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Perchè lo fai?

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Cliente: “Dottoressa, sento di aver bisogno di aiuto”
Psicologo: “In che cosa pensa che io possa aiutarla?”
Cliente: “Ho paura di non farcela…”
Psicologo: “Paura di farcela a fare, cosa?”
Cliente: “Voglio attraversare l’oceano con la mia barca
a vela, da sola. E non l’ho mai fatto prima. Questo mi
crea qualche preoccupazione…”

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Perchè lo fai? vela in solitaria vela traversata oceanica traversata Torino sport psicologia dello sport psicologia navigatori solitari estremo   Se lo psicologo in questione fosse uno psicologo clinico probabilmente la successiva domanda sarebbe stata: “Perché sente il bisogno di attraversare l’oceano da solo??!”.
Ma se lo psicologo è uno psicologo sportivo si limiterà semplicemente ad esclamare: “WOW!”.

Wow… perché ritengo che non ci sia nulla di più entusiasmante per uno psicologo sportivo di avere la possibilità di osservare la mente di un atleta in condizioni “estreme”. E la navigazione in solitaria può rientrare tranquillamente nella categoria di esperienze che mette a dura prova la mente umana. E’ un’esperienza che obbliga l’atleta a confrontarsi con i propri limiti, in un ambiente spesso ostile.
Mente, corpo, ambiente e imbarcazione devono dunque lavorare in sincrono per riuscire a portare a termine la prestazione.

Nella mia carriera ho avuto la fortuna di seguire alcuni velisti solitari e di intervistare atleti solitari di altre discipline per cercare di capire quali aspetti della psicologia applicata allo sport fossero più utili per questa particolare classe di sportivi. In questo articolo mi soffermerò solo su uno dei vari aspetti che caratterizzano la mentalità dei navigatori solitari: la motivazione.

Ciò che mi ha da subito incuriosito è la risposta che gli atleti mi forniscono alla domanda: “Perché hai deciso di fare questa esperienza da solo/a?”. Dalle risposte raccolte nella mia personale esperienza ho suddiviso i navigatori solitari in due grandi categorie che non vogliono sicuramente escludere altre possibilità ma sicuramente sono le più rappresentative.

Da un lato troviamo quelli che ho definito i ricercatori. Atleti che, nella pratica in solitaria, ricercano un nuovo contatto con sé stessi, con l’ambiente e con la pratica sportiva. Quasi come se fosse un’esperienza estatica, meditativa, in cui la vera essenza dell’esperienza non è l’arrivo ma il viaggio stesso. A tal proposito, bellissima è stata l’intervista che ho potuto realizzare con Alex Bellini, atleta che vanta la traversata a remi del Mediterraneo/Atlantico e del Pacifico. Dalle sue parole è facile comprendere come la motivazione primaria di un’esperienza tanto dura come una traversata di un oceano in solitario è, in primo luogo, un viaggio alla scoperta dei propri limiti. Un’esperienza da cui uscirne cambiati, un’esperienza di crescita e apprendimento, che passa attraverso un’esperienza unica: un’esperienza sportiva.

Dall’altro lato troviamo invece gli atleti che ho definito gli agonisti. Per questi atleti la motivazione primaria è riuscire in un’impresa unica, riuscire ad ottenere un risultato straordinario che possa, in qualche modo, essere ricordato. La ricerca della sfida con se stessi e con gli altri, in alcuni casi anche la ricerca del record.

Queste due tipologie di motivazione possono anche sfumare l’una nell’altra ma senza dubbio devono essere assolutamente totalizzanti per riuscire in un’impresa del genere. Dico totalizzante perché gli atleti che ho visto in fase di preparazione di un’impresa simile erano completamente assorti da questo obiettivo. Nei mesi precedenti, ogni azione era finalizzata all’essere pronti per affrontare l’evento. Ogni minuto era speso per preparare la barca, le strumentazioni e sé stessi nel modo migliore possibile.
Se così non fosse, ritengo sarebbe estremamente difficile per queste persone portare a termine l’impresa.

Cito nuovamente Alex Bellini, che nella sua ultima impresa ha trascorso 294 giorni da solo sulla sua barca a remi di circa 7 metri: “L’ho fatto perché avevo fame… avevo fame di questa avventura… Se non hai fame o non ne hai tanta rischi di trovarti a metà strada e non riuscire a fine il piatto. Nel mio caso sarebbe significato trovarsi in mezzo all’oceano, a circa 1 settimana di distanza dai soccorsi più vicini e non avere più voglia di andare avanti… Ma se hai fame, continui…”
E’ bellissima la metafora utilizzata da Alex perché in psicologia la fame viene identificata come un bisogno primario, capace di muovere l’essere umano fino al suo completo soddisfacimento. I navigatori solitari che ho incontrato erano tutti affamati, talmente affamati da essere capace a continuare a motivarsi anche quando una voce dentro (e a volte neanche tanto interna!) diceva loro: “Ma chi te lo fa fare???”.

La motivazione per i navigatori solitari deve pertanto essere “totalizzante”, quasi fosse un reale bisogno fisiologico. Questa è l’unica possibilità che hanno per portare a termine le loro imprese che per la maggior parte delle persone normali vengono definite “estreme”. C’è però un punto oltre il quale la motivazione diventa ossessione e può portare l’atleta a mettere a rischio sé stesso e la propria vita. E’ il momento, difficilissimo, in cui il navigatore deve decidere se proseguire verso il proprio obiettivo o porre fine alla propria impresa poiché le condizioni interne o esterne si sono modificate a tal punto da creare un rischio reale alla persona. Il grande sportivo deve essere in grado quindi di porre un freno alla propria spinta motivazionale sapendo valutare costi/benefici delle proprie azioni, arrivando addirittura a rinunciare, a poche miglia dall’arrivo. Questa è stata l’esperienza di Alex che ha concluso la sua impresa nel Pacifico a meno di un giorno dall’arrivo. Come lui, Simone Moro, alpinista, che ha interrotto la salita al Broad Peak a soli 200 metri dall’arrivo. E come loro tantissimi sono gli esempi di atleti che hanno inseguito i loro obiettivi con strenuante dedizione per poi dovervi (o sapervi) rinunciare ad un soffio. Questo passaggio è ciò che distingue la motivazione, che porta al confine dei propri limiti, dall’ossessione, che porta a superarli, a volte senza possibilità di ritorno.

Psicologia dello sport in età evolutiva nella scherma

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Psicologia dello sport in età evolutiva nella scherma Torino scherma psicologia sportiva psicologia dello sport età evolutiva atleti adolescenti   Obiettivo della relazione è individuare e analizzare le influenze dei comportamenti delle figure che ruotano attorno al giovane schermitore sullo sviluppo psicofisico dello stesso, attraverso gli studi svolti nell’ambito della psicologia dello sport. Per poterlo fare è dunque necessario porre l’accento sul contributo apportato dalla psicologia dello sport. Rispetto agli atleti in età adulta l’obiettivo a cui un intervento psicologico mira è quello di far corrispondere prestazione potenziale e prestazione reale, cercando di rendere autonomo l’atleta nella gestione dell’approccio mentale alla competizione o alla pratica sportiva. Rispetto invece ai bambini e quindi parlando del contributo della psicologia dello sport in età evolutiva, l’obiettivo primario è quello di aiutare il bambino/ragazzo – atleta a “giocare” con le potenzialità della sua mente, quello secondario è invece supportare tutte le figure che ruotano attorno al giovane atleta, creando un ambiente positivo dove egli possa esprimere tutte le sue risorse. A tal proposito è utile citare un’affermazione del celebre fisico Albert Einstein: “La scelta più importante che un bambino deve fare è decidere se l’ambiente in cui si trova è un ambiente amico o nemico”.

Scendendo maggiormente nello specifico del bambino/ragazzo che pratica sport vanno sottolineati gli aspetti di crescita ed intervento funzionali per le diverse caratteristiche legate alle differenti fasce d’età. Prima di farlo è però necessario definire lo sport come laboratorio formativo della struttura psico-fisica del bambino, grazie alle diverse capacità delle quali favorisce un graduale sviluppo: capacità psico-motorie, capacità relazionali, miglior controllo emotivo, strutturazione di una propria identità, aumento di sicurezza ed autostima. Le fasce d’età prese in considerazione sono quattro.

La prima (5-8 anni) identificata come “imparare divertendosi” è caratterizzata dal fatto che il bambino giocando scopre il suo corpo e le sue potenzialità di socializzazione con il mondo esterno: fondamentale è che l’apprendimento avvenga in modo ludico, senza strategie particolari ma da un modello, cercando di creare il giusto contesto. Nella seconda fascia (9-11 anni) chiamata “obiettivo: crescere”, diventano fondamentali le dinamiche di gruppo per garantire la formazione di regole e l’abitudine alla collaborazione, permettendo inoltre lo sbocciare della socialità e l’emulazione di un capo.
Nella fascia successiva (12-15 anni) denominata “studiare per essere vincenti” la pratica sportiva risulta ottimale per il miglioramento qualitativo della vita psicofisica degli adolescenti, favorendo la condivisione delle esperienze all’interno di un gruppo, permettendo di dare un ordine di importanza alle regole sociali che caratterizzano la condotta quotidiana.
Infine nella fascia d’età che va dai 15 ai 18 anni, “vincenti nella vita, vincenti nello sport”, lo sport diventa veicolo per la formazione di un’identità forte e stabile, per consolidare la propria autostima e per riuscire a controllare le emozioni al fine di gestire le situazioni.

Ma affinché questi presupposti possano realizzarsi, è necessario porre l’attenzione sulle figure che si relazionano con l’atleta, condizionandolo. Particolare importanza assumono in questo caso la famiglia e gli allenatori/istruttori. La famiglia condiziona l’atleta su almeno quattro aspetti: il rendimento sportivo, le possibilità tecniche, le aspirazioni e le scelte. Questo avviene principalmente attraverso quei messaggi che i genitori trasmettono ai figli nel momento in cui lo seguono durante la pratica dell’attività sportiva e che molto spesso sono caratterizzati da una spinta esasperata verso la vittoria o verso il non farsi male, a discapito del più funzionale dei messaggi che un bambino vorrebbe ricevere da un genitore: “vai e divertiti!”. In questo senso la famiglia riveste un ruolo importante per l’atleta, dato che determina in larga misura due aspetti psicologici fondamentali: il senso di sicurezza e la spinta all’autorealizzazione. Per quanto riguarda l’influenza dei tecnici, spunti importanti di riflessione per favorire uno sviluppo sano dell’atleta possono essere i seguenti: saper porre obiettivi sfidanti ma raggiungibili, saper guidare l’atleta a concentrarsi sulle cose essenziali dell’incontro, non dare troppe informazioni in gara (dato che è peggio che non darne nessuna), non concentrarsi sul trovare ed enfatizzare tutti gli errori ma trovare la strategia affinché gli errori non si ripetano più, dare poche informazioni in gara e centrate sulla risoluzione del problema, favorire la concentrazione durante la gara (evitando con la parola di distogliere l’atleta dall’obiettivo), imparare a dare i giusti feedback per migliorare l’apprendimento anche in caso di sconfitta, saper dosare i commenti “a caldo” e “a freddo”.

Questo contributo vuole essere solo uno spunto di riflessione che sottolinei il fatto che la formazione di un tecnico deve essere una formazione a 360° gradi, che contempli anche l’approccio psicologico all’allenamento. Speriamo dunque che gli organi preposti alla formazione dei tecnici non sottovalutino gli aspetti psicologici della formazione in quanto parte integrante del ruolo educativo che i maestri ricoprono nei confronti dei giovani atleti.

La preparazione mentale in un mondiale di vela olimpica

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La preparazione mentale in un mondiale di vela olimpica velisti vela Torino psicologia sportiva psicologia dello sport mondiale gladys bounous barca a vela   Questo scritto nasce durante i mondiali di vela 2008 che si stanno tenendo in Australia e che presto vedranno in campo i Tornado ad Auckland, Nuova Zelanda. Vuole essere un piccolo omaggio agli atleti che scenderanno in regata durante questi mondiali e che per più di un anno hanno deciso di ampliare il loro programma di allenamento, inserendo anche la parte di allenamento mentale.

Tra poche settimane vedremo in azione i ragazzi della classe Tornado, i catamarani olimpici. Quest’anno è un anno particolare per questi atleti infatti, dopo una decisione dell’ISAF (non gradita a molti), i Tornado parteciperanno alla loro ultima Olimpiade a Pechino, nell’agosto 2008. Dopodichè, salvo ripensamenti di sorta, i catamarano usciranno dal panorama olimpico per sempre. In questo preciso momento gli atleti si trovano ad affrontare un anno particolare: l’anno olimpico e il loro ultimo anno. Molti atleti che non si sono qualificati per le Olimpiadi hanno già venduto la barca, mentre chi è ancora in gara cerca in tutti i modi di arrivare ad agosto e chiudere la propria carriera in bellezza.

Parlando con diversi tecnici che conoscono bene questa classe velica emerge che è veramente difficile per un atleta del Tornado, “riciclarsi” in un’altra classe velica. Se vogliamo usare una frase ad effetto potremmo dire che “chi prova il Tornado non torna più indietro”. Le particolarità tecniche di questa barca multiscafo, la velocità che la caratterizza e un insieme di altri fattori rendono praticamente impossibile il passaggio degli atleti ad altri tipi di imbarcazioni olimpiche.

E’ facile intuire come tutti i team si stiamo preparando con cura meticolosa all’ultimo anno del quadriennio olimpico e, in particolare, all’ultimo mondiale prima delle ultime Olimpiadi!

Il mio lavoro nel mondo velico è nato dalla collaborazione fra l’Unità Operativa di Psicologia dello Sport di Torino, di cui sono consulente, e lo Yacht Club Italiano di Genova. Lo Yacht Club Italiano vanta fra gli atleti facenti parte del club, numerosi personaggi che hanno, anche di recente, compiuto grandi imprese sportive. Molti di loro hanno saputo esprimere al massimo le proprie potenzialità atletiche gestendo l’allenamento psicologico in assoluta autonomia, altri invece hanno scelto di intraprendere un percorso strutturato sotto la guida di uno psicologo dello sport. Fra gli atleti che hanno iniziato un percorso di allenamento mentale guidato, un equipaggio ha saputo conquistarsi la partecipazione ai giochi olimpici di Pechino 2008 e con loro il lavoro è tuttora in corso. Grazie alla loro disponibilità mi è possibile parlarvi del lavoro svolto insieme a loro, con l’intento di far capire che l’allenamento mentale può essere estremamente utile anche in questo contesto sportivo dove, purtroppo, viene spesso sottovalutato. Ovviamente ciascun percorso è costruito ad hoc con l’alteta e pertanto quanto vi riporto vuole essere un esempio di percorso che va a toccare alcuni punti salienti del lavoro in equipaggio. I due atleti hanno seguito parallelamente un percorso di allenamento individuale costruito in base alle loro esigenze, per ovvi motivi di privacy non riportabile. E’ importante tenere a mente che il lavoro individuale ha consentito di passare (dopo circa 6 mesi) ad un lavoro di equipaggio che prosegue tuttora.

Facendo riferimento al modello operativo, SFERA (Vercelli, 2006), il lavoro svolto con l’equipaggio in preparazione dei mondiali di Auckland ha toccato tutti e cinque i fattori nel modo seguente.

ATTIVAZIONE: lo poniamo come primo fattore poiché è quello che dovrebbe essere scontato. Si riferisce alla passione e al desiderio di partecipare ad un determinato evento o a perseguire un determinato obiettivo. I velisti, anche ad alto livello, sono perlopiù degli appassionati di vela. Molti atleti non sono professionisti ossia devono dividersi tra la pratica del proprio sport e il lavoro o lo studio. Questo condizioni impongo all’atleta dei ritmi molto serrati e molti sacrifici compensati con piccoli riconoscimenti economici che non sarebbero da soli sufficienti a sostenere la motivazione personale. La maggior parte dei velisti ha iniziato per passione a praticare il proprio sport e continua a farlo per lo stesso motivo, ben consapevole che la fama, la gloria e la ricchezza difficilmente le si raggiunge con la pratica di questo sport! Data quindi per scontata la presenza di una forte motivazione dell’equipaggio nel procedere verso l’evento olimpico, attraverso appuntamenti importanti come i mondiali o gli europei, si è lavorato molto sul goal setting. La definizione corretta di un obiettivo è uno degli strumenti più efficaci per monitorare l’attivazione e sostenerla in caso di difficoltà durante il percorso. All’inizio dell’ultimo anno di preparazione del quadriennio olimpico si è pertanto lavorato con i due componenti dell’equipaggio identificando degli obiettivi comuni, sia in termini di risultato che di prestazione. Si sono riformulati gli obiettivi per renderli maggiormente ecologici e completamente sotto la responsabilità dell’equipaggio.

RITMO: la caratteristica dei catamarani è l’eleganza che hanno quando iniziano a planare sull’acqua fino a raggiungere velocità di circa 30 nodi (56km/h) in andature portanti o 18 nodi (33 km/h) in andatura di bolina. Il Tornado è considerato un po’ come la F1 della vela e pertanto ogni movimento in barca deve seguire una certa fluidità e coordinazione tra i membri dell’equipaggio. Anche dopo molti anni di esperienza insieme ci si trova in situazioni particolari dove uno dei due componenti dell’imbarcazione tende ad imporre il ritmo all’altro invece di trovare una combinazione comune. Questa è una tipica situazione dove la qualità della prestazione tende a decrescere velocemente. Sono molto utili in questi casi esercizi a terra in cui i due componenti dell’equipaggio sono obbligati a tenere un ritmo comune per poter raggiungere il risultato finale (es. superare un ostacolo o raggiungere una postazione). In queste condizioni artificiali è più facile portare l’attenzione degli atleti sul proprio comportamento, sulla personale gestione del ritmo comune e sulle reazioni emotive personali che si possono vivere quando ci si sente forzati ad un ritmo che non si riconosce come proprio.

ENERGIA: data la natura della competizione che si andrà ad affrontare è necessario che l’equipaggio sia in grado di gestire al meglio le proprie risorse energetiche. In particolar modo, nel caso della preparazione dei mondiali che si svolgeranno in Nuova Zelanda, si sono presentate alcune tematiche interessanti da affrontare. Innanzitutto la localizzazione dei campi di regata in un altro continente obbligherà gli atleti a subire un cambio di fuso orario. Da studi approfonditi in materia si è visto come la non corretta gestione della ri-sincronizzazione dei ritmi biologici e dell’acclimatamento nel luogo di arrivo ha come effetto diretto un calo di energia difficilmente recuperabili con il passare dei giorni. L’equipaggio si è così dotato di tutte le informazioni necessarie per poter ripristinare al meglio i propri ritmi fisiologici nel paese di arrivo, salvaguardando così il dispendio energetico e adeguando la preparazione fisica, tecnica, psicologica e alimentare alle esigenze del recupero del jet-lag. A questa fase iniziale di preparazione, si aggiungeranno le normali strategie di regolazione dell’energia già apprese in passato per gestire le lunghe attese in barca tra una regata e l’altra e favorire il recupero a terra tra un giorno di regata e l’altro. Le strategie più comuni scelte dall’equipaggio per lavorare su questo fattore consistono in tecniche di rilassamento muscolare e sedute di autoipnosi per regolare al meglio l’attivazione e la disattivazione psicologica durante le regate.

PUNTI DI FORZA: il lavoro su questo fattore diventa fondamentale alla vigilia di un appuntamento importante come un evento mondiale. E’ necessario che ciascun membro dell’equipaggio conosca e svolga un ruolo preciso in barca e che sia consapevole di quelli che sono i principali punti di forza, sia personale, che del compagno, che del proprio equipaggio. Un lavoro di condivisione emotiva è molto efficace per rinforzare il senso di autoefficacia dell’equipaggio e si può efficacemente raggiungere attraverso alcuni lavori emozionali eseguiti in coppia. Non si tratta di fare un lavoro per “motivare” gli atleti ma per renderli consapevoli delle effettive potenzialità a loro disposizione. Questo lavoro è il proseguimento di una fase precedente in cui l’equipaggio ha identificato le minacce e i punti deboli che potrebbero ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo prefisso per i mondiali. L’identificazione dei punti deboli serve per aiutare gli atleti a ipotizzare delle strategie di soluzione qualora il problema dovesse realmente verificarsi in regata. Questo lavoro centrato sulle aree di miglioramento va tuttavia completato alcune settimane prima della partenza in modo da permettere agli atleti di concentrarsi, di lì in poi, esclusivamente sui punti di forza liberando la mente da qualsiasi interferenza negativa.

SINCRONIA: questo fattore è fondamentale in ogni gruppo che funzioni bene. In questo caso specifico, uno dei grandi punti di forza di questo equipaggio è quello di riuscire ad essere in buona sincronia anche nei momenti difficili. Riescono cioè a trovare soluzioni efficaci mantenendo un clima disteso e piacevole. Rimangono compatti e riescono a percepire molto bene le reciproche sensazioni durante le regate e a terra. Si è lavorato così su un concetto diverso. Studiando gli equipaggi già vincitori di titoli olimpici si è riscontrata una particolarità curiosa: negli anni, a detta di chi li conosce personalmente e ha seguito la loro preparazione, questi atleti hanno dimostrato di essere gli equipaggi più forti, all’interno di team altrettanto forti. Per semplificare usiamo il termine “team” per indicare tutte le persone che partecipano al raggiungimento dell’obiettivo degli atleti (allenatore, preparatori mentali, altre figure professionali) e “equipaggio” per indicare gli atleti.

Esistono così due mondi particolari che hanno regole diverse, uno in mare e riguarda esclusivamente gli atleti; l’altro a terra e riguarda tutti coloro che si adoperano per permettere agli atleti di esprimere al massimo le loro potenzialità.

In un mondiale, come in ogni altro appuntamento importante, è necessario che vi sia sincronia di equipaggio (in mare) e sincronia di team (a terra coinvolgendo le figure professionali che saranno fisicamente presenti all’evento). Un equipaggio che ha la fortuna di avere un allenatore capace di mettersi in gioco con loro può realmente raggiungere un ottima sincronia anche a terra. Lo psicologo dello sport può e deve favorire questa sincronia proponendo dei lavori in gruppo allargato (coinvolgendo l’allenatore) favorendo la costruzione di un clima e di un ambiente positivo intorno all’equipaggio. Come potete ben immaginare questa è una brevissima sintesi di un lavoro che dura ormai da un anno.