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Le tre C del capitano sportivo

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le tre C del capitano sportivo Torino team squadra sport psicologia dello sport psicologia leadership leader fiducia errori cura credibilità coraggio coerenza capitano allenatore   Essere stato nominato capitano della squadra è abbastanza un onore per ogni atleta. La scelta del capitano rappresenta spesso la manifestazione del rispetto e della fiducia di una squadra nei confronti del suo leader. Tuttavia, all’onore si aggiunge anche una grande responsabilità. Un capitano deve rendere conto alla squadra dopo una brutta prestazione e deve essere in grado di condurre la squadra nella direzione desiderata. E’ importante che sappia mantenere il controllo nelle situazioni di pressione e che sappia essere il modello di eccellenza per i compagni. Spesso, allenatori e atleti si aspettano molto dai loro capitani quindi,  vale la pena di essere un capitano?

Essere scelto come leader di una squadra è sicuramente un’esperienza di crescita molto forte per ogni atleta tuttavia è importante non dar mai per scontato il proprio ruolo. Ricordiamo così la regola delle tre C!

Cura
i grandi capitani hanno un innegabile passione per il gioco, per competere e per i loro compagni di squadra . Hanno messo il successo della squadra prima dei propri bisogni e sono veramente interessati del benessere di tutti i membri del team. Il capitano dunque “si prende cura”: dovrebbe trattare tutti i compagni di squadra con rispetto e riconoscere i contributi di tutti i membri del team. Qualsiasi problema con un compagno di squadra viene gestito in privato e in modo positivo per affrontare la situazione e trovare una soluzione. Il capitano deve essere anche la persona in grado di fermare la diffusione rumor e pettegolezzi: comportamenti distruggono chimica di squadra .

Coraggio
I capitani sono disposti a farsi avanti. Come un capitano coraggioso  è necessario ” passare dalle parole ai fatti” e non si può avere paura di competere nelle peggiori delle situazioni . Capitani coraggiosi per dare l’esempio per il resto della squadra! Le vostre azioni devono incarnare i valori fondamentali della squadra, soprattutto nei momenti di avversità . Essere un modello di coraggio e di dedizione per i vostri compagni di squadra, impostando obiettivi alti e lavorando sodo per raggiungerli. Infine, come un capitano coraggioso è necessario dimostrare che ci si fida dei propri compagni di squadra e allenatori, anche nei momenti in cui, magari, i propri compagni non riescono a dare il meglio di loro.

Coerenza
Capitani efficaci devono essere un modello di coerenza. Per essere un capitano coerente è necessario dare il 100 % sforzo in ogni allenamento e partita. Non si può “predicare bene e razzolare male” e sperare di guadagnarsi il rispetto di compagni di squadra e allenatori. Non esistono scorciatoie, esiste la comunicazione e la negoziazione! È importante sottolineare che per essere un capitano coerente si deve restare fedele al proprio stile  e di non cercare di essere qualcun altro .

Lavorando su queste 3 C vi farà guadagnare la 4 C: la Credibilità. Niente è più importante che essere percepito come leader credibile e affidabile!

Alcune persone esprimono queste caratteristiche in modo spontaneo, le hanno apprese nel corso della vita perchè nessuno… è nato capitano! E’ importante confrontarsi con altri capitani, sapere come loro hanno gestito alcune situazioni, imparare da chi ha più esperienza, confrontandosi spesso con gli allenatori.
Il ruolo del capitano è fondamentale per ogni squadra ma bisogno imparare a farlo, imparare a fare ciò che è giusto per la squadra anche se non è la scelta più semplice, fare senza parlare troppo, imparare dai propri errori.

Una delle frasi che ripetiamo spesso ai nostri atleti e che può essere un buon spunto di rilfessione è

“non dirimi ciò che farai, ma fai ciò che dici”.

Questo è il segreto di un buon capitano!

Allenatori e genitori: mission impossibile?!

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Allenatori e genitori: mission impossibile?! psicologia dello sport psicologia genitori allenatori allenamento mentale   Lavorando nella formazione degli allenatori sportivi sappiamo che il tema dell’interazione con i genitori è un aspetto sempre molto “caldo”. Gli allenatori spesso si sentono ostacolati dai genitori nello svolgimento del loro ruolo, mentre i genitori si sentono estromessi da un aspetto così importante per la crescita dei loro figli.

Ovviamente non tutte le situazioni sono così, ma basta fare un giro per i campi da calcio la domenica mattina per avere un’idea di cosa stiamo parlando. Genitori che diventano allenatori dagli spalti, allenatori innervositi da tutto questo e alla fine chi viene coinvolto in prima persona è il giovane atleta. La psicologia dello sport può essere di grande aiuto per il supporto degli allenatori che vivono queste dinamiche così impegnative.

In questo e-booklet gratuito abbiamo raccolto alcuni dei suggerimenti che possono essere di aiuto agli allenatori nell’impostazione di una corretta gestione del rapporto con i genitori!
Buona lettura!

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Come realizzare un’analisi della propria prestazione mentale.

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Come realizzare un'analisi della propria prestazione mentale. valutazione Torino test psicologia sport psicologia prestazione assessment   Un buon training di allenamento mentale inizia da una buona valutazione del profilo mentale dell’atleta.
Questa procedura consente allo psicologo sportivo di identificare con precisione le aree che l’atleta deve andare a potenziare durante il suo programma di allenamento. La fase di assessment (valutazione) iniziale è dunque indispensabile per riuscire a pianificare bene gli obiettivi di allenamento e consente un monitoraggio costante durante tutto il programma per quanto riguarda la crescita e il miglioramento delle abilità.

 Le ricerche scientifiche hanno consentito lo sviluppo di numerosi test e questionari applicabili in campo sportivo. B-Skilled ha selezionato i più validati questionari italiani e stranieri creando una batteria per l’indagine della prestazione mentale in ambito sportivo a 360°.

 Lo Sports Assessment Questionnaire si insersice all’interno del nostro modello di lavoro, EVOLUTION, e consente di evidenziare lo stato e il livello delle nove abilità fondamentali per il raggiungimento di uno stato mentale adeguato alla prestazione sportiva. Lo Sports Assessment Questionnaire permette di realizzare un profilo psicologico dell’atleta basato su nove abilità:

  • Autoefficacia (E)
  • Motivazione (V)
  • Arousal psicofisiologico (O)
  • Gestione emozioni (L)
  • Attenzione e Concentrazione (U)
  • Gestione dell’inatteso (T)
  • Resilienza (I)
  • Locus of control (O)
  • Strategie di apprendimento (N)

vengono indagate attraverso 11 schede, autocompilate dall’atleta, ed elaborate e restituite all’interessato attraverso dei grafici ed una valutazione quantitativa, oltre che qualitativa del suo profilo psicologico. All’atleta viene richiesto di rispondere a diverse domande seguendo le istruzioni riportate su ogni scheda. Il tempo di compilazione varia da 40 a 50 minuti.
Oltre a queste indicazioni viene rilevata la presenza (o meno) di alcune strategie fondamentali per la corretta gestione della performance, quali ad esempio un adeguato self-talk o una corretta pianificazione degli obiettivi.

L’assessment può essere completato da una fase di rilevazione di parametri fisiologici attraverso apposite apparecchiature di biofeedback in un protocollo studiato e validato apposta per gli sportivi.

Per sapere come realizzare il profilo della tua prestazione mentale utilizzando lo Sport Assessment Questionnaire, contattaci.

Perchè lo fai?

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Cliente: “Dottoressa, sento di aver bisogno di aiuto”
Psicologo: “In che cosa pensa che io possa aiutarla?”
Cliente: “Ho paura di non farcela…”
Psicologo: “Paura di farcela a fare, cosa?”
Cliente: “Voglio attraversare l’oceano con la mia barca
a vela, da sola. E non l’ho mai fatto prima. Questo mi
crea qualche preoccupazione…”

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Perchè lo fai? vela in solitaria vela traversata oceanica traversata Torino sport psicologia dello sport psicologia navigatori solitari estremo   Se lo psicologo in questione fosse uno psicologo clinico probabilmente la successiva domanda sarebbe stata: “Perché sente il bisogno di attraversare l’oceano da solo??!”.
Ma se lo psicologo è uno psicologo sportivo si limiterà semplicemente ad esclamare: “WOW!”.

Wow… perché ritengo che non ci sia nulla di più entusiasmante per uno psicologo sportivo di avere la possibilità di osservare la mente di un atleta in condizioni “estreme”. E la navigazione in solitaria può rientrare tranquillamente nella categoria di esperienze che mette a dura prova la mente umana. E’ un’esperienza che obbliga l’atleta a confrontarsi con i propri limiti, in un ambiente spesso ostile.
Mente, corpo, ambiente e imbarcazione devono dunque lavorare in sincrono per riuscire a portare a termine la prestazione.

Nella mia carriera ho avuto la fortuna di seguire alcuni velisti solitari e di intervistare atleti solitari di altre discipline per cercare di capire quali aspetti della psicologia applicata allo sport fossero più utili per questa particolare classe di sportivi. In questo articolo mi soffermerò solo su uno dei vari aspetti che caratterizzano la mentalità dei navigatori solitari: la motivazione.

Ciò che mi ha da subito incuriosito è la risposta che gli atleti mi forniscono alla domanda: “Perché hai deciso di fare questa esperienza da solo/a?”. Dalle risposte raccolte nella mia personale esperienza ho suddiviso i navigatori solitari in due grandi categorie che non vogliono sicuramente escludere altre possibilità ma sicuramente sono le più rappresentative.

Da un lato troviamo quelli che ho definito i ricercatori. Atleti che, nella pratica in solitaria, ricercano un nuovo contatto con sé stessi, con l’ambiente e con la pratica sportiva. Quasi come se fosse un’esperienza estatica, meditativa, in cui la vera essenza dell’esperienza non è l’arrivo ma il viaggio stesso. A tal proposito, bellissima è stata l’intervista che ho potuto realizzare con Alex Bellini, atleta che vanta la traversata a remi del Mediterraneo/Atlantico e del Pacifico. Dalle sue parole è facile comprendere come la motivazione primaria di un’esperienza tanto dura come una traversata di un oceano in solitario è, in primo luogo, un viaggio alla scoperta dei propri limiti. Un’esperienza da cui uscirne cambiati, un’esperienza di crescita e apprendimento, che passa attraverso un’esperienza unica: un’esperienza sportiva.

Dall’altro lato troviamo invece gli atleti che ho definito gli agonisti. Per questi atleti la motivazione primaria è riuscire in un’impresa unica, riuscire ad ottenere un risultato straordinario che possa, in qualche modo, essere ricordato. La ricerca della sfida con se stessi e con gli altri, in alcuni casi anche la ricerca del record.

Queste due tipologie di motivazione possono anche sfumare l’una nell’altra ma senza dubbio devono essere assolutamente totalizzanti per riuscire in un’impresa del genere. Dico totalizzante perché gli atleti che ho visto in fase di preparazione di un’impresa simile erano completamente assorti da questo obiettivo. Nei mesi precedenti, ogni azione era finalizzata all’essere pronti per affrontare l’evento. Ogni minuto era speso per preparare la barca, le strumentazioni e sé stessi nel modo migliore possibile.
Se così non fosse, ritengo sarebbe estremamente difficile per queste persone portare a termine l’impresa.

Cito nuovamente Alex Bellini, che nella sua ultima impresa ha trascorso 294 giorni da solo sulla sua barca a remi di circa 7 metri: “L’ho fatto perché avevo fame… avevo fame di questa avventura… Se non hai fame o non ne hai tanta rischi di trovarti a metà strada e non riuscire a fine il piatto. Nel mio caso sarebbe significato trovarsi in mezzo all’oceano, a circa 1 settimana di distanza dai soccorsi più vicini e non avere più voglia di andare avanti… Ma se hai fame, continui…”
E’ bellissima la metafora utilizzata da Alex perché in psicologia la fame viene identificata come un bisogno primario, capace di muovere l’essere umano fino al suo completo soddisfacimento. I navigatori solitari che ho incontrato erano tutti affamati, talmente affamati da essere capace a continuare a motivarsi anche quando una voce dentro (e a volte neanche tanto interna!) diceva loro: “Ma chi te lo fa fare???”.

La motivazione per i navigatori solitari deve pertanto essere “totalizzante”, quasi fosse un reale bisogno fisiologico. Questa è l’unica possibilità che hanno per portare a termine le loro imprese che per la maggior parte delle persone normali vengono definite “estreme”. C’è però un punto oltre il quale la motivazione diventa ossessione e può portare l’atleta a mettere a rischio sé stesso e la propria vita. E’ il momento, difficilissimo, in cui il navigatore deve decidere se proseguire verso il proprio obiettivo o porre fine alla propria impresa poiché le condizioni interne o esterne si sono modificate a tal punto da creare un rischio reale alla persona. Il grande sportivo deve essere in grado quindi di porre un freno alla propria spinta motivazionale sapendo valutare costi/benefici delle proprie azioni, arrivando addirittura a rinunciare, a poche miglia dall’arrivo. Questa è stata l’esperienza di Alex che ha concluso la sua impresa nel Pacifico a meno di un giorno dall’arrivo. Come lui, Simone Moro, alpinista, che ha interrotto la salita al Broad Peak a soli 200 metri dall’arrivo. E come loro tantissimi sono gli esempi di atleti che hanno inseguito i loro obiettivi con strenuante dedizione per poi dovervi (o sapervi) rinunciare ad un soffio. Questo passaggio è ciò che distingue la motivazione, che porta al confine dei propri limiti, dall’ossessione, che porta a superarli, a volte senza possibilità di ritorno.