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La crescita sana di un team: le fasi di sviluppo

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Le prime quattro fasi di crescita del team furono inizialmente sviluppate da Bruce Wayne Tuckman e pubblicate nel 1965. La sua teoria intitolata “Tuckman’s Stages” era basata su ricerche condotte su dinamiche di gruppo. Credeva (come oggi è una credenza comune) che queste fasi fossero inevitabili affinché un team crescesse fino al punto in cui potevano funzionare insieme in modo efficace e fornire risultati di alta qualità. Nel 1977 Tuckman, in collaborazione con Mary Ann Jensen, ha aggiunto una quinta tappa ai 4 livelli precedenti.

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Le cinque fasi dello sviluppo del team nello sport sono:

Fase 1: Formin
Fase 2: Storming
Fase 3: Norming
Fase 4: Performing
Fase 5: Adjourning

Questo articolo fornisce una panoramica su ciascuna delle cinque fasi dello sviluppo del team nello sport.

Fase 1: Forming

La fase di “formazione” si svolge quando la squadra si incontra per la prima volta. I membri del team si conoscono, condividono informazioni sui loro background, interessi ed esperienze e formano le prime impressioni l’uno dell’altro. Apprendono i piani per l’anno successivo, discutono gli obiettivi e iniziano a pensare a quale ruolo possono giocare nella squadra. Questa fase si verifica ogni qualvolta un team si “forma” per la prima volta, ad esempio ad inizio stagione. Anche nei tema consolidati può verificarsi questa fase quando vengono introdotte nuovi atleti o vengono effettuati dei cambiamenti all’interno della squadra.

Fase 2: Storming

Mentre la squadra inizia a lavorare, allenarsi, giocare e competere insieme si spostano nella fase “storming”. Questo stadio non è evitabile; ogni squadra, soprattutto una nuova squadra che non ha mai lavorato insieme, passa attraverso questa parte dello sviluppo . In questa fase i membri del team si sfidano a vicenda per lo status e per l’accettazione delle loro idee. Hanno opinioni diverse su cosa dovrebbe essere fatto e come dovrebbe essere fatto: il che spesso causa conflitti all’interno della squadra. Mentre progrediscono attraverso questa fase, con la guida del Coach, del team leader o dello psicologo dello sport, imparano come risolvere insieme i problemi, funzionano come una squadra, stabiliscono ruoli e responsabilità nella squadra. Per i membri del team che non amano i conflitti, questa è una fase difficile da affrontare. In questa fase la squadra è chiamata a sviluppare consapevolezza di sé e del proprio funzionamento interno.
E’ importante che i membri del team imparino ad ascoltarsi e rispettino le differenze e le idee altrui. Questo stadio si chiude quando la squadra si accetta di più e impara a lavorare insieme per il bene della squadra. Significa valorizzare la diversità e arrivare alla posizione di sapere che la squadra ha bisogno di tutti i diversi tipi di personalità e stili comportamentali per avere successo.

Fase 3: Norming

Quando la squadra entra nella fase di “normazione”, cominciano a essere più efficaci come squadra e anche le prestazioni iniziano a migliorare. Non sono più focalizzati sui loro obiettivi individuali, ma piuttosto sono focalizzati sullo sviluppo di un modo di lavorare insieme per i migliori risultati della squadra. Rispettano le rispettive opinioni e valutano le loro differenze. Cominciano a vedere il valore pratico in coloro che sono diversi nella squadra e vogliono essere i migliori atleti per la loro squadra.
In questa fase il team ha concordato le regole del proprio team per lavorare insieme, come comunicano e risolvono i conflitti di squadra e quali strumenti e processi usano per ottenere risultati. I membri del team iniziano a fidarsi l’un l’altro e si cercano attivamente l’un l’altro. Piuttosto che competere gli uni contro gli altri, ora si stanno aiutando a vicenda per lavorare verso un obiettivo di squadra comune. I membri del team iniziano anche a fare progressi significativi come squadra.

Ci sono alcuni indicatori che ci dicono che la squadra si sta muovendo bene attraverso le fasi di crescita sana, ad esempio:

  • Si nota una maggiore comunicazione tra tutti i membri;
  • Si effettuano sessioni di brainstorming regolari con tutti i membri partecipanti;
  • Il team si impegna a cercare strategie per risolvere i problemi;
  • Si nota un maggiore impegno per gli obiettivi della squadra e nei confronti degli altri membri del team;
  • Si creano relazioni positive e di supporto tra tutti i membri del team.

Questi segnali si contrappongono a quelli inizialmente rilevati, come ad esempio:

  • Mancanza di comunicazione tra i membri del team;
  • Ruoli, responsabilità e aspettative poco chiari all’interno del team;
  • Mancanza di preoccupazione per la qualità del proprio operato;
  • I membri del team lavorano da soli, raramente condividono informazioni e offrono assistenza agli altri;
  • Gli atleti incolpano gli altri per ciò che va storto, nessuno accetta la responsabilità;
  • I membri non supportano gli altri membri del team;
  • Gli atleti sono spesso assenti o vivono con superficialità i momenti di allenamento.

Fase 4: Performing

Nella fase “performante” i team stanno funzionando a un livello molto alto. I membri del team si conoscono, si fidano l’un l’altro. Le prestazioni possono essere misurate dal morale della squadra e dalle prestazioni reali sul campo della squadra. Cioè, stanno raggiungendo le loro statistiche sulle prestazioni o semplicemente, stanno vincendo e si sentono bene nel far parte di questa squadra. Il team è fortemente motivato a portare a termine il lavoro con i migliori risultati. Possono prendere decisioni e risolvere problemi rapidamente ed efficacemente. Quando non sono d’accordo, i membri del team possono lavorare su di esso e raggiungere il consenso senza interrompere i progressi. Se c’è bisogno di un cambiamento, il team arriverà ad un accordo sul cambiamento dei processi da solo senza fare affidamento sul Coach e sul team leader.

Fase 5: Adjourning

La fase finale si verifica quando la squadra si sta sciogliendo alla fine di una stagione di competizione o il progetto su cui il team stava lavorando è completato. Per una squadra di alto rendimento, la fine di una stagione o di un progetto porta sentimenti di tristezza come membri del team che erano effettivamente diventati come parte di uno stesso organismo. È un’opportunità importante per completare una revisione di ciò che è stato realizzato e di come si può ulteriormente migliorare per il futuro.

Riassunto delle fasi di sviluppo del team nello sport

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La crescita sana di un team: le fasi di sviluppo tuckman team coaching team building sviluppo del team storming psicologia dello sport prestazione perfoming norming fasi di crescita conflitto   È importante ricordare che ogni squadra – sportiva o meno – seguirà queste fasi di sviluppo del team ed è importante che nessuna fase venga saltata o sottovalutata. È compito del Coach e/o dello psicologo sportivo aiutare la squadra a passare attraverso queste fasi per portarli al punto in cui potranno lavorare nel modo più efficace possibile verso un obiettivo comune.

 

Articolo originale tratto da: https://athleteassessments.com/stages-of-team-development-in-sport/

Preferisci vincere o partecipare?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Preferisci vincere o partecipare? vittoria vincere sport sfida risultato psicologia dello sport prestazione partecipare obiettivi mental training importante è partecipare atleti allenatori   Siamo cresciuti e viviamo in un’era dove, qualsiasi sia la competizione in atto, ci si sente spesso dire: “Dai, l’importante è partecipare!”. Ciò a cui non si fa caso però, è che questa frase la si dice prevalentemente, dopo le sconfitte. Quali sono le motivazioni per cui si dice questa frase?

“L’IMPORTANTE E’ PARTECIPARE”

Per i  bimbi molto piccoli, che si imbattono nelle prime competizioni, è spesso un modo per evitare che rimangano delusi in una eventuale sconfitta.

Per gli adolescenti, l’adulto la ripete perché, in cuor suo, sa che il ragazzo molto probabilmente non sarà all’altezza della competizione e quindi, mette le mani avanti. “L’importante è partecipare, divertiti!”

Infine, la frase ripetuta ad un adulto denota la triste verità di ritenerlo un probabile perdente. Stesso discorso vale per quanto riguarda il “self-talk”. Ripetendoci mentalmente questa frase, non facciamo altro che minare la fiducia, le ambizioni e le motivazioni che abbiamo.

 Sono questi i motivi per cui credo che sia una delle frasi più pericolose che si possano dire ad un atleta, qualsiasi tipo di competizione egli stia per affrontare.

“L’IMPORTANTE NON E’ PARTECIPARE…”

“… come l’importante non è vincere.” Fino ad alcuni livelli per lo meno. Provate a dire alla Juventus, ora che ha preso Cristiano Ronaldo, che vincere la Champions League non è importante.

“WINNING IS NOT EVERTHING. BUT WANTING TO WIN IS”
Vince Lombardi

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Preferisci vincere o partecipare? vittoria vincere sport sfida risultato psicologia dello sport prestazione partecipare obiettivi mental training importante è partecipare atleti allenatori   L’importante è dare tutto quello che si ha. L’importante è faticare per provare a vincere! L’importante è impegnarsi con tutte le proprie forze per migliorare se stessi. Si potrà vincere o perdere, ma giocare, tanto per giocare, a parer mio non è educativo.

Supponiamo uno sport in cui non esistono premi. “L’importante è partecipare” sottintende il fatto di non dare importanza ad una ”ricompensa”. Allora che senso ha il sacrificio? Che senso hanno tutti gli allenamenti? Si potrebbe gareggiare e basta? Non ci sarebbero riconoscimenti se non ci fossero competizioni. Non sarebbe un po’ triste? Si potrebbe veramente chiamare sport?

Uno sport, di fatto, insegna anche a perdere, insegna una miriade di valori come il rispetto per l’avversario, la motivazione, il sacrificio, l’ambizione … ed allora non può essere “importante partecipare”.

Ci sarà sicuramente qualcuno che, leggendo queste parole potrebbe non condividerle. “Io vado a correre al parco per il piacere di correre “,”Io vado a sciare la domenica perché mi piace sciare, non ho mai fatto una gara!” e queste persone hanno sicuramente ragione. Lo sport è soprattutto passione, ma in fondo, ognuno di noi, ogni volta che compie un gesto sportivo ha qualche tipo di scopo. Non saranno medaglie olimpiche o coppe del mondo ma potrebbe essere, ad esempio, il mantenersi in forma. Allora la corsa al parco per “divertirsi” si concluderà col salire sulla bilancia e vedere quanti kg abbiamo smaltito, oppure anche solo la soddisfazione di aver fatto qualcosa per noi stessi, per il nostro benessere psico-fisico; ed il nostro sciatore della domenica proverà ad arrivare a fine pista prima del suo amico o di sua moglie… poco importa se la ricompensa sarà una birretta dissetante!

Infine ci sono quelle persone che vanno a correre e fanno sport perché lo devono fare. Perché sanno che se non vanno a fare movimento la loro salute e la loro forma fisica peggiorerà. Magari fanno una fatica immensa ma nonostante questo, si infilano le scarpe ed escono a sudare. Ciò che le rende appagate è il fatto di fare qualcosa per se stessi, per la propria salute ed a volte per la propria professione.

 “…l’Italia finiva cosi la sua corsa verso la medaglia olimpica, ai piedi del podio […] al di là del risultato […] da Capitano di questa squadra ero comunque contenta della gara. Delle mie compagne e del loro atteggiamento dentro e fuori la pedana. Delle tante soddisfazioni personali e dell’unione che si era creata nel nostro gruppo, nonostante qualche vicissitudine durante l’anno. Per me però finiva li. Avevo concluso la mia carriera agonistica. Ero soddisfatta di tutto ciò che avevo fatto negli anni, senza rimpianti. Lo so, sembrerà strano, ma ero contenta, a differenza delle mie compagne disperate dal dispiacere della sconfitta […] certo, avrei preferito vincere un’altra medaglia e regalare altre gioie, ma ero fondamentalmente appagata.”
Marta Pagnini

Quindi mi rivolgo a tutti gli atleti,  i genitori, gli allenatori e chiunque abbia a che fare con sportivi di qualsiasi età e livello … SIATE AMBIZIOSI!!

Non accontentatevi di partecipare. Sognate in grande e ponetevi degli obiettivi raggiungibili, in modo da prendere confidenza con la vittoria e poter alzare l’asticella di volta in volta.

Piuttosto che dire ”l’importante è partecipare” dite “l’importante è dare tutto!”

 

Autrice:
Alessandra Visconti, psicologa dello sport, giocatrice di basket in A1 e A2, ha militato nelle nazionali giovanili e nella nazionale senior 3×3.

Quando il gioco si fa duro… 2 segreti per non perdere la motivazione!

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Probabilmente ti è stato detto, dai tuoi allenatori e/o dai tuoi genitori, che il lavoro duro è la chiave del successo. Hai visto gli atleti professionisti dichiarare che il lavoro duro è stato ciò che li ha resi così forti. E probabilmente hai letto innumerevoli frasi motivazionali che espongono le virtù del duro lavoro.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Quando il gioco si fa duro... 2 segreti per non perdere la motivazione! sport psicologo sportivo psicologia dello sport prestazione motivazione motivato calo di motivazione   Ma se il lavoro duro è ciò che ti permette di raggiungere gli obiettivi, perché alcuni atleti abbandonano il duro lavoro e perdono la motivazione?

Ci sono ovviamente diversi motivi per cui gli atleti smettono di lavorare duramente nel loro sport: troppa pressione, perdita di interesse a competere, infortuni che limitano il loro potenziale, ecc. Ma il più grande motivo per cui gli atleti rinunciano a lavorare duramente è che non vedono immediatamente i risultati.

Ad esempio, inizia una stagione dopo un anno precedente deludente, ma ti ripeti che questa stagione sarà diversa. Ma dopo alcune prestazioni mediocri, la tua motivazione diminuisce. La tua intensità nelle pratiche diminuisce. Si inizia a mettere in dubbio se è valsa la pena di lavorare così duramente e si iniziano a scardinare tutte le convinzioni positive.
Purtroppo, alcuni atleti non capiscono che il successo non è solo una questione di duro lavoro: è una questione di duro lavoro in un significativo periodo di tempo con l’atteggiamento mentale giusto. Per sostenere la tua motivazione, e la tua pazienza, attraverso gli alti e bassi, devi essere mentalmente forte e determinato.

Vediamo due consigli per riuscire a farlo:

  • È necessario allenarsi a visualizzare il raggiungimento dell’obiettivo e viverlo ogni giorno. Può esserti di aiuto imparare ad utilizzare tecniche di auto-ipnosi per fare questo;
  • Bisogna credere che il tuo duro lavoro si ripagherà alla fine e per fare questo dovrai lavorare sul riconoscere e modificare le tue convinzioni limitanti. Questa tecnica si chiama ristrutturazione cognitiva e il tuo psicologo sportivo potrà insegnarti come farlo efficacemente!

Ricorda sempre questa analogia: realizzare i tuoi obiettivi è come un lungo viaggio in macchina. E’ indispensabile per poter terminare il viaggio, fermarsi di tanto in tanto a fare rifornimento di benzina e magari, pulire i vetri. Dopodiché la macchina è pronta a ripartire, anche più forte di prima.

Per cui, sii flessibile e non spaventarti dei cali di motivazione, ma governali con intelligenza mantenendo il tuo sguardo focalizzato sul medio e lungo termine (non solo sul breve). E con il supporto mentale giusto… il tuo duro lavoro sarà ripagato.

In bocca al lupo!

Nella stanza del mental coach

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Nella stanza del mental coach Torino psicologo dello sport psicologia sportiva psicologia dello sport a Torino psicologia dello sport prestazione obiettivi mental training mental coach coaching atleti   Vi siete mai chiesti cosa fa veramente un mental coach per sportivi? Ma soprattutto, sapete veramente chi è un mental coach?

In questo libro avrete la possibilità di entrare in uno studio di psicologia dello sport, sedervi accanto ai nostri mental trainer e leggere 11 storie di sport accomunate da un comune denominatore: l’utilizzo della psicologia dello sport per raggiungere un obiettivo.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Nella stanza del mental coach Torino psicologo dello sport psicologia sportiva psicologia dello sport a Torino psicologia dello sport prestazione obiettivi mental training mental coach coaching atleti   Potrete conoscere la squadra perfetta dove però i problemi di comunicazione riducevano le performance oppure andare in pista con Beatrice, la nostra “mamma sportiva” alle prese con l’ansia da prestazione per il proprio figlio. Vi immaginerete cosa si prova a fare un salto nel vuoto e ricordarsi solo il rumore dello schianto a terra a poche settimane dalle Olimpiadi ed entrerete nelle dinamiche di uno sport di coppia quando la coppia scoppia! E molto altro ancora, ma non vogliamo rovinarvi il gusto di entrare nel mondo della psicologia dello sport e scoprire in quanti ambiti il mental coaching può servire.

Non mancherà la giusta dose di ironia perché in fondo gli psicologi dello sport sembrano “noiosi”,  ma non lo sono così tanto!
Tra il serio e lo scherzoso troverete consigli per il vostro benessere sportivo, capirete quali tecniche si usano per migliorare la prestazione mentale di uno sportivo e soprattutto, capirete, quali vantaggi ha l’affidarsi ad una persona competente e qualificata a fare questo tipo di lavoro!
Vi aspettiamo nella nostra stanza, a presto!

Il libro è disponibile su:

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A mente calda… revisione psicologica dei Mondiali di calcio 2014

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance A mente calda... revisione psicologica dei Mondiali di calcio 2014 van gaal tilt suarez rigori regina brandao psicologico psicologia dello sport psicologa prestazione preparazione mentale portiere mondiali di calcio brasile allenatore   I Mondiali 2014 organizzati dal Brasile si stanno concludendo e, come ogni edizione precedente, hanno già lasciato in eredità molti spunti di riflessione per quanto concerne i diversi aspetti tecnici e tattici di preparazione fisica ma anche sotto il punto di vista mentale.

Sono infatti diversi gli episodi che potrebbero essere letti nell’ottica della psicologia dello sport, primo tra questi la reazione di Luis Suarez, talentuoso giocatore dell’Uruguay che, durante la partita contro l’Italia ha compiuto un gesto che rimarrà per sempre nella memoria di questo mondiale: verso la fine della partita ha infatti morsicato alla spalla il difensore della Nazionale Italiana, Giorgio Chiellini con uno scatto, definito da tutti, di aggressività.

Quello che appare evidente in questo episodio è che il gesto compiuto da Suarez è sicuramente molto lontano da essere un gesto razionale “pensato” ma, come altri episodi in passato (Zidane nel 2006 o, ancora più simile a quel gesto, è l’episodio del morso di Mike Tyson all’orecchio di un avversario) sono sfogo di una gestione negativa dell’aggressività che porta a reazioni con gravi conseguenze sia per la professione (squalifiche pesanti) sia per l’immagine dell’atleta. Ho parlato di cattiva gestione dell’aggressività perché bisogna considerare il fatto che l’aggressività in campo non è un fattore da eliminare, come potrebbe sembrare logicamente,  ma da trasformare in spinta agonistica positiva. Nel caso di Suarez e degli atleti che, come prima citato, si sono resi protagonisti di episodi simili; infatti, eliminare l’aggressività vorrebbe dire eliminare una caratteristica importante del giocatore che ha permesso loro di arrivare a così alti livelli. Quello che servirebbe a Suarez, più che una squalifica, è un percorso che gli consenta di imparare a gestire la propria aggressività in modo da trasformarla in un agonismo positivo e decisamente più proficuo.

Parlando di Mondiali e di psicologia dello sport, sicuramente il caso che viene in mente è l’inserimento di una psicologa (Regina Brandâo) all’interno dello staff del Brasile. La prima considerazione è che, a livello mediatico, è uscito un polverone sicuramente eccessivo per l’inserimento di una figura professionale che in altri sport è considerato come norma all’interno dello staff. Dal lavoro della psicologa all’interno del Brasile è uscito davvero poco ma, quello che si può dire è che, sicuramente, le aspettative sul suo ruolo all’interno della squadra sono state sicuramente eccessive oltre che, a volte, sbagliate.
Il lavoro di uno psicologo all’interno di una squadra è quello di “allenatore” delle dinamiche mentali dei giocatori, cioè egli si occupa di fornire agli atleti alcuni strumenti utili a potersi presentare in gara al 100% della propria forma mentale.
Quello che invece è emerso in questi giorni è l’aspettativa per una figura che si limitasse a “curare” i giocatori, accusati di essere troppo emotivi. Ora, la gestione dell’emotività è sicuramente un processo molto importante all’interno del mental training ma ci sono alcuni elementi che non possono essere ignorati:

  • Il mondiale giocato in casa (soprattutto per una squadra considerata tra le potenziali vincitrici) è fonte di emozioni veramente forti, sia per le enormi aspettative che vengono riversate sulla squadra da tifosi e media, sia per il fatto di giocare in stadi pieni soprattutto di persone con la maglietta dello stesso colore della tua.
  • I brasiliani, soprattutto per quanto riguarda lo sport, hanno in genere un aspetto emotivo molto alto (quasi spirituale) che può essere visto sicuramente come un supporto quando permette di dare una “carica” necessaria al raggiungimento di un obiettivo ma, anche come un ostacolo quando è troppo difficile da gestire.

Dopo la pesante sconfitta subìta dal Brasile per 7 a 1 contro la Germania in semifinale, tutto il mondo si è interrogato sulla “fragilità” dei giocatori brasiliani (colpevoli principalmente di aver pianto in diverse occasioni, come durante l’esecuzione degli inni) e sull’efficacia della psicologa nel team.
La prima considerazione che viene da fare è che sicuramente una sconfitta così pesante non è dovuta solo a motivi tecnici/tattici ma vi è stato sicuramente un problema di testa; infatti, dopo aver subìto il primo gol, i giocatori del Brasile non sono stati in grado di reggere le enormi pressioni che sono state riversate sulla squadra e sono entrati in chocking, cioè in un blocco che non ha permesso alla squadra di riuscire né ad attaccare né a difendersi in modo attivo ma solo a subire passivamente gli avversari.

La spiegazione che mi sento di dare è che il focalizzarsi solo sul ruolo della psicologia per gestire l’emotività dei calciatori ha fatto sì che la squadra si caricasse di un ulteriore peso poiché i giocatori sono stati “marchiati” dal mondo intero come fragili e incapaci di gestire l’emotività (anche se, in tale contesto, le reazioni di pianto possono essere come un normale sfogo); quindi, oltre alle altissime aspettative di vittoria, si sono aggiunte anche le aspettative di un miracolo psicologico onestamente impossibile da compiere in così poco tempo.

Quello da cui si può ripartire a riguardo del lavoro di Regina Brandâo all’interno della squadra, è il rapporto con l’allenatore, Felipe Scolari che, anziché sentirsi “minacciato” dal lavoro della psicologa, ha riconosciuto il ruolo della stessa prendendo in seria considerazione quello che stava facendo, soprattutto per quanto riguardava lo stilamento della formazione dal punto di vista del profilo mentale dei giocatori.

Parlando della semifinale che ha portato all’eliminazione del Brasile, un’altra considerazione interessante è sul perché i tedeschi sono stati così cinici da voler segnare così tanti gol anche quando la partita era già chiusa (il risultato di fine primo tempo è stato di 5 a 0). La mossa di voler continuare ad attaccare è stata una mossa utile non per quanto riguarda la partita contro il Brasile, ma in ottica di mantenere alta la concentrazione per la finale. Se si fossero accontentati di vincere (sul 4 a 0 per esempio), il rischio di uno scarico emotivo e di concentrazione sarebbe stato davvero alto e avrebbe potuto avere conseguenze negative in vista della finale.
Sarebbe stato molto impegnativo, infatti, recuperare la concentrazione e soprattutto l’emotività che avrebbero perso se si fossero “adagiati sugli allori” già a metà partita. Anche se a farne le spese è stato il Brasile che ha dovuto subire un punteggio umiliante, in ottica psicologica la scelta di continuare a giocare fino al 90° è stata sicuramente buona in previsione della finale.

L’ultimo episodio che rimarrà nella memoria di questo mondiale è stata la scelta di Van Gaal, l’allenatore dell’Olanda, di cambiare il portiere titolare con quello di riserva solo per la cosiddetta “lotteria” dei rigori contro il Costa Rica.
Non parlando della scelta a livello tecnico, si può fare una breve analisi a livello psicologico.
Se escludiamo il fatto che, essendo passata l’Olanda grazie a due rigori parati dal portiere subentrato, è difficile criticare questa scelta, l’analisi che si può fare è su quanto questo fosse già stato deciso precedentemente o meno. Se, come è stato detto in un’intervista successiva, la scelta era stata fatta con entrambi i portieri prima della partita, allora, a livello mentale, è stata sicuramente una scelta che ha permesso al portiere, entrato successivamente, di caricarsi e di arrivare pronto al momento opportuno e, nel frattempo, di dare un segnale forte che sicuramente ha destabilizzato i tiratori avversari.
Se invece la scelta fosse stata una decisione di impulso dell’allenatore, il rischio sarebbe stato quello di caricare il portiere di riserva di eccessive responsabilità da una parte, ma anche di svalutare il portiere sostituito, creando così possibili problematiche per le partite successive.
Il fornire alcune letture dal punto di vista psicologico può essere un segnale positivo di apertura di un mondo che, a differenza di altri sport, pare non essere ancora pronto all’ingresso degli psicologi sportivi anche se i risvolti potrebbero essere ovviamente positivi, non solo per le singole squadre ma, per tutto il sistema del calcio.

Buona fine di Mondiali a tutti… e come sempre che vinca il migliore!

Evolution4Coaches: il training mentale per allenatori

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Evolution4Coaches: il training mentale per allenatori video analisi Torino psicologia sportiva psicologia dello sport prestazione pisa soccer school performance parma football school gladys bounous gara Evolution for coaches analisi comportamentale allenatori allenatore sportivo allenamento alessandro simili   Evolution4Coaches è un training di allenamento comportamentale per allenatori basato sulle più moderne tecnologie di videoanalisi, sviluppato da B-Skilled.

Partendo dalla letteratura scientifica, con il confronto con enti universitari internazionali, attraverso l’esperienza maturata sul campo della formazione degli allenatori, il team di BSkilled ha realizzato una piattaforma di analisi comportamentale per valutare le competenze verbali e non verbali dell’allenatore sul campo, durante gli allenamenti e in gara.

Partendo dalla video-analisi di circa 30 schemi comportamentali che l’allenatore può manifestare sul campo, si ottiene in tempo reale profilo quantitativo della performance di ogni singolo allenatore. La rielaborazione dei video permette una lettura qualitativa della stessa performance, garantendo così un’analisi a 360° dell’atteggiamento del coach nelle varie situazioni di gioco.

Questo lavoro viene svolto con il supporto tecnologico della app E4C, appositamente studiata e sviluppata da B-Skilled per questo training comportamentale.

Questo programma è stato parte integrante della metodologia Calcio4D, il progetto di formazione per allenatori di calcio promosso da Adriano Bacconi e Roberto Baggio.

Ad oggi B-Skilled sta portando avanti due progetti di ricerca per lo sviluppo della metodologia sia in ambito della formazione dei giovani che a livello professionistico. Il continuo interscambio tra la ricerca e la pratica sul campo consente ad Evolution4Coaches di adattarsi alle esigenze di ogni singolo allenatore in qualsiasi disciplina sportiva.

Ogni sessione di videoanalisi comprende l’elaborazione computerizzata della performance + 1h di restituzione individuale o 2 h in caso di gruppi. Il training minimo prevedere 2 sessioni: una baseline e un re-test dopo 1 mese. Le sessioni possono essere fatte anche via skype o di gruppo.

Per saperne di più scarica la brochure informativa oppure guarda il nostro tutorial su youtube e il video promo.


Contattaci per avere maggiori informazioni o per organizzare un presentazione della metodologia con gli allenatori del tuo club sportivo.

Come realizzare un’analisi della propria prestazione mentale.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Come realizzare un'analisi della propria prestazione mentale. valutazione Torino test psicologia sport psicologia prestazione assessment

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Come realizzare un'analisi della propria prestazione mentale. valutazione Torino test psicologia sport psicologia prestazione assessment   Un buon training di allenamento mentale inizia da una buona valutazione del profilo mentale dell’atleta.
Questa procedura consente allo psicologo sportivo di identificare con precisione le aree che l’atleta deve andare a potenziare durante il suo programma di allenamento. La fase di assessment (valutazione) iniziale è dunque indispensabile per riuscire a pianificare bene gli obiettivi di allenamento e consente un monitoraggio costante durante tutto il programma per quanto riguarda la crescita e il miglioramento delle abilità.

 Le ricerche scientifiche hanno consentito lo sviluppo di numerosi test e questionari applicabili in campo sportivo. B-Skilled ha selezionato i più validati questionari italiani e stranieri creando una batteria per l’indagine della prestazione mentale in ambito sportivo a 360°.

 Lo Sports Assessment Questionnaire si insersice all’interno del nostro modello di lavoro, EVOLUTION, e consente di evidenziare lo stato e il livello delle nove abilità fondamentali per il raggiungimento di uno stato mentale adeguato alla prestazione sportiva. Lo Sports Assessment Questionnaire permette di realizzare un profilo psicologico dell’atleta basato su nove abilità:

  • Autoefficacia (E)
  • Motivazione (V)
  • Arousal psicofisiologico (O)
  • Gestione emozioni (L)
  • Attenzione e Concentrazione (U)
  • Gestione dell’inatteso (T)
  • Resilienza (I)
  • Locus of control (O)
  • Strategie di apprendimento (N)

vengono indagate attraverso 11 schede, autocompilate dall’atleta, ed elaborate e restituite all’interessato attraverso dei grafici ed una valutazione quantitativa, oltre che qualitativa del suo profilo psicologico. All’atleta viene richiesto di rispondere a diverse domande seguendo le istruzioni riportate su ogni scheda. Il tempo di compilazione varia da 40 a 50 minuti.
Oltre a queste indicazioni viene rilevata la presenza (o meno) di alcune strategie fondamentali per la corretta gestione della performance, quali ad esempio un adeguato self-talk o una corretta pianificazione degli obiettivi.

L’assessment può essere completato da una fase di rilevazione di parametri fisiologici attraverso apposite apparecchiature di biofeedback in un protocollo studiato e validato apposta per gli sportivi.

Per sapere come realizzare il profilo della tua prestazione mentale utilizzando lo Sport Assessment Questionnaire, contattaci.