Nessuna distinzione quindi tra maschi e femmine, grandi o piccoli: il desiderio di competere e di gareggiare è presente in tutte le fasce d’età.

Infatti ogni bambino nasce con una componente sana di aggressività che utilizza in modo istintivo per raggiungere la vittoria. Il bisogno di gareggiare deriva dalla forte esigenza di misurarsi con gli altri e di verificare le proprie abilità, non da un ambizione sfrenata di successo. Infatti nonostante la vittoria sia un risultato che ogni bambino apprezza, non ha così importanza quanto ne ha per noi. Il suo fine ultimo è il gioco stesso!

Come mai per noi adulti l’agonismo tende ad avere un significato differente?

Agōnè il termine greco da cui prende origine la parola agonismo. All’epoca dell’antica Grecia gli Agoni erano manifestazioni pubbliche in corrispondenza di celebrazioni religiose che venivano organizzate con gare e giochi per la conquista di premi. Nei duelli, il concetto di agonismo veniva pervaso non solo di competizione e successo, ma anche di un sottile equilibrio tra bellezza esteriore e nobiltà d’animo. Da queste manifestazioni nascono le più celebri competizioni sportive odierne: i Giochi Olimpici.

Con il passare del tempo il concetto di agonismo ha perso parte del suo valore etico ed umano. Sempre più vediamo emergere la ricerca della vittoria con ogni mezzo possibile, dove il fine giustifica sempre i mezzi se il fine ultimo è primeggiare.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Agonismo: un bene o un male per i giovani sportivi? vincere valori sport sano agonismo ragazzi life skills giovani età evolutiva competizione agonismo aggressività   Si tratta di una posizione estrema dell’agonismo, che sfrutta l’aggressività con lo scopo di soddisfare il proprio ego o anche di ledere o raggirare chi sta attorno. L’aggressività è un istinto indispensabile per la sopravvivenza della persona, ma quando viene canalizzata verso comportamenti lesivi per i compagni, o gli avversari, sfocia irrimediabilmente nella violenza.

Questo genere di aggressività viene spesso confusa con “giusto” agonismo, ma anche con “scaltrezza”, “furbizia” e “malizia”, andando così a svilire sentimenti come disponibilità, rispetto, e correttezza, perché considerati solo forme di debolezza a vantaggio degli avversari.

E’ bene rivalutare il concetto di agonismo in una direzione più sana ed etica, che si fonda sul divertimento e sulla voglia di fare, sulla lucidità e sulla concentrazione, abilità fondamentali nello sport come nella vita. La difficoltà sta proprio nel trasferire al giovane sportivo gli strumenti per gestire la propria parte istintuale senza sfogarla, per prendere così le decisioni migliori e perseguire il proprio impegno con grinta e coraggio.

Agonismo e aggressività devono essere convogliate in una direzione di autocontrollo e di espressione sana nello sport.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Agonismo: un bene o un male per i giovani sportivi? vincere valori sport sano agonismo ragazzi life skills giovani età evolutiva competizione agonismo aggressività   Senza di esse verrebbe a mancare una parte formativa di grande spessore umano, dal quale derivano valori importanti come la dedizione e il sacrifico. Tutto questo a discapito dell’atleta che rimarrà bloccato nella sua crescita, come sportivo e persona.

Vivere un sano agonismo può essere una grande occasione di apprendimento per i giovani. Alla base non deve mancare l’educazione all’espressione sana delle emozioni, aiutandoli a canalizzare i loro istinti in una direzione strategica ma funzionale alla loro crescita. L’aggressività diventa così una spinta a vincere, a valorizzarci e a imporci sugli altri ma senza un sentimento violento o ostile di prevaricazione.

Riferimenti:

  • Gill D.L., Gross J.B., Huddleston S. (1983) Partecipation Motivation in Youth Sports, in <<International Jourmal of Sport Psychology>>, 14, pp.1-14
  • Rossi B. Marziali F. “Il maestro di sport. Vademecum per allenatori di bambini e ragazzi”. Calzetti e Mariucci
  • Prunelli V. “Sport e agonismo” . Franco Angeli
  • Cortese C.G “Dallo sport alla vita” . Ananke
Articolo a cura del Dott. Andrea Martinetti – https://andreamartinetti.it

Donne e sport: la lunga strada per superare le differenze di genere

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Donne e sport: la lunga strada per superare le differenze di genere sport ruolo della donna nello sport psicologia dello sport festa della donna donne differenze di genere copertura mediatica   Le donne hanno combattuto per l’uguaglianza nel corso della storia. Nello sport, in particolare, alle donne una volta non era nemmeno permesso di guardare i Giochi Olimpici. Dopo aver finalmente potuto partecipare agli sport, le donne hanno dovuto sottoporsi a test di genere per assicurarsi che non fossero uomini che cercavano di imbrogliare il sistema.  Ad oggi, le atlete hanno ancora una copertura mediatica significativamente inferiore e diversa rispetto alle controparti maschili.

Scheadler e Wagstaff  nel 2018 hanno effettuato uno studio volto esaminare come l’aumento dell’esposizione mediatica allo sport femminile influenzi un atteggiamento positivo verso lo sport femminile e una riduzione delle discriminazioni di genere. Ne riportiamo qui un piccolo estratto tradotto e rimandiamo all’articolo completo in inglese per chi volesse approfondire.

Miglioramenti nella parità di genere nello sport

Sebbene le donne abbiano affrontato molte sfide nel corso della storia, si sono avvicinate sempre più al raggiungimento dell’uguaglianza di genere e tali progressi non possono essere ignorati, rimango sicuramente della aree di miglioramento.
Le Olimpiadi di Londra 2012 hanno visto rappresentato, per la prima volta nella storia, un numero uguale di sport per le donne e per gli uomini. In seguito all’espansione degli sport femminili, molti paesi come gli Stati Uniti hanno registrato una grande crescita del numero di donne olimpioniche: così grandi che le donne olimpioniche degli Stati Uniti hanno superato gli uomini olimpici statunitensi e hanno guadagnato più medaglie, tra cui più medaglie d’oro, per gli Stati Uniti. I Giochi del 2012 hanno offerto opportunità tutti i paesi coinvolti tanto che ogni singolo paese partecipante, per la prima volta in assoluto, aveva almeno una donna rappresentante la propria nazione ai giochi.

Esiste ancora una disuguaglianza di genere negli sport?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Donne e sport: la lunga strada per superare le differenze di genere sport ruolo della donna nello sport psicologia dello sport festa della donna donne differenze di genere copertura mediatica   Nonostante i miglioramenti nel raggiungimento dell’uguaglianza di genere nello sport, le atlete affrontano ancora numerosi ostacoli. I media, ad esempio, presentano sport come se esistessero sport maschili (ad esempio, il calcio e l’hockey su ghiaccio) e femminili (es. Ginnastica e pattinaggio artistico), il che rende è più difficile rompere le tradizionali barriere di genere e permettere alle donne di partecipare agli sport “maschili” e agli uomini agli sport “femminili”.

In effetti, molte atlete sono accettate dalla società e ricevono una copertura mediatica solo se partecipano a sport tradizionalmente femminili. Se una donna osa partecipare a uno sport maschile, la sua sessualità viene ancora oggi messa in discussione. I media tendono a ignorare i risultati atletici delle donne concentrandosi sul loro aspetto fisico, sulle vite private, sulla femminilità e sulla sessualità, anche se raggiungono imprese sportive più impressionanti.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Donne e sport: la lunga strada per superare le differenze di genere sport ruolo della donna nello sport psicologia dello sport festa della donna donne differenze di genere copertura mediatica   Spesso capita ancora che i canali mediatici scelgano di mostrare immagini con diverse prospettive e inquadrature mettendo in mostra non tanto il gesto atletico quanto il corpo femminile, soprattutto in alcuni sport, come il beach volley ad esempio. L’enfasi sul loro corpo e sulla sessualità potrebbe mettere a rischio donne e ragazze per l’ansia e la paura. Le donne che sperimentano l’enfasi mediatica di qualità attraenti hanno maggiori probabilità di sperimentare anche anoressia, bulimia, insoddisfazione del corpo e una spinta alla magrezza.

Queste disuguaglianze possono sembrare minime per alcuni, ma è comunque una discriminazione.

Esposizione mediatica di sport femminili

La disuguaglianza di genere, come notato, ha molte conseguenze negative per le atlete. Gli sport femminili sono spesso percepiti come meno eccitanti e più lenti degli sport maschili. I media contribuiscono a consolidare questa credenza non offrendo agli sport delle donne molta copertura, riducendo al minimo la frequenza con cui gli appassionati di sport vedono gli sport femminili. Infatti, meno del 10% dei media sportivi copre gli sport femminili e meno del 2% dei media sportivi copre gli sport femminili che sono considerati maschili (es. hockey o football americano).

Anche se i Giochi olimpici stanno offrendo lo stesso numero di sport per le donne che per gli uomini, i Giochi olimpici mostrano anche una copertura ineguale attraverso le loro reti. Ad esempio, la squadra di basket femminile degli Stati Uniti ha vinto la quinta medaglia d’oro consecutiva nel 2012, ma ha ricevuto meno di mezzo minuto in prima serata mentre la squadra maschile che ha vinto la seconda medaglia d’oro consecutiva ha ricevuto circa mezz’ora di copertura temporale nella stessa fascia oraria.

Lo studio di Scheadler e Wagstaff ci aiuta a capire quali strade possibili ci sono per migliorare questi aspetti e lascia delle indicazioni al personale sportivo (ad esempio, allenatori, emittenti dei media sportivi, amministratori, ecc.) su come promuovere lo sport delle donne.

Visto che lo sport è da sempre un veicolo importante di valori e principi, ci auguriamo che la strada che porta alla “non discriminazione” possa passare anche di qua.

 

Articolo originale e bibliografia: http://thesportjournal.org/article/exposure-to-womens-sports-changing-attitudes-toward-female-athletes/

Come superare i periodi “no” nello sport

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Come superare i periodi "no" nello sport team superare la crisi sport resistenza resilienza psicologia dello sport momento no   Ogni atleta, ogni squadra ha vissuto, almeno una volta, nella sua carriera sportiva il temuto “momento no”. Il momento no è un periodo, più o meno lungo, in cui non riesco a mantenere alta la mia prestazione per come sono abituato a fare, gli obiettivi sembrano difficili da raggiungere, ci provo ma non riesco a finalizzare. In altre parole tutto sembra andare nella direzione sbagliata. Si ha la sensazione, a volte, di sprofondare in una baratro nero in cui tutto quello che proviamo a fare sembra non funzionare più come prima. Il senso di impotenza bussa ala nostra porta. Iniziamo a sentire dei pensieri disturbanti come: “non ce la faremo mai… forse non sono così bravo come pensavo di essere… non ne verremo mai fuori.., è finita!”. Si inizia a sperare che il momento passi in fretta, pagheremmo oro per trovare una bacchetta magica che ci tiri fuori miracolosamente e velocemente da questa situazione di disagio! E in queste situazioni spesso si crede che la soluzione sia fuori di noi, si pensa che ci sia un professionista (magari uno psicologo sportivo) che ci dica la parolina magica e tutto tornerà bello e piacevole come prima.

Un’esperienza difficile in cui si scopre una risorsa fondamentale

Attraversare questi momenti non è piacevole sicuramente ma fa parte della storia di ogni atleta e di ogni squadra che ambisca a crescere e ad arrivare in alto. E’ una fase preziosissima dal punto di vista psicologico, ma spesso gli atleti non ne comprendono la reale potenza, perché sono troppo concentrati a volerne venire fuori velocemente e nel modo più indolore possibile.
Noi psicologi dello sport sappiamo che in questi momenti si allena una competenza mentale fondamentale: la resilienza.

Spesso si sente il termine resiliente in riferimento allo sport, ma prima, definiamo la resilienza in termini generali. L’American Psychological Association definisce la resilienza come:

… il processo di adattamento di fronte a avversità, traumi, tragedie, minacce o anche a significative fonti di stress – come problemi familiari e di relazione, seri problemi di salute, stress sul luogo di lavoro e stress finanziario. Significa “rimbalzare” dalle esperienze difficili.

Nello sport le avversità possono essere gli avversari che si dimostrano più tosti di come pensavamo, i tifosi che ci portano dalle stelle alle stalle, i compagni di squadra che iniziamo a vedere come minacce invece che come alleati, le difficoltà nella realizzazione dei risultati che ci sembravano facili ma magari non lo sono così tanto, le tensioni interne che si accendono nei momenti di stress, ecc. Come si fa a “rimbalzare” da queste esperienze difficili?

Può essere insegnata la resilienza?

Gli atleti, a qualsiasi livello competano, ma soprattutto gli atleti con alte prestazioni, devono avere una grande capacità di recupero per combattere le dinamiche del conflitto interno ed esterno. Come afferma Pietro Trabucchi, uno dei massimi esperti di resilienza nello sport:

 la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a “leggere” gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.”

A questo punto sorge spontanea una domanda: la capacità di recupero è un tratto innato o un tratto che può essere insegnato? Tutte le risposte a questa domanda sembrano derivare dalla teoria della resilienza, che è ampia e può essere applicata in molte situazioni differenti. In sostanza, la teoria della resilienza si basa sul principio che tutte le persone hanno la capacità di superare le avversità, nonostante le loro circostanze di vita. Ovviamente, questa capacità la si allena, paradossalmente, nelle difficoltà!

L’esempio che ci piace portare prende spunto da un ambito non sportivo. Se voglio temprare il mio fisico e renderlo resistente alle avversità climatiche, di sicuro il modo migliore non è chiudermi in una campana di vetro. Sarà necessario, iniziare a sfidare il freddo, ad espormi alle avversità e questo può essere che, all’inizio, mi causi disagio perché non sono abituato. Rimasi colpita in un mio viaggio in Lapponia, ad inizio gennaio, quando vidi un gruppetto di bambini che giocavano a calcio in un parchetto, in maniche corte a circa -10°. Ho pensato che se avessimo messo i nostri figli a giocare in quelle condizioni probabilmente li avremmo ricoverati subito dopo la partita con un inizio di ipotermia!!!! E invece per loro era normale: erano, ovviamente, temprati a quelle condizioni.
Prendendo spunto dall’aneddoto, se voglio temprare il mio atteggiamento mentale a resistere nelle difficoltà, devo accettare di vivere delle difficoltà, in alcuni casi vado a cercare le difficoltà alzando l’asticella e solo in quelle condizioni potrò sviluppare questa competenza mentale. Sarà sicuramente molto più difficile sviluppare la resilienza se la strada di fronte a me è sempre facile e priva di ostacoli!

La star dell’NBA Michael Jordan è un esempio di resilienza nello sport. Tagliato fuori dalla squadra di basket del liceo, questo evento non gli ha impedito di giocare. Nell’articolo di Bud Bilanich, “50 personaggi famosi che fallirono nel loro primo tentativo di successo nella carriera”, Michael Jordan afferma:

 “Ho perso più di 9.000 colpi nella mia carriera. Ho perso quasi 300 giochi. In 26 occasioni mi è stato affidato il tiro vincente e l’ho sbagliato. Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ed è per questo che ho vinto tutto.”

Questo è l’esempio per eccellenza del valore della resilienza nell’atletismo. Bo Hanson, un quattro volte olimpionico di canottaggio e ora consulente di coaching, attesta anche l’importanza della resilienza in un atleta. Hanson riconosce che mentre tutti gli atleti commettono errori, ciò che distingue un atleta d’elite dalla norma è la sua capacità di recuperare rapidamente da un errore.

Un processo in 4 fasi per aumentare la resilienza

Nel suo articolo Superare gli errori di prestazione con la resilienza, la dott.ssa Gloria B. Solomon, specialista in psicologia dello sport e rinomata sociologa sportiva, esplora l’argomento. In collaborazione con la sua collega, A. Becker, Solomon ha sviluppato un processo in quattro fasi per aiutare gli atleti a gestire e imparare dagli errori di performance e aumentare la capacità di recupero individuale.

  1. Conferma. L’atleta riconosce e accetta la responsabilità per il suo errore e la frustrazione che ha causato. La proprietà dell’errore è essenziale in questa fase di resilienza, come riconoscere la frustrazione per il singolo atleta, così come per la squadra.
  2. Revisione. L’atleta rivede il gioco e determina come e perché si è verificato l’errore di prestazione.
  3. Pianificare strategie. L’atleta fa un piano per intraprendere azioni correttive per i giochi futuri. A questo punto, i membri della squadra o gli allenatori possono anche assistere in azioni correttive, ma ancora una volta, la proprietà per l’errore di performance, così come per la strategia futura, appartiene al singolo atleta.
  4. Eseguire. L’atleta continua ad allenare le nuove strategie e si prepara per la prossima partita.

 A prima vista, sembra che questa lista richiederà del tempo per essere messa in atto, ma in realtà, poiché l’atleta pratica e implementa continuamente questo processo, il feedback richiederà alcuni secondi. Più velocemente l’atleta realizza e attualizza questo processo, più resiliente diventa l’atleta. La pratica rende resilienti!

Alcuni spunti di riflessione importanti che dobbiamo tenere a mente se siamo in una fase di allenamento alla resilienza (ossia se stiamo attraversando il nostro momento no) ce li fornisce Pietro Trabucchi nel suo libro “Tecniche di resistenza interiore. Come sopravvivere alla crisi della nostra società” che abbiamo provato a sintetizzare:

  • Occhio a cosa ci diciamo! Possiamo diventare i principali nemici di noi stessi se cadiamonell’autosabotaggio, che può assumere diverse forme, più o meno gravi. La più comune sono i pensieri pessimisti: “Non ce la farò mai”. Pensarlo, vuol dire partire sconfitti. In altri forme l’autosabotaggio arriva alla colpevolizzazione dei propri compagni di squadra, in altre parole “massacriamo” coloro che dovrebbero aiutarci a superare la crisi.
  • Imparare a “stare” nel disagio.La vita contemporanea ci spinge a scegliere solo ciò che è piacevole al momento e ad evitare lo sconforto, l’amarezza, il disagio. Raggiungere un obiettivo, però, qualunque obiettivo, richiede una certa dose di fatica, d’insoddisfazione. Una parte della vita che bisogna imparare ad accettare, se vogliamo costruire qualcosa e scegliere fino in fondo la direzione della nostra esistenza. Pensare di avere solo pensieri e sensazioni ‘positive’ è una trappola, la cosiddetta trappola della felicità.
  • La radice della demotivazione.Uno dei primi modi per sconfiggere la demotivazione è capire da dove viene. Potrebbe essere mossa dalla paura di non farcela: in quel caso dobbiamo essere bravi a “dare un nome” alla paura e a chiederci “Perché ho paura di ciò che sta accadendo o potrebbe succedere?”, “Quali sono le probabilità che il risultato peggiore si verifichi
  • Non aspettarti uno sforzo minore.A volte, probabilmente l’abbiamo sperimentato tutti, quando ci aspettiamo di affrontare un compito che ci sembra facile, in realtà facciamo maggiore fatica. Perché? Non diamo al cervello il tempo di ‘tarare’ il suo impegno sulla giusta distanza. Trabucchi spiega questo passaggio con un esempio, ancora una volta dallo sport: “Noi siamo in grado di adattare l’intensità dell’esercizio in base alla lunghezza del tragitto che ci aspettiamo di dover correre. La scelta è tanto più adeguata quanto più l’atleta è esperto. Ad esempio: un atleta esperto parte a ritmi molto diversi se deve corre una mezza maratona o cento chilometri. Il cervello impara dall’esperienza: la regolazione anticipativa del ritmo migliora con il tempo. La scelta del ritmo giusto è fondamentale per tutti gli atleti, indipendentemente dalla loro classe prestativa”.

Riferimenti:

  • Pietro Trabucchi, “Resisto, dunque sono”
  • Pietro Trabucchi, “Perseverare è umano”
  • Pietro Trabucchi, “Tecniche di resistenza interiore”.
  • PsychCentral. “Cos’è la resilienza?”. Associazione Americana di Psicologia.
  • Solomon, G., “Superamento degli errori di performance con resilienza”. Associazione per la psicologia degli sport applicati.
  • Hanson, B. “6 modi per migliorare la resilienza di un atleta.” Valutazione dell’atleta.
  • Bilanich, B .. “50 personaggi famosi che hanno fallito nel loro primo tentativo di successo nella carriera.” Bud Bilanich.

Cosa vuole dire avere grinta nello sport?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Cosa vuole dire avere grinta nello sport? successo sport risultati resistenza psicologia dello sport perseveranza motivazione grinta fame   “Un giocatore forte è un giocatore che ha grinta!” Quante volte abbiamo sentito frasi simili nel mondo sportivo. Spesso si associa la grinta a cose come essere duro, non arrendersi e fare il cosiddetto ‘lavoro sporco’. Mentre alcune di queste idee possono avere qualche assonanza con le caratteristiche che definiscono la grinta, non ci forniscono una spiegazione chiara. Ecco cosa ha da dire il principale esperto di grinta (Duckworth et al 2007):

“Definiamo la grinta come perseveranza e passione per gli obiettivi a lungo termine. La grinta comporta un lavoro strenuo verso le sfide, mantenendo lo sforzo e l’interesse nel corso degli anni, nonostante insuccessi, avversità e altipiani in corso. L’individuo grintoso si avvicina al successo come a una maratona; il suo vantaggio è la resistenza. Mentre la delusione o la noia segnalano agli altri che è tempo di cambiare traiettoria e limitare le perdite, l’individuo grintoso resiste nel corso del tempo. “

La formula del successo

Uno degli aspetti chiave da questa definizione è che non ci vogliono solo giorni o mesi per raggiungere obiettivi a lungo termine, ma piuttosto anni di sforzi intensi.
Inoltre, indipendentemente dallo scopo, indipendentemente dalle battute d’arresto e dai fallimenti che inevitabilmente si presenteranno, l’atleta grintoso persevera senza scendere di livello.
Molti studiosi ora concordano sul fatto che quando si tratta di realizzare straordinari successi nello sport (o in qualsiasi altro campo), il talento da solo, non è abbastanza.
Secondo Duckworth (2016), al livello più elementare, ci sono 2 equazioni che sono fondamentali quando si cerca di capire il successo nello sport, come nella vita:

talento x impegno = abilità
abilità x impegno = realizzazione

Cosa ti colpisce guardando queste due equazioni? In primo luogo, non importa quanto sia dotato un tennista, ad esempio, senza lo sforzo necessario, è impossibile per lui perfezionare le proprie abilità.  All’inizio della carriera sportiva, alcuni giovani sono naturalmente più abili nell’eseguire alcuni gesti tecnici, rispetto ad altri. Ciò può essere dovuto ad una sorta di abilità innate (chiamiamolo talento se vogliamo), ma questo non significa che siano i prossimi campioni del mondo. Lo sforzo, quello a lungo termine, è fondamentale. È ciò che sviluppa e affina l’abilità.

In secondo luogo, una volta che una qualche forma di abilità è presente, lo sforzo non si ferma e non dovrebbe fermarsi. Come potete vedere dalla seconda equazione di Duckworth, perché il successo (o l’insuccesso) si manifesti, lo sforzo gioca ancora un ruolo chiave. È qui che molti giocatori sbagliano. Ho delle buoni doti tecniche per cui non ho bisogno di allenarmi così duramente. Vi sembra un ragionamento che atleti professionisti del calibro di Nadal, Ronaldo o qualsiasi altro giocatore top-player nel vostro sport preferito, farebbe? Potresti mai immaginare quel tipo di commento o reazione da parte di un giocatore come Rafael Nadal?  Indipendentemente dal loro talento o abilità, lo sforzo è sempre in prima linea.

Le ricerche sulla grinta come predittore di successo

La grinta ha dimostrato di essere un predittore di successo al National Spelling Bee (Duckworth et al 2011), ha previsto i tassi di abbandono a West Point, l’Accademia Militare degli Stati Uniti (Duckworth et al 2007), ha previsto tassi di successo sul lavoro (Eskreis-Winkler et al 2014) e così via. Per il lettore curioso, suggeriamo di dare un’occhiata più da vicino ad alcune delle ricerche sulla grinta e di prendere in mano il libro di Angela Duckworth del 2016: Grit: The Power of Passion and Perseverance.

Lo studio di Larkin et al (2015) è stato il primo nel suo genere quando si guarda alla grinta nello sport, ma aveva i suoi limiti. Uno di questi è che, pur essendo classificato come “élite”, la popolazione era piuttosto giovane.
In un’indagine più recente, Tadesqui e Young (2016) hanno reclutato oltre 250 atleti da una varietà di sport (nuoto, atletica, tennis, hockey, calcio), una varietà di gruppi di età (l’età media era di 23 anni ma variava da 13-30) e una varietà di livelli di abilità (locali, città, regionali, provinciali, nazionali e internazionali) con l’obiettivo di ottenere ulteriori informazioni sulla grinta nello sport.

Ecco cosa hanno trovato. I punteggi più alti sulla porzione perseveranza della scala di grinta erano significativamente associati alla pratica deliberata (DP), insieme alla frequenza alla pratica obbligatoria e facoltativa. Gli autori riaffermano che la DP è difficile (come abbiamo visto prima) e spesso è associata al fallimento – in altre parole, se stai lavorando attraverso esercitazioni e pratiche impegnative, sicuramente non otterrai il successo su tutti i tuoi sforzi. Infatti, in alcuni casi, un atleta può sperimentare più tentativi falliti rispetto a quelli riusciti. Una possibile spiegazione per gli atleti esperti che ottengono un punteggio più alto su questa porzione della scala della grinta può essere correlata alla loro capacità di ritardare la gratificazione – rispetto agli individui meno grintosi – che richiedono costante rassicurazione.

Vi consigliamo di vedere il video di Angela Duckworth in cui ci spiega i 5 minuti cosa significa avere grinta e quali vantaggi ne abbiamo:

Articolo originale: http://www.mattspoint.com/blog/the-concept-of-grit-and-its-role-in-elite-sport-part-1

La genitorialità nello sport: alcuni spunti operativi

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In questo articolo, il collega Sergio Costa (www.sergiocostapsicologosport.com) esplora il mondo della genitorialità nello sport attraverso i dati emersi da alcune ricerche scientifiche.BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La genitorialità nello sport: alcuni spunti operativi sport giovanile sport sergio costa genitorialitò genitorialità genitori nello sport formazione bambini

Nell’ultimo decennio è cresciuto notevolmente l’interesse accademico nei confronti dei genitori e del loro coinvolgimento nello sport giovanile, fornendo spunti interessanti sui fattori di stress, sulle esperienze e sui comportamenti positivi e negativi associati alla genitorialità (Holt & Knight, 2014).

Il genitore, che lo voglia o no, fa sempre un investimento sul figlio in termini di emozioni e aspettative, e convive anche lui con una serie di fattori stressanti, quali aspetti organizzativi e preoccupazioni relative allo sviluppo che possono condizionarlo, se non gestite bene. La consapevolezza di sé e delle proprie capacità è un elemento fondamentale sia nella carriera di un atleta che in quella del genitore, soprattutto se stiamo parlando di giocatori in fase giovanile.

Quali sono quindi le caratteristiche che dovrebbe avere il genitore e quale dovrebbe essere il suo ruolo?

Mi piacerebbe pensare al genitore che contribuisca alla crescita del proprio figlio, che lo stimoli e lo esorti se ne ha bisogno, o che ascolti le sue impressioni, le sue difficoltà e i suoi dubbi. Che partecipi alle esperienze del proprio figlio e lo aiuti a confrontarsi con il maestro e con i suoi problemi, che gioisca con lui per i successi ottenuti e lo conforti in caso di necessità.

Knight e colleghi (2010) hanno evidenziato che i giocatori di tennis junior dichiaravano di desiderare caratteristiche e modalità genitoriali differenti a seconda della situazione. Prima delle partite, infatti, i ragazzi preferivano comportamenti e suggerimenti legati al match che dovevano affrontare, mentre durante la competizione, volevano che i loro genitori si concentrassero più sullo sforzo e l’atteggiamento piuttosto che sul tennis giocato, abbinando comportamenti non verbali positivi (come espressioni facciali e posizioni del corpo) e commenti di aiuto e supporto.

Concludendo, dato l’impatto che i genitori possono avere sulle esperienze sportive e di crescita dei loro figli, diventa fondamentale progettare un programma per aiutarli a capire e gestire il loro ruolo, il modello aspettativa-valore e l’importanza dell’intelligenza emotiva (Horn e Horn, 2007; Harwood e Knight, 2015).

Molte società, per affrontare questo problema, fissano un decalogo, consigliando i genitori di sdrammatizzare, incoraggiare, esaltare i risultati positivi e alleggerire le sconfitte. Spesso li obbligano a non entrare in campo e negli spogliatoi, di lasciare che la borsa se la portino i ragazzi da soli e di non discutere con l’allenatore di aspetti tecnici o tattici, nonché di rispettare i compagni e gli altri genitori, senza tuttavia riscontrare spesso grande successo.

Vicent e colleghi (2015) suggeriscono di dare l’opportunità ai genitori di conversare su una tematica, di esplorare e confrontare le proprie esperienze, piuttosto che creare una serie di lezioni ed incontri formativi, utili ma fini a sé stessi. Seguendo infatti la teoria dell’autodeterminazione (Ryan e Deci, 2002), è solo attraverso l’autonomia, la relazione e la competenza, creata attraverso un lavoro sulla consapevolezza di sé, che si riesce ad ottenere un clima basato su una forte motivazione intrinseca utile al cambiamento e all’apprendimento del genitore.

Se volete approfondire la tematica: http://www.bskilled.it/il-perfetto-genitore-sportivo/

BIBLIOGRAFIA

  • Harwood, C. G., Knight, C. J., The role of parents in the development of tennis players: The past, the present and the future. Journal of Medicine and Science in Tennis, 17, 2012, 9–15.
  • Harwood, C. G., Knight, C. J., Parenting in youth sport: A position paper on parenting expertise. Psychology of Sport & Exercise, 16, 2015, 24–35.
  • Harwood C.G., Knight C.J., Parenting in sport. Sport Exerc. Perform. Psychol, 5, 2016, 84-88.
  • Holt, N. L., Knight, C. J., Parenting in youth sport: From research to practice. London, England: Routledge, 2014.
  • Horn, T. S., Horn, J. L., Family influences on children’s sport and physical activity participation, behavior, and psychosocial responses. In G. Tenenbaum & R. C. Eklund (Eds.), Handbook of sport psychology (3rd ed., pp. 685–711). Hoboken, NJ: Wiley, 2007.
  • Knight, C. J., Boden, C. M., Holt, N. L., Junior tennis players’ preferences for parental behaviors, Journal of Applied Sport Psychology, 22, 2010, 377–391.
  • Vincent A. P. and Christensen D. A., Conversations with Parents: A Collaborative Sport Psychology Program for Parents in Youth Sport, Journal of Sport Psychology in Action, 6, 2015, 73–85.

Preferisci vincere o partecipare?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Preferisci vincere o partecipare? vittoria vincere sport sfida risultato psicologia dello sport prestazione partecipare obiettivi mental training importante è partecipare atleti allenatori   Siamo cresciuti e viviamo in un’era dove, qualsiasi sia la competizione in atto, ci si sente spesso dire: “Dai, l’importante è partecipare!”. Ciò a cui non si fa caso però, è che questa frase la si dice prevalentemente, dopo le sconfitte. Quali sono le motivazioni per cui si dice questa frase?

“L’IMPORTANTE E’ PARTECIPARE”

Per i  bimbi molto piccoli, che si imbattono nelle prime competizioni, è spesso un modo per evitare che rimangano delusi in una eventuale sconfitta.

Per gli adolescenti, l’adulto la ripete perché, in cuor suo, sa che il ragazzo molto probabilmente non sarà all’altezza della competizione e quindi, mette le mani avanti. “L’importante è partecipare, divertiti!”

Infine, la frase ripetuta ad un adulto denota la triste verità di ritenerlo un probabile perdente. Stesso discorso vale per quanto riguarda il “self-talk”. Ripetendoci mentalmente questa frase, non facciamo altro che minare la fiducia, le ambizioni e le motivazioni che abbiamo.

 Sono questi i motivi per cui credo che sia una delle frasi più pericolose che si possano dire ad un atleta, qualsiasi tipo di competizione egli stia per affrontare.

“L’IMPORTANTE NON E’ PARTECIPARE…”

“… come l’importante non è vincere.” Fino ad alcuni livelli per lo meno. Provate a dire alla Juventus, ora che ha preso Cristiano Ronaldo, che vincere la Champions League non è importante.

“WINNING IS NOT EVERTHING. BUT WANTING TO WIN IS”
Vince Lombardi

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Preferisci vincere o partecipare? vittoria vincere sport sfida risultato psicologia dello sport prestazione partecipare obiettivi mental training importante è partecipare atleti allenatori   L’importante è dare tutto quello che si ha. L’importante è faticare per provare a vincere! L’importante è impegnarsi con tutte le proprie forze per migliorare se stessi. Si potrà vincere o perdere, ma giocare, tanto per giocare, a parer mio non è educativo.

Supponiamo uno sport in cui non esistono premi. “L’importante è partecipare” sottintende il fatto di non dare importanza ad una ”ricompensa”. Allora che senso ha il sacrificio? Che senso hanno tutti gli allenamenti? Si potrebbe gareggiare e basta? Non ci sarebbero riconoscimenti se non ci fossero competizioni. Non sarebbe un po’ triste? Si potrebbe veramente chiamare sport?

Uno sport, di fatto, insegna anche a perdere, insegna una miriade di valori come il rispetto per l’avversario, la motivazione, il sacrificio, l’ambizione … ed allora non può essere “importante partecipare”.

Ci sarà sicuramente qualcuno che, leggendo queste parole potrebbe non condividerle. “Io vado a correre al parco per il piacere di correre “,”Io vado a sciare la domenica perché mi piace sciare, non ho mai fatto una gara!” e queste persone hanno sicuramente ragione. Lo sport è soprattutto passione, ma in fondo, ognuno di noi, ogni volta che compie un gesto sportivo ha qualche tipo di scopo. Non saranno medaglie olimpiche o coppe del mondo ma potrebbe essere, ad esempio, il mantenersi in forma. Allora la corsa al parco per “divertirsi” si concluderà col salire sulla bilancia e vedere quanti kg abbiamo smaltito, oppure anche solo la soddisfazione di aver fatto qualcosa per noi stessi, per il nostro benessere psico-fisico; ed il nostro sciatore della domenica proverà ad arrivare a fine pista prima del suo amico o di sua moglie… poco importa se la ricompensa sarà una birretta dissetante!

Infine ci sono quelle persone che vanno a correre e fanno sport perché lo devono fare. Perché sanno che se non vanno a fare movimento la loro salute e la loro forma fisica peggiorerà. Magari fanno una fatica immensa ma nonostante questo, si infilano le scarpe ed escono a sudare. Ciò che le rende appagate è il fatto di fare qualcosa per se stessi, per la propria salute ed a volte per la propria professione.

 “…l’Italia finiva cosi la sua corsa verso la medaglia olimpica, ai piedi del podio […] al di là del risultato […] da Capitano di questa squadra ero comunque contenta della gara. Delle mie compagne e del loro atteggiamento dentro e fuori la pedana. Delle tante soddisfazioni personali e dell’unione che si era creata nel nostro gruppo, nonostante qualche vicissitudine durante l’anno. Per me però finiva li. Avevo concluso la mia carriera agonistica. Ero soddisfatta di tutto ciò che avevo fatto negli anni, senza rimpianti. Lo so, sembrerà strano, ma ero contenta, a differenza delle mie compagne disperate dal dispiacere della sconfitta […] certo, avrei preferito vincere un’altra medaglia e regalare altre gioie, ma ero fondamentalmente appagata.”
Marta Pagnini

Quindi mi rivolgo a tutti gli atleti,  i genitori, gli allenatori e chiunque abbia a che fare con sportivi di qualsiasi età e livello … SIATE AMBIZIOSI!!

Non accontentatevi di partecipare. Sognate in grande e ponetevi degli obiettivi raggiungibili, in modo da prendere confidenza con la vittoria e poter alzare l’asticella di volta in volta.

Piuttosto che dire ”l’importante è partecipare” dite “l’importante è dare tutto!”

 

Autrice:
Alessandra Visconti, psicologa dello sport, giocatrice di basket in A1 e A2, ha militato nelle nazionali giovanili e nella nazionale senior 3×3.

7 modi per superare i cali di motivazione

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance 7 modi per superare i cali di motivazione sport psicologia dello sport motivazione demotivazione de-motivazione cali di motivazione   Non importa chi sei e a che livello competi, ciò che è certo è che avrai momenti in cui avvertirai i cosiddetti “cali di motivazione”. Anche le persone più capaci e di successo vivono momenti in cui si sentono de-motivate. Tuttavia, è il modo in cui affrontano questo tempo “inattivo” che li fa andare avanti e li aiuta a realizzare grandi cose.

La motivazione è una delle chiavi che spinge ad agire e ci tiene in movimento ogni giorno. Se  ci manca la motivazione, tenderemo a procrastinare le cose che dovrebbero essere fatte. Alla fine, il rischio è di abbandonare totalmente il progetto su cui ci eravamo impegnati tanto.
Fortunatamente, ci sono soluzioni a questo e un buon psicologo dello sport è in grado di supportarti per affrontare al meglio i fisiologici cali di motivazione. Vediamo insieme ora qualche piccolo accorgimento che possiamo iniziare a mettere in pratica per superare un momento transitorio di calo di motivazione.

1. Ricorda perché hai voluto iniziare a fare ciò che stai facendo

Le ragioni per cui fai qualcosa sono la forza trainante dietro tutto ciò che fai.
Quando non senti alcuna motivazione, è perché la ragione dietro a quello che stai facendo non è abbastanza forte. Pensaci, perché la gente smette di fumare? La maggior parte delle volte, le persone smettono di fumare perché hanno una ragione forte, se continuano a fumare, potrebbero soffrire di gravi problemi di salute e potrebbero perdere i loro cari.
Allora perché fai quello che fai? Sai perché vuoi raggiungere i tuoi obiettivi e i tuoi obiettivi? Assicurati che le tue ragioni siano forti ed emotive. Quando non senti alcuna motivazione, pensa allo scopo per cui vuoi farlo.

2. Immagina il successo se lo fai e senti il ​​rimpianto se non lo fai

Ah, la visualizzazione, funziona davvero? Sì, funziona ma solo se sei disposto a lavorarci. La visualizzazione è uno strumento molto potente che è disponibile per noi ed è gratuito. Puoi pensare e immaginare quello che vuoi, ovunque e ogni volta che lo desideri. Se pensi che la visualizzazione non funzioni, prova ad immaginare vividamente che vai in cucina, apri la porta del frigo, vedi un grosso limone giallo e lo tiri fuori. Dopo di che prendi un coltello e taglia a metà il grosso limone giallo.
Immagina questo in modo vivido e il più dettagliato possibile. Dopo aver tagliato il limone, prendi il mezzo e spremi il limone che il succo lascia cadere nella tua bocca. Senti la pressione della vostra mano, ascolta il suono della compressione e immagina che il succo aspro di limone entri in bocca. Ora senti più saliva in bocca o niente?
È probabile che, se visualizzi vividamente, avrai più saliva in bocca. Dai, questa è solo una visualizzazione e non è reale, ma perché hai avuto più saliva in bocca? Questo perché la tua mente non può differenziare ciò che è reale e ciò che non lo è. La tua mente può solo vederlo, ma non può dire se è reale.
Questo è ciò che rende la visualizzazione uno strumento così potente. Pensaci, se il tuo sogno è guidare una bella moto, immagina la vivida immagine di te che guidi. Immagina il modello che desideri, il colore, le sensazioni quando ti siedi e senti il ​​rombo del motore che ruggisce.
Il punto è questo: quando immagini e visualizzi le cose nella tua mente, ti sentirai motivato a farlo. Quando sogni la moto che desideri, creerai la motivazione dall’interno. Prova a farlo quando hai voglia di procrastinare e prova a vedere cosa cambia.

3. Crea un ambiente di supporto

Sai che il tuo ambiente può influenzare il tuo umore? Allo stesso modo, le persone che ti circondano posso influire sul tuo stato d’animo.
C’è un detto che dice “Diventerai la gente con cui ti mescolerai”. Se ti mescoli sempre con persone di successo che amano le sfide e l’impegno, imparerai cosa vuol dire essere resiliente.  È così che puoi diventare motivato e puoi usare il tuo ambiente per aumentare il tuo livello di energia. D’altra parte, se ti circondi di persone negative rischierai di assorbire la loro de-motivazione e osservare il mondo attraverso la loro visione pessimistica.

4. Cambia la tua fisiologia e rimani in azione

Il movimento crea emozione. Ogni volta che ti senti giù e non hai alcuna motivazione per fare il tuo lavoro, cambia la tua fisiologia. Prova questo esercizio. Cerca di sentirti triste e disperato, pensa a tutte le cose tristi che ti sono successe e nota la tua fisiologia. Come respiri? Le tue spalla sono erette o si sono incurvate? E la tua espressione facciale? E il tuo sguardo?
Quando sei in uno stato triste, la tua fisiologia rimarrà in un certo modo. Al contrario, se ti senti bene ed energico, anche la tua fisiologia sarà in un certo modo. La maggior parte delle persone quando si sente bene ed è motivata ha un respiro più veloce, i loro gesti sono attivi, parlano più velocemente e lo sguardo è vivace e focalizzato.
Quando cambi la tua fisiologia, cambierai anche il tuo stato d’animo. Pertanto, se non si desidera rimanere in uno stato emotivo che non è utile, provate a notare la vostra fisiologia e modificarla di conseguenza.

5. Cerca stimoli motivanti all’esterno

Leggere un libro, ascoltare la musica o guardare qualcosa di stimolante può sicuramente riportarti a una marcia più veloce. Quello che puoi fare è trascorrere almeno 30 minuti ogni giorno per leggere un libro stimolante ogni mattina prima di iniziare la giornata. In questo modo, ti assicurerai di iniziare al meglio, nello stato giusto e potrai affrontare la giornata anche se è un giorno difficile.
Anche video e audio possono essere molto utili. Ad esempio, quando sei giù e non senti alcuna motivazione, prova a guardare qualcosa di stimolante su YouTube o ascolta discorsi motivazionali o esperienze emozionanti di persone che hanno raggiunto un loro piccolo o grande successo.
Il modo migliore è ancora di posizionarti nella giusta mentalità e nello stato giusto prima di iniziare la giornata.

6. Sognare in grande, iniziare in piccolo e agire subito

Questo è un principio molto potente se lo applichi nella tua vita. Quando sogni, devi sognare in grande in modo che il tuo sogno possa ispirarti. Tuttavia, quando inizi, devi iniziare in piccolo se vuoi trasformarlo in un’abitudine giornaliera.
Quando la tua motivazione è sparita; inizia dalle piccole cose. Una volta che inizi ad agire, la motivazione arriverà e sarai in grado di continuare a fare di più, innescando un circolo virtuoso che va oltre l’inerzia della de-motivazione.
Fai i piccoli passi e gradualmente aumenta da lì in poi. Ad esempio, se vuoi allenarti cinque giorni a settimana, prova a programmare e iniziare in piccolo. Anche se sono solo cinque minuti al giorno, l’importante è iniziare a farlo. Una volta avviato il motore, aumenta gradualmente l’inerzia e passa al livello più alto.

7. Fai una pausa

A volte puoi solo fare una pausa. Ricorda, il successo non è una destinazione; è un viaggio che devi percorrere per un lungo periodo di tempo. Non è uno sprint, ma una maratona. Molte persone scambiano il successo con qualcosa di eccezionale e rapido. La verità è totalmente l’opposto.
Quasi tutte le persone di successo che hanno raggiunto risultati sorprendenti sono in grado di farlo perché persistono abbastanza a lungo, agiscono in modo coerente e, naturalmente, non si arrendono mai. Non è qualcosa che può essere creato in pochi giorni, non in settimane e nemmeno mesi. Il vero successo richiede anni per essere costruito.
Pertanto, assicurati di riposare a sufficienza e di fare una pausa quando è necessario. Devi capire le tue capacità e quanto puoi fare. Se hai fatto il tuo lavoro, puoi ricompensarti e fare una pausa. Noterai che dopo il riposo ti sentirai più energico, più motivato e pronto a rimetterti in gioco.

Quando il gioco si fa duro… 2 segreti per non perdere la motivazione!

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Probabilmente ti è stato detto, dai tuoi allenatori e/o dai tuoi genitori, che il lavoro duro è la chiave del successo. Hai visto gli atleti professionisti dichiarare che il lavoro duro è stato ciò che li ha resi così forti. E probabilmente hai letto innumerevoli frasi motivazionali che espongono le virtù del duro lavoro.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Quando il gioco si fa duro... 2 segreti per non perdere la motivazione! sport psicologo sportivo psicologia dello sport prestazione motivazione motivato calo di motivazione   Ma se il lavoro duro è ciò che ti permette di raggiungere gli obiettivi, perché alcuni atleti abbandonano il duro lavoro e perdono la motivazione?

Ci sono ovviamente diversi motivi per cui gli atleti smettono di lavorare duramente nel loro sport: troppa pressione, perdita di interesse a competere, infortuni che limitano il loro potenziale, ecc. Ma il più grande motivo per cui gli atleti rinunciano a lavorare duramente è che non vedono immediatamente i risultati.

Ad esempio, inizia una stagione dopo un anno precedente deludente, ma ti ripeti che questa stagione sarà diversa. Ma dopo alcune prestazioni mediocri, la tua motivazione diminuisce. La tua intensità nelle pratiche diminuisce. Si inizia a mettere in dubbio se è valsa la pena di lavorare così duramente e si iniziano a scardinare tutte le convinzioni positive.
Purtroppo, alcuni atleti non capiscono che il successo non è solo una questione di duro lavoro: è una questione di duro lavoro in un significativo periodo di tempo con l’atteggiamento mentale giusto. Per sostenere la tua motivazione, e la tua pazienza, attraverso gli alti e bassi, devi essere mentalmente forte e determinato.

Vediamo due consigli per riuscire a farlo:

  • È necessario allenarsi a visualizzare il raggiungimento dell’obiettivo e viverlo ogni giorno. Può esserti di aiuto imparare ad utilizzare tecniche di auto-ipnosi per fare questo;
  • Bisogna credere che il tuo duro lavoro si ripagherà alla fine e per fare questo dovrai lavorare sul riconoscere e modificare le tue convinzioni limitanti. Questa tecnica si chiama ristrutturazione cognitiva e il tuo psicologo sportivo potrà insegnarti come farlo efficacemente!

Ricorda sempre questa analogia: realizzare i tuoi obiettivi è come un lungo viaggio in macchina. E’ indispensabile per poter terminare il viaggio, fermarsi di tanto in tanto a fare rifornimento di benzina e magari, pulire i vetri. Dopodiché la macchina è pronta a ripartire, anche più forte di prima.

Per cui, sii flessibile e non spaventarti dei cali di motivazione, ma governali con intelligenza mantenendo il tuo sguardo focalizzato sul medio e lungo termine (non solo sul breve). E con il supporto mentale giusto… il tuo duro lavoro sarà ripagato.

In bocca al lupo!

Stress o Depressione Natalizia? Vai a correre!

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Stress o Depressione Natalizia? Vai a correre!

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Ormai è risaputo, il periodo delle feste di Natale è un periodo che per molte persone si rivela felice, pieno gioia, di buoni propositi e di condivisione di bei momenti con la famiglia e con gli amici.

Non è però così per tutti. Infatti sempre più persone, negli ultimi anni, tendono a subire un peggioramento dell’umore che viene chiamato “Christmas Blue” o “Depressione Natalizia”.

Questo disturbo sta cominciando ad essere talmente diffuso che è stato persino riconosciuto ufficialmente dalla comunità scientifica.

Quali sono le cause?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Stress o Depressione Natalizia? Vai a correre! Torino sport psicologo dello sport Torino psicologia dello sport a Torino psicologia dello sport Natale mental training mental coach Depressione Natalizia b-skilled   Le cause possono essere molteplici:

  • Ansia generata dalla difficoltà organizzativa di dover pensare a regali, pranzi, cene e allestimenti di casa
  • Disagio provato dal senso di inadeguatezza nei confronti della felicità delle altre persone, che porta al senso di colpa di dover essere per forza felici
  • Rabbia dovuta dal dover per forza stare insieme a persone che non si sopporta fingendo di dover essere tutti uniti e solidali
  • Tristezza perché si vorrebbe passare il Natale con qualcuno di amato ma che non c’è più, oppure perché si è single e si è bombardati di messaggi di amore e felicità di coppia

Questi sono le maggiori cause della Depressione Natalizia che, secondo le statistiche, colpisce maggiormente le donne.

I sintomi sono spesso chiari: mal di testa, mancanza di appetito, sensi di colpa, ma anche minor capacità di divertirsi e difficoltà di godere dell’affetto di chi si ha vicino, senza contare la stanchezza perenne, sono tra i primi campanellini d’allarme di questo dicembre di ansia e malinconia.

Quindi cosa si può fare?

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La prima cosa da fare è non pensare di essere soli. Sembra strano ma è così, infatti il sapere che esistono tante persone al mondo a provare questo abbassamento dell’umore, rende un po’ meno pesante il senso di inadeguatezza verso una festa “felice”.

Non si è obbligati a dover amare il Natale, per questo il consiglio principale è quello di intraprendere attività meno “natalizie” per poter non trascurare quelli che sono i propri bisogni e le proprie passioni.

Da psicologi dello sport, infatti, consigliamo di prendere un momento per svolgere un’attività fisica costante che possa spezzare il vostro incantesimo di Natale.

La corsa, per esempio, ha diversi benefici sul corpo e sulla mente. Da una parte permette di tenersi in forma (e sotto le feste, si sa, male non fa), e, nel frattempo, ha diversi effetti positivi anche sulla mente:

  • Stimola la produzione di endorfine che generano un innalzamento dello stato di umore
  • Rende motivati e sicuri di se al raggiungimento dei propri obiettivi
  • Permette di staccare da tutte le attività quotidiane e senza avere il senso di colpa di “non fare niente”

Ovviamente consigliamo di poter mantenere una buona attività fisica sotto le feste a tutti quanti, non solo a chi le feste proprio non le sopporta! Sarà quindi importante la scelta della musica: mentre i cosiddetti “Grinch” preferiranno canzoni decisamente lontane dal Natale, quelli che invece adorano questo periodo, potranno correre con le compilation natalizie nelle cuffiette e il cappellino di Babbo Natale in testa (sperando che non si incontrino!).

 

Da parte di B-Skilled Buone feste (o buono sport) a tutti quanti!

 

L’esercizio fisico aiuta a “rimorchiare” di più!

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'esercizio fisico aiuta a "rimorchiare" di più! Torino sport psicologia dell'esercizio fisico psicologia dell'attività motoria motivazione benessere aumentare la motivazione allo sport attività motoria attività fisica   Siate sinceri, chi di voi leggendo il titolo non ha pensato (anche solo ridacchiando): “Se è vero, domani mi iscrivo in palestra!”.

Ebbene in realtà questo titolo un po’ provocatorio ha un suo fondo di verità e vi spiegheremo perché tra poco. Questo discorso ci permette di toccare alcuni punti fondamentali su cui si basano gli studi della psicologia dell’esercizio fisico e che riteniamo siano fondamentali per chiunque voglia iniziare a praticare esercizio fisico per migliorare il proprio benessere personale.Una indagine ISTAT del 2014, intitolata “Aspetti della vita quotidiana”, ha voluto indagare la propensione del popolo italiano alla pratica sportiva. Ai fini dell’indagine si considera ogni tipo di pratica sportiva, svolta sia continuativamente sia saltuariamente, in modo agonistico o amatoriale, in forma organizzata o occasionale, purché esercitata nel tempo libero e con la sola esclusione di quella esercitata da atleti, insegnanti, allenatori per motivi lavorativi e professionali. Questa indagine ha evidenziato che, a partire dai 3 anni di età, solo 1 persona su 3 pratica attività sportiva (per come l’abbiamo descritta poc’anzi). Inoltre l’indagine ha riportato che circa il 42% degli italiani non pratica nessun tipo di attività fisica, sono cioè considerabili “sedentari”.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'esercizio fisico aiuta a "rimorchiare" di più! Torino sport psicologia dell'esercizio fisico psicologia dell'attività motoria motivazione benessere aumentare la motivazione allo sport attività motoria attività fisica   Perché succede questo? Il fatto che fare attività motoria faccia bene è oramai abbastanza noto, anche se merita sempre ricordare a tutti gli innumerevoli effetti benefici della pratica fisica (tra cui un aumento della capacità di “rimorchio”… tra poco di arriviamo). Tuttavia spesso quello che manca alle persone che non praticano esercizio fisico non è un problema di conoscenza ma un problema di psicologia. Se non riusciamo a trovare le motivazioni giuste per praticare sport, semplicemente ci adageremo sulle giustificazioni per cui non possiamo praticarlo (non ho tempo, è costoso, è faticoso, non mi diverte, ecc). Le motivazioni “giuste” possiamo cercarle soltanto dentro di noi: l’informazione ci aiuta a capire che ci sono dei validi motivi ma solo noi possiamo dare un peso a questi aspetti. Mi spiego meglio: possono anche dirmi che “fare attività fisica regolare migliora le funzioni cardiocircolatorie” ma se questo aspetto, per me, è meno importante del “ho già così poco tempo libero dal lavoro che non saprei proprio come fare!”, ecco che il processo si blocca in partenza.
Gli psicologi dell’esercizio fisico si occupano di questi aspetti e aiutano le persone a trovare la strada giusta per poter praticare attività motoria, lavorando su questi meccanismi mentali che ci bloccano e ci tolgono la possibilità di godere a pieno della nostra salute, sia fisica che mentale. Tornando al nostro esempio di prima: se per una persona ha il problema di avere poco tempo libero dovremmo aiutarla a capire quanto tempo il “non” fare attività motoria gli sottrae! Pensiamo ad esempio a quante ore spendiamo dai medici per fare accertamenti o terapie per problemi legati ad una mancanza di attività fisica regolare? Quanto del nostro tempo libero perdiamo a causa dello stress che accumuliamo al lavoro e che potrebbe essere semplicemente gestito con una sana attività motoria? E se lasciamo che il nostro fisico si ammali gravemente quanto tempo in meno avremmo da dedicare alle cose che tanto amiamo fare? E così via…

Per poter praticare con costanza e regolarità qualsiasi attività fisica (e non stiamo parlando di correre la maratona ma di praticare 30 minuti di attività motoria quotidiana!) c’è bisogno di trovare la giusta motivazione e, se non siamo in grado di farlo da soli, ci sono dei professionisti che ci possono aiutare a farlo insieme a noi!

TornaBSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'esercizio fisico aiuta a "rimorchiare" di più! Torino sport psicologia dell'esercizio fisico psicologia dell'attività motoria motivazione benessere aumentare la motivazione allo sport attività motoria attività fisica   ndo ad una delle motivazioni che potrebbero essere interessanti per molti, sveliamo il fondo di verità che c’è dietro il titolo con cui abbiamo aperto questo post.
Molte ricerche hanno dimostrato che la pratica costante e regolare di attività fisica aiuta a migliorare l’immagine che ognuno di noi ha di se stesso. In parte, può essere legato al fatto di iniziare ad osservare maggiore tonicità e/o perdita di massa grassa; dall’altra perché l’attività motoria ha anche un effetto positivo sul nostro tono dell’umore. Inoltre, metterci in contatto con il nostro corpo, iniziare a conoscerlo meglio aumenta la fiducia che abbiamo in noi stessi e ci rende più disponibili al contatto sociale. In ultimo, si è visto, che una pratica regolare di attività fisica migliora anche le performance sessuali degli individui.

Quindi… una immagine positiva di sé + maggior fiducia in sé stessi + più positività nell’affrontare la vita + maggior prestanza fisica e anche sessuale… dovrebbe sicuramente essere un buon inizio per conquistare il cuore del nostro o della nostra “corteggiata”!!!!