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Il perfetto genitore sportivo

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il perfetto genitore sportivo psicologia dello sport psicologia mental training influenza dei genitori nello sport genitori genitore sportivo genitore nello sport genitore geniotre figli sportivi figli che praticano sport educazione allo sport caratteristiche aiutare figli che fanno sport   Negli ultimi anni numerose sono state le ricerche che si sono interessate al ruolo dei genitori nel contesto sportivo, in particolar modo questi studi hanno cercato di comprendere come i loro comportamenti possano influenzare lo sviluppo del talento negli atleti e il loro coinvolgimento nelle esperienze sportive.

È stato ampiamente dimostrato, infatti, come eccessive aspettative possano avere un impatto dannoso sui ragazzi (Amado et al., 2016; Bean et al., 2016; Ross et al., 2015), così come l’incoraggiamento piuttosto che il supporto possano essere associati a conseguenze positive (Teques et al., 2016; Ross et al., 2015).
Tuttavia, il confine tra pressione e sostegno è molto sottile e labile, e molto dipende dagli obiettivi che i ragazzi raggiungono, così come dal momento (prima, durante o dopo le competizioni) e dal contesto (a casa o durante gli allenamenti) in cui si verificano i comportamenti, alterando la percezione e l’impatto sui ragazzi. Anche le caratteristiche dei genitori e dei figli (ad esempio, il sesso), nonchè la qualità del rapporto può influenzare tale percezione, ad esempio, Amado e colleghi (2016) hanno dimostrato che gli atleti maschi riportano livelli più elevati di pressione parentale percepita rispetto alle femmine, così che sentimenti di stress, ansia e delusione, provate dai genitori durante una partita, possono portare risposte inappropriate e di conseguenza influenzare il rapporto con i figli (Knight et al., 2013).

Dunn e colleghi (2016) hanno, inoltre, individuato che i genitori che hanno investito una maggiore percentuale del loro reddito familiare per lo sport dei figli sono stati associati ad una maggiore percezione di pressione da parte del ragazzo stesso.

Risulta evidente, quindi, come possano essere numerose le variabili e le modalità con cui i genitori influenzano i propri figli, in modo consapevole o meno, e proprio per questo motivo diventa fondamentale la conoscenza del contesto sportivo, attraverso un’attenta analisi e lettura, ma soprattutto l’utilizzo di adeguate strategie per migliorare la consapevolezza dei genitori e rendere il loro coinvolgimento positivo per l’attività sportiva del proprio figlio.
In questa direzione si muove una ricerca che il nostro team, sotto la guida di Sergio Costa e Edoardo Ciofi, stanno portando avanti in differenti discipline sportive, per evidenziare le caratteristiche del “genitore sportivo ideale”. I risultati preliminari di questo studio sono stati presentati durante il XXII Congresso Nazionale di Psicologia dello Sport, tenutosi a Mestre nel maggio 2018.

Per concludere, consigliamo ai genitori un ascolto attivo del proprio ragazzo e delle sue esigenze, che richiede non solo la profonda comprensione di ciò che l’altro sta dicendo, ma anche una rielaborazione e una riformulazione di ciò che esprime, interpretando i segnali non verbali, percependo le emozioni e trasmettendogli vicinanza, facilitando così la costruzione di una buona relazione.

 

Bibliografia

Bean C, Jeffery-Tosoni S, Baker J, Fraser-Thomas J: Concerning parental behavior in Canadian minor hockey: Elite insiders’ perceptions and recommendations. PHEnex Journal, 2016, 7.

Dunn CR, Dorsch TE, King MQ, Rothlisberger KJ: The impact of family financial investment on perceived parent pressure and child enjoyment and commitment in organized youth sport. Fam Relat, 2016,65:287-299.

Harwood CG, Knight CJ: Parenting in sport. Sport Exerc. Perform. Psychol, 2016,5:84-88.

Knight CJ, Holt NL: Strategies used and assistance required to facilitate children’s involvement in tennis: Parents’ perspectives.Sport Psychol, 2013, 27: 281-291.

Knight CJ, Holt NL: Factors that influence parents’ experiences at junior tennis tournaments and suggestions for improvement. Sport Exerc. Perform. Psychol, 2013, 2:173-189.

Ross AJ, Mallett CJ, Parkes JF: The influence of parent sport behaviours on children’s development: Youth coach and administrator perspectives. Int J Sports Sci Coach, 2015, 10:605-621.

Teques P, Serpa S, Rosado A, Silva C, Calmeiro L: Parental involvement in sport: Psychometric development and empirical test of a theoretical model. Curr Psychol, 2016, 2016:1-16.

La psicologia dell’arbitro: strategie di allenamento

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La psicologia dell'arbitro: strategie di allenamento psicologia degli arbitri psicologia mental training giudice di gara competenza arbitrale arbitro allenamento   L’arbitro rappresenta una figura fondamentale all’interno di ciascuno degli eventi sportivi in cui è coinvolto. Ciononostante la psicologia dello sport ha dedicato a questa figura una attenzione più scarsa di quella che è stata destinata agli atleti, agli allenatori o ai genitori.

Molto raramente, infatti, sono stati presi in considerazione gli aspetti specifici del comportamento degli arbitri e dei giudici di gara delle diverse discipline. Le responsabilità maggiori di un arbitro sono quelle di garantire che la gara proceda nel rispetto del regolamento, interferendo il meno possibile e mantenendo un’atmosfera piacevole nonché una corretta relazione con gli atleti, facilitando l’evento competitivo (Bortoli et al., 2001). Un arbitraggio carente, invece, rischia di far scadere la competizione e può talvolta creare tensione e nervosismo. Bisogna notare, inoltre, che l’operato dell’arbitro è spesso sottoposto a critiche da parte di pubblico, giocatori, allenatori e mass media che tendono ad enfatizzare gli errori.

Le diverse tipologie di arbitro

Alberto Cei sottolinea come ogni decisione di un arbitro deve rispondere ai seguenti cinque requisiti:

  1. dimostrare competenza tecnica;
  2. dimostrare indipendenza di valutazione;
  3. essere volta a farsi accettare;
  4. essere sostenuta dalla forma fisica;
  5. essere volta a prevedere lo sviluppo dell’azione.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La psicologia dell'arbitro: strategie di allenamento psicologia degli arbitri psicologia mental training giudice di gara competenza arbitrale arbitro allenamento   Secondo MacMahon e Plessner (2008) gli arbitri possono essere classificati in base al numero d’interazioni con i giocatori o la prestazione (alte o basse) e al numero di atleti o abilità tecniche da dover monitorare e valutare (poche o tante). In base a questa classificazione, possiamo quindi individuare, per gli autori 3 tipologie di arbitro:

  • Gli interattori, ovvero quelli che hanno un alto livello d’interazione con i giocatori e pochi o tanti stimoli a cui fare attenzione. Sono un esempio gli arbitri di boxe e giudici di sedia di tennis, piuttosto che quelli di basket o di calcio;
  • I reattori, che devono concentrarsi su pochi aspetti e hanno un’interazione minima con il contesto sportivo, come i guardalinee nel calcio o giudici di linea nel tennis;
  • Gli osservatori, dove malgrado i tanti atleti o abilità da monitorare devono limitarsi a giudicare l’operato dei giocatori, per via della scarsa interazione concessa dalle regole del gioco. Esempi sono i giudici di tuffi o di ginnastica, così come gli arbitri di pallavolo.

È evidente, quindi, che la prestazione dell’arbitro cambia in base alla tipologia di gioco, e non è legata solo ad aspetti tecnici o atletici, ma anche ad alcune qualità personali come la coerenza, la buona comunicazione, la risolutezza, l’equilibrio, la correttezza, la capacità di giudizio, la fiducia e la motivazione (Weinberg and Richardson, 1990).

Le competenze psicologiche di un arbitro efficace

Queste capacità possono essere influenzate da numerosi fattori psicologici, tra i quali le convinzioni di efficacia personale, ovvero la fiducia che la persona ha nelle proprie capacità in specifiche situazioni. Diversi studi hanno, infatti, evidenziato che arbitri con bassi livelli autoefficacia si sentono meno capaci di fronteggiare eventi stressanti, hanno elevati livelli di ansia e di esaurimento emotivo, danneggiando la propria prestazione e carriera (Mahoney et al, 2008). Arbitri invece con elevate convinzioni di se, di fronte alle difficoltà, sono convinti che il proprio impegno e le proprie capacità possano dirigere le azioni verso esiti positivi, portandoli, inoltre, ad una maggiore preparazione e formazione durante l’anno (Lucidi et al., 2009).

Nei processi di elaborazione delle informazioni, inoltre, le persone non tengono in considerazione tutti i fattori in gioco, soprattutto quando devono agire rapidamente, ma spesso utilizzano delle scorciatoie di pensiero, chiamate euristiche. Queste strategie permettono loro di risparmiare tempo ed energie cognitive ma possono portare a distorsioni ed errori nel ragionamento e nel giudizio.

Il Bisogno di Chiusura Cognitiva, secondo Kruglanski, non va tanto in termini di presenza/assenza in un individuo, quanto piuttosto in termini di continuum che va da un estremo caratterizzato da impulsività, tendenza a prendere decisioni non giustificate, rigidità di pensiero e riluttanza a considerare soluzioni alternative (alto BCC) ad un altro caratterizzato da esperienza soggettiva di incertezza, indisponibilità ad impegnarsi esplicitando un’opinione definitiva, sospensione di giudizio (basso BCC). Varie studi hanno confermato la relazione diretta del BCC con fattori quali la presenza di pressione temporale, la presenza di rumore ambientale, la condizione di affaticamento mentale e della monotonia del compito, tutti elementi che vanno a condizionare poi la prestazione.

Infine le prestazioni degli arbitri sono anche condizionate dalle percezioni delle situazioni stressanti che possono suscitare reazioni soggettive di ansia e tensione. Le reazioni di ansia possono determinarsi prevalentemente sul versante fisiologico, con sintomi quali incremento della frequenza cardiaca, sudorazione, tensione muscolare, o, invece, sul versante mentale, con pensieri di fallimento, preoccupazione e disturbi attentivi. Tali reazioni dipendono da variabili sia situazionali, come arbitrare partite difficili o l’affrontare contesti ostili, che personali, ovvero dalle caratteristiche soggettive dell’arbitro.

Come impostare un training per migliorare la prestazione arbitrale?

Le caratteristiche precedentemente descritte sono allenabili attraverso un processo di formazione e crescita che porti all’acquisizione ed allo sviluppo di specifiche abilità mentali. In genere, però, la formazione degli arbitri enfatizza gli aspetti tecnici, l’interpretazione delle regole, mentre poca attenzione viene posta all’acquisizione e all’allenamento di tali abilità psicologiche. Nella formazione andrebbero inseriti interventi mirati, comunemente impiegati con atleti in psicologia dello sport (vedi Hardy et al., 1996; Martens, 1987), per padroneggiare la comunicazione interpersonale, affrontare lo stress, controllare le reazioni di ansia e le difficoltà di concentrazione, evitare stimoli distraenti, affrontare imprevisti e difficoltà, recuperare prontamente il controllo dopo decisioni sbagliate. Queste abilità aiuterebbero l’arbitro a gestire in modo sempre migliore il suo ruolo e a garantire che l’evento sportivo si svolga, oltre che nel rispetto del regolamento, in un’atmosfera più serena (Bortoli et al., 2001). É stato ampiamente dimostrato, per esempio, come l’uso combinato del goal setting (definizione di obiettivi) e di corrette modalità nell’erogazione dei feedback esercitino un effetto positivo sulle prestazioni.

Per allenarsi e migliorare le proprie competenze, però, è necessario identificare prima le abilità che dovrebbero essere patrimonio di ogni arbitro e sulla base di queste identificare i propri punti di forza e di debolezza.

Se vuoi avere iniziare il tuo percorso di allenamento, vieni a vedere il nostro Laboratorio di Competenza Arbitrale.

BIBLIOGRAFIA

Bandura, A. and Wood, R. (1989). Effect of perceived controllability and perfomance standars on self-regulation of complex decision making. Journal of personality and social psychology, 56, 805-814.

Bortoli, L., Robazza, C. e Dal Cin, S. (2001). La percezione dello stress in arbitri di pallavolo. Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, 2, 7-13.

Hardy, L., Jones, G. and Gould, D. (1996). Understanding psychological preparation for sport: theory and practice of elite performers. Chichster: Wiley & Sons.

Lucidi, F., Grano, C. e Mallia, L. (2009). L’auto-efficacia è un predittore della prestazione arbitrale nel calcio. Rassegna di Psicologia, Vol. XXVI, 3, 123-130.

Maohoney, A. J., Devonport, T. and Lane, A. M. (2008). The effects of interval feedback on the elf efficacy of netball empire. Journal of Sport Science and Medicine, 7, 39-46.

Martens, R. (1987). Choaces guide to sport psychology. Champaing, IL: Human Kinetics.

Weinber, R. S. and Richardson, P. A. (1990). Psychology of officiating. Champaing, IL: Leisure Press.

Laboratorio di competenza arbitrale

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Laboratorio di competenza arbitrale ufficiale di gara psicologia dello sport psicologia gestione errore gestione emozioni comunicazione arbitro arbitri   Il Laboratorio di Competenza Arbitrale è un programma studiato per incrementare due abilità psicologiche fondamentali alla prestazione dell’arbitro, migliorando la capacità di auto-controllo durante la performance e le capacità comunicative degli ufficiali di gara.
Il team di B-Skilled offre la possibilità di partecipare al laboratorio a gruppi di arbitri che decidono di migliorare la propria prestazione.

Scarica la brochure informativa per visionare il programma completo del laboratorio di competenza arbitrale.

PERCHE’ SERVE UN LABORATORIO DI POTENZIAMENTO PSICOLOGICO PER GLI ARBITRI?

Gli arbitri sportivi hanno un lavoro impegnativo, a causa dei molti aspetti di una partita da tenere in considerazione, della velocità e della complessità delle decisioni da prendere, delle ripercussioni sulle loro azioni, del numero di persone coinvolte nella partita, e spesso la natura ostile degli spettatori all’evento sportivo. Essi sono tenuti a svolgere diversi compiti, tra cui valutare e giudicare le azioni che si svolgono durante la partita, prendere decisioni rapide, gestire il gioco, prestando attenzione a diversi aspetti del gioco, mantenere l’ordine e risolvere le controversie (Tuero et al. , 2002). Tutto ciò non solo rende il lavoro molto complesso, ma rende anche facile commettere errori. Come conseguenza del costante processo decisionale, la soggettività degli arbitri durante la valutazione delle azioni e gli errori che possono fare, spesso vengono criticati per le loro decisioni (Anderson e Pierce, 2009).

Esattamente come tutti gli atleti, anche gli arbitri devono allenare, per poter migliorare la propria prestazione, alcune abilità mentali oltre a quelle fisiche e tecniche. Come gli atleti, quindi, è utile prima conoscere quali possono essere le abilità psicologiche necessarie a questa prestazione per poi poterle allenare.

Cosa si allena nel laboratorio di competenza arbitrale?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Laboratorio di competenza arbitrale ufficiale di gara psicologia dello sport psicologia gestione errore gestione emozioni comunicazione arbitro arbitri   I funzionari devono essere in grado di concentrare la propria attenzione e concentrazione, resistere sotto pressione, affrontare errori e situazioni avverse e impostare obiettivi realistici. (Weinberg and Richardson, 1990; Guillen, 2006).

In particolar modo nei training che proponiamo sosteniamo gli arbitri a potenziare due abilità fondamentali al loro successo:

  • La gestione delle Emozioni
  • La gestione della Comunicazione

Gestione delle Emozioni:
L’artbitro, avendo un ruolo decisionale molto dinamico, può, molto spesso, cadere vittima delle emozioni. Un non completo controllo emozionale può spingere l’arbitro a commettere errori decisionali, anche di forte impatto. La rabbia e la paura di fare errori sono le emozioni principali che un arbitro deve saper gestire, acquisendo strumenti di controllo emotivo adeguati.

Gestione della Comunicazione:
Per quanto riguarda la comunicazione, l’arbitro si trova a dover gestire due grandi problemi:

  • Le critiche e la rabbia altrui
  • La comunicazione efficace con gli altri membri dello staff arbitrale e con gli atleti

E’ fondamentale dunque imparare a comunicare in maniera efficace, con piena confidenza in se stessi, massimizzando l’efficacia nel trasmettere ciò che si vuole dire riducendo i tempi, gli errori e anche le emozioni negative che possono essere portate da una cattiva comunicazione.

BIBLIOGRAFIA:
  1. Anderson K. J., Pierce D. A. (2009). Officiating bias: the effect of foul differential on foul calls in NCAA basketball. J. Sports Sci. 27, 687–69410.
  2. Guillen F. (2006). “La psicología del arbitraje y del juicio deportivo [The psychology of refereeing and judging in sports],” in Deporte y Psicología, eds. Garcés de los Fayos E., Olmedilla A., Jara P., editors. (Murcia: Diego Marín; ), 667–684
  3. Guillen F., Feltz D.L, (2011). A conceptual Model of Referee Efficacy. Front Psychol; 2: 25.
  4. Tuero C., Tabernero B., Marquez S., Guillen F. (2002). Análisis de los factores que influyen en la práctica del arbitraje [Analysis of the factors affecting the practice of refereeing]. Sociedade Capixaba de Psicologia do Esporte 1, 7–16
  5. Weinberg R. S., Richardson P. A. (1990). Psychology of Officiating. Champaign, IL: Leisure Press

La trappola dell’esperto in psicologia dello sport

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La trappola dell'esperto in psicologia dello sport Torino psicologo dello sport Torino psicologo dello sport psicologia dello sport psicologia dello psort psicologia   Torniamo nuovamente ad affrontare un tema banale ma, evidentemente, non scontato: chi può esercitare in qualità di psicologo dello sport? La risposta è quanto mai semplice, quasi tautologica: può esercitare come psicologo sportivo uno psicologo, regolarmente iscritto all’albo professionale!!!

E c’era bisogno di scrivere un articolo?
Ebbene si, perché giusto qualche giorno fa l’ennesimo atleta si presenta nel nostro studio e ci dice (dopo diverse sessioni di lavoro svolte insieme):

“Il mio allenatore è convinto che avrei bisogno di lavorare sulla mia autostima, e mi ha proposto queste tecniche…!”
“Ah interessante! Allora anche lui ha studiato psicologia?”
“No, ma sta facendo un corso per diventare esperto in psicologia dello sport!”

A questo punto, un brivido corre lungo la nostra schiena per due motivi: il primo è che quanto è stato consigliato all’atleta è stato un estratto di psicologia spicciola che ha messo quanto mai in confusione il ragazzo e la seconda è perché… non esiste un corso per diventare psicologo dello sport!!! O meglio esiste, ma è molto diverso da quello che normalmente si immagina seguendo la logica molto italica del “in fondo siamo tutti un po’ psicologi!”.

Facciamo un salto indietro nel tempo e arriviamo al lontano 1989 quando venne emanata la legge 56/89 per istituire una professione regolamentata: lo psicologo!
In questo testo vengono elencati i requisiti per poter esercitare in qualità di psicologo e vengono poste le basi a tutela della popolazione che da quel giorno non ha più dovuto barcamenarsi in un mondo fatto di confusione, dove c’era poca differenza tra stregone, consigliere, prete o un professionista pagato per fare quattro chiacchiere! A distanza di quasi 30 anni però vediamo ogni giorno spuntare gli “esperti in psicologia” e quindi ci sembra doveroso fare chiarezza per aiutare le persone a non cadere nelle “trappole degli esperti”!

Esperto: dal vocabolario, colui che ha acquisito una lunga pratica in un determinato campo o conosce bene un determinato argomento di studio o lavoro. Sul concetto di “lunga pratica” ci si pone la domanda: quanto lunga? In uno studio del 1993 del professor Anders Ericsson dell’università del Colorado (The role of deliberate practice in the acquisition of expert performance), venne proposta una teoria secondo la quale per diventare esperto in una disciplina si necessitano almeno di 10.000 ore di pratica! Seguendo questo ragionamento viene difficile pensare che basti un corso di un centinaio di ore (a volte anche meno!) per diventare esperto in psicologia dello sport. Se però, alla formazione specifica in psicologia dello sport, sommiamo le ore investite nel percorso di laurea in psicologia con annessi tirocini formativi, ecco che i numeri si avvicinano vertiginosamente. Ha dunque un senso logico, per uno psicologo che dopo la laurea ha seguito un percorso formativo specifico in psicologia dello sport, definirsi esperto.
Ed ecco un altro annoso dilemma: “Ok, io non ho fatto psicologia, però ho seguito numerosi corsi, ho letto tantissimi libri e lavoro nel mondo dello sport da anni… anche il mio monte ore mi consente di definirmi esperto!!!“. Probabilmente si… ma essere esperti in questo settore, in Italia, allo stato attuale delle cose, non ti consente di poter operare come se fossi uno psicologo dello sportRitorniamo a dire che, per legge, gli unici che possono operare come psicologi dello sport sono gli psicologi.

E subito inizia il contraddittorio…
All’estero non funziona così…” “Ok, ma siamo in Italia, nel bene e nel male se vogliamo vivere in questo paese ci adattiamo alle regole del nostro stato. Anche noi se avessimo studiato in Inghilterra non avremmo investito 4 anni in una scuola di specializzazione per poter esercitare come psicoterapeuti… all’estero funziona così!”.

Avere un laurea non garantisce di saper lavorare bene in questo settore!” “Verissimo, un pezzo di carta non è sinonimo di garanzia. Per questo motivo noi psicologi facciamo parte di un ordine professionale che vigila sulle nostre azioni e verso il quale si può rivolgere l’utente insoddisfatto del nostro operato per segnalare eventuali mancanze, omissioni, violazioni del codice deontologico o abusi. Nelle professioni non regolamentate questo supporto di tutela al cliente non c’è. Se vai da uno stregone e questo ti crea dei danni, puoi soltanto lamentarti con te stesso perché nessuno lo convocherà mai davanti ad una commissione disciplinare a giustificare il suo operato con il rischio di radiazione e cessazione della sua attività professionale. Quindi è vero che la laurea non garantisce necessariamente un buon servizio ma c’è una istituzione (l’Ordine professionale a cui è necessario appartenere per poter esercitare!) che svolge questa funzione per noi!”

E possiamo continuare per ore…

La lotta per la tutela della professione ha come scopo primario il rispetto degli utenti che, non per colpa loro, vivono perennemente nella confusione e nell’ignoranza (nel senso etimologico del termine!). Ancora oggi, nel 2015, molte persone non conoscono la differenza tra uno psicologo e uno psichiatra! Figuriamoci se si  riesce a cogliere la sottile differenza tra uno psicologo dello sport e un esperto in psicologia dello sport!

Così fioriscono le gabole linguistiche per aggirare il problema. Nascono schiere di “specializzati in psicologia dello sport”, ma l’unica specializzazione riconosciuta a livello ministeriale in Italia è la specializzazione in psicoterapia. Quindi gli “specializzati” in psicologia dello sport non esistono!
Potremmo parlare allora di “formati in psicologia dello sport”: coloro che hanno seguito un corso di formazione. Così saremmo nel giusto ma “formato in…” ha poco appeal nel marketing! E comunque, ribadiamo per la terza volta: avere una formazione in psicologia dello sport non consente di operare come psicologo dello sport se non si è uno psicologo regolarmente iscritto all’albo professionale!!
Allora togliamoci dall’impiccio di usare la parola psicologia e usiamo dei sinonimi: “Esperti di mental training… esperti di mental coaching… esperti di mind performances…” In questi anni ci siamo divertiti a raccogliere le varie diciture (alcune sono veramente da premiare per la loro creatività!) ma vi facciamo una domanda: voi andreste a farvi curare da un “esperto di performances ginecologiche” che non sia un medico specializzato in ginecologia???

E allora diventiamo esperti di tecniche così nessuno ci può dire nulla… Noi siamo “Esperti in tecniche di ottimizzazione della prestazione...” Voilà, non si parla di psicologia, non si parla di mente… siamo a posto!
Lo sappiamo… siamo noiosi… ma dobbiamo ricordare che esistono gli “atti tipici di una professione“, che consistono in “una competenza esecutiva e contestualizzante di una technicality disciplinare, che avviene alla luce di una specifica e dimostrabile capacità di inquadramento scientifico- concettuale, e di un’approfondita comprensione teorica dei processi strutturali che rilevano per la situazione di merito, con uno scopo professionale esplicito. Questo lo distingue da un’azione “generica” (http://www.psy.it/allegati/promozione-e-prevenzione.pdf).  E in Italia, coloro che eseguono atti tipici di una professione senza avere i requisiti per poter esercitare quella professione possono rientrare in una situazione di “abuso professionale”.
Non sentirete mai qualcuno definirsi: “Io non sono un medico, ma sono un esperto in gastroscopie!”. Perchè l’esecuzione di una gastroscopia è un atto tipico della professione medica!!

In conclusione, perché abbiamo scritto tutto questo? Per gettare un sassolino nel mare e cercare di fare chiarezza verso la popolazione che ci legge, per aiutare gli utenti a scegliere il supporto migliore per le loro esigenze. Attraverso la conoscenza possiamo riconoscere le possibili “trappole” che ci vengono poste e possiamo decidere con consapevolezza a chi affidare la nostra salute e la nostra mente.
Se dopo che sappiamo tutto questo, consapevoli dei rischi che corriamo, decidiamo lo stesso di andare a farci curare i denti “dall’esperto” del paese, che non ha la laurea ma ne ha curati tanti”… questo è libero arbitrio e come tale va rispettato!

Le 10 caratteristiche del top player nel calcio

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le 10 caratteristiche del top player nel calcio top player psicologia dello sport psicologia preparazione mentale mental training game intelligence calcio   Avete mai sentito parlare di game intelligence? Secondo voi, che cosa distingue un bravo calciatore da un vero campione?

Le ricerche scientifiche svolte negli ultimi decenni ci dicono che i calciatori esperti, a parità di competenze fisico, tecniche e tattiche:

  • Hanno un’attenzione selettiva ad alcuni stimoli rilevanti per il gioco
  • Attivano di conseguenza processi percettivi più focalizzati e rapidi
  • Hanno un più rapido accesso al magazzino di memoria a lungo termine in cui sono conservati schemi di gioco e di spazio
  • E di conseguenza, eseguono delle predizioni (anticipazioni di eventi) più accurate paragonando la situazione con le informazioni apprese.
  • Le fasi precedenti permettono una rapida ed efficace presa di decisione e soluzione di problemi
  • Inoltre mantengono elevato questo processo anche in condizioni di stress!

Se volete approfondire le 10 caratteristiche mentali che caratterizzano un top player vi consigliamo l’articolo del coach Fabio Patteri, (preparatore atletico professionista con abilitazione a “preparatore atletico” presso la FIGC settore tecnico e ideatore del sistema di allenamento Soccer Training ed Emotional Fitness) con cui collaboriamo per sviluppare l’area dedicata al mental training.

Leggi l’articolo!

Sport e gioco d’azzardo patologico: quali punti di contatto?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sport e gioco d'azzardo patologico: quali punti di contatto? Torino sportivi psicologia dello sport psicologia gioco d'azzardo patologico gambling clinica dello sport atleti

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sport e gioco d'azzardo patologico: quali punti di contatto? Torino sportivi psicologia dello sport psicologia gioco d'azzardo patologico gambling clinica dello sport atleti   Il gioco d’azzardo patologico (GAP), o “gambling”, è un disturbo psicologico che nel DSM V, il manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, viene collocato nel settore delle dipendenze.  La ricerca scientifica ha infatti rilevato che le analogie tra GAP e dipendenze chimiche vanno ben al di là della fenomenologia comportamentale.

Ma cosa c’entra tutto questo con lo sport? La ricerca su atleti e gioco d’azzardo compulsivo è estremamente scarsa, tuttavia alcuni studi ci dicono che gli atleti possono essere più vulnerabili rispetto alla popolazione generale in termini di dipendenza dal gioco patologico. Questi elementi di vulnerabilità riguardano alcune caratteristiche molto comuni fra gli atleti: elevati livelli di energia, aspettative di vittoria, personalità estremamente competitiva, propensione al rischio e tendenza all’ottimismo. Questi aspetti psicologici sono assolutamente positivi nella vita degli atleti e spesso sono la chiave del loro successo sportivo, tuttavia possono rappresentare un “fattore predisponente” se parliamo di GAP. Chiaramente con questo non vogliamo dire che tutti gli atleti siano potenzialmente dei giocatori patologici, tuttavia alcuni dati di ricerca ci mostrano un’elevata presenza di questo disturbo nella popolazione degli atleti.

Sicuramente molti ricordano i problemi di gioco patologico del grande campione di basket Michael Jordan; mentre in Italia alcuni sportivi hanno dichiarato la loro passione per il poker online, come i calciatori Francesco Totti e Christian Vieri e gli sportivi Aldo Montano, Igor Cassina e Alberto Tomba (sebbene la diatriba sul considerare il poker come gioco d’azzardo o meno è ancora molto aperta!).

Il gioco d’azzardo può essere spesso visto come un fattore di co-morbidità con altre dipendenze o problemi come la depressione, tuttavia, la sua prevalenza negli atleti come unico disturbo, non dovrebbe essere trascurato. Gran parte della ricerca all’interno di questa area è stato condotta su atleti universitari in quanto sembrano essere una popolazione particolarmente sensibile al problema di gioco d’azzardo (Gerstein et al., 1999).

Rockey (1998) ha riferito che gli atleti (in confronto a tutti gli altri studenti, non atleti) avevano tassi più elevati di sintomi legati al gioco d’azzardo patologico. Tra gli atleti intervistati, il 12,4% aveva un comportamento problematico (rispetto al 7,3% di tutti gli studenti) e il 6,2% ricadeva in un range patologico. Rockey, Beason e Gilbert (2002) supportato questi risultati, notando che gli atleti universitari hanno un più alto tasso di gioco d’azzardo problematico rispetto ai non atleti. Inoltre, i risultati di questo studio suggeriscono che gli atleti preferiscono scommettere su giochi che includono un alto livello di abilità.

Perchè gli atleti sono particolarmente vulnerabili al gioco d’azzardo? Secondo Curry & Jiobu (1995), gli atleti sono allenati alla competizione durante il corso della loro carriera agonistica e questo aspetto può, a volte,  traboccare” dall’arena di gioco alla vita quotidiana. Il gioco d’azzardo, nelle sue molteplici forme, da all’atleta luoghi alternativi in cui può continuare a competere. Gli atleti, come quelli che sono dipendenti da alcol o droghe, tendono a sviluppare una tolleranza alladrenalina” associata alla competizione: molti di loro tendono a rimanere attivamente competitivi anche quando le attività sono amichevoli o ludiche. Gli atleti per natura sono individui estremamente competitivi a cui non piace la sconfitta: questo è un fattore che può predisporre il circolo vizioso del gioco patologico “per recuperare” dopo una perdita. L‘inizio della dipendenza è subdolo, manipolatore, e distruttivo per molti.

Curry e colleghi (1995) hanno valutato i problemi di gioco d’azzardo negli atleti universitari e hanno concluso che i giocatori e gli atleti sono guidati da due motivazioni comuni: la competizione e le ricompense estrinseche. Per l’atleta, il gioco d’azzardo può essere un’altra possibilità (alternativa o complementare allo sport) per raggiungere lo status dimostrando una maggiore abilità, conoscenze o coraggioRecenti ricerche hanno suggerito che gli atletiin pensione” sono soggetti particolarmente sensibili al gioco d’azzardo patologico.

Vediamo quali sono alcuni “campanelli” d’allarme per evitare di sviluppare una condizione di gioco d’azzardo patologico:

  • Pensieri costanti riferiti al  gioco d’azzardo o al modo di ottenere soldi per giocare
  • Sviluppare un atteggiamento difensivo rispetto a chi commenta le sue abitudini legate al gioco
  • Cercare di minimizzare le sue abitudini (frequenza di gioco o soldi spesi)
  • Nei casi più gravi, si può iniziare a mancare a partite o allenamenti per recarsi a giocare
  • Sensazione di irritabilità quando non si può giocare
  • Chasing”: tentativo di recuperare le perdite, continuando a giocare sempre di più
  • Aumentare gli importi delle scommesse al fine di raggiungere l’eccitazione desiderata
  • Tentativi falliti di controllare, ridurre o interrompere il gioco d’azzardo

Se pensi di avere questo tipo di problema, o conosci qualcuno che possa averlo, non aspettare ma intervieni subito chiedendo aiuto ad un professionista prima che la situazione sfugga al tuo controllo.

Bibliografia

 

 

Dalla pizza insieme al vinciamo insieme: la coesione di gruppo!

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Dalla pizza insieme al vinciamo insieme: la coesione di gruppo! team squadre sport psicologia dello sport psicologia obiettivi gruppo goal setting coesione   Se si pensa agli ingredienti fondamentali per un’ottima prestazione all’interno di squadre sportive, sicuramente uno dei primi punti che viene in mente è la “coesione”. La coesione è una dinamica che, per quanto sia fondamentale, rischia a volte di essere sottovalutata, forse perché non sempre si sa come potervi lavorare o perché, come spesso accade, si considera la coesione come semplice amicizia tra gli atleti.

Dalla pizza insieme…
Il discorso di come poter lavorare sulla coesione parte infatti da un approfondimento su cosa, all’interno dello sport (ma non solo…), si intenda con il concetto di coesione. Molto spesso con la coesione si indica semplicemente un rapporto di amicizia che lega gli appartenenti ad una squadra; viene quindi facilmente confusa la coesione con l’andare a mangiare la pizza insieme alla fine delle partite o dell’allenamento; quanti più atleti si va in pizzeria, più la squadra è coesa.

 …Al “vinciamo insieme”.
Per quanto in una squadra, come in qualsiasi gruppo umano, sia molto importante che vengano mantenuti dei rapporti umani positivi, la coesione è un qualcosa che va oltre all’amicizia. Esistono, infatti, due tipi distinti di coesione (Carron, 1985):

  • La coesione orientata al sociale che è appunto il collante sociale che tiene unite delle persone all’interno di un gruppo e
  • la coesione orientata al compito che è quanto i membri di un qualsiasi gruppo sono uniti nel cercare di portare a termine un compito.

In situazioni di competitività, come può essere lo sport o un contesto aziendale, per poter cercare di raggiungere una prestazione eccellente, è molto importante, quindi, focalizzarsi sulla coesione orientata al compito.

Obiettivi condivisi
Il modo migliore per poter lavorare sulla coesione orientata sul compito è fare in modo che tutti gli appartenenti ad una squadra siano motivati a portare a termine il compito di gruppo, a raggiungere quindi un obiettivo. Quanto più un obiettivo è “sentito” da tutti i membri di un gruppo, più è facile che ci sia un’unità nel cercare di raggiungerlo.

Goal Setting
Per poter avere una coesione di gruppo adeguata, quindi è fondamentale una strategia di goal setting che permette alla squadra di avere degli obiettivi che siano:

  • Condivisi da tutti i membri. Se tutti quanti i membri della squadra considerano importante l’obiettivo, saranno sicuramente più uniti nel cercare di raggiungerlo.
  • Chiari. L’obiettivo deve essere chiaro per tutti, così che tutti possano identificarsi.
  • Stimolanti per la squadra. L’obiettivo deve essere stimolante per fare in modo che la motivazione a raggiungerlo sia sempre alta in tutti i membri.

Questi obiettivi devono essere decisi dal gruppo e possono essere creati in aggiunta a quello che magari viene dato dalla società o dall’allenatore (ovviamente non devono essere in contrasto…). Lavorando in questa direzione, motivando quindi tutti (o la maggior parte) degli atleti della squadra a raggiungere un obiettivo, è molto più facile creare un gruppo unito.

 E la pizza?
Come abbiamo visto prima, è comunque importante che ci siano dei buoni rapporti sociali all’interno di una squadra e che quindi se dopo le partite ci si ritrova tutti insieme in pizzeria, sicuramente può essere un aiuto, anche se non è il segnale maggiore di una coesione. Portate quindi i vostri atleti in pizzeria ma per avere un gruppo unito non dimenticatevi di renderli motivati a raggiungere un obiettivo!

Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un’integrazione possibile? – prima parte

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? - prima parte terapia cognitivo comportamentale TCC sport psicoterapia psicologia ipnoterapia ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? - prima parte terapia cognitivo comportamentale TCC sport psicoterapia psicologia ipnoterapia ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous   Nella pratica sportiva, e non solo, utilizziamo l’ipnosi come tecnica per l’incremento delle performance. Questo spesso induce le persone a dubitare della scientificità del nostro approccio. Gli articoli che seguiranno hanno lo scopo di raccontare qualcosa in più circa la scientificità dell’ipnosi e sulla sua integrazione con metodologie operative “evidence based” come l’approccio cognitivo-comporamentale. In questo primo articolo facciamo un tuffo nella storia dell’ipnosi e TCC per scoprirne in punti di contatto…

Cosa intendiamo per ipnoterapia cognitivo-comportamentale? Questo termine viene spesso utilizzato in riferimento all’integrazione dell’ipnosi con la terapia cognitivo-comportamentale. Tuttavia, come vedremo, può significare anche una riconcettualizzazione cognitiva-comportamentale dell’ipnosi, attraverso una spiegazione dei processi psicologici coinvolti nella “trance ipnotica”. Secondo questa concezione l’ipnoterapia è innanzitutto una terapia della “suggestione immaginativa”, che è utilizzata per stimolare un’immaginazione cosciente e profonda a sufficienza per generare un cambiamento terapeutico. Esistono altri modelli di riferimento teorici per spiegare l’ipnosi: quello di matrice psicodinamica o quello ericksoniano per esempio. Tuttavia il nostro orientamento è cognitivo-comportamentale poichè è l’approccio che, ad oggi, ha dimostrato le maggiori evidenze scientifiche di efficacia.

Ipnosi e TCC: una storia in comune
L’approccio cognitivo-comportamentale all’ipnosi riprende la definizione data da Braid, nel 1841-42, che viene considerato come il fondatore dell’ipnosi moderna e primo utilizzatore del termine ipnosi, come abbreviazione del termine “neuro-ipnosi”. La visione di Braid all’ipnosi può essere così sintetizzata:

  • Egli considera l’ipnosi con una forma di concentrazione conscia e immaginazione attiva (al contrario del concetto psicodinamico di mente inconscia);
  •  Egli non parlò mai di “trance” non credendo che le tecniche ipnotiche potessero generare uno stato particolare di coscienza, in contrapposizione con i sostenitori dell’ipnosi come stato alterato;
  • parlò di suggestioni proposte dall’ipnotista ma le considerava primariamente una forma di autosuggestione  e il ruolo dell’ipnotista era semplicemente quello di guidare la persona a focalizzare l’attenzione su un’idea dominante;
  • rifiutò sempre il termine “ipnotismo” come forma abbreviata di “neuro-ipnotismo”, perché riportava al concetto di sonno che nulla ha a che vedere con il concetto di ipnosi;
  •  adottò sempre un approccio scientifico ed empirico per sviluppare la sua teoria e la sua pratica.

Dalla concettualizzazione di Braid deduciamo che: “l’ipnosi è un processo di focalizzazione dell’attenzione su delle idee capaci di attivare dei riflessi ideomotori (o ideosensori)”.  Traduciamo  questa frase in termini più cognitivi-comportamentali: “ l’ipnosi  è un processo di focalizzazione dell’attenzione su uno dei pensieri in grado di evocare dei comportamenti specifici, overt (manifesti) e covert (non manifesti o interni)”.

Molti dei grandi nomi della terapia cognitivo-comportamentale hanno utilizzato nella loro pratica, almeno all’inizio tecniche ipnotiche: basti ricordare Josep Wolpe, l’autore che ha maggiormente comportamentale, originariamente descrisse questa tecnica come “desensibilizzazione ipnotica” (Wolpe, 1958, p.203; Wolpe 1954).
In maniera simile, Andrew Salter,  uno dei co-fondatori  della terapia comportamentale e uno dei principali  pionieri dei training sull’assertività fu un ipnotista. Salter ci parlò infatti dell’ipnosi come della “terapia del riflesso condizionato”, sulla base delle teorie di Pavlov e Hull (Salter 1949). Molte altre tecniche  che fanno parte del patrimonio della terapia comportamentale sono state precedute da tecniche simili, chiamate in modo diverso, utilizzate dagli ipnotisti dell’epoca. Recentemente il ricercatore Irving Kirsch  ha enfatizzato come molte tecniche immaginative che si ritrovano nella terapia comportamentale e nella terapia cognitivo-comportamentale (desensibilizzazione sistematica, tecniche avversive e modellamento immaginativo)  ricordano delle tipiche tecniche ipnotiche, senza menzionare la parola “ipnosi” (Kirsch, 1999, p. 217).
Ma facendo un passo ancora indietro non possiamo non ricordare l’enorme contributo all’interazione tra ipnosi e terapia comportamentale portato da Pavlov  e dalla scuola russa, in contrapposizione all’uso dell’ipnosi che venne fatto dagli psicoanalisti in America e in Europa occidentale. I ricercatori sovietici proposero delle teorie sull’ipnosi basate sul concetto di “inibizione corticale” proposto da Pavlov. In contrapposizione con l’utilizzo psicodinamico dell’ipnosi, i ricercatori sovietici proposero una terapia di condizionamento ipnotico breve  supportato da numerose prove cliniche sperimentali (Platonov, 1959).
Anche Ellis,  nella sua adolescenza, studiò le tecniche di autosuggestione di Couè che sicuramente ebbero influenze sullo sviluppo futuro del suo approccio terapeutico.
Il primo grande programma sperimentale di ricerca ipnotica fu condotto dallo psicologo comportamentista Clark L. Hull  e  riassunto nel suo saggio “Hypnosis and Suggestibility: an experimental approach” (1933). Hull concluse dopo numerosi studi che non ci fosse distinzione tra  un’induzione ipnotica e una suggestione ordinaria, fatta eccezione per il fatto che le induzioni ipnotiche sembravano essere seguite maggiormente con un relativo incremento della suggestionabilità. Sembrava dunque che qualsiasi cosa che possa essere evocata in ipnosi possa essere manifestata anche senza ipnosi: regressione, amnesia, allucinazioni, eccetera. In altre parole si arrivò a dire che lo stato di ipnosi non è nulla di speciale, drammatico o anormale come spesso si crede nella concezione popolare.

Il primo autore ad utilizzare esplicitamente il termine cognitivo-comportamentale in relazione con l’ipnosi fu Barber  nel suo lavoro del 1974.  Basandosi sulle ricerche scientifiche, Barber e i suoi collaboratori, ridefinirono l’ipnosi in termini di un particolare “cognitive set” (o mental set) molto simile agli ordinari processi cognitivi e comportamentali. Questo “set cognitivo” consiste in un insieme di pensieri, immagini, aspettative, predisposizione all’ipnosi, motivazione, coinvolgimento, fantasie, orientamento al risultato abbinati a particolari sensazioni fisiche, che possiamo definire “stato mentale di ipnosi”.

Questa definizione è supportata da diversi studi che ci dicono che l’induzione ipnotica tende semplicemente ad aumentare la responsabilità alle  suggestioni che vengono proposte (Barber, Spanos e Chaves, 1974).  Anche l’avvento delle tecniche di neuroimaging  non è servito a dimostrare che il cervello in stato di ipnosi raggiunga uno “stato unitario”  ma si è dimostrato che differenti pattern di attività neurologica si osservano differenti tipi di suggestione (Raiville, 2000).  Nonostante queste conclusioni Barber continuò ad utilizzare tecniche ipnotiche perché riscontrava comunque dei benefici nei suoi pazienti, legate soprattutto alle aspettative positive che le persone hanno rispetto questo tipo di procedura.
Seguendo lo schema di Barber la riconcettualizzazione cognitiva dell’ipnosi potrebbe essere così sintetizzata:

ANTECEDENTE

COMPORTAMENTO

CONSEGUENZA

Induzione ipnotica e suggestione

Sviluppo di un set cognitivo o Hypnotic mind set

Immaginazione attiva e consapevole

Risposte ipnotiche

In accordo con i teorici cognitivi-comportamentali, il soggetto sottoposto di ipnosi non risponde meccanicamente alla suggestione ma  attiva un processo creativo di problem solving  in immaginazione.

Da questa breve rassegna storica non c’è dubbio che l’ipnosi e la terapia cognitivo-comportamentale siano legate fra di loro più di quanto lo si voglia ammettere. Le tecniche ipnotiche possono essere considerate precursori di alcune tecniche cognitive-comportamentali e l’ipnotismo (come insieme di tecniche) può inserirsi nell’approccio cognitivo-comportamentale rispondendo adeguatamente ai criteri proposti da Beck quando parò della terapia cognitiva come “un approccio eclettico in cui possono essere inserite diverse tecniche che abbiano però dei requisiti comuni” (Alford e Beck, 1997, p. 91). Questi criteri sono:

  • Le tecniche devono essere coerenti con i principi della terapia cognitiva;
  •  l’intervento terapeutico deve derivare da un’adeguata concettualizzazione del caso;
  •  il trattamento deve avvenire in un contesto di collaborazione e di scoperta guidata;
  •  ogni sessione deve essere monitorata in termini di avanzamento dei progressi.

Le tecniche ipnotiche rispondono positivamente a questi criteri e inoltre vi sono altre ragioni per integrare l’ipnosi nella TCC, come ci suggeriscono numerosi autori:

  • molti clienti hanno alte aspettative rispetto a questa tecnica, percependo il “potere” dell’ipnosi;
  •  le tecniche ipnotiche sono capaci di indurre un  rilassamento profondo;
  •  l’ipnosi è in grado di facilitare la dissociazione (detachment)  particolarmente utile in alcune condizioni cliniche, ad esempio il controllo del dolore;
  •  l’ipnosi frequentemente riesce indurre una maggior vividezza di dettagli nelle immagini mentali che può potenziare  gli effetti delle tecniche di visualizzazione, comprese le termiche di esposizione in immaginazione;
  •  l’ipnosi sembra facilitare l’accesso all’esperienza emozionale, soprattutto nelle sessioni di regressione e abreazione, che possono potenziare gli effetti degli interventi terapeutici basati sul concetto di esposizione prolungata;
  •  i training di autosuggestione e autoipnosi offrono ai clienti la possibilità di allenare strategie di coping  applicabili in una grande varietà di situazioni;
  •  gli ipnoterapeuti,  grazie al loro complesso bagaglio di tecniche di immaginazione e tecniche verbali, hanno da sempre sviluppato la capacità di registrare tracce audio e possono essere utilizzate come supplemento alle sessioni di lavoro individuale.

Per ritornare alla domanda iniziale di questo articolo: “è possibile un’integrazione efficace tra ipnosi e CBT?”. Per noi, e non soltanto per noi, senza dubbio la risposta è: “Si”.

 Bibliografia:

  • Robertson D., “The practice of cognitive-behavioural hypnotherapy. A manual for Evidece-based Clinical aHypnosis”, Karnac, 2013
  • Braid J, “The discovery of hypnosis: the comple writing of James Braid, the father of hypnotherapy”, The Hational Council for hypnotherapy (NCH), 1843
  • Wolpe J., “Psychotherapy by reciprocal inhibition”, Standford University Press, 1958
  • Salter a., “Conditioned reflex therapy”, Wellnes Institue Ltd, 1949
  • Kirsch I., Clinical hypnosis as a nondeceptive placebo in Kirsch I, Capafons A, Cardena-Buelana E “Clinical Hypnosis e Self-regulation: cognitive behavioural perspective”, Washington APA, 1999
  • Hull, CL, “Hypnosis e suggestibility: an experitmental approach”, Crown House Publishing, 1933
  • Platonov K, “The word as a physiological and therapeutic factor: the theory and practice of psychotherapy according to IP Pavlov”, Foreing Language publishing house, 1959
  • Barber TX, Spanos NP, Chaves JF, “Hypnotism, imagintation e Human Potentialitie,”, Pergamon Press, 1974
  • Alford BA, Beck AT, “The integrative power of cognitive therapy”, Guilford, 1997
  • Chapman RA, “The clinical use of hypnosis in cognitive behaviour therapy”, Springer Publishing Company, 2006
  • Lynn SJ, Rhue JW, “Theories of hypnosis”, the guilford press, 1991
  • Lynn SJ, Kirsch I, “Essential of Clinicaly Hypnosis. An evidence based approach”, American Psychological Association, 2006

 

Articolo tradotto e sintetizzato da Gladys Bounous (psicologa, ipnologa, specializzanda in terapia cognitivo-comportamentale)

Supervisione in psicologia dello sport

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Vorresti avere un confronto sulle tecniche e gli strumenti da utilizzare nel lavoro che svolgi con squadre e atleti?
Devi presentare un progetto in psicologia dello sport ma non sei sicuro di come svilupparlo?
Vorresti ampliare gli strumenti operativi che già possiedi, conoscendone di nuovi?

La supervisione è un momento in cui si riflette su cosa si sta facendo.
La supervisione è un momento di riflessione su come intervenire, promuovendo un certo grado di autonomia.
La supervisione è
un modo per perfezionare e ampliare gli strumenti operativi di cui si dispone.
La supervisione è anche uno spazio dove poter affrontare le difficoltà emotive che a volte si incontrano durante la propria pratica professionale.
La supervisione non è una psicoterapia ma un momento di formazione e crescita personale.

Il team di supervisione
Il team di BSkilled è composto da professionisti che operano nel settore della psicologia sportiva da più di 10 anni.
I nostri professionisti hanno esperienze con atleti e squadre di alto livello e hanno operato all’interno di società sportive, conoscendone le dinamiche.
I nostri supervisori hanno seguito colleghi psicologi in fase di tirocinio, preparazione  e discussione tesi.
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La supervisione in psicoloia dello sport avviene:
– Personalmente: presso la nostra sede di Via Pietrino Belli 43 a Torino
– Via Skype: in sessioni concordate preventivamente e pagabili online
– Via Mail: solo per il trasferimento di materiale e file operativi.

 

Le nostre competenze:

  • 
Approccio cognitivo comportamentale
  • Ipnosi
  • Tecniche di rilassamento
  • Tecniche di goal setting
  • Tecniche di biofeedback
  • Training per la concentrazione
  • Allenamenti propriocettivi e ideomotori
  • Gestione degli infortuni
  • Decondizionamento da traumi
  • Strumenti di assessment e testistica
  • Gestione self talk
  • Progettazione di interventi formativi
  • Supporto agli allenatori e dinamiche di squadra

 

Contatta il nostro staff per prenotare il tuo incontro di supervisione su info@bskilled.it o direttamente con la responsabile del servizio: gladys.bounous@bskilled.it