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Psicologia dello Sport e squadra. Il ruolo dell’allenatore.

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Psicologia dello Sport e squadra. Il ruolo dell’allenatore

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Qual è il ruolo dell’allenatore in un percorso di psicologia dello sport della sua squadra? Quando uno psicologo dello sport inizia un percorso con una squadra, non lavora da solo. Il suo lavoro, infatti è svolto in collaborazione con l’allenatore e tutto lo staff.

L’allenatore, infatti ha l’importantissimo ruolo di facilitatore delle tecniche che lo psicologo insegna alla squadra. E’ l’allenatore che si occuperà di fare allenare la squadra al meglio, anche a livello mentale.

Vediamo in pratica come l’allenatore potrà sfruttare al meglio il lavoro di uno psicologo dello sport con una squadra:

Implementare la pratica della psicologia dello sport.

E’ fondamentale ricordare sempre agli atleti di utilizzare gli strumenti imparati per migliorare, giorno per giorno le loro capacità mentali. Per esempio, uno degli strumenti forniti dallo psicologo dello sport è il diario delle prestazioni; un allenatore può richiedere di farlo prima e dopo ogni allenamento e, ogni 2-3 settimane fare una discussione di gruppo condividendo i diari.

Durante il riscaldamento, invece, un allenatore può ricordare agli atleti di utilizzare immagini mentali per visualizzare realizzare i loro obiettivi per l’allenamento.

Costruire una mentalità “noi” al posto di una “me”.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Psicologia dello Sport e squadra. Il ruolo dell’allenatore. squadra psicologia dello sport torino psicologia dello sport pallavolo mental training coach calcio basket allenatore   Semplici esercizi quotidiani possono aiutare a trasformare un gruppo di atleti in una squadra che lavora insieme per raggiungere il successo.

E’ importante mantenere un buon clima sociale, ad esempio favorendo attività sociali come cene di gruppo, tornei di videogiochi, o di qualunque cosa possa piacere agli atleti per fare in modo che essi si conoscano bene l’un l’altro anche fuori dal campo.

Oltre alla coesione sociale è fondamentale mantenere alta anche quella di lavoro. Fare in modo di condividere gli obiettivi e di utilizzare esercizi di team building (che lo psicologo dello sport potra insegnare) servono per poter creare una squadra in cui è molto più importante il “noi” rispetto al “me”.

Motivare gli atleti.

Uno dei migliori modi per motivare i tuoi atleti è di conoscerli personalmente e dimostrare loro che ci si prende cura di essi, non solo per le loro capacità sportive. Se si nota un calo di motivazione, è molto importante chiedere di parlarne insieme. Si può per esempio portare a loro casi di atleti famosi che hanno attraversato momenti difficili, in cui la motivazione è stata bassa ma che sono riusciti a superarla con l’aiuto dell’allenatore e della squadra.

Lavorare bene con i genitori.

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Per mantenere un buon rapporto con i genitori, un allenatore deve assicurarsi di incontrare i genitori prima di ogni stagione e condividere con loro le sue modalità di lavoro chiedendo loro quali sono le aspettative nei suoi confronti e nei confronti della società.

Se si riesce è importante mantenere un contatto con i genitori attraverso la posta elettronica o un sito Web del team.

Ricordare ai genitori di divertirsi, perché quando loro riescono a prendere lo sport come un divertimento, di consegenza, i loro figli potranno rilassarsi e performare al meglio. Si può spiegare loro che abilità di vita (life skills) sono fondamentali e che possono aiutare i loro figli a prepararsi per il duro lavoro a stabilire le buone abitudini come mangiare bene e riposare a sufficienza, imparare il lavoro di squadra, recuperare la motivazione dopo un errore. Questi concetti possono essere appresi solo tramite il supporto di una squadra che facilità la crescita dell’atleta ma anche di genitori che supportano in maniera sana e favorevole allo sviluppo.

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Allenatori e genitori: mission impossibile?! 

Genitori Sportivi: un supporto per i piccoli atleti!

Accountability e sport: come avere allenatori e squadre “responsabili”

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Accountability e sport: come avere allenatori e squadre "responsabili" video analisi comportamentale Torino sport responsabilità psicologia dello sport matrice responsabilità leadership transformazionale E4C coach app allenatori allenatore accountable accountability   Accountability e sport: che punti di contatto hanno questo due termini? Cosa c’entrano con il mondo della psicologia dello sport? E che ruolo ha l’allenatore in tutto questo? Vediamo di scoprirlo insieme…

In italiano “accountability” non ha un termine diretto equivalente nella nostra lingua e viene spesso tradotto con il termine “responsabilità”. Lo stesso avviene per i due aggettivi collegati: “responsible” ed “accountable” che sono tradotti entrambi con il termine “responsabile”. Ma nella cultura anglosassone c’è differenza fra questi due termini… una persona “responsable” non è necessariamente “accountable” e vediamo di capire perché ma soprattutto a cosa ci serve questa distinzione.

Il termine responsabilità deriva dal latino respònsus, participio passato del verbo respòndere, rispondere cioè, in un significato filosofico generale, impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. Il concetto di accountability è legato al render conto non solo dell’azione fatta ma dei risultati ottenuti, focalizza l’attenzione sul processo messo in atto per arrivare a tali risultati. Una persona responsabile risponde per che ciò che ha fatto, una persona accountable risponde sul come ha fatto ciò che ha fatto e cosa ha prodotto. Per aiutarci a capire meglio il concetto facciamo riferimento alla matrice di assegnazione di responsabilità che si usa all’interno delle organizzazioni aziendali quando parliamo di accountability. La matrice RACI prende la propria denominazione dalle iniziali dei ruoli previsti in lingua inglese per l’esecuzione delle attività dei processi aziendali. I ruoli previsti dalla matrice sono:

  • Responsible (R): è colui che esegue l’attività
  • Accountable (A): è colui che si assume la responsabilità sul risultato dell’attività.
  • Consulted (C): è la persona che aiuta e collabora con il Responsible per l ‘esecuzione dell’attività.
  • Informed (I): è colui che deve essere informato al momento dell’esecuzione dell’attività.

Se pensiamo dunque agli atleti che costituisco un team sportivo non possiamo pensare a loro come dei semplici esecutori di attività proposte dal coach ma come elementi proattivi che si assumono pienamente la responsabilità del processo messo in atto per il raggiungimento dei risultati.

Il termine “accountability” è entrato nel mondo dello sport e dell’allenamento anche in riferimento al processo didattico utilizzato dall’allenatore per stabilire e mantenere alta la motivazione degli atleti verso gli obiettivi di squadra, il loro coinvolgimento verso il compito e verso gli esiti della prestazione (Balderson e Sharpe, 2005).

Balderson e Sharpe evidenziano che quando gli atleti sono maggiormente “responsabilizzati” verso le loro azioni, tendono ad essere più strettamente legati al perseguimento del risultato. Secondo la letteratura, lo stile di coaching dell’allenatore fa la differenza. Alcuni aspetti della comunicazione dell’allenatore risultano particolarmente collegati allo sviluppo dell’accountability personale e di squadra (Crouch et al, 1997;. Hastie e Saunders, 1992; Jones, 1992).

Nella fase della consegna delle istruzioni durante l’allenamento è importante monitorare il grado di completezza delle istruzioni per le specifiche attività: maggiore è l’ambiguità nella comunicazione dell’allenatore e minore sarà la capacità degli atleti di essere “accountables”.

Pereira, Mesquita e Graca (2009), in un interessante studio condotto su allenatori di pallavolo, hanno esaminato due modalità di approccio dell’allenatore nella gestione dell’allenamento: il sistema basato sulla responsabilità (accountability system) e il sistema basato sulle istruzioni (instructional approach).

 Il sistema basato sulle istruzioni prevede alcune fasi specifiche:

  • Informazioni sul compito (I): richieste specifiche da parte dell’allenatore per l’esecuzione di un compito/esercizio
  • Progressioni sul compito (E): richiesta di modifica dell’esercizio precedentemente presentato in una progressione che aumenta la complessità o la difficoltà del compito.
  • Rifinitura del compito (R): coinvolge la dimensione della qualità della prestazione fornendo delle informazioni per migliorare della qualità delle prestazioni dagli atleti.
  • Applicazione (A): strutturazione di situazioni di gioco in gli atleti hanno la possibilità di applicare le abilità acquisite, l’allenatore si concentra su come utilizzare il movimento in un contesto simile alla gara, piuttosto che sull’esecuzione precisa del movimento.

 Il contenuto delle informazioni date in queste diverse fasi è di natura:

  • Tecnica (TEC)
  • Tattiche individuali (IT)
  • Tattiche di squadra (TT)
  • Fisica e regole del gioco (PHR)

Il sistema basato sulla responsabilità (accoutability system) integra questi aspetti “tradizionali” del comportamento dell’allenatore, con alcune modalità comunicative finalizzate ad incrementare l’accountability degli atleti.

Uno degli aspetti “accountable” che spesso viene trascurato nella comunicazione diretta agli atleti è l’esplicitazione dei compiti, di cui fanno parte alcuni aspetti salienti che Pereira (et al, 2009) descrivono così:

  • Esito (O): informazioni sull’obiettivo generale rispetto al compito, per esempio, “questo esercizio ci servirà per….”
  • Criteri del prodotto (CP): Informazioni specifiche sui criteri necessari per raggiungere l’esecuzione ottimale del compito, ossia cosa mi aspetto che gli atleti riescano a fare, ad es. “dobbiamo riuscire ad eseguire correttamente questo esercizio per almeno cinque volte durante questo allenamento…”;
  • Criteri sulla forma (CF) – informazioni specifiche sulle aspettative di apprendimento, “con questo esercizio impareremo a fare…”;
  • Partecipazione / sforzo (P/E): l’allenatore esplicita le motivazioni che dovrebbero guidare gli atleti nell’esecuzione del compito, ad esempio: “è importante lavorare su questo aspetto perché…”
  • Qualità della prestazione (PQ): l’allenatore esplicita quali sono gli aspetti da raggiungere per ottenere una prestazione di qualità, ad esempio: “Ci riterremo soddisfatti quando riusciremo a svolgere questo esercizio correttamente e facendo attenzione anche a come si posiziona il corpo in fase di tiro…”

Monitorare il proprio stile comunicativo, integrando questi aspetti sopra descritti, adattandoli chiaramente al livello cognitivo e di capacità degli atleti che stiamo allenando è importante per aumentare il senso di “accountability” personale. In parole molto più semplici: prestare attenzione al processo oltre che al risultato! Un attenzione che gli atleti, adeguatamente guidati, impareranno ad avere…

Nei nostri training di formazione per allenatori E4C basati sulla metodologia della videoanalisi comportamentale, viene prestata particolare attenzione a questi aspetti grazie anche al supporto tecnologico della app E4C che ci permette un accurato monitoraggio delle diverse fasi dell’allenamento: consengna istruzioni, svolgimento esercizio e conclusione attività.

Bibliografia

  • Balderson D.W., Sharpe T. (2005) The effects of personal accountability and personal responsibility instruction on select off-task and positive social behaviors. Journal of Teaching in Physical Education 24, 66-87
  • Crouch D., Ward P., Patrick C. (1997) The effects of peer-mediated accountability on task accomplishment during Volleyball drills in elementary physical education. Journal of Teaching in Physical Education 17, 26-39
  • Hastie P. (1999) An instrument for recording coaches’ comments and instructions during time-outs. 
Journal of Sport Behavior 22, 467
  • Jones D. (1992) Analysis of task systems in elementary physical education classes. Journal of Teaching 
in Physical Education 11, 411-425

Il bambino è grasso? Meglio cambiare sport…

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il bambino è grasso? Meglio cambiare sport... teoria evolutiva psicosociale sviluppo psicosociale nello sport sviluppo psicosociale e sport sviluppo psicosociale sport psicologo dello sport psicologia dello sport obesità infantile obesità istruttore sportivo Erikson erik erikson educatore sportivo allenatore   “ Ma lo vedi anche tu vero che è grasso e non corre??!!
Come faccio a fargli capire che non può giocare con gli altri senza offenderlo??”
(Domanda posta da un istruttore sportivo alla psicologa dello sport
in merito ad un bambino di 7 anni).

Iniziamo questo articolo riportando questo ricordo agghiacciante di esperienza professionale vissuta per affrontare un tema che in questi giorni, purtroppo per fatti di cronaca bruttissimi, sta tornando a galla: “la discriminazione sulla base della costituzione fisica”. La risposta che venne data a questa persona (scarsamente qualificata ma tuttavia assegnata ad un gruppo di bambini che stavano scoprendo il mondo dello sport!) fu: “Il tuo ruolo non è quello di fargli capire che ha dei limiti ma insegnargli come superarli e far si che possa trarre il massimo piacere dallo sport che ha scelto di iniziare.”  Cerchiamo dunque di capire il filo sottile che lega obesità e sport, passando attraverso la psicologia sportiva!

In uno dei primi corsi di formazione allenatori a cui partecipai nel ruolo di docente per l’area psicologica ci fu un intervento iniziale di Bettega che ricordò a tutti: “Di tutti i bambini che seguirete forse uno diventerà un campione, molti saranno sportivi (e non necessariamente faranno calcio) ma tutti saranno uomini. Questa è la vostra responsabilità!” . E credo che questa frase sia valsa più dell’intero corso di formazione!

Il problema dell’obesità infantile è un problema noto e importantissimo che si combatte anche attraverso l’attività fisico-motoria. Tuttavia la realtà è che alcune società sportive  (che dovrebbero lavorare per l’avviamento allo sport e invece puntano a vincere i mini-tornei)  preferiscono mandare i loro ragazzini “rotondetti” a fare i “comodini” (per usare un termine che chi corre sui campi verdi conosce bene!) in altre realtà… Perché?? Perchè aldilà di belle parole: “E’ assolutamente necessario che a questo bambino (e famiglie!!!) venga insegnato che è importante curare il proprio corpo, seguire un’alimentazione corretta e praticare sport regolarmente”… Purtroppo ancora oggi il non detto è: “Però se lo iscrivessero in palestra o in uno sport dove la sua performance non condiziona la performance di nessun altro, così che gli altri ragazzi possano continuare a crescere e migliorarsi senza essere rallentati!?!” E poco importa se al bambino “cicciottello” piace tanto fare danza, calcio, pallavolo o altro. “Magari potrebbe provare con il nuoto??!!” (purtroppo le frasi in corsivo sono citazioni di dialoghi realmente ascoltati!!)

A questo punto ci saranno molti di voi scandalizzati che cercheranno di giustificare con “ma sono dei casi isolati”, ebbene vi possiamo dire… neanche tanto… e lo diciamo sulla base dei ragazzini (anche sotto i 12 anni) che vengono da noi psicologi dello sport per chiedere un aiuto in merito ad alcune difficoltà che trovano nello svolgere la loro pratica sportiva… e alla fine si scopre che alla base di tutto il problema c’è stata una totale disattenzione da parte di chi si sarebbe dovuto occupare del loro inserimento nel mondo dello sport, che li ha portati a sentirsi inadatti prima allo sport praticato, poi allo sport in generale e poi magari anche a tanto altro. Per fortuna non tutte le realtà sono così (e ne conosciamo di veramente eccezionali… per fortuna dei nostri piccoli amanti dello sport!!) ma questo sicuramente è un problema che come psicologi sportivi ci troviamo ad affrontare quando lavoriamo nella formazione degli allenatori sportivi in età evolutiva. E non ci stancheremo mai di ricordare qualcosa che è stato scritto molti anni fa da un grande studioso dello sviluppo infantile, Erik Erikson.

La teoria evolutiva di Erikson sullo sviluppo psicosociale è un modello che descrive lo sviluppo dell’identità delle persone dalla nascita fino alla vecchiaia. Prendendo spunto dal modello freudiano, Erikson ha voluto allargare il focus e includere nel campo dello sviluppo umano non solo la crescita emotiva interna della persona, ma anche tutto ciò che riguarda le relazioni sociali che assumono un valore importante poiché possono influenzare o essere influenzate dallo sviluppo della persona. Il lavoro di Erikson si è basato sull’individuazione di 8 fasi di vita che possono essere contraddistinti da uno sviluppo positivo e funzionale per la crescita dell’individuo oppure da uno negativo e che quindi potrebbe portare problemi nel passaggio alla fase successiva. Essendo la persona immersa in un contesto sociale in ogni fase della propria vita, tutte le variabili di questo contesto diventano fondamentali per il suo sviluppo. Lo sport è sicuramente una variabile che, all’interno della vita di una persona, assume un’importanza da non sottovalutare.

Dall’avvicinamento del bambino allo sport fino a quando non raggiunge la prima età adulta, ci sono due fasi indicate dalla teoria Eriksoniana:

 6 anni – pubertà: industriosità opposta ad inferiorità:
In questa fase della vita il bambino entra nella “industriale” della propria vita; è una fase in cui il bambino comincia a voler entrare nel mondo della conoscenza e del lavoro apprendendo, non solo a scuola, a sfruttare le conoscenze apprese per “produrre”. Il corretto sviluppo all’interno di questa fase porterà il bambino ad avere un senso di industiosità e di auto-efficacia, al contrario, uno sviluppo negativo potrebbe portare il bambino ad un senso di inadeguatezza ed inferiorità.
Il rapporto del bambino in questa fase all’interno di uno sport è ovviamente fondamentale per permettergli di poterla superare positivamente. Il riuscire ad imparare a padroneggiare i primi movimenti fondamentali del proprio sport porterà il bambino ad acquisire un senso di fiducia in se stesso. Assorbendo gli insegnamenti dell’allenatore, il ragazzino avrà bisogno di testarsi e mettere in pratica ciò che impara. E’ ovviamente una fase delicata perché il non riuscire porterebbe il bambino ad identificarsi come inferiore agli altri portando senso di inadeguatezza e sentimento di non servire a niente.
Quello che è fondamentale in questa fase è quindi aiutare il bambino nel cercare di fargli mettere in pratica gesti e movimenti supportandolo con insegnamenti e feedback positivi, orientati alla prestazione e con correzioni finalizzate ad aiutarlo ad incrementare la fiducia nelle sue capacità.

 Adolescenza: identità e rifiuto opposti a dispersione di identità
E’ risaputo che l’adolescenza sia una delle fasi più difficili nello sviluppo di una persona: cambiamenti fisici, mentali, sociali portano il ragazzino a passare in un periodo di crisi in cui l’identità che aveva prima si disgrega per essere ricostruita ampliando il proprio modo di conoscersi. Mentre nelle fasi precedenti l’identità era perlopiù costruita da quello che il bambino faceva in pratica, in questa fase il ragazzo diventa attore principale nella propria costruzione della personalità. Uno sviluppo positivo in questa fase è fondamentale perché l’identità che si costruisce durante questo periodo, subirà sicuramente altri cambiamenti, ma diventerà un nucleo di base per tutte le fasi del successivo sviluppo.
Un risvolto negativo di questa fase potrebbe portare il ragazzo ad una dispersione di identità, cioè ad una frammentazione della propria personalità nei diversi contesti della sua vita senza un nucleo unico che funge da collante. Nello sport il ragazzo può riuscire a trovare le risorse necessarie per superare questa fase. All’interno di uno sport di squadra o individuale (allenandosi con suoi coetanei) il ragazzo impara molto più facilmente ad identificarsi con il proprio gruppo e a costruire la sua identità di sé come persona positiva, accettata dal gruppo ed assumendo il ruolo di “sportivo” all’interno della sua personalità. Perché questo avvenga è fondamentale che il gruppo in cui il ragazzo si identifichi sia positivo e permetta questo tipo di costruzione identitaria. Un’identificazione positiva avrà altresì conseguenze positive sullo sport stesso, infatti il ragazzo sarà motivato nel riuscire a raggiungere i propri obiettivi essendo essi legati alla costruzione di sé. Un fallimento di questa fase porterebbe il ragazzo ad una dispersione dell’identità, cioè a non riuscire a creare un’immagine di sé unita. Il rischio, nello sport, è quello di non riuscire a reggere la sua identificazione come “sportivo” e quindi di perdere la motivazione e la voglia di portare avanti questo aspetto della sua vita.

Abbiamo voluto portare questa testimonianza tra teoria e pratica sportiva in occasione dell’Obesity Day 2014 sperando che si diffonda un’attenzione maggiore a questo aspetto anche nel mondo sportivo dove ci sono tantissimi educatori, istruttori e allenatori che hanno sviluppato una grande attenzione psicologica ma purtroppo… c’è sempre qualcuno che riesce a stupirci di come sia possibile che sia stato messo a contatto con i bambini!!!

A mente calda… revisione psicologica dei Mondiali di calcio 2014

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance A mente calda... revisione psicologica dei Mondiali di calcio 2014 van gaal tilt suarez rigori regina brandao psicologico psicologia dello sport psicologa prestazione preparazione mentale portiere mondiali di calcio brasile allenatore

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance A mente calda... revisione psicologica dei Mondiali di calcio 2014 van gaal tilt suarez rigori regina brandao psicologico psicologia dello sport psicologa prestazione preparazione mentale portiere mondiali di calcio brasile allenatore   I Mondiali 2014 organizzati dal Brasile si stanno concludendo e, come ogni edizione precedente, hanno già lasciato in eredità molti spunti di riflessione per quanto concerne i diversi aspetti tecnici e tattici di preparazione fisica ma anche sotto il punto di vista mentale.

Sono infatti diversi gli episodi che potrebbero essere letti nell’ottica della psicologia dello sport, primo tra questi la reazione di Luis Suarez, talentuoso giocatore dell’Uruguay che, durante la partita contro l’Italia ha compiuto un gesto che rimarrà per sempre nella memoria di questo mondiale: verso la fine della partita ha infatti morsicato alla spalla il difensore della Nazionale Italiana, Giorgio Chiellini con uno scatto, definito da tutti, di aggressività.

Quello che appare evidente in questo episodio è che il gesto compiuto da Suarez è sicuramente molto lontano da essere un gesto razionale “pensato” ma, come altri episodi in passato (Zidane nel 2006 o, ancora più simile a quel gesto, è l’episodio del morso di Mike Tyson all’orecchio di un avversario) sono sfogo di una gestione negativa dell’aggressività che porta a reazioni con gravi conseguenze sia per la professione (squalifiche pesanti) sia per l’immagine dell’atleta. Ho parlato di cattiva gestione dell’aggressività perché bisogna considerare il fatto che l’aggressività in campo non è un fattore da eliminare, come potrebbe sembrare logicamente,  ma da trasformare in spinta agonistica positiva. Nel caso di Suarez e degli atleti che, come prima citato, si sono resi protagonisti di episodi simili; infatti, eliminare l’aggressività vorrebbe dire eliminare una caratteristica importante del giocatore che ha permesso loro di arrivare a così alti livelli. Quello che servirebbe a Suarez, più che una squalifica, è un percorso che gli consenta di imparare a gestire la propria aggressività in modo da trasformarla in un agonismo positivo e decisamente più proficuo.

Parlando di Mondiali e di psicologia dello sport, sicuramente il caso che viene in mente è l’inserimento di una psicologa (Regina Brandâo) all’interno dello staff del Brasile. La prima considerazione è che, a livello mediatico, è uscito un polverone sicuramente eccessivo per l’inserimento di una figura professionale che in altri sport è considerato come norma all’interno dello staff. Dal lavoro della psicologa all’interno del Brasile è uscito davvero poco ma, quello che si può dire è che, sicuramente, le aspettative sul suo ruolo all’interno della squadra sono state sicuramente eccessive oltre che, a volte, sbagliate.
Il lavoro di uno psicologo all’interno di una squadra è quello di “allenatore” delle dinamiche mentali dei giocatori, cioè egli si occupa di fornire agli atleti alcuni strumenti utili a potersi presentare in gara al 100% della propria forma mentale.
Quello che invece è emerso in questi giorni è l’aspettativa per una figura che si limitasse a “curare” i giocatori, accusati di essere troppo emotivi. Ora, la gestione dell’emotività è sicuramente un processo molto importante all’interno del mental training ma ci sono alcuni elementi che non possono essere ignorati:

  • Il mondiale giocato in casa (soprattutto per una squadra considerata tra le potenziali vincitrici) è fonte di emozioni veramente forti, sia per le enormi aspettative che vengono riversate sulla squadra da tifosi e media, sia per il fatto di giocare in stadi pieni soprattutto di persone con la maglietta dello stesso colore della tua.
  • I brasiliani, soprattutto per quanto riguarda lo sport, hanno in genere un aspetto emotivo molto alto (quasi spirituale) che può essere visto sicuramente come un supporto quando permette di dare una “carica” necessaria al raggiungimento di un obiettivo ma, anche come un ostacolo quando è troppo difficile da gestire.

Dopo la pesante sconfitta subìta dal Brasile per 7 a 1 contro la Germania in semifinale, tutto il mondo si è interrogato sulla “fragilità” dei giocatori brasiliani (colpevoli principalmente di aver pianto in diverse occasioni, come durante l’esecuzione degli inni) e sull’efficacia della psicologa nel team.
La prima considerazione che viene da fare è che sicuramente una sconfitta così pesante non è dovuta solo a motivi tecnici/tattici ma vi è stato sicuramente un problema di testa; infatti, dopo aver subìto il primo gol, i giocatori del Brasile non sono stati in grado di reggere le enormi pressioni che sono state riversate sulla squadra e sono entrati in chocking, cioè in un blocco che non ha permesso alla squadra di riuscire né ad attaccare né a difendersi in modo attivo ma solo a subire passivamente gli avversari.

La spiegazione che mi sento di dare è che il focalizzarsi solo sul ruolo della psicologia per gestire l’emotività dei calciatori ha fatto sì che la squadra si caricasse di un ulteriore peso poiché i giocatori sono stati “marchiati” dal mondo intero come fragili e incapaci di gestire l’emotività (anche se, in tale contesto, le reazioni di pianto possono essere come un normale sfogo); quindi, oltre alle altissime aspettative di vittoria, si sono aggiunte anche le aspettative di un miracolo psicologico onestamente impossibile da compiere in così poco tempo.

Quello da cui si può ripartire a riguardo del lavoro di Regina Brandâo all’interno della squadra, è il rapporto con l’allenatore, Felipe Scolari che, anziché sentirsi “minacciato” dal lavoro della psicologa, ha riconosciuto il ruolo della stessa prendendo in seria considerazione quello che stava facendo, soprattutto per quanto riguardava lo stilamento della formazione dal punto di vista del profilo mentale dei giocatori.

Parlando della semifinale che ha portato all’eliminazione del Brasile, un’altra considerazione interessante è sul perché i tedeschi sono stati così cinici da voler segnare così tanti gol anche quando la partita era già chiusa (il risultato di fine primo tempo è stato di 5 a 0). La mossa di voler continuare ad attaccare è stata una mossa utile non per quanto riguarda la partita contro il Brasile, ma in ottica di mantenere alta la concentrazione per la finale. Se si fossero accontentati di vincere (sul 4 a 0 per esempio), il rischio di uno scarico emotivo e di concentrazione sarebbe stato davvero alto e avrebbe potuto avere conseguenze negative in vista della finale.
Sarebbe stato molto impegnativo, infatti, recuperare la concentrazione e soprattutto l’emotività che avrebbero perso se si fossero “adagiati sugli allori” già a metà partita. Anche se a farne le spese è stato il Brasile che ha dovuto subire un punteggio umiliante, in ottica psicologica la scelta di continuare a giocare fino al 90° è stata sicuramente buona in previsione della finale.

L’ultimo episodio che rimarrà nella memoria di questo mondiale è stata la scelta di Van Gaal, l’allenatore dell’Olanda, di cambiare il portiere titolare con quello di riserva solo per la cosiddetta “lotteria” dei rigori contro il Costa Rica.
Non parlando della scelta a livello tecnico, si può fare una breve analisi a livello psicologico.
Se escludiamo il fatto che, essendo passata l’Olanda grazie a due rigori parati dal portiere subentrato, è difficile criticare questa scelta, l’analisi che si può fare è su quanto questo fosse già stato deciso precedentemente o meno. Se, come è stato detto in un’intervista successiva, la scelta era stata fatta con entrambi i portieri prima della partita, allora, a livello mentale, è stata sicuramente una scelta che ha permesso al portiere, entrato successivamente, di caricarsi e di arrivare pronto al momento opportuno e, nel frattempo, di dare un segnale forte che sicuramente ha destabilizzato i tiratori avversari.
Se invece la scelta fosse stata una decisione di impulso dell’allenatore, il rischio sarebbe stato quello di caricare il portiere di riserva di eccessive responsabilità da una parte, ma anche di svalutare il portiere sostituito, creando così possibili problematiche per le partite successive.
Il fornire alcune letture dal punto di vista psicologico può essere un segnale positivo di apertura di un mondo che, a differenza di altri sport, pare non essere ancora pronto all’ingresso degli psicologi sportivi anche se i risvolti potrebbero essere ovviamente positivi, non solo per le singole squadre ma, per tutto il sistema del calcio.

Buona fine di Mondiali a tutti… e come sempre che vinca il migliore!

Se la passione diventa incubo: il burn out nello sport e nel lavoro.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Se la passione diventa incubo: il burn out nello sport e nel lavoro. Torino test stress lavoro correlato stress sport questionario autovalutazione psicologia dello sport motivazione esaurimento fisico esaurimento emotivo depressione compagni burn out azienda ansia allenatore

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Se la passione diventa incubo: il burn out nello sport e nel lavoro. Torino test stress lavoro correlato stress sport questionario autovalutazione psicologia dello sport motivazione esaurimento fisico esaurimento emotivo depressione compagni burn out azienda ansia allenatore   Per gli appassionati di motori, il termine “burn out” richiama subito i rituali di fine gara con fumo bianco e copertoni che tracciano segni scuri sull’asfalto. Tuttavia in psicologia questo termine ha un significato preciso e lo ritroviamo sia nella psicologia dello sport che nella psicologia aziendale. In questo breve articolo troverete anche un piccolo questionario per misurare il vostro livello di burn-out!

Premessa
Il burnout si verifica quando appassionati, di uno sport o di un lavoro,  diventano profondamente disillusi rispetto a quello che stanno facendo e non riescono più a trovare soddisfazione e gratificazione. Ciò che prima era passione, entusiasmo, divertimento ora diventa noia, ansia e frustrazione. Il sogno che diventa un incubo!
Tecnicamente il termine “burn out” fa riferimento ad un soggetto bruciato, esaurito sia dal punto di vista fisico che emotivo. E’ sicuramente un problema legato alla motivazione e allo stress, ma può avere effetti clinici anche seri dal punto di vista dell’ansia e della depressione.
Cause
Sicuramente, nello sport come in azienda, esistono molti fattori che contribuiscono, congiuntamente, a creare una sindrome di “burn out”. Gli studi ci danno alcune informazioni in merito:

– Nelle aziende: ritmi di lavoro troppo serrati, cattiva gestione a livello organizzativo aziendale, scarso equilibrio tra vita privata e vita lavorativa, condizioni di lavoro non adeguate, inefficacia della comunicazione interna sono solo alcuni dei possibili fattori che contribuiscono all’insorgere di patologie stress lavoro correlate e di conseguenza facilitano l’arrivo del burn-out.

– Nello sport: crisi adolescenziali, difficoltà scolastiche, monotonia degli allenamenti (anche per atleti adulti), presenza di ansia, cattiva integrazione nel gruppo, rapporto conflittuale con l’allenatore sono elementi che possono far scivolare l’atleta in una sindrome di burn out.

Autovalutiamoci!

La scheda che troverete vuole essere un piccolo strumento di autoconoscenza (lungi dall’essere un test diagnostico) per iniziare a riflettere se, la condizione che stiamo vivendo, può avvicinarsi ad una vera e propria sindrome di burn out.
Leggete le domande e provate per ciascuna a dare un punteggio:

1- Mai
2- Raramente
3 – Qualche volta
4 – Spesso
5 – Praticamente sempre

Sommate tutti i punteggi e confrontare il totale con la griglia di scoring che troverete in fondo all’articolo. Buon divertimento!
Introduzione:
Questo strumento può aiutare a controllare voi stessi per il burnout. Aiuta si guarda al modo di sentire del tuo lavoro e le tue esperienze di lavoro, in modo da poter avere un’idea di se si è a rischio di burnout.

  1. Ti senti svuotato di energia fisica e/o mentale?
  2. Ti concentri sugli aspetti negativi del tuo sport/lavoro?
  3. Ti ritrovi facilmente irritato da piccoli problemi che possono succedere durante il normale svolgimento del tuo sport/lavoro?
  4. Ti irriti facilmente con i tuoi compagni/colleghi?
  5. Ti senti incompreso e poco apprezzato da compagni/colleghi/allenatore/capo?
  6. Ti senti di non aver nessuno con cui parlare dei tuoi problemi di sport/lavoro?
  7. Ti sembra di ottenere meno di quanto di aspetteresti?
  8. Stai provando frustrazione nei confronti del tuo sport/lavoro?
  9. Senti che per raggiungere i risultati che ti sei prefisso hai un carico di pressione eccessiva?
  10. Senti che il tuo sport/lavoro non è giusto per te?
  11. Ritieni che il posto in cui ti trovi a praticare sport/lavoro non ti consenta di esprimere al meglio le tue capacità?
  12. Senti che non hai le capacità sufficienti per fare un buon risultato nel tuo sport/lavoro?
  13. Senti che ti manca il tempo per poterti dedicare bene al tuo sport/lavoro?
  14. senti che stai sacrificando troppo delle tua vita per il tuo sport/lavoro?
  15. Ti viene in mente di smettere il tuo sport/lavoro e andare a fare altro?

Punteggi:

  • Da 15 a 18: non ci sono segnali di burn out!
  • Da 19 a 32: qualche piccolo segnale di burn out inizia a vedersi ma probabilmente si tratta di una situazione transitoria e non grave.
  • Da 33 a 49: fai attenzione perchè il tuo rischio di burn out è abbastanza alto. Vai a rivedere le domande su cui hai i punteggi più alti e magari prova a chiedere aiuto a qualcuno per gestire meglio quegli aspetti.
  • Da 50 a 59: il rischio di burn out è molto severo, dovresti iniziare a prendere provvedimenti urgenti e magari consultare un professionista che possa aiutarti in questo.
  • Da 60 a 75: il rischio di burn out è altissimo. Non aspettare oltre e chiedi un aiuto ad un professionista che possa aiutarti nella gestione di questo aspetto. Non lasciare che il tuo sogno si trasformi in un incubo ancor peggiore di quello che è!

Dimmi come pensi…. e ti dirò se posso aiutarti!

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Dimmi come pensi.... e ti dirò se posso aiutarti! Torino test resilienza questionario autovalutazione psicologia dello sport motivazione mental training fiducia in se stessi distrazione concentrazione autoefficacia attenzione atleti allenatore allenamento mentale

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Dimmi come pensi.... e ti dirò se posso aiutarti! Torino test resilienza questionario autovalutazione psicologia dello sport motivazione mental training fiducia in se stessi distrazione concentrazione autoefficacia attenzione atleti allenatore allenamento mentale   Questo questionario, lungi dall’essere un test psicologico, può aiutarvi a capire meglio il vosto modo di gestire mentalmente una prestazione, dandovi delle indicazioni su eventuali punti di forza o aree di miglioramento.
Senza la pretesa di sostituirsi agli strumenti di analisi scientifici che ogni psicologo dello sport possiede può però iniziare a darvi un’idea su quanto potrebbe esservi di aiuto iniziare un percorso di allenamento mentale.
Rispondete alle domande con un V o F (e siate onesti con voi stessi) e poi andate nella sezione punteggi per avere un’indicazione in merito ai vostri punti di forza e aree di miglioramento mentali.

1) Mi capita spesso di preoccuparmi per gli errori fatti

2) Mi abbatto facilmente durante la prestazione e vado in confusione

3) E ‘facile per me lasciare andare i miei errori e non pensarci più

4) Se inizio male è difficile recuperare il giusto stato d’animo durante la prestazione

5) Mi distraggo facilmente e penso a cosa l’allenatore potrebbe pensare di me durante la mia prestazione

6) Non mi abbatto facilmente di fronte ad un errore o un imprevisto

7) Faccio meglio quando mi sento sotto pressione

8 ) Mi innervosisco facilmente e non riesco a dare il meglio di me

9) Ottengo migliori prestazioni quando la situazione è importante o impegnativa

10) Perdo facilmente la concentrazione o mi sento in ansia

11) Riesco a mantenere la calma anche quando sono sotto pressione

12) Non riesco a sfruttare le mie grandi occasioni

13) Il mio allenatore riesce, parlando, a distrarmi e farmi perdere la concentrazione

14) Tendo ad essere facilmente distratto .

15 ) Alcuni avversari possono entrare nella mia testa e farmi perdere completamente l’attenzione sul gioco

16) Condizioni di gioco avverse ( meteo, condizioni del campo , temperatura, luogo, ecc ) mi colpiscono negativamente .

17) Non ho problemi a concentrarmi su ciò che è importante e bloccando tutto il resto fuori .

18) Penso troppo a quello che potrebbe andare male prima e durante la prestazione

19) Uno o due fallimenti non incidono sulla fiducia in me stesso

20) Tendo a confrontarmi troppo con i compagni di squadra e avversari .

21) Preferisco competere contro un avversario migliore e perdere che andare contro un avversario più debole e vincere .

22 ) Io sono un atleta fiducioso e sicuro di sé .

23) Tendo a essere troppo negativo .

24) Mi ripeto spesso frasi negative e ho pensieri che mi disturbano durante la gara

25) Sono più motivato dopo i fallimenti e battute d’arresto .

26) E ‘ facile per me allenarmi costantemente a un alto livello di intensità .

27) Penso che l’esperienza di oggi (positiva o negativa) mi aiuterà a raggingere i miei obiettivi

28) Non ho obiettivi chiari che sono importanti per me da raggiungere.

29 ) Io sono un atleta altamente motivato .

PUNTEGGIO :

Sezione 1 : domande 1-6 si occupano di ” resilienza ” ossia la vostra abilità nel gestire mentalmente le battute d’arresto e gli errori . La forza mentale dipende anche dalla vostra capacità di lasciare in fretta errori e fallimenti dietro di voi . Aggrapparsi agli errori andrà ad incidere negativamente sulla prestazione. Calcola 1 punto per ciascuna delle seguenti risposte

1 ) F

2 ) F

3 ) V

4 ) F

5) F

6 ) V

Sezione 2 , le domande 7-12 sono inerenti alla capacità di gestire la pressione . Senza la capacità di mantenere la calma nelle situazioni stressanti un atleta risulterà vulnerabile. Nelle prestazioni importanti un po’ di “nervosismo” sano prima della competizione è importante ma un eccesso porterà un calo di prestazione. Calcola 1 punto per ciascuna delle seguenti risposte :

7 ) V

8 ) F

9 ) V

10) F

11 ) v

12 ) F

Sezione 3 , le domande 13-18  sono inerenti alla vostra capacità di concentrazione . In tutti gli sport , la capacità di concentrarsi su ciò che è importante e bloccare tutto il resto è una delle chiavi principali per l’eccellenza. Scarsa concentrazione è la ragione principale per cui gli atleti soffocano e si bloccano, con cali di prestazione.  Calcola 1 punto per ciascuna delle seguenti risposte :

13 ) F

14) F

15) F

16 ) F

17) V

18 ) F

Sezione 4 , le domande 19-24 sono inerenti al vostro livello di fiducia e ai fattori che influenzano la fiducia . Una caratteristica dell’atleta mentalmente forte è che possiede un livello di confidenza che sembra essere inattaccabile da insuccessi e fallimenti. Calcola 1 punto per ciascuna delle seguenti risposte :

19) V

20 ) F

21 ) V

22 ) V

23 ) F

24 ) F

Sezione 5 , le domande 25-29 si occupano di motivazione . La motivazione è il carburante che guiderà l’allenamento e la realizzazione dei vostri obiettivi . Senza motivazione non sarà possibile mettere nel lavoro l’energia necessaria per arrivare a raggiungere i vostri obiettivi.  Calcola 1 punto per ciascuna delle seguenti risposte :

25 ) V

26 ) V

27 ) V

28 ) F

29 ) V

Interpretazione :

Un punteggio di 5-6 in una qualsiasi delle cinque sezioni indica uno speciale punto di forza in quell’area. Punteggi di 4 o meno evidenziano una possibile area di miglioramento che deve essere affrontata con un percorso strutturato di mental training imparando le tecniche necessarie per gestire quell’aspetto..

Punteggio complessivo :

Un punteggio di 26-29 indicano un atteggiamento mentale molto solido nell’affrontare la competizione. I punteggi di 23-25 ​​indicano una moderata abilità nel gestire gli aspetti mentali, con un piccolo aiuto si potrebbe performare ancora meglio. I punteggi di 22 o al di sotto sono indicatori che un percorso di allenamento mentale sarebbe più che utile per affrontare al meglio le prestazioni.

Le tre C del capitano sportivo

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le tre C del capitano sportivo Torino team squadra sport psicologia dello sport psicologia leadership leader fiducia errori cura credibilità coraggio coerenza capitano allenatore   Essere stato nominato capitano della squadra è abbastanza un onore per ogni atleta. La scelta del capitano rappresenta spesso la manifestazione del rispetto e della fiducia di una squadra nei confronti del suo leader. Tuttavia, all’onore si aggiunge anche una grande responsabilità. Un capitano deve rendere conto alla squadra dopo una brutta prestazione e deve essere in grado di condurre la squadra nella direzione desiderata. E’ importante che sappia mantenere il controllo nelle situazioni di pressione e che sappia essere il modello di eccellenza per i compagni. Spesso, allenatori e atleti si aspettano molto dai loro capitani quindi,  vale la pena di essere un capitano?

Essere scelto come leader di una squadra è sicuramente un’esperienza di crescita molto forte per ogni atleta tuttavia è importante non dar mai per scontato il proprio ruolo. Ricordiamo così la regola delle tre C!

Cura
i grandi capitani hanno un innegabile passione per il gioco, per competere e per i loro compagni di squadra . Hanno messo il successo della squadra prima dei propri bisogni e sono veramente interessati del benessere di tutti i membri del team. Il capitano dunque “si prende cura”: dovrebbe trattare tutti i compagni di squadra con rispetto e riconoscere i contributi di tutti i membri del team. Qualsiasi problema con un compagno di squadra viene gestito in privato e in modo positivo per affrontare la situazione e trovare una soluzione. Il capitano deve essere anche la persona in grado di fermare la diffusione rumor e pettegolezzi: comportamenti distruggono chimica di squadra .

Coraggio
I capitani sono disposti a farsi avanti. Come un capitano coraggioso  è necessario ” passare dalle parole ai fatti” e non si può avere paura di competere nelle peggiori delle situazioni . Capitani coraggiosi per dare l’esempio per il resto della squadra! Le vostre azioni devono incarnare i valori fondamentali della squadra, soprattutto nei momenti di avversità . Essere un modello di coraggio e di dedizione per i vostri compagni di squadra, impostando obiettivi alti e lavorando sodo per raggiungerli. Infine, come un capitano coraggioso è necessario dimostrare che ci si fida dei propri compagni di squadra e allenatori, anche nei momenti in cui, magari, i propri compagni non riescono a dare il meglio di loro.

Coerenza
Capitani efficaci devono essere un modello di coerenza. Per essere un capitano coerente è necessario dare il 100 % sforzo in ogni allenamento e partita. Non si può “predicare bene e razzolare male” e sperare di guadagnarsi il rispetto di compagni di squadra e allenatori. Non esistono scorciatoie, esiste la comunicazione e la negoziazione! È importante sottolineare che per essere un capitano coerente si deve restare fedele al proprio stile  e di non cercare di essere qualcun altro .

Lavorando su queste 3 C vi farà guadagnare la 4 C: la Credibilità. Niente è più importante che essere percepito come leader credibile e affidabile!

Alcune persone esprimono queste caratteristiche in modo spontaneo, le hanno apprese nel corso della vita perchè nessuno… è nato capitano! E’ importante confrontarsi con altri capitani, sapere come loro hanno gestito alcune situazioni, imparare da chi ha più esperienza, confrontandosi spesso con gli allenatori.
Il ruolo del capitano è fondamentale per ogni squadra ma bisogno imparare a farlo, imparare a fare ciò che è giusto per la squadra anche se non è la scelta più semplice, fare senza parlare troppo, imparare dai propri errori.

Una delle frasi che ripetiamo spesso ai nostri atleti e che può essere un buon spunto di rilfessione è

“non dirimi ciò che farai, ma fai ciò che dici”.

Questo è il segreto di un buon capitano!