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Il doppio ruolo allenatore-giocatore (Player-coach)

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il doppio ruolo allenatore-giocatore (Player-coach) player-coach intervista indagine allenatore-giocatore

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il doppio ruolo allenatore-giocatore (Player-coach) player-coach intervista indagine allenatore-giocatore   Il nostro team di lavoro sta svolgendo una indagine esplorativa per comprende alcuni aspetti cruciali del doppio ruolo allenatore-giocatore (player-coach).

Questo specifico ruolo è stato poco studiato in letteratura scientifica per cui vorremmo raccogliere le testimonianze di chi svolge (o ha svolto durante la sua carriera) questo difficile e complicato compito.
Dedicaci 10 minuti del tuo tempo per rispondere all’intervista che troverai in seguito. Le tue risposte ci serviranno per fare maggior chiarezza e pensare a strategie utili per supportare gli allenatori-giocatori nella loro pratica professionale. Grazie!

Clicca qui per lasciare la tua testimonianza: vai all’intervista

Una ripresa da Scudetto: come aiutare il team a superare il collasso psicologico collettivo

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Una ripresa da Scudetto: come aiutare il team a superare il collasso psicologico collettivo team building squadra resilienza durezza mentale collective psychological collapse collasso psicologico collettivo basket

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Una ripresa da Scudetto: come aiutare il team a superare il collasso psicologico collettivo team building squadra resilienza durezza mentale collective psychological collapse collasso psicologico collettivo basket   In generale il collasso collettivo può accadere in due modi: nel primo caso la squadra mostra un radicale decremento della prestazione durante uno specifico match. Nel secondo caso, il match comincia già con una prestazione sotto il livello minimo di prestazione, parametrato rispetto alle prestazioni abituali della squadra. Nella dinamica del collasso collettivo sono coinvolti tutti i giocatori e per questo motivo viene considerato un fenomeno sociale, con alti livelli di “contagio” tra un giocatore e l’altro. Alla base di questo fenomeno viene sempre preso in considerazione il livello di pressione a cui la squadra è sottoposta.

Abstract Articolo

Nel basket giovanile uno degli appuntamenti più attesi della stagione è la corsa verso lo scudetto e la partecipazione alle finali nazionali. Questo momento molto ambito può rappresentare un momento psicologico delicato per ogni squadra. Un intervento di mental training ha lo scopo di rendere consapevoli gli atleti e lo staff dei meccanismi mentali, individuali e collettivi, che potrebbero rappresentare una minaccia per il buon esito prestazione. Inoltre, attraverso la preparazione mentale, è necessario fornire agli atleti il giusto bagaglio operativo per prevenire e gestire il collasso psicologico collettivo, responsabile di molte sconfitte eccellenti.

Clicca qui per scaricare l’articolo completo, pubblicato sulla Rivista Movimento – Volume 33 – n.2/3.(per abbonarsi alla rivista clicca qui)

Coesione di gruppo e dinamiche psicologiche nello sport: uno studio su squadre giovanili di calcio

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Coesione di gruppo e dinamiche psicologiche nello sport: uno studio su squadre giovanili di calcio libro psicologia dello sport coesione sportiva coesione calcio   Questo lavoro nasce da una sana passione per la psicologia e per lo sport, in particolare per quelli di squadra come il calcio.
L’ interesse a coniugare l’ambito della psicologia a quello dello sport ha portato l’autore avvicinarmi alla Psicologia dello Sport, una disciplina che si occupa di applicare alcuni concetti psicologici all’ambito sportivo, per quanto concerne sia lo sport agonistico che l’attività sportiva che tutti noi dovremmo praticare per cercare di mantenere in salute il corpo e la mente.
Visto il crescente interesse verso la figura dello psicologo sportivo all’interno di sport agonistici, questo lavoro può avere un’interessante rilevanza scientifica sia per poter conoscere meglio le possibilità applicative di questa disciplina, ma anche perché approfondisce la conoscenza sulle dinamiche di gruppo (in particolare nei gruppi sportivi) che è di particolare interesse all’interno della Psicologia Sociale.
Questo lavoro si focalizza quindi sulla Psicologia dello Sport, soffermandosi sui fattori che entrano in gioco nell’attività sportiva, in particolare cercando di capire quali siano quelli più importanti all’interno degli sport di squadra. Quindi, dopo una presentazione generale delle dinamiche psicologiche, verrà introdotta una ricerca compiuta su alcune squadre di calcio giovanile nel panorama del Nord-Ovest italiano.

Il libro è disponibile su:

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Nella stanza del mental coach

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Nella stanza del mental coach Torino psicologo dello sport psicologia sportiva psicologia dello sport a Torino psicologia dello sport prestazione obiettivi mental training mental coach coaching atleti   Vi siete mai chiesti cosa fa veramente un mental coach per sportivi? Ma soprattutto, sapete veramente chi è un mental coach?

In questo libro avrete la possibilità di entrare in uno studio di psicologia dello sport, sedervi accanto ai nostri mental trainer e leggere 11 storie di sport accomunate da un comune denominatore: l’utilizzo della psicologia dello sport per raggiungere un obiettivo.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Nella stanza del mental coach Torino psicologo dello sport psicologia sportiva psicologia dello sport a Torino psicologia dello sport prestazione obiettivi mental training mental coach coaching atleti   Potrete conoscere la squadra perfetta dove però i problemi di comunicazione riducevano le performance oppure andare in pista con Beatrice, la nostra “mamma sportiva” alle prese con l’ansia da prestazione per il proprio figlio. Vi immaginerete cosa si prova a fare un salto nel vuoto e ricordarsi solo il rumore dello schianto a terra a poche settimane dalle Olimpiadi ed entrerete nelle dinamiche di uno sport di coppia quando la coppia scoppia! E molto altro ancora, ma non vogliamo rovinarvi il gusto di entrare nel mondo della psicologia dello sport e scoprire in quanti ambiti il mental coaching può servire.

Non mancherà la giusta dose di ironia perché in fondo gli psicologi dello sport sembrano “noiosi”,  ma non lo sono così tanto!
Tra il serio e lo scherzoso troverete consigli per il vostro benessere sportivo, capirete quali tecniche si usano per migliorare la prestazione mentale di uno sportivo e soprattutto, capirete, quali vantaggi ha l’affidarsi ad una persona competente e qualificata a fare questo tipo di lavoro!
Vi aspettiamo nella nostra stanza, a presto!

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Riflessioni dal 50° Convegno di Psicologia dello Sport

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   Insieme a tanti altri professionisti della Psicologia dello Sport, anche B-Skilled ha partecipato al 50° Convegno di Psicologia dello Sport (Organizzato dall’ISSP) svoltosi a Roma il 19 e il 20 Aprile. Il tema del Convegno era “A bridge from the past to the future” con l’obiettivo di ricordare il primo convegno che, inaugurato da Ferruccio Antonelli, si è svolto proprio nella sede di Roma nel 1965. In questa rassegna, l’obiettivo è quello di raccogliere gli spunti principali che sono emersi dal Convegno.

From the past…

    Ricordare che il primo convegno internazionale di Psicologia dello Sport si è svolto proprio in Italia, è stato sicuramente un momento molto emozionante per tutti i professionisti italiani presenti al convegno. Grandi nomi della Psicologia dello Sport italiana come Alberto Cei o Fabio Lucidi hanno raccontato le basi culturali che hanno portato un team di psicologi dello sport, rappresentati da Ferruccio Antonelli, nel 1965, a riunirsi per il primo Convegno di Psicologia dello Sport. Da quel momento è nato un movimento che ha portato, all’interno dello sport, una figura fondamentale che, nonostante le difficoltà, sta facendo conoscere sempre di più la propria utilità in qualsiasi livello sportivo.

…To the future

    Durante il convegno abbiamo potuto assistere a vari interventi molto interessanti che hanno illustrato come le nuove tecnologie potranno essere un supporto utile allo psicologo che lavora nell’ambito dello sport. I vari professionisti che hanno preso parte al convegno hanno potuto imparare come, tramite strumenti di neuro-imaging cerebrale, non sia possibile soltanto fare (utilissima) ricerca nel campo psicosportivo, ma sia possibile applicarle nel lavoro quotidiano del preparatore mentale al supporto di squadre o atleti. Oltre agli strumenti di neuro-imaging, ci sono stati spunti interessanti anche sull’evoluzione di strumenti come il bio-feedback o le realtà virtuali applicate all’allenamento mentale.

Prospettiva ecologica 

    Il fatto di poter assistere ad interventi da parte di professionisti provenienti da diverse nazioni europee e mondiali, ci ha permesso di avere una visione più globale di quello che è il lavoro dello psicologo dello sport.

La rivoluzione che sta avvenendo negli ultimi anni è quella che, all’interno del lavoro di allenamento mentale, non considera più soltanto il singolo atleta o la singola squadra come obiettivo principale del lavoro, ma sta piano piano cominciando a considerare, in una prospettiva sempre più ecologica, tutto quello che sta attorno alla figura del singolo atleta: dalle relazioni con le figure importanti, all’ambiente fisico nel quale l’atleta si trova ad allenarsi o a passare la maggiorparte del suo tempo. Ovviamente, per permettere questo, lo psicologo deve avere la possibilità di collaborare con facilità con diverse istituzioni che ruotano all’interno del mondo dello sport; e questo ci porta all’ultimo punto…

La figura dello psicologo dello sport in Italia

     Nonostante il primo Convegno di Psicologia dello Sport sia avvenuto in Italia 50 anni fa e sia stato proprio un italiano a dare inizio a tutto ciò,  è purtroppo emerso, durante il convegno, un senso di arretratezza della figura dello psicologo dello sport in Italia rispetto ad altre nazioni europee e mondiali.

Quando parlo di arretratezza (usando un termine volutamente forte) non intendo a livello di tecniche o strumenti utilizzati, poiché abbiamo avuto la possibilità di ascoltare tanti professionisti italiani che utilizzano tecniche all’avanguardia. L’arretratezza dello psicologo dello sport italiano è dovuto dal fatto che, a differenza di altre nazioni, non abbiamo, nel mondo dello sport, il giusto riconoscimento che ci spetta in quanto professionisti.

L’apoteosi di questo è avvenuta quando ci è stato fatto notare, da un grande professionista straniero, che anche all’interno del sito del CONI, non vi è alcuna menzione alla figura dello psicologo dello sport, neppure nella pagina delle associazioni (in cui compare, ahinoi, addirittura un ente di collezionisti olimpici e sportivi). Nonostante l’apertura del Presidente Malagò, non ci sono riconoscimenti importanti per noi psicologi dello sport, quando all’estero è impensabile che le federazioni sportive o le maggiori squadre e società non abbiano, all’interno del loro staff, uno psicologo dello sport.

Senza scendere nei particolari di quali potrebbero essere le cause di questa arretratezza, quello che possiamo portarci a casa noi psicologi dello sport è che è ora di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare non solo per se stessi ma per cercare di migliorare la situazione a livello nazionale e, per fortuna, c’è l’idea che qualche cosa si stia muovendo…

L’ipnosi sportiva è realmente efficace?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'ipnosi sportiva è realmente efficace? Torino psicologia dello sport mental training ipnoterapia ipnosi sportiva ipnosi e sport gladys bounous allenamento mentale alessandro simili

Una rassegna realizzata dal nostro team per cercare di comprendere cosa dice la letteratura scientifica degli ultimi vent’anni in merito al tema dell‘ipnosi sportiva.

La rassegna scientifica è stata pubblicata sul Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, numero 14, maggio/agosto 2012.

Abstract:
L’interesse nei confronti dell’ipnosi e della sua applicabilità in diversi contesti, sia clinici che applicativi, è notevolmente cresciuto negli ultimi decenni. Infatti nella letteratura scientifica sono numerose le pubblicazioni realizzate ogni anno con lo scopo di validare l’efficacia di questo strumento di intervento nei diversi settori. In ambito clinico, alcune recenti meta-analisi sono state in grado di evidenziare i disturbi psicologici in cui l’ipnosi risulta efficace, sia come strumento singolo sia in abbinamento ad altre tecniche psicologiche.

In psicologia dello sport la situazione invece non è così chiara. Nonostante l’ipnosi sia ampiamente utilizzata nei training mentali per l’ottimizzazione della prestazione sportiva, la ricerca scientifica in merito è ancora abbastanza ridotta ed a tratti incompleta.
Questo lavoro ha l’intento di raccogliere i maggiori studi scientifici pubblicati su riviste internazionali negli ultimi vent’anni, nel tentativo di dare risposta ai seguenti quesiti:

  • L’ipnosi sportiva è realmente efficace nel potenziamento delle prestazioni sportive
  • E se si, quali abilità possono essere potenziate con questo strumento
  • L’ipnosi riesce a garantire un’efficacia superiore, rispetto ad altre tecniche di mental training, nel potenziamento delle suddette abilità
  • Esistono dei protocolli di intervento ipnotico validati e standardizzati oppure tutto è lasciato all’esperienza soggettiva del preparatore mentale?

Ecco l’articolo scaricabile.

Con la testa in alto mare

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La pratica della vela è uno fra gli sport maggiormente complessi che si possa incontrare. Complesso da tanti punti di vista, a partire dalla terminologia velica fino ad arrivare all’allenamento che l’aspirante velista deve sostenere per raggiungere buoni risultati.

Avvicinarsi per la prima volta al mondo della vela vuol dire, prima di tutto, capire che in barca ogni cosa ha un nome e una funzione specifica e basta dire: “Passami quella corda!” per far irritare qualsiasi amante di questo sport.

Una volta capito cos’è un boma, una sartia, una scotta, una drizza e quant’altro, il lavoro è appena iniziato. In effetti, una persona poco esperta di questo sport quando sente parlare di barca a vela, pensa immediatamente alle grandi barche da regata oppure a quelle imbarcazioni che si intravedono d’estate in mezzo al mare che organizzano crociere per turisti in cerca di una vacanza alternativa.

Chi sceglie di addentrarsi un po’ più approfonditamente in questo mondo si trova quasi subito a dover capire se la barca su cui è salito è, prima di tutto, un monoscafo o un multiscafo. E se si tratta di un multiscafo, se è un catamarano o un trimarano.

Se ci si trova su un monoscafo capace di contenere più persone dobbiamo capire se siamo su uno sloop, un cutter, un ketch, uno yawl o una goletta. Se invece saliamo su un monoscafo da soli o con un compagno potremmo trovarci su un Optimist, un Trident, un 470, un Laser, un Finn, un 420, un Europa, un 49er o altro.

E se decidiamo di farci un bel giro in windsurf, possiamo considerarci un “velista”? Ebbene si, perché il windsurf fa parte a tutti gli effetti delle discipline appartenenti al mondo dello sport velico ed è considerata disciplina olimpica maschile dal 1984 e femminile dal 1992.

E a questo punto non ci siamo neanche ancora allontanati dalla riva e la confusione è già tanta. Quando decidiamo di muoverci dobbiamo iniziare a riconoscere il vento, di conseguenza regolare le vele e procedere con l’andatura migliore. E non appena, con fatica, riusciamo a capire da che parte giunge il vento, posizionare il peso in barca in modo adeguato, seguendo la rotta che ci siamo prefissi… ecco il “salto di vento”, e si ricomincia.

Le prime esperienze al timone possono essere alquanto frustranti perché è subito evidente come la barca possa vivere di vita propria ed andare esattamente dalla parte opposta di dove vogliamo. E allora ci ritornano in mente le parole dei nostri primi istruttori che si raccomandavano di tenere ben a mente che quando la barra del timone si sposta a destra la barca va esattamente sul lato opposto e viceversa. Ma ricordatevi anche che in mare non esiste la destra ma la dritta e la barca non gira ma orza, poggia, vira o stramba!

Se navighiamo da soli siamo noi a doverci occupare di tutto ma nelle barche con equipaggio le cose diventano “affascinanti”. Esistono dei ruoli ben precisi con compiti specifici da svolgere in perfetto accordo con tutti i membri dell’imbarcazione. Ogni minimo errore individuale diventa una difficoltà per l’intero equipaggio. Un movimento fatto in modo scoordinato rispetto al resto dell’equipaggio e la scuffia è quasi assicurata.

Inoltre è bene ricordarsi delle parole dei velisti esperti, i quali sostengono che in barca il conflitto è sempre dietro l’angolo. Basta infatti veramente poco per trasformare una piacevole giornata di sport in una situazione da cui ci si vuole solo allontanare.

Ma per fortuna la passione è più forte e con il tempo ci si dimentica delle iniziali difficoltà. In breve tempo si inizia ad assaporare il piacere della vela, le sensazioni che solo questo sport sa dare in un contesto naturale sempre diverso ad ogni uscita. Capita a volte che ci si appassioni talmente tanto da voler trasformare questo sport in qualcosa di più che un puro divertimento e così ci si avvicina alle regate.

E nuovamente si apre un mondo diverso.

Inizia il confronto con gli avversari, lo studio della strategia e della tattica di regata, la gestione della normale tensione agonistica che sempre si prova quando ci si mette alla prova. E anche se non aspiriamo a diventare i futuri campioni olimpici della nostra specialità, ci troviamo di fronte ad alcuni aspetti che non avevamo considerato. Molti di questi appartengono alla sfera psicologica.

Se poi questo sport ci appassiona profondamente potremmo iniziare ad aspirare a qualche risultato degno di nota. Fino a lanciarci nel mondo della vela “professionistica”. I velisti di professione, cioè coloro che possono permettersi di scegliere la pratica della vela come loro unica attività, sono veramente pochi. Tutti gli altri devono iniziare a far collimare una vita da sportivo agonista con una più normale di studente o professionista. E questo processo non è sempre automatico.

Ad alto livello troviamo atleti che competono per raggiungere obiettivi professionistici, non avendo pienamente la mentalità da atleta perché magari devono dividersi con altri impegni lavorativi.

Un calciatore professionista può permettersi di vivere con la pratica del suo sport e dedicare tutto il suo tempo a coltivare il suo talento, curando gli aspetti fisici, tecnici, nutrizionali e mentali della sua disciplina sportiva. Il velista, seppur di alto livello, normalmente non può fare la stessa cosa sebbene gli aspetti della sua preparazione comprendono sia quelli fisici, tecnici, tattici, psicologici, nutrizionali, sia quelli specialistici come, ad esempio, la conoscenza della meteorologia, la normale manutenzione della barca o la preparazione delle vele.

Concludendo la nostra “irriverente” panoramica sullo sport velico, possiamo ricordarci che, anche qualora riuscissimo a raggiungere i massimi livelli nella nostra disciplina sportiva, come ad esempio vincere una medaglia olimpica, per la maggior parte delle persone comuni rimarremo sempre dei perfetti sconosciuti.

Se chiedessimo in giro i nomi dei più famosi atleti della storia velica italiana pochi saprebbero citarli, senza nulla togliere ad atleti del calibro di Giovanni Leone Reggio (medaglia d’oro Giochi Olimpici Kiel 1936), Agostino Straulino e Nico Rode (medaglia d’oro, Giochi Olimpici Helsinki 1952), Luca Devoti (argento a Sydney 2000) o Alessandra Sensini (un oro, un argento e due bronzi nelle ultime quattro edizioni olimpiche). Se facessimo lo stesso esperimento con altri sport, ad esempio calcio o sci, il risultato sarebbe ben diverso.

Se domandiamo inoltre ad una persona non del settore se ha mai assistito ad una regata (fatta eccezione per quelle di Coppa America) è probabile che non abbia nessuna idea di come si svolga tale competizione, anche perché le esigenze televisive mal si sposano con la natura e i tempi di questo sport.

A questo punto potremmo osare dire che il velista è, prima di tutto, un appassionato e ciò che lo spinge a praticare tale disciplina è da ricercarsi principalmente in una motivazione interiore.

E’ chiaro dunque come lo sport della vela possa essere molto complesso oltre che affascinante. Di tanto in tanto è dunque possibile che il velista si ritrovi “con la testa in alto mare”, riuscendo a gestire con difficoltà alcuni aspetti della sua pratica sportiva.

Questa semplice pubblicazione ha come obiettivo far conoscere a tutti gli amanti della vela, professionisti e dilettanti, alcune strategie per superare diverse difficoltà che si potrebbero incontrare lungo la rotta. Nello specifico affronteremo uno dei tanti aspetti della preparazione sportiva di un velista: la preparazione mentale.

Lo faremo in modo pratico appoggiandoci all’esperienza di atleti che hanno scelto di curare anche questo aspetto della loro attività, spesso sottovalutato o non conosciuto.

Attraverso le loro testimonianze e gli esercizi sperimentati sul campo proveremo a spiegare che cos’è e a cosa serve la preparazione mentale.

Così come lo sport della vela non è uno sport che tutti decidono di praticare, sebbene sia un’attività che dal punto di vista fisico può essere svolta pressoché da tutti, anche il lavoro che si fa in psicologia dello sport non è un percorso che va bene per tutti, nonostante la sua semplice applicabilità sul campo.

I risultati che si possono ottenere da un percorso di allenamento mentale non dipendono né dal livello agonistico raggiunto né da particolari doti o abilità personali.

Il segreto del successo sta nella voglia di impegnarsi con costanza, di mettersi in gioco in modo positivo, sperimentando alcune capacità che sono già presenti in noi ma, a volte, non le indirizziamo nel modo giusto, ci dimentichiamo di utilizzarle quando ci servono o, semplicemente, non sappiamo come fare per metterle in pratica.

La nostra speranza è che possiate trovare, in questo libro, qualche indicazione utile per la vostra pratica sportiva e, perché no, magari far crescere in voi la voglia di affiancare al vostro normale allenamento anche un percorso di allenamento mentale.

(articolo tratto da “Con la testa in alto mare”, G. Bounous, 2010, Magenes Editori).

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La mente dei velisti solitari

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 BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La mente dei velisti solitari vela questionari psicologia dello sport navigazione in solitaria giornale italiano di psicologia dello sport bounous gladys allenamento mentale   Cercare di comprendere le risposte psicofisiologiche e le strategie di coping adottate dagli atleti che competono in condizioni ambientali estreme, come ad esempio i navigatori solitari, ha da sempre affascinato molti ricercatori.

Tuttavia esistono ad oggi pochi studi scientifici capaci di tracciare un profilo di ciò che accade nella mente di un atleta costretto a competere per diversi giorni consecutivi, in condizioni di isolamento, spesso alle prese con condizioni tecnico-tattiche molto difficili. E’ questo il caso dei velisti in solitario che affrontano competizioni transoceaniche di lunga durata.

Il motivo per cui questo genere di studi non è sempre così facile è imputabile a diversi fattori fra i quali non va dimenticato che le condizioni estreme in cui questi atleti si muovono richiedono degli strumenti di valutazione pratici e veloci, che l’atleta possa utilizzare in autonomia e che non incidano pesantemente, in termini di tempo, nella programmazione giornaliera già così intensa.
Questo studio nasce con lo scopo di utilizzare uno strumento di monitoraggio psicologico, che per le sue caratteristiche intrinseche, è facilmente utilizzabile da coloro che affrontano competizioni in condizioni estreme. Nel caso specifico si è monitorato il profilo psicologico di un’atleta che ha partecipato all’edizione 2009 della Transat 650, regata transoceanica in solitaria che parte dalle coste francesi per arrivare fino in Brasile. E’ stato realizzato attraverso una collaborazione internazionale fra psicologi che da anni studiano e lavorano con velisti di alto livello e vuole essere un incentivo a queste forme di collaborazione a distanza per promuovere una cultura psicologica che vada oltre i confini dei centri universitari.

Metodo
Partecipanti
Il soggetto esaminato è una donna di 41 anni alla sua prima partecipazione ad una regata transoceanica in solitaria, nella classe di serie. Il sogetto è stato esaminato nel corso della Transat 650 del 2009, regata internazionale che parte da LaRochelle (FR) e termina a Salvador de Bahia (BR), con tappa intermedia a Madeira, per una lunghezza complessiva di 4200 miglia nautiche. I partecipanti regatano su imbarcazioni di 6,5 m di lughezza (Mini 6,50), suddivisi in due categorie: prototipi e di serie. Il regolamento vieta qualsiasi utilizzo di apparecchiature elettroniche di supporto alla navigazione, così come il supporto medico e la comunicazione fra regatante e terra.
Anche le procedure di qualificazione per la regata sono estremamente rigide. La coppia skipper/imbarcazione, per potersi qualificare, deve dimostrare di aver percorso 2000 miglia, di cui 1000 in regata secondo il calendario di qualificazione predisposto per la manifestazione.
Nel caso specifico l’atleta ha integrato la sua preparazione tecnico-tattica-strategica con un percorso di ottimizzazione della prestazione mentale, iniziato cinque mesi prima della partenza.
Il monitoraggio è stato eseguito su 29 giorni di prestazione; di cui i primi 8 hanno costituito la prima tappa della regata e i restanti 21 la seconda.

Misurazioni
Lo strumento di autovalutazione utilizzato in questo studio è stato realizzato e sperimentato con altri velisti in solitaria dai ricercatori (Weston et al, 2009) del Sport and Exercise Science Department, dell’Università di Portsmouth, UK. Il Solo Ocean Psychological Questionnaire (SOPQ) è stato sviluppato per monitorare gli stati psicologici giornalieri degli atleti, durante la navigazione quotidiana. Il questionario è realizzato in forma digitale oppure, come in questo caso, può essere consegnato in forma cartacea all’atleta che provvede alla compilazione giornaliera.
Il SOPQ è composto da due sezioni: una prima parte informativa generica (miglia percorse, ore spese per lavori in barca, ore di sonno giornaliere, incidenti/malesseri) e una seconda parte più analitica dove vengono prese in esame 14 variabili differenti.
Questa seconda parte ha lo scopo di monitorare la performance dell’atleta nelle ultime 24 ore chiedo un autovalutazione su 14 scale bipolari, graduate su scale likert (es. da 1= molto felice a 10 = molto depresso). I creatori del SOPQ hanno selezionato le 14 variabili partendo da un’analisi della letteratura presente sull’argomento.
Gli items presenti nel questionario, articolati su scale bipolari, sono:

  • qualità del sonno (ben riposato – molto deprivato di sonno)
  • qualità dell’alimentazione (ben alimentato – scarsamente alimentato)
  • depressione (molto felice – molto depresso=
  • soddisfazione (soddisfatto – molto infastidito)
  • senso di solitudine (per nulla solo – estremamente solo)
  • attività mentale (mentalmente molto attivo – mentalmente estremamente affaticato)
  • attività fisica (fisicamente al 100% – fisicamente esausto)
  • adattamento all’ambiente fisico (a disagio nell’ambiente – perfettamente a mio agio nell’ambiente)
  • ansia (per nulla ansioso – estremamente ansioso)
  • soddisfazione dei risultati (infelice dei risultati – felice dei risultati)
  • calma/rilassatezza (calmo/rilassato – estremamente stressato)
  • determinazione nel raggiungimento dei risultati (per nulla determinato nella riuscita – estremamente determinato nella riuscita)
  • piacere nella pratica della vela in solitaria (forte avversione per la vela in solitaria – veramente appagato della vela in solitaria)
  • livello delle condizioni ambientali (condizioni ambientali veramente piacevoli – condizioni ambientali orrende)

Da notare che nelle scale adattamento all’ambiente, felicità per i risultati, determinazione alla riuscita e passione per la vela i punteggi sono invertiti rispetto alle altre scale; pertanto un valore numerico tendente al minimo rappresenta uno stato negativo mentre un punteggio tendente al 10 rappresenta uno stato positivo.

Al termine della competizione e dell’analisi statistica descrittiva dei dati raccolti dall’atleta, viene condotta un’intervista semi-strutturata tra atleta e psicologo sportivo in modo da poter rilevare delle alcune informazioni di tipo qualitativo, da integrare con i dati oggettivi.
L’intervista ha tre scopi principali:
innanzitutto, rendere consapevole l’atleta delle fluttuazioni degli stati psicologici durante l’intera durata della competizione, evidenziando aree di miglioramento e punti di forza;
in secondo luogo, favorire la riflessione dell’atleta su quanto accaduto cercando correlazioni tra i dati emersi e eventi esterni accaduti in regata (es. livello di insoddisfazione con perdita di punti in classifica);
in conclusione, sulla base di quanto emerso impostare un lavoro di preparazione mentale oggettivo e calibrato sulla persona, in previsione di partecipazione ad eventi futuri simili.

Conclusioni
Con questo lavoro si è voluto presentare, attraverso l’applicazione ad un caso reale, uno strumento di autovalutazione della performance sportiva, molto adatto per gli atleti che si trovano a competere in condizioni estreme, il SOPQ. Lo strumento è nato con particolare riferimento agli atleti che praticano la navigazione in solitaria ma può essere facilmente adattato ad altri sport “estremi”.

Lo strumento si è dimostrato particolarmente valido in quanto è di rapida e semplice somministrazione e richiede all’atleta non più di cinque minuti al giorno per la sua compilazione. Il vantaggio nell’utilizzare questo strumento per l’atleta deriva dal fatto di poter avere una mappatura oggettiva e puntuale della prestazione sportiva nella lunga durata, evitando le distorsioni cognitive e le dimenticanze che spesso rendono il de-briefing post-regata alterato. La possibilità di avere lo strumento sia in forma cartacea che in formato elettronico va incontro alle diverse esigenze degli atleti.
Questo strumento permette, attraverso semplici analisi descrittive, un bilancio oggettivo di punti di forza e aree di miglioramento che l’atleta ha manifestato durante la regata esaminata, offrendo così un valido spunto da cui partire per organizzare la preparazione per eventi successivi. Inoltre l’atleta, dopo una breve formazione, può eseguire la raccolta e l’analisi dei dati in autonomia, potendo così confrontare performance differenti e avere un feedback sui miglioramenti della prestazione ottenuti con l’allenamento. Per coloro che desiderano impostare un lavoro di allenamento mentale questo strumento può rappresentare un buon punto di partenza per definire gli obiettivi di lavoro in un modo più puntuale basandosi sull’analisi di performance reali (e non solo rievocate).

L’area di miglioramento di questo strumento è, ad oggi, il suo impiego limitato: in parte a causa della recente creazione e in parte dovuto al campione di atleti relativamente esiguo che pratica questa specialità. Manca pertanto ancora un database completo su cui confrontare le singole prestazioni di un atleta con un campione omogeneo di riferimento. La speranza è che, anche grazie a lavori di questo, tipo si possa diffondere questo approccio e sempre più atleti possano beneficiare di uno strumento che ben si colloca all’interno di un programma di allenamento psicofisico.

Bibliografia

  • Bennet, G. (1973). Medical and psychological problems in the 1972 singlehanded transatlantic yacht race. The Lancet, 2, 747-754.
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Ipnosi e termoregolazione corporea

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e termoregolazione corporea termoregolazione sport invernali mani ipnosi sportiva ipnosi gladys bounous freddo

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e termoregolazione corporea termoregolazione sport invernali mani ipnosi sportiva ipnosi gladys bounous freddo   Introduzione
L’effetto delle tecniche ipnotiche sulla termoregolazione corporea è stato relativamente poco studiato anche se da tempo è nota l’efficacia delle strategie mentali sulla regolazione della temperatura periferica (van Quekeberghe, 1995; Ikemi et al, 1988). Piedmont (1981, 1983) correlò il livello di suscettibilità ipnotica con la capacità termoregolazione, evidenziando una maggior capacità, nei soggetti altamente suscettibili, di mantenere bassi livelli di temperatura periferica. L’efficacia delle suggestioni ipnotiche nella termoregolazione, rispetto a suggestioni pseudo-ipnotiche e non suggestioni, è stata valutata da Bregman e McAllister (1981). Nel 1984, Raynaud (Raynaud et al) osservò l’incremento della temperatura rettale e cutanea in soggetti sottoposti ad induzione ipnotica aspecifica e specifica (con suggestione di caldo) con differenze significative a favore del secondo tipo. Successivamente, Stetter (1985) evidenziò come i soggetti sottoposti a training autogeno manifestassero un innalzamento della temperatura corporea rispetto al gruppo di controllo. Ovviamente l’interesse nei confronti della capacità di gestire i processi omeotermici è particolarmente sentito in ambito sportivo per l’applicabilità che questa risorsa può avere rispetto alla performance (Mittleman et al, 1992;

Ciò che ci interessa esaminare in questo lavoro di tesi è l’efficacia dello strumento ipnotico nella modificazione della velocità di recupero della temperatura corporea.

L’ipotesi che si intende vagliare è che l’utilizzo di tecniche ipnotiche favorisca il miglioramento della regolazione dell’omeostasi termica, accelerando i tempi di recupero in seguito ad esposizione a fonte fredda.

Metodo

Procedura
Il campione è stato sottoposto a due misurazioni, effettuate in momenti temporali differenti, ad almeno 24 ore di distanza. Durante la prima rilevazione è stata monitorata la temperatura periferica della mano non dominante e il tempo di recupero della temperatura basale dopo l’abbassamento artificiale tramite accumulatori di freddo dal peso di 500 gr.

  • Ogni rilevazione è stata suddivisa in cinque momenti:
  • Acclimatamento alla temperatura della stanza mantenuta costante a 24°;
  • Accoglienza in cui si cerca, mediante colloquio, di tranquillizzare i soggetti in quanto stati di ansia o tensione contribuiscono all’abbassamento della temperatura, dettato da attivazione del sistema nervoso simpatico.
  • Misurazione della temperatura media della mano non dominante; rilevata dopo 1′ di stabilizzazione della temperatura su un valore costante.
  • Raffreddamento della mano fino a stabilizzazione della temperatura sul valore minimo costante per 30” o con accenno alla risalita.
  • Recupero della temperatura di baseline, con e senza l’aiuto di induzione ipnotica, fino a stabilizzazione per 30”.

Nella prima rilevazione, il recupero della temperatura è avvenuto in stato di veglia attiva: i soggetti cioè sono stati intrattenuti in una semplice conversazione con lo sperimentatore su argomenti a valenza emotiva neutra.

Durante la seconda rilevazione i soggetti sono stati guidati nel recupero della temperatura basale con un’induzione ipnotica basata sul monoideismo del calore. E’ stato chiesto ai soggetti in fase pre-sperimentale di visualizzare una fonte di calore, mantenendosi appositamente sul generico per permettere a ciascuno di selezionare l’immagine più consona per sé. Le immagini selezionata sono state: stufa a legna, caminetto, stufa in ghisa.

Strumenti di misurazione
Il primo strumento utilizzato è stato una scala di autovalutazione circa le abilità ipnotiche dei soggetti coinvolti nel campione.

Ai soggetti è stato chiesto di valutare le proprie competenze ipnotiche, intese come conoscenza e capacità applicativa delle tecniche ipnotiche, su una scala che va da 0 a 100. In seguito è stata compilata per ogni soggetto una scheda anagrafica in cui si richiede:

  • età
  • titolo di studio
  • professione
  • frequenza a formazioni ipnotiche
  • utilizzo regolare dello strumento ipnotico su se stessi (espresso in frequenza mensile)
  • utilizzo regolare dello strumento ipnotico su altre persone (espressa in frequenza mensile)
  • sensibilità agli agenti atmosferici e ai cambiamenti metereologici

La rilevazione della temperatura cutanea è stata registrata attraverso l’apparecchiatura di biofeedback BioGraph Infiniti (http://www.thoughttechnology.com).

Analisi e risultati
La prima misurazione (in stato di veglia attiva) mostra come i soggetti impieghino in media 166 secondi per recuperare un grado centigrado. partendo da una temperatura iniziale media di 32,59° e raggiungendo una temperatura minima di 27,33°.

Il tempo di recupero espresso in secondi ha una deviazione standard pari a 61,95, il che significa che vi è una forte variabilità individuale nel recupero termocorporeo, in stato di veglia attiva.

Questa variabilità può essere dettata da differenti fattori. Si è osservato che i soggetti che manifestavano maggior ansietà o stati di tensione avevano un recupero fisiologico più lento rispetto agli altri soggetti.

I risultati della seconda prova, in stato di trance ipnotica, confermano l’ipotesi principale dello studio evidenziando una diminuzione del tempo di recupero omeotermico (67 secondi per grado centigrado), suggerendo così che l’ipnosi sia uno strumento capace di accelerare i processi di adattamento corporeo in seguito a cambiamenti ambientali.

Ulteriori analisi statistiche sono in corso perché, ad una prima analisi superficiale, sembra esserci una differenza nei tempi di recupero tra soggetti con formazione ipnotica e soggetti senza formazione ipnotica. La cosa interessante è che pare che questi ultimi abbiamo una maggiore facilità di recupero termico in stato di trance rispetto a soggetti apparentemente più allenati alle tecniche ipnotiche.

Conclusione
L’interesse è ovviamente dato dall’applicabilità pratica di questo dato per quanto riguarda gli studi sul miglioramento della connessione mente-corpo-ambiente in soggetti sottoposti a rapide variazioni di temperatura ambientale, come ad esempio gli atleti di sport outdoor.

Inoltre, il miglioramento della capacità di adattamento al cambiamento delle variabili atmosferiche (come ad esempio la temperatura) è parte centrale degli studi inerenti lemeteoropatie, che possono riguardare numerosi soggetti, anche non sportivi.

Gli studi in merito evidenziano che la meteoropatia è una condizione nella quale si rileva un rallentamento dell’omotermia, rispetto ai valori di norma. (Solimene, 2000)

In condizioni di normalità, le tecniche ipnotiche possono essere efficacemente utilizzate per favorire la connessione mente-corpo-ambiente, con conseguenterapido adattamento alle condizioni atmosferiche esterne.

La variabile analizzata in questo studio è la temperatura, ma possiamo ipotizzare un’azione efficace anche sull’azione di altre variabili ambientali come (pressione, umidità, ecc.)

Questo aspetto (l’efficace connessione mente-corpo-ambiente), come già detto in precedenza, è fondamentale per gli sportivi che praticano attività outdoor e che costantemente devono aiutare il proprio organismo ad adattarsi alle circostanze ambientali esterne.

 

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Bibliografia

U.Solimene, A.Brugnoli, Meteorologia e Climatologia Medica Tempo, Clima e Salute, (ed. Mediamed, Milano, 2000)

U. Solimene, A. Brugnoli, E. Minelli, Meteoropatie – Le condizioni atmosferiche che influiscono sulla salute e sull’umore.

Muck-Weyman, et al, “The influence of hypnoid relaxation on the hypothalamic control of thermoregualtory cutaneous blood flow”, Micorvasc Res, 1997, PMID: 9327390

Raynaud J, et al, “Changes in rectal and mena skin temperature in response to suggested heat during hypnosis in man”, Psysiol Behaviour, 1984, PMID: 6505063

Piedmont RL, “Relationship between hypnotic susceptibility and thermal regulation: new directions for research” Percept Mot Skills, 1983

Piedmont RL, “Effects of hypnosisi and biofeedback upon the regulation of peripheral skin temperature”, Percept Mot Skills, 1981

Bregman NJ, McAllister HA, “Effects of suggestion on increasing or decreasing skin temperature control”, Int J Neuroscience 1981

Van Quekelberghe R, “Strategies for autoregulation of peripheral skin temperature” Percept Mot Skills, 1995

Mittleman KD, Doubt TJ, Gravitz MA, “Influence of self-induced hypnosisi on tehrla responses during immersion in 25 degrees C water”, Aviat Space Environ Med, 1992