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Biofeedback e Ipnosi

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Biofeedback e Ipnosi Torino sport psicologia sportiva psicologia dello sport mental training ipnosi gladys bounous biofeedback allenamento mentale alessandro simili   Quando ci si approcia ad un percorso di ottimizzazione della prestazione molte sono le tecniche che gli operatori (si presume psicologi dello sport) adoperano per raggiungere l’obiettivo che l’atleta si aspetta possa essere raggiunto.

In effetti le richieste sono svariate, importanti e mai banali: dal potenziare le abilità attentive, alla gestione dello stress, al migliorare la resistenza (percepita) all’esaltare il talento personale e così via.

La domanda a questo punto è lecita: come facciamo a sapere come psicologi dello sport obiettivamente che l’atleta sta effettivamente raggiungendo gli obiettivi previsti? Dobbiamo aspettare i numeri della prestazione o possiamo dapprima capire se il nostro intervento è funzionale all’obiettivo? O possiamo solo rivolgerci a questionari/test?

A una mia richiesta sulle sensazioni provate potrò avere risposte positive/neutre/negative, ma allo stesso tempo come faccio a sapere che ho lavorato in direzione dell’obiettivo? Come posso capire se ho agito sul sistema simpatico o parasimpatico? Tradotto in termini concreti: un conto è lavorare sul rilassamento un conto è lavorare sulle abilità attentive che richiedono una certa attivazione e vigilanza.

Un risposta a queste domande ci deriva dall’uso del biofeedback e dalle tecniche ad esso correlate. Il biofeedback è uno strumento che permette all’atleta di porre sotto controllo alcune funzioni fisiologiche che normalmente non lo sono. Vuol dire in sostanza che qualsiasi persona può controllare, monitorare e ottimizzare alcune funzioni del nostro corpo quali il respiro, il battito cardiaco, la temperatura così come la regolazione del tono muscolare per acquisire abitudini regolative più appropriate.

L’atleta potrà ricevere attraverso un computer un feedback sia visivo (numerico) sia acustico sulla prestazione che sta compiendo nel qui ed ora.

Facciamo un esempio. Si presenta da noi un atleta con il classico problema “di controllare l’ansia che si genera al momento della prestazione”. A questo punto dopo aver focalizzato l’area di miglioramento posso, da un punto di vista cognitivo, capire le ragioni e intervenire con molte tecniche (pratiche) a mia disposizione: self talk, imagery, thought stopping. Farò il mio intervento e in quel momento avrò a disposizione il feedback dell’atleta.

A questo punto interviene il biofeedback (o neurofeedback) che fornisce una risposta immediata all’atleta per quando riguarda la sua domanda (oltretutto gli atleti sono abituati ai numeri e una risposta numerica agevola una corretta comprensione e ad un feedback immediato), ma anche allo psicologo dello sport che potrà toccare con mano non solo la parte cognitiva, ma anche la parte “fisiologica” del lavoro.

Fin qui abbiamo parlato del biofeedback e dalla valenza che completa la professionalità dello psicologo dello sport anche se molti professionisti non sono avvezzi alla “tecnologia”, ma il biofeedback come training è una tecnica e in quanto tale per amplificare e comprovare la sua potenzialità va abbinata ad un’altra metodologia importante:l’ipnosi.

Uno a completamento dell’altro potremmo dire. O per certo versi uno a supervisione dell’altro. Se, come abbiamo detto, l’ipnosi (o meglio il suo utilizzo) può peccare di validità, dall’altro verso il biofeedback ha il limite che non può essere portato nella prestazione vera e propria.

Possiamo quindi identificare nell’ipnosi due grossi vantaggi a sostegno del biofeedback:

  • accompagnare il lavoro “on-line” attraverso il biofeedback;
  • portare sul campo le sensazioni, gli apprendimenti e trasformarli in comportamento efficaci per la prestazione.

Anche in questo caso facciamo un esempio pratico e vissuto. Atleta di biathlon (sci e carabina) che si presenta con un problema più che di ordine psicologico, di natura fisiologica: abbassare la temperatura periferica del dito indice che spara, perchè dopo km a sciare e con temperature che toccano anche i meno 18, questo perde di sensibilità. Nella prima seduta, attraverso il biofeedback riusciamo dopo varie sedute a controllare (alzando e abbassando volontariamente) la temperatura periferica del dito. Ma un conto è un luogo protetto quale può essere quello dello studio, un conto è l’ambiente.(potremmo dire che il biofeedback ci permette di realizzare la connessione mente-corpo, l’ipnosi la connessione mente-corpo-ambiente).

Procediamo allora attraverso l’ipnosi cercando una situazione significativa che potesse “ancorare” il lavoro fatto e soprattutto portare nella prestazione vera sensazioni vissute. L’atleta, in modo ecologico richiama l’immagine del primo sole del mattino in montagna che le riscalda la mani. La cosa affascinante è che “testando” l’immagine con il biofeedback, la stessa prestazione in studio è più veloce: in pochi attimi, verificandolo con il biofeedback (TEMP), l’atleta regola volontariamente e velocemente la propria temperatura periferica. Va da sè poi, la trasformazione dell’apprendimento in comportamento utile per la gara.

Vediamo infine uno schema (Blumenstein 2002) che mostra l’intervento del BFB in alcuni sport abbinato ad alcune tecniche.

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Bibliografia

  • Anchisi R.,Dessy M.G. Gambotto (1996). Manuale di Biofeedback, Psicologia e Medicina Comportamentale.Ed. Libreria Cortina,Torino.
  • Basmajian J.V. (1985). Il biofeedback: aspetti teorici ed applicazioni pratiche. Ed. Piccin, Padova
  • Blumenstein, Bar-Eli, Tenenbaum (2002) Brain and Body in sport and exercise.Ed.Wiley and Sons.USA.
  • Pancheri P.(1979). Biofeedback.Tecniche di autocontrollo in psichiatria, Psicosomatica e medicina.Ed.Bulzoni, Milano.

Ipnosi e Sport: dalla teoria alla pratica

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Sport: dalla teoria alla pratica trance ipnotica Torino psicologia sportiva psicologia dello sport morgan mental training ipnosi sportiva ipnosi e sport gladys bounous allenamento mentale   Sempre più spesso si legge o si ascoltano interviste in cui gli atleti dichiarano di aver utilizzato l’ipnosi per migliorare le loro performance sportive. In realtà non si tratta di una tecnica approdata allo sport recentemente perchè anche in passato numerosi nomi eccelsi dello sport italiano hanno dichiarato in diverse interviste di aver utilizzato l’ipnosi sportiva per migliorare la propria prestazione.

E’ il caso di Lea Pericoli e di Adriano Panatta che hanno dichiarato di aver fatto ricorso all’ipnosi sportiva nel loro percorso di allenamento mentale, negli anni ’60-’70.

Già nel 1958, Maxwell Maltz riportò i primi studi sull’efficacia delle visualizzazioni in allenamento e in gara. Nel 1969, Frezza e Tonelli sulla rivista italiana “Rassegna di Ipnosi e Medicina Psicosomatica” portarono i risultati su uno studio sperimentale con sciatori e nuotatori. In tempi recenti ricordiamo Giorgio Rocca e la preparazione per le Olimpiadi di Torino 2006. Ma soprattutto all’estero le tecniche ipnotiche sono parte integrante dei percorsi di allenamento mentale.

In alcuni casi non si parla direttamente di ipnosi ma si utilizzano tecniche ipnotiche mascherate dietro il nome di visualizzazione attiva o altri titoli meno inquietanti del termine “ipnosi”. Ma in realtà il lavoro che viene fatto ha tutte le caratteristiche per rientrare in un percorso ipnotico applicato allo sport.

I recenti studi dimostrano che l’ipnosi possa condurre sia ad incrementi che a decrementi della prestazione muscolare (potenza e resistenza). Inoltre le suggestioni ipnotiche finalizzate a visualizzare e vivere l’esperienza sportiva sono associate ad aumento del battito cardiaco, della respirazione, del VO2 max, del consumo di ossigeno, della produzione di anidride carbonica, del flusso sanguigno in regioni periferiche dell’organismo e dell’attivazione di specifiche regioni cerebrali. Tutti questi studi dimostrano quindi che l’allenamento ipnotico alla prestazione sportiva non è solo una pura “suggestione mentale” ma si tratta di un vero e proprio training psicofisico di preparazione alla prestazione.

In ambito sportivo l’ipnosi può essere utilizzata in due modi differenti ma complementari:

  • per agire direttamente su parametri fisiologici e modificare le sensazioni corporee;
  • per operare sui pensieri e sulle emozioni che influenzano la prestazione.

A cosa serve concretamente l’ipnosi? Tutti i ricercatori che studiano e applicano questa tecnica nel mondo sportivo sostengono che sia uno strumento privilegiato per portare l’atleta in una condizione analoga a quella esperita nel “flow” o nella “peak performance”.

Uno dei più conosciuti studiosi dell’ipnosi applicata alla sport, W. Morgan, ne descrive l’utilizzo all’interno del modello teorico di Hanin (1978) e Unestahl (1981) e sui casi empirici studiati da Johnson (1961). Hanin presentò una teoria della performance introducendo il concetto di “zona di funzionamento ottimale” e questa zona è data dal livello di ansia ottimale nel pre-gara. Il modello teorico di Unestahl è in relazione con il modello di Hanin perchè entrambi credevano che nel momento della peak performance gli atleti vivano uno stato affettivo particolare. Unestahl chiamò questo stato “stato di performing ideale”. Sebbene i due approcci siano simili la differenza sta che per Hanin questo stato ottimale può essere rievocato mentre Hunestahl sostiene che gli atleti spesso abbiamo amnesia selettiva o totale dopo la best performance. Tuttavia Unesthal parla di ipnosi nel definire questo stato e la sua teoria è stata usata con centinaia di atleti svedesi.

Le ricerche sull’ipnosi in psicologia dello sport e dell’esercizio fisico sono stat quasi esclusivamente condotte in laboratorio e gli esperimenti avevano come obiettivo il dimostrare l’effettiva capacità dell’ipnosi di incrementare le capacità fisiche.

Due principali critiche si muovono ad essi:

  • i ricercatori hanno utilizzato compiti da laboratorio in condizioni controllate, e questo raramente si verifica in un contesto di gara. In altre parole tutte le ricerche coinvolgevano semplici compiti motori eseguiti da non-atleti, cosa che non è facilmente generalizzabile alle complesse skills che un atleta deve mettere in atto in un contesto competitivo.
  • le performances da laboratorio eseguite in stato di ipnosi sono state comparate con performance in cui le suggestioni ipnotiche non sono state utilizzate. Questo tradizionale paradigma (ipnosi vs controllo) ha creato una confusione tra ipnosi (stato di coscienza modificato) e suggestione (comando verbale consegnato all’atleta dall’ipnotista).

La diatriba è la seguente: basta lo stato di trance ipnotica (ossia la modificazione di coscienza) per incrementare la performace oppure è necessario il comando verbale (ossia la suggestione)? Quali di questi due fattori è realmente responsabile della modificazione della prestazione?

La prima review sull’argomento fu fatta da Hull (1933) che si concentrò sulla suggestione ipnotica e sulla trascendenza dalla capacità volontaria. Le sue conclusioni furono che l’evidente contraddittorietà sulla questione è legata al disegno sperimentale usato. Le successive review furono inconsistenti nel dimostrare la capacità delle suggestioni post-ipnotiche di incrementare la performance fisica. La più critica review sull’argomento fu fatta da Barber (1966) che concluse che l’ipnosi, senza la suggestione, non influenza la forza muscolare o la resistenza. Inoltre Barber riportò che le suggestioni motivazionali sono capaci di aumentare la forza muscolare e la resistenza sia in una condizione ipnotica che in una condizione non-ipnotica. I tipici paradigmi sperimentali comparavano la performance muscolare dietro suggestione ipnotica di incremento o diminuzione versus prestazioni muscolari senza suggestione in una condizione di controllo o non ipnotica.

Negli studi più recenti si è iniziato a verificare come le suggestioni ipnotiche non solo influenzano la percezione dello sforzo ma anche i parametri neurofisiologici (battito cardiaco, HRV, pressione sanguigna, respirazione, VOmax, la captazione di ossigeno e la produzione di diossido di carbonio, sia “a secco” che durante l’esericzio. (Morgan 1985). Ancora più recentemente le ricerche hanno dimostrato la variazione dell’irrorazione sanguigna cerebrale (rCBF) in seguito a stimolazione ipnotica volta a modificare la percezione dello sforzo durante un esercizio dinamico (Williamson et al, 2001).
Ad esempio, la suggestione di discesa in bicicletta è associata ad una diminuzione dello sforzo percepito e del rCBF nella corteccia insulare sinistra e nella corteccia cingolata anteriore. Al contrario, la salita è associata ad una attivazione dell’area insulare destra e del talamo dx. Questo lavoro rivela inoltre che non ci sono differenze di rCBF per le aree sensomotorie corrispondenti alle gambe in entrambe le condizioni.
Questo dimostra che il maggior o minor sforzo percepito dai ciclisti durante un’induzione ipnotica specifica corrispondere realmente ad una modificazione di attivazione cerebrale.

Questo ci porta a dire che la suggestione è la chiave per la modificazione del comportamento dell’atleta, tuttavia sappiamo che le suggestioni date in uno stato di veglia (e non di trance ipnotica) hanno minor poter di attivare meccanismi neurofisiologici perchè nello stato di veglia è minore la connessione mente-corpo. Inoltre, in stato di veglia, quando il nostro pensiero critico è decisamente più elevato molte suggestioni possono non essere accolte dall’atleta e quindi non avere effetto diretto sulla performance.

Un altro filone di ricerca ha esaminato l’effetto dell’imagery sulla psicofisiologia, semplicemente immaginando un esercizio in una condizione non ipnotica. Hanno comparato gli effetti della visualizzazione associata (interna) da quella dissociata (esterna). Si è visto che le visualizzazioni in prima persona producono effetti psicofisiologici molto simili a quelli sperimentati durante l’esercizio reale. Sebbene questo studio non compari il gruppo con un gruppo sottoposto ad ipnosi è evidente che gli effetti spesso attribuiti all’ipnosi possono essere evocati anche in una condizione non ipnotica.

Dagli studi di neuroimaging si vede che le tecniche di imagery attivano prevalentemente le aree sensomotorie mentre vi è una minima attivazione delle aree frontali (coinvolte invece nei processi ipnotici). Taylor e Gerson (1992) hanno riferito effetti amplificati dell’imagery sotto ipnosi sull’autoefficacia, sulla forma tecnica e sulla prestazione atletica. Anche Ligget (2000) è arrivato alla stessa conclusione sostenendo che l’imagery in stato di ipnosi è più intensa e vivida rispetto a quella senza ipnosi.

Come potete notare, le ricerche in merito sono molte e spesso contraddittorie. Però quello che è evidente nella pratica diretta con gli atleti è che in uno stato di trance ipnotica riusciamo ad evocare alcune fenomenologie (comportamenti manifesti) che vanno oltre il controllo volontario della persona. In ipnosi possiamo inoltre controllare alcuni parametri del sistema nervoso autonomo, che per definizione sono fuori dal controllo volontario del soggetto.

Vediamo alcuni esempi pratici in cui le tecniche ipnotiche diventano un aiuto per gli atleti:

  • riuscire a rallentare il battito cardiaco è per esempio un valido strumento di aiuto per gli apneisti;
  • riuscire ad aumentare la percezione sensoriale sull’estremità delle dita diventa molto importante per un tiratore (iperestesia ipnotica);
  • riuscire ad anestetizzare o monitorare la percezione del dolore è fondamentale per chi si trova a competere in condizioni di dolore fisico (analgesia o anestesia ipnotica);
  • riuscire a modificare la termoregolazione corporea può aiutare gli atleti che competono in condizioni climatiche molto rigide;
  • riuscire ad addormentarsi a comando e dilatare la percezione del tempo dedicato al riposo è utile per chi si trova in competizioni in cui non può dormire le canoniche 8 ore consecutive (contrazione o dilazione del tempo);
  • riuscire a ridurre il focus attentivo potenziando la concentrazione su un unico punto di interesse è fondamentale per i golfisti, i tiratori e tutti quegli atleti che competono con un bersaglio;
  • riuscire a dissociare la propria mente dalle sensazioni fisiche può essere un aiuto per coloro che affrontano gare di resistenza e competono con il dolore e la fatica fisica e mentale (dissociazione ipnotica);
  • sapersi portare velocemente in uno stato simile a quello precedentemente sperimentato in una situazione di flow è il modo migliore per qualsiasi atleta per avvicinarsi ad una competizione (regressione ipnotica);
  • focalizzare i propri obiettivi e avere chiari in mente i passaggi necessari per una buona prestazione è altrettanto importante per tutti gli atleti (progressione ipnotica);
  • E questi sono solo alcuni esempi dell’utilizzo pratico dell’ipnosi nello sport.

E se ancora vi domandate perchè sia necessario imparare ad entrare in uno stato ipnotico per ottenere i risultati sopra descritti, provate a chiedervi: “Sarei in grado di fare queste cose, in questo momento, cioè in uno stato di normale veglia?”

Se la risposta è no ma vi piacerebbe riuscire ad allenare queste capacità per migliorare la vostra pratica sportiva allora potreste pensare di imparare tecniche di ipnosi e autoipnosi applicate allo sport!

Bibliografia

  • Kosslyn, Ganis, Thompson (2001), Neural foundation of imagery, Nature Reviews Neuroscience
  • Liggett DR, Hamada S., 1993. Enhancing the visualization of gymnasts. American Journal of Clinical Hypnosis, Jan;35(3):190-7
  • Frester R., 1985. L’allenamento ideomotorio, Rivista di cultura sportiva, 1:7.
  • Lazar, Kerr, Wasserman (2005), Meditation experience is associated with increased cortical thickness, Neuroreport
  • Lasar, Bush, Golub (200), Functional brain mapping of the relaxation response and meditation, Neuroreport
  • Tart (2001), Meditation, some kind of self-hypnosis? APA
  • Brown, Forte (1983), Phenomenological differences among self-hypnosis, mindfullness meditiation and imaging.
  • Morgan W (2002), Hypnosis in sport and exercise psychology, in Exploring sport and Exercise Psychology, American Psychological Association
  • Hull CL (1933), Hypnosis and suggestibility, New York: Appleton-Century-Crofts
  • Hanin YL (1978) A study of anxiety in sport, in WF Straub (ed), Sport Psychology: ana analysis of athelte behaviour, Ithaca, NY Mouvement
  • Barber TX (1966), The effects of hypnosis and suggestions on strenght and endurance: a critical review of research studies, British Journal of Social and Clinical Psychology
  • Taylor J, Gerson A (1992), A conceptual model of the effects of imagery administration, in Taylor, Horovitz and Balague (1993)
  • Taylor, Horovitz, Balague (1993), The use of hypnosis in applied sport psychology, The Sport Psychologist
  • Ligget (2000), Enanching imagery through hypnosis: a performance aid for athletes, American Journal of Clinical Hypnosis

Cos’è la psicologia dello sport?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Cos'è la psicologia dello sport? Torino psicologo dello sport psicologia sportiva psicologia dello sport miglioramento della prestazione sportiva mental training gladys bounous esperto in psicologia sportiva allenamento mentale alessandro simili   COS’E’ LA PSICOLOGIA DELLO SPORT?
La Psicologia dello Sport, nella sua definizione classica, è un ampio ramo della psicologia dove confluiscono diverse dottrine (psicologia, medicina, psichiatria, sociologia, pedagogia, filosofia, igiene, educazione fisica, scienze motorie, riabilitazione, ecc.) ed è pertanto un argomento di competenza multi – disciplinare aperto al contributo che ciascuno può portare sulla base della propria preparazione specifica. I settori della psicologia dello sport riguardano: lo studio della personalità dell’atleta, i fondamenti psicologici delle capacità motorie, la preparazione alle gare, la selezione degli atleti, la psicologia del gruppo e del singolo sportivo, dell’allenamento e della competizione e nello specifico lo stato mentale della prestazione d’eccellenza.

A CHI E’ UTILE?
La psicologia dello sport è utile per tutti coloro che vogliono lavorare sul migliorare la prestazione sportivo/motoria imparando a sfruttare al meglio le potenzialità della nostra mente. In generale, non si parla di percorsi di allenamento mentale vero e proprio al di sotto dei 16 anni. Ma tuttavia, anche prima di questa età, si può iniziare a “giocare” con la psicologia imparando alcune semplici principi dell’allenamento mentale.

QUANTO E’ UTILE…?
I percorsi di psicologia dello sport sono massimamente efficaci quando si rileva una discrepanza di risultato tra le prestazioni in allenamento e quelle in gara. E soprattutto quando queste differenze di prestazione non sono imputabili ad altre variabili (preparazione fisica, nutrizionale, carenze tecnico/tattiche).

CHE DIFFERENZA C’E’ TRA UN PERCORSO DI PSICOLOGIA DELLO SPORT E UNA PSICOTERAPIA O LA PSICONALISI?
La differenza sostanziale è che quando si intraprende un percorso di psicologia dello sport o allenamento mentale si lavora esclusivamente sulla prestazione. Non si va a toccare l’aspetto “patologico”, la famiglia di origine, i traumi passati, le relazioni affettive. Ci si concentra esclusivamente sulla performance sportiva e sul modo migliore per esprimere le potenzialità e raggiungere risultati. L’allenamento mentale va visto analogamente ai percorsi di preparazione atletica, tecnica o tattica, solo che si va ad allenare una parte intangibile del nostro corpo che si chiama “mente”.
Dunque la psicologia dello sport non ha nulla a che fare con la psicoterapia o la psicoanalisi anche se alcuni professionisti possono avere, nel loro percorso professionale, acquisito tali competenze.

LE RICHIESTE PIU’ FREQUENTI CHE GLI ATLETI CI RIVOLGONO

  • Gestione dell’ansia pre-regata
  • Regolazione dell’energia e gestione dei momenti di attesa pre-competizione
  • Tecniche di rilassamento
  • Aumento fiducia nelle proprie potenzialità
  • Gestione del sonno
  • Aumento autoefficacia
  • Aumento del “feeling”
  • Gestione dei cali di motivazione
  • Pianificazione e organizzazione delle competizioni
  • Miglioramento comunicazione nei gruppi e tra allenatore/atleta
  • Recupero psicologico dopo un infortunio

IN PRATICA…
Un percorso di allenamento mentale consiste in un incontro conoscitivo in cui atleta/allenatore e psicologo sportivo si conoscono e concordano un obiettivo di lavoro (valutando anche eventuali impedimenti nel procedere).
Si stabiliscono un numero di sedute ottimale per il raggiungimento dell’obiettivo prefisso che varia in media da 5 a 8 incontri.
Si stabilisce insieme se inserire nel processo di allenamento alcune sedute di allenamento sul campo (durante allenamenti) o di osservazione in gara. Questa opzione rende il lavoro estremamente più efficace perché diventa confezionato su misura alle esigenze del richiedente.
Fondamentale, per garantire l’autonomia dell’atleta, è la fase conclusiva del percorso che passa attraverso la verifica dei risultati ottenuti con l’allenamento mentale.

QUALI SPORT?
Tutte le discipline sportive possono trarre giovamento da un percorso di allenamento mentale, tuttavia questo deve essere calato nel contesto sportivo specifico, capendo bene le esigenze dei singoli atleti. Non possiamo certo pensare che, a livello mentale, le esigenze di un maratoneta siano identiche ad un centometrista. Questo aspetto fa parte integrante della professionalità dello psicologo a cui ci si rivolge.