Archive for Mese: Ottobre 2014

Lo psicologo dello sport: differenze tra lavoro individuale e di squadra

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Lo psicologo dello sport: differenze tra lavoro individuale e di squadra Torino tecniche squadre psicologo dello sport protocolli ottimizzazione prestazione mental training definizione obiettivi atleti assessment allenamento mentale   Il lavoro dello psicologo dello sport, in ottica di miglioramento delle performances, può rivolgersi ai singoli atleti o direttamente alle squadre. Ma quali differenze ci sono? Cerchiamo di spiegarlo in questo articolo, basandoci sulla nostra esperienza diretta in più di 10 anni di lavoro sul campo.

Innanzitutto è bene ricordare che il lavoro con i team non è sempre così facile come possa sembrare. In primo luogo perchè spesso la figura dello psicologo è ancora vista come un “intruso” all’interno dello staff e non sempre gli allenatori sono disponibili ad accettare che un’altra persona, oltre a loro interagisca direttamente con il team. Spesso così lo psicologo inserito all’interno delle squadre sportive si trova comunque a fare sessioni di lavoro individuali con i singoli atleti oppure collabora direttamente con l’allenatore per supportarlo nella gestione delle dinamiche di squadra ma senza interagire direttamente con il team.

Partiamo a vedere quali sono, secondo noi, le maggiori differenze tra il lavoro con i singoli e quello con le squadre.

Assessment: la prima fase del lavoro dello psicologo sportivo è la raccolta di informazioni necessarie per poter identificare su quali aspetti strutturare il programma di allenamento mentale. Per fare questo ci serviamo di sessioni di osservazione dirette in campo (allenamenti e partite), test e questionari e strumenti di misurazione psicofisiologica. Partiamo proprio da quest’ultima modalità: le strumentazioni di biofeedback che utilizziamo per avere informazioni circa la psicofisiologia degli atleti sono strumenti che vengono utilizzati con i singoli atleti e che pertanto non possono essere utilizzati nel caso di un “profilo di squadra”. I test e i questionari sono utilizzati in entrambi i casi ma chiaramente si differenziano nei due casi perchè differenti sono gli aspetti che vogliamo andare ad indagare. B-Skilled utilizza due batterie di strumenti, che raccolgono al loro interno i principali test e questionari disponibili in italiano, che abbiamo chiamato “Sports Assessment Questionnaire” e “Sports Assessment Questionnaire for teams”. La prima batteria, pensata per i singoli atleti, si compone di 11 scale dove andiamo ad evidenziare le abilità mentali fonamentali per una buona prestazione sportiva (gestione dell’ansia, livelli di motivazione, livelli di autoefficacia, capacità di concentrazione, capacità di regolazione psicofisiologica, ecc). La seconda batteria, quella per le squadre, raccoglie invece 8 scale che servono ad indagare alcuni fattori chiave nelle dinamiche di team (livelli di comunicazione intragruppo, livelli di autoefficacia collettiva, stili di leadership presenti nel gruppo, ecc). L’osservazione in campo, sebbene sia utile anche nel lavoro con i singoli atleti, è quanto mai fondamentale quando si lavora con le squadre perchè le dinamiche psicologiche e relazionali su cui dovremo lavorare sono visibili durante l’allenaemento e durante la partita e vengono codificate attraversi delle procedure di osservazione strutturate su diverse sessioni.

Protocolli di intervento: dopo la fase di assesment e la fase di definizione di obiettivi, inizia il training di lavoro vero e proprio. In questa fase le differenze principali sono le tecniche che vengono utilizzate e le modalità con cui vengono proposte. Il lavoro con i singoli altleti spesso avviene presso lo studio dello psicologo e si utilizzano tecniche finalizzate al potenziamento delle aree di miglioramento emerse durante la fase di assessment. Tra le tecniche utilizzate troviamo tecniche finalizzate alla modificazione del dialogo interno, tecniche di respirazione e rilassamento, tecniche di ipnosi sportiva, tecniche che utilizzano il biofeedback come strumento di lavoro, tecniche di decondizionamento o di potenziamento delle abilità di coping. Le tecniche che si utilizzano all’interno del team invece sono prevalentemente di tipo cognitivo e vengono proposte a tutta la squadra: si lavora dunque molto con sessioni di brainstorming e problem solving su situazioni specifiche, con sessioni di “psicoeducazione” per spiegare alle squadre alcuni processi psicologici che si creano nei gruppi di lavoro, si utilizzano simulate e roleplaying per favorire l’emergere di aspetti comunicativi, si lavora con tecniche di negoziazione e gestione conflitti, tecniche di teamworking e teambuilding. Ovviamente alcune tecniche individuali (es. esercizi di rilassamento) possono trovare ampio spazio anche nel lavoro con le squadre.

Coinvolgimento dell’allenatore: spesso seguiamo atleti individualmente che non possono o vogliono far sapere al loro allenatore che vanno da un preparatore mentale (e non ci soffermiamo sulle implicazioni che questo comporta!!!). Nonostante si cerchi, laddove possibile, di coinvolgere gli allenatori, anche solo per avere informazioni utili per l’atleta, se il nostro committente (l’atleta) decide di lasciare fuori l’allenatore il lavoro di mental training individuale è comunque possibile. Il lavoro con i team invece non può prescindere dal coinvolgimento attivo dell’allenatore con il quale si deve per prima cosa instaurare una relazione di fiducia e scambio reciproco. Paradossalmente, nel lavoro con le squadre, gran parte del nostro tempo è dedicato proprio a questo delicato aspetto.

Setting: nel lavoro individuale l’ambiente di lavoro è prevalentemente lo studio del professionista che accoglie l’atleta anche se, a differenza di quanto può accadere nella clinica, lo spazio di lavoro “fuori casa” è sempre molto ampio. Spesso le sessioni di lavoro con gli atleti quando si è in trasferta con loro viene svolto dove capita e dove si riesce: a noi (ma come a tutti i colleghi che sono operativi sul campo!) è successo di fare sessioni di mental training nei container, negli spogliatoi, nelle camere di albergo… e in ogni spazio che si trova a disposizione sul luogo di allenamento. Nel lavoro con le squadre invece le sessioni vengono prevalentemente svolte in palestra dove il team si allena, anche perchè molte delle tecniche che vi abbiamo descritto sopra richiedono ampi spazi per far muovere 10 o più persone contemporaneamente.

Abilità e competenze che si allenano: come abbiamo anticipato nella fase di assessment i punti di attenzione del lavoro individuale sono molto differenti da quelli di un team. Se siete incuriositi di sapere esattamente su cosa andiamo ad operare vi consigliamo di leggere i nostri e-booklet sull’argomento entrando così nel nostro mondo, MAGIC (per il lavoro di squadra) ed EVOLUTION (per il lavoro individuale).

E ora concludiamo con la domanda fatidica: per uno psicologo sportivo è più facile lavorare con i singoli atleti o direttamente con le squadre? Noi una risposta ce l’abbiamo ma fateci sapere la vostra se volete!!!

 

Sport e gioco d’azzardo patologico: quali punti di contatto?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sport e gioco d'azzardo patologico: quali punti di contatto? Torino sportivi psicologia dello sport psicologia gioco d'azzardo patologico gambling clinica dello sport atleti   Il gioco d’azzardo patologico (GAP), o “gambling”, è un disturbo psicologico che nel DSM V, il manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, viene collocato nel settore delle dipendenze.  La ricerca scientifica ha infatti rilevato che le analogie tra GAP e dipendenze chimiche vanno ben al di là della fenomenologia comportamentale.

Ma cosa c’entra tutto questo con lo sport? La ricerca su atleti e gioco d’azzardo compulsivo è estremamente scarsa, tuttavia alcuni studi ci dicono che gli atleti possono essere più vulnerabili rispetto alla popolazione generale in termini di dipendenza dal gioco patologico. Questi elementi di vulnerabilità riguardano alcune caratteristiche molto comuni fra gli atleti: elevati livelli di energia, aspettative di vittoria, personalità estremamente competitiva, propensione al rischio e tendenza all’ottimismo. Questi aspetti psicologici sono assolutamente positivi nella vita degli atleti e spesso sono la chiave del loro successo sportivo, tuttavia possono rappresentare un “fattore predisponente” se parliamo di GAP. Chiaramente con questo non vogliamo dire che tutti gli atleti siano potenzialmente dei giocatori patologici, tuttavia alcuni dati di ricerca ci mostrano un’elevata presenza di questo disturbo nella popolazione degli atleti.

Sicuramente molti ricordano i problemi di gioco patologico del grande campione di basket Michael Jordan; mentre in Italia alcuni sportivi hanno dichiarato la loro passione per il poker online, come i calciatori Francesco Totti e Christian Vieri e gli sportivi Aldo Montano, Igor Cassina e Alberto Tomba (sebbene la diatriba sul considerare il poker come gioco d’azzardo o meno è ancora molto aperta!).

Il gioco d’azzardo può essere spesso visto come un fattore di co-morbidità con altre dipendenze o problemi come la depressione, tuttavia, la sua prevalenza negli atleti come unico disturbo, non dovrebbe essere trascurato. Gran parte della ricerca all’interno di questa area è stato condotta su atleti universitari in quanto sembrano essere una popolazione particolarmente sensibile al problema di gioco d’azzardo (Gerstein et al., 1999).

Rockey (1998) ha riferito che gli atleti (in confronto a tutti gli altri studenti, non atleti) avevano tassi più elevati di sintomi legati al gioco d’azzardo patologico. Tra gli atleti intervistati, il 12,4% aveva un comportamento problematico (rispetto al 7,3% di tutti gli studenti) e il 6,2% ricadeva in un range patologico. Rockey, Beason e Gilbert (2002) supportato questi risultati, notando che gli atleti universitari hanno un più alto tasso di gioco d’azzardo problematico rispetto ai non atleti. Inoltre, i risultati di questo studio suggeriscono che gli atleti preferiscono scommettere su giochi che includono un alto livello di abilità.

Perchè gli atleti sono particolarmente vulnerabili al gioco d’azzardo? Secondo Curry & Jiobu (1995), gli atleti sono allenati alla competizione durante il corso della loro carriera agonistica e questo aspetto può, a volte,  traboccare” dall’arena di gioco alla vita quotidiana. Il gioco d’azzardo, nelle sue molteplici forme, da all’atleta luoghi alternativi in cui può continuare a competere. Gli atleti, come quelli che sono dipendenti da alcol o droghe, tendono a sviluppare una tolleranza alladrenalina” associata alla competizione: molti di loro tendono a rimanere attivamente competitivi anche quando le attività sono amichevoli o ludiche. Gli atleti per natura sono individui estremamente competitivi a cui non piace la sconfitta: questo è un fattore che può predisporre il circolo vizioso del gioco patologico “per recuperare” dopo una perdita. L‘inizio della dipendenza è subdolo, manipolatore, e distruttivo per molti.

Curry e colleghi (1995) hanno valutato i problemi di gioco d’azzardo negli atleti universitari e hanno concluso che i giocatori e gli atleti sono guidati da due motivazioni comuni: la competizione e le ricompense estrinseche. Per l’atleta, il gioco d’azzardo può essere un’altra possibilità (alternativa o complementare allo sport) per raggiungere lo status dimostrando una maggiore abilità, conoscenze o coraggioRecenti ricerche hanno suggerito che gli atletiin pensione” sono soggetti particolarmente sensibili al gioco d’azzardo patologico.

Vediamo quali sono alcuni “campanelli” d’allarme per evitare di sviluppare una condizione di gioco d’azzardo patologico:

  • Pensieri costanti riferiti al  gioco d’azzardo o al modo di ottenere soldi per giocare
  • Sviluppare un atteggiamento difensivo rispetto a chi commenta le sue abitudini legate al gioco
  • Cercare di minimizzare le sue abitudini (frequenza di gioco o soldi spesi)
  • Nei casi più gravi, si può iniziare a mancare a partite o allenamenti per recarsi a giocare
  • Sensazione di irritabilità quando non si può giocare
  • Chasing”: tentativo di recuperare le perdite, continuando a giocare sempre di più
  • Aumentare gli importi delle scommesse al fine di raggiungere l’eccitazione desiderata
  • Tentativi falliti di controllare, ridurre o interrompere il gioco d’azzardo

Se pensi di avere questo tipo di problema, o conosci qualcuno che possa averlo, non aspettare ma intervieni subito chiedendo aiuto ad un professionista prima che la situazione sfugga al tuo controllo.

Bibliografia

 

 

Siamo sicuri che siano “sport minori”?

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Cosa intendiamo quando parliamo di “sport minori”?

Una definizione che molto spesso sentiamo all’interno del mondo dello sport è quella che divide gli sport più seguiti e praticati dai cosiddetti sport “minori”.

Per quanto la definizione possa sembrare sminuire gli sport che fanno parte di questa categoria, in realtà gli sport “minori” non sono sport meno belli o importanti, ma sono attività che, all’interno di una certa cultura, sono meno seguiti o praticati. Ovviamente questo è un fattore puramente culturale.

Inutile ricordare come, in Italia per esempio, lo sport più seguito e praticato sia il calcio, seguito da basket e pallavolo per quelli di squadra e tennis, nuoto e sci tra quelli individuali. Essendo questi sport tra i più praticati, hanno anche un riscontro maggiore rispetto ad altri nella classifica di quelli più seguiti… Per questo motivo gli sport minori non godono dello stesso spazio e degli stessi investimenti dei “fratelli maggiori”.

Cosa significa questo? Dal nostro punto di vista, come psicologi dello sport, questo significa che anche se sono stati battezzati come sport minori, questi sport necessitano di maggiori competenze mentali rispetto ad altri.

Cerchiamo dunque di capire insieme la psicologia degli sport minori, ossia quali sono, soprattutto a livello mentale, le competenze maggiori che appartengono a chi pratica uno sport meno “attraente”.

Motivazione
Tutti noi sappiamo più o meno dare una definizione di quella che è la motivazione e di quanto possa influire all’interno di uno sport. Ci sono definizioni più o meno corrette ma in linea di massima si può dire che la motivazione sia tutto ciò che ci spinge a fare qualcosa, dall’alzarci dal letto al mattino all’ andare 4-5 volte a settimana ad allenarci duramente, con qualsiasi condizione atmosferica, per cercare di raggiungere qualcosa di significativo all’interno dello sport.
Tra le decine di definizioni date alla motivazione, una delle più concrete è quella che identifica la motivazione intrinseca da quella estrinseca, ovvero, se quel qualcosa che ci spinge a compiere una azione provenga dall’interno (interesse, obiettivi importanti, voglia, passione…) oppure dall’esterno (spinta da parte di persone importanti, soldi, fama).
Per quanto riguarda gli sport minori è scontato dire che ovviamente la motivazione intrinseca sia preponderante per poter andare avanti, infatti, per quanto non mettiamo in dubbio che un giocatore della Nazionale di calcio non sia spinto esclusivamente dai soldi e dalla fama, è più facile pensare che però un giocatore della Nazionale italiana di tamburello abbia una motivazione intrinseca molto più forte.

Resilienza
Tra le conseguenze di questa motivazione intrinseca maggiore, l’atleta degli sport minori avrà una resilienza maggiore, cioè una maggiore capacità di gestire la sconfitta e i momenti difficili; questo perché potrà sempre ancorare la motivazione a qualcosa di interno e che difficilmente potrà perdere, mentre dinamiche come fama e soldi possono facilmente scivolare via (soprattutto in sport che, sebbene considerati tra i maggiori, hanno meno visibilità rispetto ad altri… Si pensi per esempio a sport come il basket e la pallavolo a cui viene dato ampio risalto principalmente durante i mondiali o altre competizioni internazionali).
Anche se la resilienza è una caratteristica più profonda e non solo legata alla motivazione; chi pratica uno sport minore avrà quindi più possibilità di affrontare le sconfitte con una motivazione intrinseca maggiore!

Pressione dei media
Seppur possa sembrare un controsenso, chi pratica uno sport minore deve avere una maggior capacità di gestire le pressioni esterne (media o tifosi). Chi pratica uno sport dove già a livelli non tanto alti ci sono tanti tifosi e magari anche qualche televisione locale a riprendere la partita o l’incontro, con il tempo, impara ad abituarsi alle pressioni da parte dei media e dei tifosi che lo seguono. Chi pratica uno sport minore, invece, molto spesso passa la maggior parte della carriera ad avere come seguito amici, parenti e pochi altri supporters interessati a quel tipo di sport… Poi magari, dopo anni di allenamento si ritrova a partecipare ad un incontro, una gara o un torneo che magari viene trasmesso in tv e quindi dove tante persone si trovano a seguire un atleta della propria nazione facendo alzare di molto il polverone mediatico su di sé (emblematico è il discorso delle Olimpiadi, dove alcuni sport che non vengono mai seguiti durante i 4 anni di pausa, hanno la capacità di far diventare “allenatori esperti” tutti i possessori di un televisore e appassionati di sport).
La capacità di gestire quest’attenzione mediatica deve essere quindi una competenza maggiore per chiunque si trovi ad assaporare la fama per pochi momenti in cui deve compiere la prestazione perfetta non avendo altre possibilità di sbagliare.

Pianificazione del tempo
“Ma chi me lo fa fare??”
Questa domanda, assolutamente legata alla motivazione, sarà passata sicuramente per la testa di ogni atleta di sport minori che si ritrova ad affrontare tutte le difficoltà legate al fatto di aver, oltre allo sport, una vita normale per garantirsi la sopravvivenza sociale ed economica. Essendoci meno investimenti, in molti sport minori, l’atleta (anche di alto livello) ha bisogno di lavorare per poter sopravvivere perché i rimborsi che provengono dalle squadre o dalle federazioni non sono sufficienti per “arrivare a fine mese”. Non è tanto la capacità di organizzarsi e gestire il tempo ad essere una competenza utile per lo sport, ma quando le difficoltà di una vita normale si sommano ad allenamenti durissimi e gare importanti con magari trasferte lontane, solo gli atleti con una motivazione intrinseca più alta potranno avere successo nel loro sport!

In questa revisione sulla psicologia degli sport minori speriamo di aver dato risalto alle maggiori competenze che caratterizzano questi atleti… Sperando che magari da domani guardiate a questi sport con uno sguardo differente!

Il bambino è grasso? Meglio cambiare sport…

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il bambino è grasso? Meglio cambiare sport... teoria evolutiva psicosociale sviluppo psicosociale nello sport sviluppo psicosociale e sport sviluppo psicosociale sport psicologo dello sport psicologia dello sport obesità infantile obesità istruttore sportivo Erikson erik erikson educatore sportivo allenatore   “ Ma lo vedi anche tu vero che è grasso e non corre??!!
Come faccio a fargli capire che non può giocare con gli altri senza offenderlo??”
(Domanda posta da un istruttore sportivo alla psicologa dello sport
in merito ad un bambino di 7 anni).

Iniziamo questo articolo riportando questo ricordo agghiacciante di esperienza professionale vissuta per affrontare un tema che in questi giorni, purtroppo per fatti di cronaca bruttissimi, sta tornando a galla: “la discriminazione sulla base della costituzione fisica”. La risposta che venne data a questa persona (scarsamente qualificata ma tuttavia assegnata ad un gruppo di bambini che stavano scoprendo il mondo dello sport!) fu: “Il tuo ruolo non è quello di fargli capire che ha dei limiti ma insegnargli come superarli e far si che possa trarre il massimo piacere dallo sport che ha scelto di iniziare.”  Cerchiamo dunque di capire il filo sottile che lega obesità e sport, passando attraverso la psicologia sportiva!

In uno dei primi corsi di formazione allenatori a cui partecipai nel ruolo di docente per l’area psicologica ci fu un intervento iniziale di Bettega che ricordò a tutti: “Di tutti i bambini che seguirete forse uno diventerà un campione, molti saranno sportivi (e non necessariamente faranno calcio) ma tutti saranno uomini. Questa è la vostra responsabilità!” . E credo che questa frase sia valsa più dell’intero corso di formazione!

Il problema dell’obesità infantile è un problema noto e importantissimo che si combatte anche attraverso l’attività fisico-motoria. Tuttavia la realtà è che alcune società sportive  (che dovrebbero lavorare per l’avviamento allo sport e invece puntano a vincere i mini-tornei)  preferiscono mandare i loro ragazzini “rotondetti” a fare i “comodini” (per usare un termine che chi corre sui campi verdi conosce bene!) in altre realtà… Perché?? Perchè aldilà di belle parole: “E’ assolutamente necessario che a questo bambino (e famiglie!!!) venga insegnato che è importante curare il proprio corpo, seguire un’alimentazione corretta e praticare sport regolarmente”… Purtroppo ancora oggi il non detto è: “Però se lo iscrivessero in palestra o in uno sport dove la sua performance non condiziona la performance di nessun altro, così che gli altri ragazzi possano continuare a crescere e migliorarsi senza essere rallentati!?!” E poco importa se al bambino “cicciottello” piace tanto fare danza, calcio, pallavolo o altro. “Magari potrebbe provare con il nuoto??!!” (purtroppo le frasi in corsivo sono citazioni di dialoghi realmente ascoltati!!)

A questo punto ci saranno molti di voi scandalizzati che cercheranno di giustificare con “ma sono dei casi isolati”, ebbene vi possiamo dire… neanche tanto… e lo diciamo sulla base dei ragazzini (anche sotto i 12 anni) che vengono da noi psicologi dello sport per chiedere un aiuto in merito ad alcune difficoltà che trovano nello svolgere la loro pratica sportiva… e alla fine si scopre che alla base di tutto il problema c’è stata una totale disattenzione da parte di chi si sarebbe dovuto occupare del loro inserimento nel mondo dello sport, che li ha portati a sentirsi inadatti prima allo sport praticato, poi allo sport in generale e poi magari anche a tanto altro. Per fortuna non tutte le realtà sono così (e ne conosciamo di veramente eccezionali… per fortuna dei nostri piccoli amanti dello sport!!) ma questo sicuramente è un problema che come psicologi sportivi ci troviamo ad affrontare quando lavoriamo nella formazione degli allenatori sportivi in età evolutiva. E non ci stancheremo mai di ricordare qualcosa che è stato scritto molti anni fa da un grande studioso dello sviluppo infantile, Erik Erikson.

La teoria evolutiva di Erikson sullo sviluppo psicosociale è un modello che descrive lo sviluppo dell’identità delle persone dalla nascita fino alla vecchiaia. Prendendo spunto dal modello freudiano, Erikson ha voluto allargare il focus e includere nel campo dello sviluppo umano non solo la crescita emotiva interna della persona, ma anche tutto ciò che riguarda le relazioni sociali che assumono un valore importante poiché possono influenzare o essere influenzate dallo sviluppo della persona. Il lavoro di Erikson si è basato sull’individuazione di 8 fasi di vita che possono essere contraddistinti da uno sviluppo positivo e funzionale per la crescita dell’individuo oppure da uno negativo e che quindi potrebbe portare problemi nel passaggio alla fase successiva. Essendo la persona immersa in un contesto sociale in ogni fase della propria vita, tutte le variabili di questo contesto diventano fondamentali per il suo sviluppo. Lo sport è sicuramente una variabile che, all’interno della vita di una persona, assume un’importanza da non sottovalutare.

Dall’avvicinamento del bambino allo sport fino a quando non raggiunge la prima età adulta, ci sono due fasi indicate dalla teoria Eriksoniana:

 6 anni – pubertà: industriosità opposta ad inferiorità:
In questa fase della vita il bambino entra nella “industriale” della propria vita; è una fase in cui il bambino comincia a voler entrare nel mondo della conoscenza e del lavoro apprendendo, non solo a scuola, a sfruttare le conoscenze apprese per “produrre”. Il corretto sviluppo all’interno di questa fase porterà il bambino ad avere un senso di industiosità e di auto-efficacia, al contrario, uno sviluppo negativo potrebbe portare il bambino ad un senso di inadeguatezza ed inferiorità.
Il rapporto del bambino in questa fase all’interno di uno sport è ovviamente fondamentale per permettergli di poterla superare positivamente. Il riuscire ad imparare a padroneggiare i primi movimenti fondamentali del proprio sport porterà il bambino ad acquisire un senso di fiducia in se stesso. Assorbendo gli insegnamenti dell’allenatore, il ragazzino avrà bisogno di testarsi e mettere in pratica ciò che impara. E’ ovviamente una fase delicata perché il non riuscire porterebbe il bambino ad identificarsi come inferiore agli altri portando senso di inadeguatezza e sentimento di non servire a niente.
Quello che è fondamentale in questa fase è quindi aiutare il bambino nel cercare di fargli mettere in pratica gesti e movimenti supportandolo con insegnamenti e feedback positivi, orientati alla prestazione e con correzioni finalizzate ad aiutarlo ad incrementare la fiducia nelle sue capacità.

 Adolescenza: identità e rifiuto opposti a dispersione di identità
E’ risaputo che l’adolescenza sia una delle fasi più difficili nello sviluppo di una persona: cambiamenti fisici, mentali, sociali portano il ragazzino a passare in un periodo di crisi in cui l’identità che aveva prima si disgrega per essere ricostruita ampliando il proprio modo di conoscersi. Mentre nelle fasi precedenti l’identità era perlopiù costruita da quello che il bambino faceva in pratica, in questa fase il ragazzo diventa attore principale nella propria costruzione della personalità. Uno sviluppo positivo in questa fase è fondamentale perché l’identità che si costruisce durante questo periodo, subirà sicuramente altri cambiamenti, ma diventerà un nucleo di base per tutte le fasi del successivo sviluppo.
Un risvolto negativo di questa fase potrebbe portare il ragazzo ad una dispersione di identità, cioè ad una frammentazione della propria personalità nei diversi contesti della sua vita senza un nucleo unico che funge da collante. Nello sport il ragazzo può riuscire a trovare le risorse necessarie per superare questa fase. All’interno di uno sport di squadra o individuale (allenandosi con suoi coetanei) il ragazzo impara molto più facilmente ad identificarsi con il proprio gruppo e a costruire la sua identità di sé come persona positiva, accettata dal gruppo ed assumendo il ruolo di “sportivo” all’interno della sua personalità. Perché questo avvenga è fondamentale che il gruppo in cui il ragazzo si identifichi sia positivo e permetta questo tipo di costruzione identitaria. Un’identificazione positiva avrà altresì conseguenze positive sullo sport stesso, infatti il ragazzo sarà motivato nel riuscire a raggiungere i propri obiettivi essendo essi legati alla costruzione di sé. Un fallimento di questa fase porterebbe il ragazzo ad una dispersione dell’identità, cioè a non riuscire a creare un’immagine di sé unita. Il rischio, nello sport, è quello di non riuscire a reggere la sua identificazione come “sportivo” e quindi di perdere la motivazione e la voglia di portare avanti questo aspetto della sua vita.

Abbiamo voluto portare questa testimonianza tra teoria e pratica sportiva in occasione dell’Obesity Day 2014 sperando che si diffonda un’attenzione maggiore a questo aspetto anche nel mondo sportivo dove ci sono tantissimi educatori, istruttori e allenatori che hanno sviluppato una grande attenzione psicologica ma purtroppo… c’è sempre qualcuno che riesce a stupirci di come sia possibile che sia stato messo a contatto con i bambini!!!

Psicologo dello sport o Motivatore?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Psicologo dello sport o Motivatore? Torino sport psicologia sportiva psicologia nello sport psicologia dello sport motivazione motivatore mental trainer mental coach ferrarini alberto bonucci atleti allenamento mentale   Atleta: “Ma tu sei un motivatore sportivo?”
Professionista: “No… sono uno psicologo dello sport… e non mi vergogno nel dirlo”
Atleta: “E che differenza c’è?”
Professionista: “Una laurea, un perfezionamento, una specializzazione… insomma più di 10 anni di percorso universitario, studi e ricerche, che supporta in modo scientifico ogni parola che ti dirò da questo momento in poi…”

In questi giorni spopolano tweet e articoli (anche su grandi testate giornalistiche) in cui si torna a parlare di “motivatori sportivi“, accompagnati da grandi interviste degli interessati che tengono a precisare che “loro non sono psicologi dello sport” quasi come se fosse uno svantaggio esserlo! Seguono racconti raccapriccianti di tecniche (le più disparate!) utilizzate per aiutare gli atleti a superare i loro limiti mentali: tecniche di cui chiaramente non vi è evidenza scientifica in nessuna pubblicazione che non sia un rotocalco di psicologia spicciola!

Il caso di Bonucci e del suo preparatore mentale riporta a galla un tema su cui stiamo lottando da anni e che speravamo fosse superato ma invece pare proprio di no, quindi cerchiamo di raccontarvi chi è e cosa fa uno psicologo dello sport quando opera con atleti e squadre sportive.

Partiamo dall’inizio… siamo psicologi… è vero… questo vuol dire che abbiamo fatto un percorso universitario, riconosciuto dal ministero dell’istruzione italiana, abbiamo superato un esame di stato per l’abilitazione professionale… questo non è sicuramente una garanzia di competenza ma almeno possiamo certificare il percorso di studi e tutelare i nostri atleti che non ci siamo formati su internet o con qualche corso full immersion di 3 giornate!
Poi abbiamo fatto un percorso professionalizzante per acquisire competenze specialistiche da utilizzare in campo sportivo perchè… ebbene si… lavorare in psicologia dello sport è molto diverso che lavorare in psicologia clinica. Nonostante molti abbiano ancora paura del termine “psicologia” perchè lo associano alla pazzia, in psicologia dello sport non lavoriamo sulle patologie mentali, sulle diagnosi cliniche, sui disturbi di personalità, ma sulle performances e sui meccanismi mentali che ognuno di noi possiede e che dovrebbe allenare per riuscire ad affrontare al meglio le sfide agonistiche. In altre parole, lavoriamo come degli allenatori ma non ci piace chiamarci “mental coach” o “mental trainer” perchè amiamo la nostra lingua nativa e valorizziamo gli studi che abbiamo fatto. Le tecniche di “allenamento mentale” applicate allo sport sono patrimonio del bagaglio formativo di uno psicologo che opera nello sport quindi… non ce ne vogliate a male, non vi spaventate, ma noi continueremo a chiamarci “psicologi dello sport”.

Spostandoci dalle parole ai fatti… cosa facciamo dunque di tanto terribile ai poveri atleti che si affidano ad uno “strizzacervelli” sportivo? Cerchiamo di capire quali aspetti del suo approccio mentale alla gara sono ben allenati e quali vanno potenziati. E come facciamo questo? Noi non abbiamo il potere soprannaturale di capire queste cose semplicemente guardandovi negli occhi, con un pendolino in mano, con una sfera di cristallo o con delle tecniche quanto mai curiose e divertenti, tanto da diventare delle esileranti gag della Gialappa’s Band. Noi psicologi dello sport facciamo dei test! Oddio che terribile parola… misuriamo le competenze!!! Terribile… E lo facciamo con strumenti che hanno avuto una validazione scientifica cioè che hanno dimostrato una attendibilità intorno al 90-95%. Tanto per capirci… se voglio sapere “questo atleta ha un problema di ansia da prestazione sportiva?” e per avere questa risposta lancio una monetina in aria… avrò il 50% di possibilità di azzeccarci o meno… se utilizzo uno strumento validato ho una probabilità di circa il 90% di avere una risposta corretta alla mia domanda… se utilizzo uno dei metodi che (sfortunatamente) abbiamo letto sui giornali in questi giorni, quanta probabilità ho di avere una risposta corretta alla mia domanda? Purtroppo questo aspetto sembra non interessare ad alcuni sportivi che preferiscono affidarsi a procedure molto suggestive, sicuramente più divertenti che mettersi lì e rispondere a domande con crocette ma il cui risultato può avere più o meno l’affidabilità della nostra famosa monetina.

Se i nostri atleti sopravvivono a questa prima terribile fase di assessment procediamo con il dir loro su quali aspetti andare a lavorare per potenziare le loro performances… E voi tutti penserete… La motivazione?? Perchè da quanto leggiamo dai giornalisti sportivi sembra il male dello sport moderno dopo i tagli di budget!! Sicuramente gli aspetti motivazionali sono uno degli aspetti che andiamo ad indagare… insieme ad altri 20 almeno! Perchè non tutti i problemi di uno sportivo sono motivazionali… E poi ancora… ma sappiamo quali sono i  meccanismi di base che alimentano la motivazione nell’essere umano che pratica sport? Noi si… perchè abbiamo passato le notti durante il periodo dell’università a studiare pagine e pagine noiosissime sulle ricerche in neuroscienze che ci hanno spiegato questo! E sappiamo inoltre che anche una pistola puntata alla tempia può miracolosamente motivare una persona e spingerla a fare qualcosa che non credeva avrebbe mai fatto prima… Ma forse non è la strada giusta per alimentare il meccansimo della motivazione intrinseca fondamentale per un buon risultato sportivo.

Dopo che abbiamo spiegato ai nostri atleti che il loro, forse, non è un problema di motivazione, ma magari devono lavorare su altri aspetti, procediamo con il fornire loro un programma strutturato di allenamento, offrendogli delle tecniche che hanno dimostrato una evidenza scientifica (e ritorniamo alla nostra famosa monetina). Nel mondo moderno, dove tutti sono alla ricerca della pillola magica, della tecnica ultra moderna e strafiga per ottenere risultati in tempo zero, risultano particolarmente noiose le persone che ci dicono: “senti, questa cosa che ti propongo è stato dimostrato funzionare però è necessario che tu faccia questa cosa per un po’ di tempo per vedere dei risultati che però rimarrano stabili nel tempo!”. E noi psicologi dello sport, per questo motivo siamo particolarmente noiosi! Noi non abbiamo imparato tecniche magiche che funzionano subito e senza sforzo; i nostri insegnanti ci hanno spiegato l’effetto placebo e sappiamo che, se ben proposta, anche una caramella all’aglio può generare una suggestione tale per cui l’atleta si sente più forte e performa meglio,  ma non possiamo garantire che questa caramella funzioni per tutti! Le tecniche che noi proponiamo sono frutto di una ricerca che non abbiamo fatto noi, ma ricercatori che da almeno 100 anni fanno questo nella vita!!  E ci piacerebbe tanto pensare che basti urlare nelle orecchie ad un atleta “sei grande, sei il migliore, vai forte, nessuno ti ferma!!” per aumentare il suo livello di autoefficacia personale ma sappiamo che non è così… o meglio può anche verificarsi questa eventualità ma non è sicuramente merito della tecnica utilizzata e soprattutto non è così scontato che i benefici si mantengano nel tempo. Ma anche questa cosa sembra essere poco rilevante per molte persone: basta che funzioni poi “chissenefrega” se ho preso una pastiglia di zucchero invece che una medicina e sono guarito. Volendo anche noi psicologi siamo bravi a costruire “pastiglie di zucchero” e venderle come “medicine” ma non ci sembra corretto e cerchiamo di non farlo!

E tanto per farvi capire con quanta leggerezza viene trattato l’argomento dell’allenamento mentale nello sport, cita TuttoSport: ““Solo chi vince il giudizio è libero di essere se stesso e di esprimersi per quello che è veramente. Nel corso degli anni, ho portato Bonucci nella mia cantina, sotto terra. Al buio. E lì, con un tono di voce tutt’altro che buono o dolce, lo offendevo in ogni modo, lo giudicavo. Lo insultavo. Così, se lui faceva persino un piccolo cenno con lo sguardo, per lui c’era un pugno dritto nello stomaco. Obiettivo? Vincere il giudizio, affinché Leo stesse sempre sul pezzo”… Presumiamo si stesse utilizzando una rivisitazione colorita della tecnica di esposizione ai pensieri negativi… e non commentiamo oltre!!!

Se avete letto fino a questo punto avrete capito che anche gli psicologi vivono il sentimento di frustrazione: nel nostro caso legato al fatto di leggere tanta dis-informazione che arriva alle persone che magari hanno un interesse reale a capire cosa fa una persona che aiuta gli atleti a migliorare le loro prestazioni dal punto di vista mentale. Se siete fra questi interessati vi proponiamo di leggere alcuni articoli presenti sul nostro sito  o quelli presenti su altri siti di colleghi molto bravi che lavorano con impengo e serietà e che non leggerete mai su sportmediaset, gazzetta o tuttosport… perchè non fanno notizia e non fanno aumentare i “like” sui social ma sicuramente fanno un ottimo lavoro.

Se siete colleghi e/o condivite il nostro pensiero, partecipate anche voi alla campagna “Salvate gli Psicologi dello Sport dall’estinzione” e diffondete l’articolo… la Gazzetta dello Sport non ci considererà sicuramente ma forse il WWF ci darà un sostegno psicologico!!! 😀