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Sport is… MAGIC: il lavoro di allenamento mentale nelle squadre

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sport is... MAGIC: il lavoro di allenamento mentale nelle squadre Torino team squadre sportivi psicologia sportiva psicologia dello sport performance obiettivi negoziazione mental training mental coach leadership gruppi ebooklet e-booklet comunicazione b-skilled   Questo e-booklet nasce per rispondere a tutti coloro che si chiedono: “Ma cosa fa uno psicologo dello sport quando lavora con un team sportivo?”

Il lavoro di allenamento mentale nelle squadre sportive è complesso ma la ricerca scientifica evidenzia alcuni fattori chiave da analizzare e le competenze da ottimizzare per incrementare la performance di un team di lavoro.

In questo e-booklet introduciamo questi aspetti e vi diamo un’idea dei protocolli di intervento che utilizziamo quando veniamo contattati dalle società sportive in qualità di team mental coach!

Come al solito l’e-booklet è gratuito e vi saremo grati se vorrete farlo leggere anche ai vostri amici sportivi!

Buona lettura!

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Ipnosi: uno strumento “evidence-based”

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi: uno strumento "evidence-based" terapia cognitivo comportamentale ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous evidence-based

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi: uno strumento "evidence-based" terapia cognitivo comportamentale ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous evidence-based   Molte persone si stupiscono ancora oggi dell’efficacia dell’ipnosi nel trattamento e nel miglioramento di alcune condizioni cliniche. Ad oggi possiamo trovare centinaia di studi scientifici, alcuni anche di elevata qualità, così come troviamo interessanti meta-analisi che dimostrano l’efficacia dello strumento ipnotico. Cosa più interessante è che diversi organismi medici hanno iniziato negli scorsi decenni ad interessarsi all’ipnosi, come ad esempio il British Medical Association, l’American Medical Association e il National Institute of Medicine.

Per chi conosce bene l’inglese può trovare un interessante lavoro di report realizzato dalla British Psychology Association, intitolato “The Nature of Hypnosis” dove vengono evidenziate le potenzialità cliniche dell’ipnosi con tanto di conferma scientifica.

Tornando al nostro passato recente, troviamo una clinical review pubblicata dal British Medical Journal che tratta proprio l’argomento dell’ipnosi e delle tecniche di rilassamento nel trattamento di diverse condizioni mediche e nella riduzione del dolore.

Gli studi citati concludono che l’ipnosi:

  • mostra una buona evidenza, in studi di controllo randomizzato tra ipnosi e tecniche di rilassamento, sulla riduzione dell’ansia, in particolar modo legata a situazioni stressanti, come ad esempio nel caso di trattamenti chemioterapici;
  • ha un effetto nel trattamento del disturbo da attacchi di panico e nell’insonnia, in particol modo se integrato in percorsi di terapia cognitiva;
  • determina un amplificazione degli effetti positivi della terapia cognitivo-comportamentale in condizioni cliniche come le fobie, l’obesità e i disturbi di ansia;
  • è un valido supporto nel trattamento del dolore sia acuto che cronico;
  • può essere di supporto nel trattamento dell’asma e della sindrome del colon irritabile;
  • ha una forte evidenza scientifica nel trattamento di alcuni sintomi presenti in condizioni tumorali, quali l’ansia, il dolore, la nausea e il vomito conseguenti il trattamento chemioterapico, soprattutto nei bambini. (BMJ 1999;319: 1346-1349 ‘Hypnosis and relaxation therapies,’ Vickers & Zollman).

In sintesi la Clinical Review proposta dal British Medical Journal evidenzia che l’ipnositerapia ha una forte e comprovata efficacia in tre condizioni cliniche:

  • dolore
  • ansia
  • insonnia

In una review condotta da Wark, nel 2008, pubblicata sull’American Journal of Clinical Hypnosis, l’autore raccoglie 18 meta-analisi realizzate dal 2000 al 2007 per mettere in evidenza la scientificità dell’utilizzo dell’ipnosi in contesti clinici e terapeutici. Il criterio con cui gli studi sono stati classificati sono 3: “possible”, “effective” e “specific”.

Un trattamento è considerato “possible” se gli studi sono stati realizzati su 25 o più soggetti comparati con gruppi di controllo, se è stato realizzato un protocollo di intervento e quindi lo studio è replicabile e se lo studio mostra una significativa efficacia rispetto al gruppo di controllo o a placebo.

I trattamenti considerati “effective” se i risultati dello studio originale sono stati replicati in almeno 2 studi successivi realizzati in laboratori differenti e i dati emersi sono statisticamente significativi rispetto al gruppo di controllo.

In ultimo, i trattamenti considerati “specific” sono quelli in cui l’efficacia dell’ipnosi si è risultata statisticamente significativa rispetto al placebo o altre terapie in più di 2 studi indipendenti.

Le tabelle riportanti le 31 condizioni cliniche, classificate secondo i 3 criteri sono reperibili qui.

Possiamo concludere che, sicuramente, la ricerca sull’efficacia dell’ipnosi ha ancora molti passi da fare ma, altrettanto sicuramente, possiamo smentire chi sostiene che l’ipnosi non sia uno strumento evidence-based!

Bibliografia:

  • Wark, David M. (2008), “What we can do with hypnosis: a brief note“, American Journal of Clinical Hypnosis”, July 2008
  • Robertson D, “Wich forms of hypnotherapy are evidence-based?”, The hypnoterapy Journal, 2009
    War DM, “What we can do with Hypnosis: a brief note”, American Journal of Clinical Hypnosis, 2008
    Sitografia
  • Register for Evidence-Based Hypnoterapy and Psychoterapy (www.rebhp.org)

Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un’integrazione possibile? Seconda parte

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? Seconda parte terapia cognitivo comportamentale TCC metodologia ipnosi gladys bounous cbt

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? Seconda parte terapia cognitivo comportamentale TCC metodologia ipnosi gladys bounous cbt   Continua la rassegna di articoli per spiegare le connessioni tra l’ipnosi e la TCC. In questo secondo articolo vediamo insieme i modelli teorici che spiegano l’ipnosi in ottica cognitivo-comportamentale, attraverso alcune domande.
L’ipnosi e la terapia cognitivo comportamentale condividono, come abbiamo visto nel precedente articolo, tecniche e posizioni teoriche simili. Ad esempio l’utilizzo del rilassamento o delle procedure immaginative è comune sia nell’ipnosi che nella TCC. I ricercatori hanno mostrato, inoltre, anche delle similitudini tra le strategie cognitive e le strategie di ipnosi Ericksoniana:  una delle tecniche più comuni è proprio il “reframing”.
Vediamo insieme 4 domande fondamentali per ogni terapeuta che voglia integrare l’ipnosi nella sua pratica clinica.

1) Esiste un modello clinico per l’integrazione fra  ipnosi e terapia cognitivo comportamentale?

  I ricercatori hanno descritto diversi modelli per l’integrazione dell’ipnosi con l’approccio cognitivo comportamentale:

  • Cognitive skill Model (Diamond 1989):  Focalizza l’attenzione sui processi cognitivi volontari e involontari. Questo modello non rifiuta totalmente il concetto di trance  ipnotica o stato alterato di coscienza. L’ipnotizzabilità è considerata un’abilità che può essere appresa e non un tratto di personalità. Le tecniche cognitive comportamentali, come ad esempio l’arresto del pensiero e le auto istruzioni, sono spesso utilizzate  per incrementare le abilità ipnotiche.
  • Cognitive Developmental Model (Dowd 2000):  Deriva da un approccio costruttivista e considera due tipi di conoscenza, tacita ed esplicita. La conoscenza tacita si sviluppa prima dello sviluppo del linguaggio, mentre la conoscenza esplicita può essere modificata attraverso il linguaggio ed è associata alla terapia cognitiva. La conoscenza implicita, d’altro canto, è considerata meno sensibile al cambiamento attraverso il linguaggio ma può essere sviluppata attraverso delle tecniche terapeutiche che focalizzano l’attenzione sulle immagini e sulle emozioni. Secondo questo approccio esistono quindi due tipi di ristrutturazione cognitiva che si possono fare attraverso l’ipnosi: la ristrutturazione cognitiva di eventi (pensieri automatici) e la ristrutturazione cognitiva degli schemi. L’ipnosi pertanto può essere molto utile per modificare la conoscenza tacita riducendo le resistenze al cambiamento.
  • Cognitive Behaviour Hypnosis Model (Kirsch 1999):  In cui si considera l’ipnosi come un intervento aggiuntivo agli interventi cognitivi comportamentali. Questo modello rifiuta  l’idea dell’ipnosi come stato alterato, abbracciando così la posizione “no-state”. In questa chiave di lettura l’ipnosi è definita come una suggestione di cambiamento nell’esperienza personale del comportamento attraverso un’interazione tra cliente e terapista. L’enfasi e quindi sull’interazione sociale, includendo le aspettative e le convinzioni del paziente. In questo modello interventi di tipo il rilassamento e l’imagery sono considerati molto simili alla procedura ipnotica, quasi da essere indistinguibili. Questo approccio suggerisce: “per il terapeuta cognitivo comportamentale l’ipnosi semplicemente una nuova etichetta era per chiamare qualcosa che lui ordinariamente fa”. Questa teoria si sviluppa anche a partire dagli studi effettuati sull’effetto placebo negli anni 80-90 dello scorso secolo.
  • Sarbin e la prospettiva socio-cognitiva.  L’autore focalizza l’attenzione sull’assunzione di ruolo che il soggetto ipnotizzato a durante l’esperienza ipnotica, traendo origine dai concetti della psicologia sociale. Secondo questa prospettiva il soggetto agisce “come se” recitasse un ruolo preciso. Per assumere questo ruolo importante che il soggetto abbia una motivazione positiva, una tre concezione del ruolo dell’ipnotizzato e la capacità di immaginazione attiva per poter recitare “come se”. In altre parole come se le persone ipnotizzate cambiassero ruolo, come degli attori.
  • Barber  e il ruolo dell’attitudine positiva verso l’ipnosi e dell’immaginazione attiva coinvolta nel processo di suggestione.  Questo gruppo di ricercatori hanno condotto diversi studi in cui hanno comparato tre gruppi di persone diversi: soggetti che hanno ricevuto una suggestione ipnotica tradizionale, soggetti che hanno ricevuto istruzioni motivazionali al compito e soggetti che non avevano ricevuto né induzione né istruzioni motivazionali ma semplicemente state chiamate ad immaginare. I risultati di questo esperimento furono che non c’erano significative differenze tra i primi due gruppi.  Secondo questo approccio dunque ciò che rende efficace l’ipnosi sarebbe come viene presentata la situazione ipnotica, come vengono fornite le istruzioni ipnotiche e il tono della voce in cui le suggestioni vengono fornite. Questi antecedenti sarebbero dunque la causa della risposta ipnotica, che si manifesterebbe automaticamente come conseguenza. Barber  concluse dunque che gli effetti delle suggestioni ipnotiche non sono attribuibili a uno stato di trance ipnotica ma piuttosto a un set cognitivo positivo che può essere sintetizzata dall’acronimo coniato da Aroaz, TEAM (Trust, Expectation, Attitude, Motivation).

Barber  classifica i soggetti ipnotici in base al loro comportamento durante l’induzione:

  • negativi: quelli che pensano cioè che non funzionerà;
  • passivi: quelli che adottano una posizione stiamo a vedere e si limitano semplicemente a seguire le istruzioni dell’ipnotista;
  • attivi: quelli che ripensano le suggestioni e attivamente immaginano le cose descritte e suggerite dall’ipnotista.  Questi ultimi soggetti possono essere ulteriormente diviso in due sottogruppi:
    • soggetti naturalmente predisposti;
    • soggetti allenati

2) L’utilizzo dell’ipnosi richiede necessariamente l’accettazione del costrutto di inconscio?

Il termine inconscio è chiaramente un punto di controversia tra l’approccio comportamentale e l’approccio dinamico. Storicamente l’ipnosi, nell’approccio dinamico, era considerata un ponte privilegiato per accedere all’incontro delle persone. Chiaramente questa posizione si scontra con i presupposti della teoria cognitivo-comportamentale.

Dollard e Miller (1950)  traducono il tradizionale pensiero psicanalitico in una teoria dell’apprendimento. E si descrivono l’inconscio come il prodotto dei rinforzi. Le persone non hanno consapevolezza dell’impatto dei rinforzi sul loro comportamento e pertanto i comportamenti inconsci possono essere considerati il risultato di un condizionamento subito prima dello sviluppo del linguaggio. Successivamente i teorici comportamentali  spingeranno ancora di più per sottolineare gli aspetti essenziali della teoria dell’apprendimento. I terapisti cognitivi comportamentali hanno rivisitato il concetto di “processo inconscio” attraverso il lavoro di Beck (1970). Beck  ci parla di processi cognitivi che sono spesso automatici e quindi fuori dalla consapevolezza soggettiva. Parliamo dunque di:

  • Eventi cognitivi o pensieri automatici che sono il frutto dell’automatizzazione di un apprendimento;
  • Processi cognitivi  che si riferiscono al processi di acquisizione dell’informazione, memorizzazione e rieducazione dei ricordi che, in qualità di attività meta cognitive, sono anche se è automatica
  • Strutture cognitive  intese come schemi cognitivi. Uno schema è un qualcosa di strutturato all’interno della persona che agisce in modo automatico e le persone spesso sono inconsapevoli dell’influenza degli schemi nell’emissione dei loro comportamenti.

3) Ci sono ricerche che supportano l’uso dell’ipnosi in aggiunta alla terapia cognitivo-comportamentale?

La questione è stata indagata da una meta-analisi  di 18 studi che comprendeva i seguenti problemi: obesità, dolore, insonnia, ansia, fobie, performance, ulcera e public speaking (Kirsch, Montgomery e Sapirstein 1995).  Questi studi includevano le seguenti tecniche cognitive comportamentali: il rilassamento, covert modeling, imagery,  auto monitoraggio, suggestioni di coping,  auto  rinforzo, desensibilizzazione sistematica, controllo dello stimolo e ristrutturazione cognitiva. Questi studi si basano sulla prospettiva “nonstate”  che ipotizza che l’ipnosi possa aumentare i risultati della terapia attraverso il suo effetto sulle convinzioni e aspettative del cliente.  Un aumento significativo dell’efficacia è stato riscontrato nei trattamenti in cui le tecniche cognitivo-comportamentali erano abbinate all’ipnosi, con una differenza di circa il 70% rispetto ai clienti che ricevettero un trattamento non ipnotico (Kirsch, 1995).

4) Il clinico cognitivo comportamentale può raggiungere gli stessi risultati senza l’uso dell’ipnosi?

Innanzitutto l’ipnosi deve essere considerata una tecnica che facilita il processo di psicoterapia e abbiamo visto che molte tecniche  ipnotiche sono simili o sovrapponibili alle tecniche cognitive comportamentali.  Quindi potenzialmente la risposta è “si”, tuttavia è possibile capire laddove l’uso dell’ipnosi sarebbe effettivamente auspicabile nel trattamento individuale.

5)Quando il clinico cognitivo comportamentale decide di usare l’ipnosi?

L’assessment  iniziale ha due obiettivi principali: ottenere una lista dei problemi e sviluppare una formulazione del caso. La concettualizzazione del caso permette al terapeuta di strutturare interventi specifici. Il cliente può inoltre suggerire o richiedere l’utilizzo di tecniche specifiche tra cui l’ipnosi. Chiaramente  se il paziente è particolarmente interessato all’ipnosi questa tecnica deve essere tenuta in debita considerazione.

Bibliografia

  • Robertson D., “The practice of cognitive-behavioural hypnotherapy. A manual for Evidece-based Clinical aHypnosis”, Karnac, 2013
  • Diamond MJ, The cognitive skill model: an emergin paradigm for investigating hypnotic phenomena in Spanos & Chaves, “Hypnoisis: the cognitive-behavioural perspective, Prometeus, 1989
  • Dowd TE, “Cognitive Hypnotherapy”, Jason Aronson, 2000
  • Sarbin TR, “Contribution to role-taking theory”, Psychological Review, 57, 255-270, 1950
  • Sarbin TR, The construction and reconstrucion of hypnosis, in Spanos & Chaves, “Hypnoisis: the cognitive-behavioural perspective, Prometeus, 1989
  • Kirsch I., Clinical hypnosis as a nondeceptive placebo in Kirsch I, Capafons A, Cardena-Buelana E “Clinical Hypnosis e Self-regulation: cognitive behavioural perspective”, Washington APA, 1999
  • Beck AT, Role of fantasies in psychotherapy and psychopathology, the Journal of nervous and mental diseases, 150: 3-17, 1970
  • Kirsch I, Montgomery G, Sapirstein G, Hypnosis as an adjunct to cognitive-behavioural psychotherapy: a meta analysis, Journal of consulting and clinical psychology, 63: 214-220, 1995
  • Barber TX, Spanos NP, Chaves JF, “Hypnotism, imagintation e Human Potentialitie,”, Pergamon Press, 1974
  • Alford BA, Beck AT, “The integrative power of cognitive therapy”, Guilford, 1997
  • Chapman RA, “The clinical use of hypnosis in cognitive behaviour therapy”, Springer Publishing Company, 2006
  • Lynn SJ, Rhue JW, “Theories of hypnosis”, the guilford press, 1991
  • Lynn SJ, Kirsch I, “Essential of Clinicaly Hypnosis. An evidence based approach”, American Psychological Association, 2006

Articolo tradotto e sintetizzato da Gladys Bounous (psicologa, ipnologa, specializzanda in terapia cognitivo-comportamentale)

Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un’integrazione possibile? – prima parte

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? - prima parte terapia cognitivo comportamentale TCC sport psicoterapia psicologia ipnoterapia ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? - prima parte terapia cognitivo comportamentale TCC sport psicoterapia psicologia ipnoterapia ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous   Nella pratica sportiva, e non solo, utilizziamo l’ipnosi come tecnica per l’incremento delle performance. Questo spesso induce le persone a dubitare della scientificità del nostro approccio. Gli articoli che seguiranno hanno lo scopo di raccontare qualcosa in più circa la scientificità dell’ipnosi e sulla sua integrazione con metodologie operative “evidence based” come l’approccio cognitivo-comporamentale. In questo primo articolo facciamo un tuffo nella storia dell’ipnosi e TCC per scoprirne in punti di contatto…

Cosa intendiamo per ipnoterapia cognitivo-comportamentale? Questo termine viene spesso utilizzato in riferimento all’integrazione dell’ipnosi con la terapia cognitivo-comportamentale. Tuttavia, come vedremo, può significare anche una riconcettualizzazione cognitiva-comportamentale dell’ipnosi, attraverso una spiegazione dei processi psicologici coinvolti nella “trance ipnotica”. Secondo questa concezione l’ipnoterapia è innanzitutto una terapia della “suggestione immaginativa”, che è utilizzata per stimolare un’immaginazione cosciente e profonda a sufficienza per generare un cambiamento terapeutico. Esistono altri modelli di riferimento teorici per spiegare l’ipnosi: quello di matrice psicodinamica o quello ericksoniano per esempio. Tuttavia il nostro orientamento è cognitivo-comportamentale poichè è l’approccio che, ad oggi, ha dimostrato le maggiori evidenze scientifiche di efficacia.

Ipnosi e TCC: una storia in comune
L’approccio cognitivo-comportamentale all’ipnosi riprende la definizione data da Braid, nel 1841-42, che viene considerato come il fondatore dell’ipnosi moderna e primo utilizzatore del termine ipnosi, come abbreviazione del termine “neuro-ipnosi”. La visione di Braid all’ipnosi può essere così sintetizzata:

  • Egli considera l’ipnosi con una forma di concentrazione conscia e immaginazione attiva (al contrario del concetto psicodinamico di mente inconscia);
  •  Egli non parlò mai di “trance” non credendo che le tecniche ipnotiche potessero generare uno stato particolare di coscienza, in contrapposizione con i sostenitori dell’ipnosi come stato alterato;
  • parlò di suggestioni proposte dall’ipnotista ma le considerava primariamente una forma di autosuggestione  e il ruolo dell’ipnotista era semplicemente quello di guidare la persona a focalizzare l’attenzione su un’idea dominante;
  • rifiutò sempre il termine “ipnotismo” come forma abbreviata di “neuro-ipnotismo”, perché riportava al concetto di sonno che nulla ha a che vedere con il concetto di ipnosi;
  •  adottò sempre un approccio scientifico ed empirico per sviluppare la sua teoria e la sua pratica.

Dalla concettualizzazione di Braid deduciamo che: “l’ipnosi è un processo di focalizzazione dell’attenzione su delle idee capaci di attivare dei riflessi ideomotori (o ideosensori)”.  Traduciamo  questa frase in termini più cognitivi-comportamentali: “ l’ipnosi  è un processo di focalizzazione dell’attenzione su uno dei pensieri in grado di evocare dei comportamenti specifici, overt (manifesti) e covert (non manifesti o interni)”.

Molti dei grandi nomi della terapia cognitivo-comportamentale hanno utilizzato nella loro pratica, almeno all’inizio tecniche ipnotiche: basti ricordare Josep Wolpe, l’autore che ha maggiormente comportamentale, originariamente descrisse questa tecnica come “desensibilizzazione ipnotica” (Wolpe, 1958, p.203; Wolpe 1954).
In maniera simile, Andrew Salter,  uno dei co-fondatori  della terapia comportamentale e uno dei principali  pionieri dei training sull’assertività fu un ipnotista. Salter ci parlò infatti dell’ipnosi come della “terapia del riflesso condizionato”, sulla base delle teorie di Pavlov e Hull (Salter 1949). Molte altre tecniche  che fanno parte del patrimonio della terapia comportamentale sono state precedute da tecniche simili, chiamate in modo diverso, utilizzate dagli ipnotisti dell’epoca. Recentemente il ricercatore Irving Kirsch  ha enfatizzato come molte tecniche immaginative che si ritrovano nella terapia comportamentale e nella terapia cognitivo-comportamentale (desensibilizzazione sistematica, tecniche avversive e modellamento immaginativo)  ricordano delle tipiche tecniche ipnotiche, senza menzionare la parola “ipnosi” (Kirsch, 1999, p. 217).
Ma facendo un passo ancora indietro non possiamo non ricordare l’enorme contributo all’interazione tra ipnosi e terapia comportamentale portato da Pavlov  e dalla scuola russa, in contrapposizione all’uso dell’ipnosi che venne fatto dagli psicoanalisti in America e in Europa occidentale. I ricercatori sovietici proposero delle teorie sull’ipnosi basate sul concetto di “inibizione corticale” proposto da Pavlov. In contrapposizione con l’utilizzo psicodinamico dell’ipnosi, i ricercatori sovietici proposero una terapia di condizionamento ipnotico breve  supportato da numerose prove cliniche sperimentali (Platonov, 1959).
Anche Ellis,  nella sua adolescenza, studiò le tecniche di autosuggestione di Couè che sicuramente ebbero influenze sullo sviluppo futuro del suo approccio terapeutico.
Il primo grande programma sperimentale di ricerca ipnotica fu condotto dallo psicologo comportamentista Clark L. Hull  e  riassunto nel suo saggio “Hypnosis and Suggestibility: an experimental approach” (1933). Hull concluse dopo numerosi studi che non ci fosse distinzione tra  un’induzione ipnotica e una suggestione ordinaria, fatta eccezione per il fatto che le induzioni ipnotiche sembravano essere seguite maggiormente con un relativo incremento della suggestionabilità. Sembrava dunque che qualsiasi cosa che possa essere evocata in ipnosi possa essere manifestata anche senza ipnosi: regressione, amnesia, allucinazioni, eccetera. In altre parole si arrivò a dire che lo stato di ipnosi non è nulla di speciale, drammatico o anormale come spesso si crede nella concezione popolare.

Il primo autore ad utilizzare esplicitamente il termine cognitivo-comportamentale in relazione con l’ipnosi fu Barber  nel suo lavoro del 1974.  Basandosi sulle ricerche scientifiche, Barber e i suoi collaboratori, ridefinirono l’ipnosi in termini di un particolare “cognitive set” (o mental set) molto simile agli ordinari processi cognitivi e comportamentali. Questo “set cognitivo” consiste in un insieme di pensieri, immagini, aspettative, predisposizione all’ipnosi, motivazione, coinvolgimento, fantasie, orientamento al risultato abbinati a particolari sensazioni fisiche, che possiamo definire “stato mentale di ipnosi”.

Questa definizione è supportata da diversi studi che ci dicono che l’induzione ipnotica tende semplicemente ad aumentare la responsabilità alle  suggestioni che vengono proposte (Barber, Spanos e Chaves, 1974).  Anche l’avvento delle tecniche di neuroimaging  non è servito a dimostrare che il cervello in stato di ipnosi raggiunga uno “stato unitario”  ma si è dimostrato che differenti pattern di attività neurologica si osservano differenti tipi di suggestione (Raiville, 2000).  Nonostante queste conclusioni Barber continuò ad utilizzare tecniche ipnotiche perché riscontrava comunque dei benefici nei suoi pazienti, legate soprattutto alle aspettative positive che le persone hanno rispetto questo tipo di procedura.
Seguendo lo schema di Barber la riconcettualizzazione cognitiva dell’ipnosi potrebbe essere così sintetizzata:

ANTECEDENTE

COMPORTAMENTO

CONSEGUENZA

Induzione ipnotica e suggestione

Sviluppo di un set cognitivo o Hypnotic mind set

Immaginazione attiva e consapevole

Risposte ipnotiche

In accordo con i teorici cognitivi-comportamentali, il soggetto sottoposto di ipnosi non risponde meccanicamente alla suggestione ma  attiva un processo creativo di problem solving  in immaginazione.

Da questa breve rassegna storica non c’è dubbio che l’ipnosi e la terapia cognitivo-comportamentale siano legate fra di loro più di quanto lo si voglia ammettere. Le tecniche ipnotiche possono essere considerate precursori di alcune tecniche cognitive-comportamentali e l’ipnotismo (come insieme di tecniche) può inserirsi nell’approccio cognitivo-comportamentale rispondendo adeguatamente ai criteri proposti da Beck quando parò della terapia cognitiva come “un approccio eclettico in cui possono essere inserite diverse tecniche che abbiano però dei requisiti comuni” (Alford e Beck, 1997, p. 91). Questi criteri sono:

  • Le tecniche devono essere coerenti con i principi della terapia cognitiva;
  •  l’intervento terapeutico deve derivare da un’adeguata concettualizzazione del caso;
  •  il trattamento deve avvenire in un contesto di collaborazione e di scoperta guidata;
  •  ogni sessione deve essere monitorata in termini di avanzamento dei progressi.

Le tecniche ipnotiche rispondono positivamente a questi criteri e inoltre vi sono altre ragioni per integrare l’ipnosi nella TCC, come ci suggeriscono numerosi autori:

  • molti clienti hanno alte aspettative rispetto a questa tecnica, percependo il “potere” dell’ipnosi;
  •  le tecniche ipnotiche sono capaci di indurre un  rilassamento profondo;
  •  l’ipnosi è in grado di facilitare la dissociazione (detachment)  particolarmente utile in alcune condizioni cliniche, ad esempio il controllo del dolore;
  •  l’ipnosi frequentemente riesce indurre una maggior vividezza di dettagli nelle immagini mentali che può potenziare  gli effetti delle tecniche di visualizzazione, comprese le termiche di esposizione in immaginazione;
  •  l’ipnosi sembra facilitare l’accesso all’esperienza emozionale, soprattutto nelle sessioni di regressione e abreazione, che possono potenziare gli effetti degli interventi terapeutici basati sul concetto di esposizione prolungata;
  •  i training di autosuggestione e autoipnosi offrono ai clienti la possibilità di allenare strategie di coping  applicabili in una grande varietà di situazioni;
  •  gli ipnoterapeuti,  grazie al loro complesso bagaglio di tecniche di immaginazione e tecniche verbali, hanno da sempre sviluppato la capacità di registrare tracce audio e possono essere utilizzate come supplemento alle sessioni di lavoro individuale.

Per ritornare alla domanda iniziale di questo articolo: “è possibile un’integrazione efficace tra ipnosi e CBT?”. Per noi, e non soltanto per noi, senza dubbio la risposta è: “Si”.

 Bibliografia:

  • Robertson D., “The practice of cognitive-behavioural hypnotherapy. A manual for Evidece-based Clinical aHypnosis”, Karnac, 2013
  • Braid J, “The discovery of hypnosis: the comple writing of James Braid, the father of hypnotherapy”, The Hational Council for hypnotherapy (NCH), 1843
  • Wolpe J., “Psychotherapy by reciprocal inhibition”, Standford University Press, 1958
  • Salter a., “Conditioned reflex therapy”, Wellnes Institue Ltd, 1949
  • Kirsch I., Clinical hypnosis as a nondeceptive placebo in Kirsch I, Capafons A, Cardena-Buelana E “Clinical Hypnosis e Self-regulation: cognitive behavioural perspective”, Washington APA, 1999
  • Hull, CL, “Hypnosis e suggestibility: an experitmental approach”, Crown House Publishing, 1933
  • Platonov K, “The word as a physiological and therapeutic factor: the theory and practice of psychotherapy according to IP Pavlov”, Foreing Language publishing house, 1959
  • Barber TX, Spanos NP, Chaves JF, “Hypnotism, imagintation e Human Potentialitie,”, Pergamon Press, 1974
  • Alford BA, Beck AT, “The integrative power of cognitive therapy”, Guilford, 1997
  • Chapman RA, “The clinical use of hypnosis in cognitive behaviour therapy”, Springer Publishing Company, 2006
  • Lynn SJ, Rhue JW, “Theories of hypnosis”, the guilford press, 1991
  • Lynn SJ, Kirsch I, “Essential of Clinicaly Hypnosis. An evidence based approach”, American Psychological Association, 2006

 

Articolo tradotto e sintetizzato da Gladys Bounous (psicologa, ipnologa, specializzanda in terapia cognitivo-comportamentale)

L’ipnosi sportiva è realmente efficace?

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Una rassegna realizzata dal nostro team per cercare di comprendere cosa dice la letteratura scientifica degli ultimi vent’anni in merito al tema dell‘ipnosi sportiva.

La rassegna scientifica è stata pubblicata sul Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, numero 14, maggio/agosto 2012.

Abstract:
L’interesse nei confronti dell’ipnosi e della sua applicabilità in diversi contesti, sia clinici che applicativi, è notevolmente cresciuto negli ultimi decenni. Infatti nella letteratura scientifica sono numerose le pubblicazioni realizzate ogni anno con lo scopo di validare l’efficacia di questo strumento di intervento nei diversi settori. In ambito clinico, alcune recenti meta-analisi sono state in grado di evidenziare i disturbi psicologici in cui l’ipnosi risulta efficace, sia come strumento singolo sia in abbinamento ad altre tecniche psicologiche.

In psicologia dello sport la situazione invece non è così chiara. Nonostante l’ipnosi sia ampiamente utilizzata nei training mentali per l’ottimizzazione della prestazione sportiva, la ricerca scientifica in merito è ancora abbastanza ridotta ed a tratti incompleta.
Questo lavoro ha l’intento di raccogliere i maggiori studi scientifici pubblicati su riviste internazionali negli ultimi vent’anni, nel tentativo di dare risposta ai seguenti quesiti:

  • L’ipnosi sportiva è realmente efficace nel potenziamento delle prestazioni sportive
  • E se si, quali abilità possono essere potenziate con questo strumento
  • L’ipnosi riesce a garantire un’efficacia superiore, rispetto ad altre tecniche di mental training, nel potenziamento delle suddette abilità
  • Esistono dei protocolli di intervento ipnotico validati e standardizzati oppure tutto è lasciato all’esperienza soggettiva del preparatore mentale?

Ecco l’articolo scaricabile.

Welcome to EVOLUTION: cosa si allena in psicologia dello sport?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Welcome to EVOLUTION: cosa si allena in psicologia dello sport? Torino sport resilienza psicologia sportiva psicologia dello sport performance mental training locus of control gladys bounous gestione imprevisto evolution emozioni concentrazione autoefficacia ansia da prestazione alessandro simili abilità mentali   Questo e-booklet nasce per rispondere a quella che forse è la domanda più frequente che ci viene rivolta: “Ma un preparatore mentale o psicologo dello sport o mental trainer… cosa allena??!!”.

La risposta più banale sarebbe: “La mente umana!”. Ma la ricerca scientifica degli ultimi decenni ci ha aiutato a capire esattamente quali sono gli aspetti della mente umana che incidono maggiormente sulle performance sportive.

In questo e-booklet ve le introduciamo dandovi anche qualche indicazione su quali tecniche si usano nei programmi di allenamento in psicologia dello sport.
Come al solito l’e-booklet è gratuito e vi saremo grati se vorrete farlo leggere anche ai vostri amici sportivi!

Buona lettura!

Scarica l’e-booklet

Evolution: le nove abilità mentali per una prestazione sportiva

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In questi due video vogliamo raccontarvi l’essenza del modello Evolution e raccontarvi quali sono le nove abilità mentali fondamentali per chi pratica sport individuali.

Verranno spiegate le nove abilità mentali, fondamentali in qualsiasi prestazione individuale.
I video sono tratti dalla conferenza “Questione di Testa”, realizzata in collaborazione con FIHP Piemonte e Rete7.

Prima parte

Seconda parte

Il biofeedback: strumento di benessere psicologico

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Che cos’è.
Quando si parla di biofeedback ci si riferisce ad una serie di strumenti elettronici che permettono di fornire ad un soggetto, una serie di informazioni continue nel tempo sui processi fisiologici del corpo del soggetto stesso. Bio-feedback significa infatti “informazione biologica retroattiva o di ritorno”.

A che cosa serve.
Attraverso un training è possibile, e questo è il dato interessante, porre sotto controllo funzioni che normalmente non lo sono come il respiro, la temperatura della pelle, la tensione muscolare, la variabilità della frequenza cardiaca. Questi fattori fisiologici, non sono solo da intendersi individualmente (e di per sè una maggiore consapevolezza e un maggior controllo porterebbe benessere), ma sono strettamente correlati ad altre funzioni cognitive ed emotive.

Facciamo un esempio.

Se pensiamo ad uno stato disfunzionale come l’ansia molte persone ad esempio “sentono” (più che pensare) una stretta allo stomaco. Questo incide su uno stato fisiologico fondamentale quale la respirazione. Tramite un adeguato training con il biofeedback è possibile imparare a modificare all’occorrenza il proprio comportamento con uno schema più funzionale di respiro. Ma questo è solo un esempio elementare e non equivale per tutti: il biofeedback infatti adeguatamente abbinato a tecniche ad esempio più cognitive e di rilassamento esprime al massimo le proprie potenzialità validando le tecniche stesse.

Che cosa misura.
I correlati biologici misurabili appartengono principalmente al SNA (Sistema Nervoso Autonomo) e all’attività muscolare.

Il SNA è quella parte del sistema nervoso che regola il funzionamento di tutti gli organi e sfugge sia alla volontà, sia alla coscienza. Non dobbiamo in pratica preoccuparci del respiro o che il cuore batta sempre…c’è un sistema, che dipende dal cervello limbico, che lo fa “incoscientemente”. E tanto incoscientemente impariamo a usarlo male. In ogni caso i correlati biologici o meglio segnali psicofisiologici possono essere così riassunti:

  • conduttanza elettrica cutanea
  • temperatura periferica
  • frequenza e variabilità della frequenza cardiaca
  • respirazione

Più facilmente controllabile perchè dipendente dall’area motoria corticale sono:

  • l’attività muscolare
  • la goniometria
  • la forza

 In pratica
Una persona collegata al sensore (ultima immagine in basso) trasmette un segnale (in questo caso conduttanza cutanea) ad un registratore (in alto a sx) che legge, converte e amplifica e rende disponibile per un computer. La persona in questo caso riceverà sia un feedback visivo sia acustico sulla performance. Il feedback quindi conferma o non conferma il buon andamento dell’esercitazione permettendo al cliente di auto-regolarsi in presenza del messaggio di ritorno ricevuto.

A chi è indirizzato.
Sono molte le potenzialità dello strumento che permette in modo non invasivo di poter lavorare su stessi e ottenere da subito risultati importanti.

Possiamo ridurre a tre macro-aree l’utilizzo:

  • benessere

  • performance

  • clinico

Benessere perchè permette ad ogni individuo di conoscere la propria fisiologia. Non è banale riappropriarsi in modo volontario del proprio respiro distinguendo tra respiro toracico e e respiro addominale, come non è banale capire che attraverso un sensore posso capire come controllare intenzionalmente i miei muscoli mascellari per una persona che soffre di bruxismo. Fornire strumenti ed abilità pratiche per gestire lo stress non solo è auspicabile, ma nei tempi che stiamo vivendo è fondamentale.

Performance perchè lo abbiamo utilizzato con successo con qualunque persona abbia a che fare quotidianamente con prestazioni impegnative come sportivi e manager. Sappiamo infatti quanto sia importante che mente e corpo cooperino all’unisono in ogni momento cosicchè pensieri, decisioni e comportamenti si concatenino e si manifestino con naturalezza, perseguendo più facilmente i nostri obiettivi per raggiungere la più desiderabile delle competenze: il flow.

Clinico perchè è stato il primo utilizzo e l’abbinamento ad altre tecniche e metodologia è importante ai fini del successo terapeutico.

Infine riportiamo di seguito una serie di ambiti più specifici di intervento:

  • Ansia, Attacchi di panico, fobie.
  • Asma.
  • Depressione (leggera, moderata).
  • Assillo di pensieri, Distraibilità.
  • Dolore del collo e delle spalle, gestione del dolore.
  • Difficoltà di apprendimento; aumento della performance.
  • Effetti delle emozioni,test dell’ansia.
  • Malattie cardiovascolari, aritmie, ipertensione, tachicardia.
  • Malattie dell’alimentazione:anoressia, bulimia, obesità.
  • Malattia di Raynaud
  • Malattia gastrointestinali:ulcera, colite…
  • Malattie muscolari, torcicollo spasmodico, emispasmo facciale,tremori
  • Rieducazione nella malattia di Parkinson
  • Malattia oro-mandibolari, dolori alle articolazioni temporo-mandibolari, bruxismo
  • Mal di testa, emicrania, cefalea tensiva
  • Meditazione
  • Perfezionamento dei processi cognitivi, emotivi, fisici e sociali
  • Stress
  • Sindrome iperattiva del bambino
  • Disturbi del linguaggio, della voce, balbuzia
  • Disturbi del sonno
  • Disturbi della vigilanza e dell’attenzione

Come realizzare un’analisi della propria prestazione mentale.

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Come realizzare un'analisi della propria prestazione mentale. valutazione Torino test psicologia sport psicologia prestazione assessment   Un buon training di allenamento mentale inizia da una buona valutazione del profilo mentale dell’atleta.
Questa procedura consente allo psicologo sportivo di identificare con precisione le aree che l’atleta deve andare a potenziare durante il suo programma di allenamento. La fase di assessment (valutazione) iniziale è dunque indispensabile per riuscire a pianificare bene gli obiettivi di allenamento e consente un monitoraggio costante durante tutto il programma per quanto riguarda la crescita e il miglioramento delle abilità.

 Le ricerche scientifiche hanno consentito lo sviluppo di numerosi test e questionari applicabili in campo sportivo. B-Skilled ha selezionato i più validati questionari italiani e stranieri creando una batteria per l’indagine della prestazione mentale in ambito sportivo a 360°.

 Lo Sports Assessment Questionnaire si insersice all’interno del nostro modello di lavoro, EVOLUTION, e consente di evidenziare lo stato e il livello delle nove abilità fondamentali per il raggiungimento di uno stato mentale adeguato alla prestazione sportiva. Lo Sports Assessment Questionnaire permette di realizzare un profilo psicologico dell’atleta basato su nove abilità:

  • Autoefficacia (E)
  • Motivazione (V)
  • Arousal psicofisiologico (O)
  • Gestione emozioni (L)
  • Attenzione e Concentrazione (U)
  • Gestione dell’inatteso (T)
  • Resilienza (I)
  • Locus of control (O)
  • Strategie di apprendimento (N)

vengono indagate attraverso 11 schede, autocompilate dall’atleta, ed elaborate e restituite all’interessato attraverso dei grafici ed una valutazione quantitativa, oltre che qualitativa del suo profilo psicologico. All’atleta viene richiesto di rispondere a diverse domande seguendo le istruzioni riportate su ogni scheda. Il tempo di compilazione varia da 40 a 50 minuti.
Oltre a queste indicazioni viene rilevata la presenza (o meno) di alcune strategie fondamentali per la corretta gestione della performance, quali ad esempio un adeguato self-talk o una corretta pianificazione degli obiettivi.

L’assessment può essere completato da una fase di rilevazione di parametri fisiologici attraverso apposite apparecchiature di biofeedback in un protocollo studiato e validato apposta per gli sportivi.

Per sapere come realizzare il profilo della tua prestazione mentale utilizzando lo Sport Assessment Questionnaire, contattaci.

Ipnosi, meditazione, imagery… Tanti nomi per la stessa cosa?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi, meditazione, imagery... Tanti nomi per la stessa cosa? trance agonistica training autogeno Torino sport psicologia dello sport mindfulness meditazione ipnosi

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi, meditazione, imagery... Tanti nomi per la stessa cosa? trance agonistica training autogeno Torino sport psicologia dello sport mindfulness meditazione ipnosi   Spesso quando si parla di training mentale nello sport si sentono usare termini come ipnosi, meditazione, concentrazione o visualizzazione. In alcuni casi poi si scelgono termini inglesi come imagery o mindfulness. Ma stiamo parlando della stessa cosa chiamandola con nomi diversi oppure si tratta di condizioni molto diverse fra loro.

E se è così, che cosa le differenzia?

Se ascoltiamo il racconto di coloro che hanno vissuto in prima persona alcune di queste esperienze troveremo nelle loro testimonianze molti punti in comune, ma questo è sufficiente per sostenere che stiamo parlando di condizioni analoghe?

Abbiamo fatto una sintesi di diversi articoli scientifici per aiutarci a fare qualche distinzione e raggiungere un pò di chiarezza in un mondo (quello dell’allenamento mentale per sportivi) dove spesso sono i professionisti stessi a non avere le idee molto chiare. Abbiamo scelto di basarci prevalentemente sui dati neurofisiologici e neuroanatomici, cercando di semplificarne la lettura anche per i non esperti della materia, sapendo che molte cose possono essere ancora approfondite.

Innanzitutto, quando parliamo di ipnosi e meditazione, parliamo, secondo la letterattura moderna, di stati alterati di coscienza. Uno stato alterato di coscienza è definito come “a qualitative alteration in the overall pattern of mental functioning such that the experiencer feels his [or her] consciousness is radically different from the ‘normal’ way it functions” (Tart, 1972, as cited in Pekala & Cardena, 2000, p. 95).

In generale, noi preferiamo sostituire il termine “alterato” con “alternativo”, in quanto questi stati si è visto essere condizioni spontanee dell’individuo (vedi Rossi, ritmi ultradiani) e secondo il modello cognitivo-comportamentale all’ipnosi, quello che viene chiamato da altri approcci “stato di trance”, non sarebbe altro che uno “stato mentale all’ipnosi” replicabile anche in altre condizioni. Per approfondimenti sulla cognitive-behaviour hypnotherapy puoi leggere qui.

Ci sono sicuramente molti motivi per credere che vi siano analogie tra ipnosi, meditazione e mindfulness e altre pratiche di allenamento mentale. Vediamo, prima di procedere alcune definizioni.

Nel 2001, la British Psychological Society, ha prodotto un documento intitolato “The Nature of Hypnosis”. In questo lavoro si definisce l’ipnosi come uno stato alterato di coscienza raggiungibile attraverso delle procedure verbali (suggestioni ipnotiche) fornite da un soggetto ipnotista ad uno ipnotizzato. Sul tema dell’ipnosi come stato di coscienza alterato c’è un enorme dibattito e sarà oggetto di un nostro futuro articolo in merito. Per il momento ci limitiamo a ricordare i numerosi studi che hanno evidenziato, come vedremo, dei precisi correlati neurofisiologici e neuropsicologici attivati nello stato di trance. Per quanto riguarda le suggestioni, la BPS, riconosce almeno quattro forme di suggestione: ideomotoria, percettiva, complessa e post-ipnotica.

Con il termine meditazione ci riferiamo ad un insieme di pratiche di auto-regolazione che puntano l’attenzione sullo sviluppo della consapevolezza (Walsh e Shapiro, 2006). In una recente definizione operazionale della meditazione mindfulness (MM) sottolinea l’importante di porre l’attenzione sull’esperienza immediata, con crescente curiosità, apertura mentale e accettazione dell’esperienza stessa.

La pratica della mindfulness porta la persona a lasciar scivolare i propri pensieri senza elaborarli ma semplicemente osservandoli e accettandoli. La mindfulness-based stress reduction (MBSR) è un intervento che comiba la mindfulness con alcuni esercizi di hata yoga finalizzati all’aumento del benessere e della salute personale (Kabat-Zinn, 2005). Una recente meta-analisi su cinque studi inerenti l’efficacia della MM sul miglioramento della salute in alcune condizioni cliniche, dimostra un’efficacia in alcuni studi sul trattamento del dolore muscoloscheletrico cronico, nel dolore fibromialgico, in aggiunta ai trattamenti classici sulla cura della psoriasi e alcune indicazioni promettenti sullle cure in contesti tumorali.

Nel 2002, Arne Dietrich mette a confronto diversi stati di coscienza generati in condizioni particolari cercando una spiegazione alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo nella neuroanatomia cerebrale. Dietrich evidenzia i correlati neuroanatomici dello stato di ipnosi, meditazione, sogno, sogno ad occhi aperti, stati indotti da droghe e lo stato denominato “runner’s high”, ossia quello stato psicofisico particolare che sperimentano i corridori superando un certo livello di fatica. L’autore cerca le analogie e le differenze di questi 6 stati alterati di coscienza facendo riferimento all’ipotesi di una transitoria ipoattivazione dell’area frontale (vedere l’appendice per una sintesi delle funzioni cognitive dell’area frontale).

Vediamo in sintesi, cosa ci dice dei più comuni stati di coscienza che incontriamo nel mondo sportivo.

Stato di trance agonistica: in particolar modo è stato studiato lo stato di “running high” ben conosciuto dai maratoneti. A livello fenomenologico il “running high” è descritto da un’estrema sensazione di felicità, aromonia interiore, quasi estatica, sensazione di unione fra sè e l’ambiente, pace, perdita della cognizione temporale, forte energia interiore e riduzione della sensazione del dolore. Le ricerche in psicologia cognitiva hanno dimotrato che gli esseri umani hanno una capacità limitata nel processare le informazioni, in particolar modo per ciò che riguarda le risorse attentive. (Broadbent 1958, Cerry 1953).

Questo si dimostra particolarmente vero per quelle attività motorie che richiedono un’intensa attivazione delle aree sensoriali e motorie, a spese dei centri cognitivi superiori prefrontali. In altre parole, uno sforzo motorio intenso, prolungato e ripetitivo (come ad esempio la corsa su lunga distanza) costituisce un enorme costo a livello cognitivo che il nostro sistema cerca di compensare “risparmiando” sull’attivazione della nostra corteccia pre-frontale. Questo risparmio è dimostrato dall’elevata presenza di onde alfa nella zona della corteccia pre-frontale. Questa ipoattivazione cerebrale spiegherebbe tutte le fenomenologie descritte dai soggetti che sperimentano il running high (es. perdita della percezione temporale, estasi, ecc).

Meditazione: tutti gli studi esistenti che monitorano lo stato di meditazione attraverso le recenti tecniche di neuroimaging (PET, SPECT e rMRI) convergono sull’evidente attivazione dell’area dorsolaterale della corteccia pre-frontale. Questo dato appare in contraddizione con l’ipotesi dell’ipoattivazione frontale sostenuta da Dietrich alla base degli stati alterati di coscienza. Ma risulta coerente con il fatto che in tutte le tecniche meditative il soggetto focalizza volontariamente la sua attenzione su un mantra, sulla respirazione o su altri eventi interni o esterni.

Paradossalmente si osserva però anche un aumento delle onde alfa nell’area frontale. Questo dato però va letto considerando il fatto che l’EEG monitora larghe porzioni di corteccia cerebrale essendo poco sensibile ad evidenziare differenze tra le regioni che compongono una determinata area. L’aumento di onde alfa spiegherebbe le sensazioni di calma, pace, armonia, perdita di riferimenti spazio-temporali, aumento di consapevolezza personale e riduzione del pensiero astratto.

Ipnosi: i recenti studi di neuroimaging hanno dimostrato una cambiamento nell’attivazione neurale soprattutto a carico delle aree parieto-temporo occipitali (TOP) senza una corrispondente attivazione a livello dell’area dorso-laterale (DL) della corteccia pre-frontale. L’aumento di attivazione viene rilevato invece nell’area ventromediale (VM) della corteccia prefrontale, dovuta alla richiesta di elaborazione attenzionale degli input verbali suggeriti al soggetto. Questo dato può essere inoltre spiegato anche ricordandoci le connessioni che la VM ha con l’area limbica, deputata alla trasmissione delle informazioni emotive. I soggetti sottoposti ad ipnosi riportano spesso infatti un’intensa attivazione emotiva durante le esperienze di trance.

Un’altra area della zona frontale implicata nel processo ipnotico è sicuramente la corteccia cingolata anteriore.

Un’altro dato interessante che nasce dalle ricerche di Spiegel e King, nel 1992, è la scoperta che il livello di ipnotizzabiliità soggettivo possa essere correlato con il livello di acido omovanillico (HVA) nel liquido cerebrospinale. HVA è un metabolite della dopamina e questo dimostra una correlazione tra ipnosi e attività dopominergica. Infatti nei pazienti schizofrenici che hanno un’anomala attività dopaminergica, il livello di ipnotizzailità è decisamente più basso del normale.

Mindfulness: Lazars (2005) attraverso l’utilizzo di immagini strutturali (voxel-based morphometry VBM) di cervelli di meditatori esperti in confronto con non-esperti, evidenzia un incremento del volume della materia grigia nel primo gruppo di soggetti, soprattutto nelle regioni associate alla consapevolezza di sè, ossia il giro temporale sinistro, la corteccia frontoinsulare e l’ippocampo destro. Holzel nel 2007 rilevò inoltre uno sviluppo significativo della corteccia orbitofrontale destra e del talamo destro, regioni implicate nella regolazione delle emozioni.

In termini di immagini funzionali, analogamente a quanto si osserva nella letteratura dell’ipnosi, si rileva un’attivazione della corteccia cingolata anteriore e dell’area DL della corteccia pre-frontale.

Imagery: definita come visualizzazione o ripetizione o immaginzazione che può coinvolgere uno o più sensi (Ligget e Hamada, 1993). In questo articolo gli autori fanno una distinzione tra imagery mentale e imagery cenestesica. In quest’ultima la persona si sente realmente coinvolta nel movimento che immagina, attivando così quelo che Frester chiama “allenamento ideomotorio”. Taylor e Gerson (1992) hanno riferito effetti amplificati dell’imagery sotto ipnosi sull’autoefficacia, sulla forma tecnica e sulla prestazione atletica. Anche Ligget (200) è arrivato alla stessa conclusione sostenendo che l’imagery in stato di ipnosi è più intensa e vivida rispetto a quella senza ipnosi.

In una review del 2011, Kosslyn e collaboratori, hanno raccolto i risultati degli studi degli ultimi 50 anni sul tema dell’imagery. L’avvento degli strumenti di neuroimaging ha permesso di scoprire i correlati neuroanatomici dell’imagery confrontandoli con quelli dei processi percettivi. In sintesi, si può dire che l’imagery (sia visiva, che uditiva, che motoria) attiva molte aree corticali simili a quelle attivate quando percepiamo realmente un oggetto, una figura, un suono o eseguiamo un movimento. Inoltre, nei processi di imagery viene spesso attivato il sistema nervoso autonomo che trasferisce sul corpo numerosi sensazioni fisiche legate alle immagini rappresentate mentalmente. Da questa review tuttavia sembrerebbe esserci un minimo coinvolgimento delle aree frontali nei processi di imagery, cosa che avviene invece nei processi ipnotici.

Training Autogeno: Mensen nel 1975 descrisse l’AT come “figlia legittima” dell’ipnosi. Tra le varie definizioni date al AT ricordiamo quella che dice che il training autogeno è “una terapia psicofisiologica di autocontrollo”. (Pikoff, 1984). L’obiettivo dell’AT è permettere l’autoregolazione attraverso una concentrazione passiva, anche descritta come autoipnosi. Nonostante ciò uno studio di Diehl del 1989 che investigava il flusso regionale cerebrale in 12 volontari durante il training autogeno e l’ipnosi ha dimostrato che le perfusione sanguigna globale è meno significativa nell’AT che nell’ipnosi. In uno studio recente (Ostojic, 2005), ricercando l’elettrofisiologia correlata al training autogeno, gli autori hanno osservato un prevedibile aumento delle onde alfa e della coerenza interemisferica.

Finora ci siamo concentrati sulle analogie/differenze neuroanatomiche e neurofisiologiche dei diversi stati. Tuttavia le analogie e le differenze si rilevano in prima battuta anche a livello fenomenologico, ossia qualsi sono le esperienze che possono vivere in ciascuno stato. Uno studio interessante di Tart del 2001 mette a confronto l’ipnosi con la meditazione:

In conclusione, vediamo quali analogie e quali differenze possiamo riconoscere nelle diverse pratiche di “allenamento mentale” spesso proposte anche in contesti di psicologia sportiva.

Da quanto detto precedentemente possiamo concludere che:

  • l’ipnosi, la meditazione e la mindfulness condividono gli stessi circuiti neuronali ed evidenziano una transitoria ipoattivazione della corteccia pre-frontale in generale, ed una attivazione di alcune regioni di interesse specifico come la corteccia cingolata anteriore;
  • le diverse tecniche utilizzate per ottenere questi stati “alternativi” di coscienza agiscono su specifici circuiti pre-frontali (DL per la meditazione e mindfulness, VM per l’ipnosi)
  • alcuni sforzi motori, ripetitivi e di elevanta intensità (es. maratona) possono indurre uno stato di “economia” cerebrale con una ipoattivazione delle zone frontali e una ridistribuzione delle risorse cerebrali nelle aree sensoriali e motorie;
  • in tutti gli stati di rilassamento psicofisico è riscontrabile un aumento delle onde alfa cerebrali e, nel training autogeno, un’aumento della coerenza interemisferica;
  • le tecniche di imagery attivano prevalentemente le aree sensomotorie e possono essere potenziate dalla loro esecuzione in stato di trance ipnotica;
  • dal punto di vista neurofisiologico e neuroanatomico ci sono delle evidenti analogie fra le varie tecniche o pratiche, ciò che si differenzia è la modalità con cui si ottengono questi cambiamenti a livello cerebrale e gli obiettivi che ci si pone con ciascuna tecnica.
  • sebbene in letteratura sia sempre indicata l’ipnosi come uno stato di coscienza alternativo ci sono alcune ricerche che sosterrebbero la teoria del non-stato, ossia che i correlati neuroanatomici e neurofisiologici rilevabili nello stato di trance ipnotica non sarebbero unicamente riferibili allo stato ipnotico.
  • Per tornare dunque alla domanda iniziale, alla luce dei dati descritti, ci sentiamo di dire che ci sono evidenti analogie tra ipnosi, meditazione, mindfulness, training autogeno, se osserviamo queste tecniche o pratiche da un punto di vista neurofisiologico e neuroanatomico.

Ovviamente cambiano le pratiche e le finalità di intervento ma l’attivazione cortico-sottocorticale è simile.

Ci piace definire queste pratiche come strumenti atti a sviluppare due tipi di consapevolezza: una che chiamiamo di tipo “osservativo” (es. mindfulness e meditazione), l’altra di tipo “applicativo” (ipnosi, training autogeno).

Ci permettiamo di usare una definizione poetica, etichettando le prime come “pratiche dell’essere”, le seconde come “pratiche del fare”.

Non dimentichiamoci ovviamente che la ricerca è in costante sviluppo e quindi possibili nuove indicazioni possono arrivarci dagli studi futuri.

Bibliografia:

Kosslyn, Ganis, Thompson (2001), Neural foundation of imagery, Nature Reviews Neuroscience

Dietrich (2002), Functional neuroanatomy of altered states of consciousness: the trainsient hypofrontality hypothesis, Counsciousness and Cognition

Liggett DR, Hamada S., 1993. Enhancing the visualization of gymnasts. American Journal of Clinical Hypnosis, Jan;35(3):190-7

Frester R., 1985. L’allenamento ideomotorio, Rivista di cultura sportiva, 1:7.

Kabat-Zinn J (2005), Bringin Mindfulness to medicine: an interview with jon Kabat-Zinn, Advanced Mnd-body Medicine

Lazar, Kerr, Wasserman (2005), Meditation experience is associated with increased cortical thickness, Neuroreport

Lasar, Bush, Golub (200), Functional brain mapping of the relaxation response and meditation, Neuroreport

Tart (2001), Meditation, some kind of self-hypnosis? APA

Ostojic, et al (2005), Electropsysiological correlates of autogenic training, Proc Speech and Language (http://www.dejanrakovicfund.org/papers/2005b-IEFPG.pdf)

Brown, Forte (1983), Phenomenological differences among self-hypnosis, mindfullness meditiation and imaging.