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Come superare i periodi “no” nello sport

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Come superare i periodi "no" nello sport team superare la crisi sport resistenza resilienza psicologia dello sport momento no   Ogni atleta, ogni squadra ha vissuto, almeno una volta, nella sua carriera sportiva il temuto “momento no”. Il momento no è un periodo, più o meno lungo, in cui non riesco a mantenere alta la mia prestazione per come sono abituato a fare, gli obiettivi sembrano difficili da raggiungere, ci provo ma non riesco a finalizzare. In altre parole tutto sembra andare nella direzione sbagliata. Si ha la sensazione, a volte, di sprofondare in una baratro nero in cui tutto quello che proviamo a fare sembra non funzionare più come prima. Il senso di impotenza bussa ala nostra porta. Iniziamo a sentire dei pensieri disturbanti come: “non ce la faremo mai… forse non sono così bravo come pensavo di essere… non ne verremo mai fuori.., è finita!”. Si inizia a sperare che il momento passi in fretta, pagheremmo oro per trovare una bacchetta magica che ci tiri fuori miracolosamente e velocemente da questa situazione di disagio! E in queste situazioni spesso si crede che la soluzione sia fuori di noi, si pensa che ci sia un professionista (magari uno psicologo sportivo) che ci dica la parolina magica e tutto tornerà bello e piacevole come prima.

Un’esperienza difficile in cui si scopre una risorsa fondamentale

Attraversare questi momenti non è piacevole sicuramente ma fa parte della storia di ogni atleta e di ogni squadra che ambisca a crescere e ad arrivare in alto. E’ una fase preziosissima dal punto di vista psicologico, ma spesso gli atleti non ne comprendono la reale potenza, perché sono troppo concentrati a volerne venire fuori velocemente e nel modo più indolore possibile.
Noi psicologi dello sport sappiamo che in questi momenti si allena una competenza mentale fondamentale: la resilienza.

Spesso si sente il termine resiliente in riferimento allo sport, ma prima, definiamo la resilienza in termini generali. L’American Psychological Association definisce la resilienza come:

… il processo di adattamento di fronte a avversità, traumi, tragedie, minacce o anche a significative fonti di stress – come problemi familiari e di relazione, seri problemi di salute, stress sul luogo di lavoro e stress finanziario. Significa “rimbalzare” dalle esperienze difficili.

Nello sport le avversità possono essere gli avversari che si dimostrano più tosti di come pensavamo, i tifosi che ci portano dalle stelle alle stalle, i compagni di squadra che iniziamo a vedere come minacce invece che come alleati, le difficoltà nella realizzazione dei risultati che ci sembravano facili ma magari non lo sono così tanto, le tensioni interne che si accendono nei momenti di stress, ecc. Come si fa a “rimbalzare” da queste esperienze difficili?

Può essere insegnata la resilienza?

Gli atleti, a qualsiasi livello competano, ma soprattutto gli atleti con alte prestazioni, devono avere una grande capacità di recupero per combattere le dinamiche del conflitto interno ed esterno. Come afferma Pietro Trabucchi, uno dei massimi esperti di resilienza nello sport:

 la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a “leggere” gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.”

A questo punto sorge spontanea una domanda: la capacità di recupero è un tratto innato o un tratto che può essere insegnato? Tutte le risposte a questa domanda sembrano derivare dalla teoria della resilienza, che è ampia e può essere applicata in molte situazioni differenti. In sostanza, la teoria della resilienza si basa sul principio che tutte le persone hanno la capacità di superare le avversità, nonostante le loro circostanze di vita. Ovviamente, questa capacità la si allena, paradossalmente, nelle difficoltà!

L’esempio che ci piace portare prende spunto da un ambito non sportivo. Se voglio temprare il mio fisico e renderlo resistente alle avversità climatiche, di sicuro il modo migliore non è chiudermi in una campana di vetro. Sarà necessario, iniziare a sfidare il freddo, ad espormi alle avversità e questo può essere che, all’inizio, mi causi disagio perché non sono abituato. Rimasi colpita in un mio viaggio in Lapponia, ad inizio gennaio, quando vidi un gruppetto di bambini che giocavano a calcio in un parchetto, in maniche corte a circa -10°. Ho pensato che se avessimo messo i nostri figli a giocare in quelle condizioni probabilmente li avremmo ricoverati subito dopo la partita con un inizio di ipotermia!!!! E invece per loro era normale: erano, ovviamente, temprati a quelle condizioni.
Prendendo spunto dall’aneddoto, se voglio temprare il mio atteggiamento mentale a resistere nelle difficoltà, devo accettare di vivere delle difficoltà, in alcuni casi vado a cercare le difficoltà alzando l’asticella e solo in quelle condizioni potrò sviluppare questa competenza mentale. Sarà sicuramente molto più difficile sviluppare la resilienza se la strada di fronte a me è sempre facile e priva di ostacoli!

La star dell’NBA Michael Jordan è un esempio di resilienza nello sport. Tagliato fuori dalla squadra di basket del liceo, questo evento non gli ha impedito di giocare. Nell’articolo di Bud Bilanich, “50 personaggi famosi che fallirono nel loro primo tentativo di successo nella carriera”, Michael Jordan afferma:

 “Ho perso più di 9.000 colpi nella mia carriera. Ho perso quasi 300 giochi. In 26 occasioni mi è stato affidato il tiro vincente e l’ho sbagliato. Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ed è per questo che ho vinto tutto.”

Questo è l’esempio per eccellenza del valore della resilienza nell’atletismo. Bo Hanson, un quattro volte olimpionico di canottaggio e ora consulente di coaching, attesta anche l’importanza della resilienza in un atleta. Hanson riconosce che mentre tutti gli atleti commettono errori, ciò che distingue un atleta d’elite dalla norma è la sua capacità di recuperare rapidamente da un errore.

Un processo in 4 fasi per aumentare la resilienza

Nel suo articolo Superare gli errori di prestazione con la resilienza, la dott.ssa Gloria B. Solomon, specialista in psicologia dello sport e rinomata sociologa sportiva, esplora l’argomento. In collaborazione con la sua collega, A. Becker, Solomon ha sviluppato un processo in quattro fasi per aiutare gli atleti a gestire e imparare dagli errori di performance e aumentare la capacità di recupero individuale.

  1. Conferma. L’atleta riconosce e accetta la responsabilità per il suo errore e la frustrazione che ha causato. La proprietà dell’errore è essenziale in questa fase di resilienza, come riconoscere la frustrazione per il singolo atleta, così come per la squadra.
  2. Revisione. L’atleta rivede il gioco e determina come e perché si è verificato l’errore di prestazione.
  3. Pianificare strategie. L’atleta fa un piano per intraprendere azioni correttive per i giochi futuri. A questo punto, i membri della squadra o gli allenatori possono anche assistere in azioni correttive, ma ancora una volta, la proprietà per l’errore di performance, così come per la strategia futura, appartiene al singolo atleta.
  4. Eseguire. L’atleta continua ad allenare le nuove strategie e si prepara per la prossima partita.

 A prima vista, sembra che questa lista richiederà del tempo per essere messa in atto, ma in realtà, poiché l’atleta pratica e implementa continuamente questo processo, il feedback richiederà alcuni secondi. Più velocemente l’atleta realizza e attualizza questo processo, più resiliente diventa l’atleta. La pratica rende resilienti!

Alcuni spunti di riflessione importanti che dobbiamo tenere a mente se siamo in una fase di allenamento alla resilienza (ossia se stiamo attraversando il nostro momento no) ce li fornisce Pietro Trabucchi nel suo libro “Tecniche di resistenza interiore. Come sopravvivere alla crisi della nostra società” che abbiamo provato a sintetizzare:

  • Occhio a cosa ci diciamo! Possiamo diventare i principali nemici di noi stessi se cadiamonell’autosabotaggio, che può assumere diverse forme, più o meno gravi. La più comune sono i pensieri pessimisti: “Non ce la farò mai”. Pensarlo, vuol dire partire sconfitti. In altri forme l’autosabotaggio arriva alla colpevolizzazione dei propri compagni di squadra, in altre parole “massacriamo” coloro che dovrebbero aiutarci a superare la crisi.
  • Imparare a “stare” nel disagio.La vita contemporanea ci spinge a scegliere solo ciò che è piacevole al momento e ad evitare lo sconforto, l’amarezza, il disagio. Raggiungere un obiettivo, però, qualunque obiettivo, richiede una certa dose di fatica, d’insoddisfazione. Una parte della vita che bisogna imparare ad accettare, se vogliamo costruire qualcosa e scegliere fino in fondo la direzione della nostra esistenza. Pensare di avere solo pensieri e sensazioni ‘positive’ è una trappola, la cosiddetta trappola della felicità.
  • La radice della demotivazione.Uno dei primi modi per sconfiggere la demotivazione è capire da dove viene. Potrebbe essere mossa dalla paura di non farcela: in quel caso dobbiamo essere bravi a “dare un nome” alla paura e a chiederci “Perché ho paura di ciò che sta accadendo o potrebbe succedere?”, “Quali sono le probabilità che il risultato peggiore si verifichi
  • Non aspettarti uno sforzo minore.A volte, probabilmente l’abbiamo sperimentato tutti, quando ci aspettiamo di affrontare un compito che ci sembra facile, in realtà facciamo maggiore fatica. Perché? Non diamo al cervello il tempo di ‘tarare’ il suo impegno sulla giusta distanza. Trabucchi spiega questo passaggio con un esempio, ancora una volta dallo sport: “Noi siamo in grado di adattare l’intensità dell’esercizio in base alla lunghezza del tragitto che ci aspettiamo di dover correre. La scelta è tanto più adeguata quanto più l’atleta è esperto. Ad esempio: un atleta esperto parte a ritmi molto diversi se deve corre una mezza maratona o cento chilometri. Il cervello impara dall’esperienza: la regolazione anticipativa del ritmo migliora con il tempo. La scelta del ritmo giusto è fondamentale per tutti gli atleti, indipendentemente dalla loro classe prestativa”.

Riferimenti:

  • Pietro Trabucchi, “Resisto, dunque sono”
  • Pietro Trabucchi, “Perseverare è umano”
  • Pietro Trabucchi, “Tecniche di resistenza interiore”.
  • PsychCentral. “Cos’è la resilienza?”. Associazione Americana di Psicologia.
  • Solomon, G., “Superamento degli errori di performance con resilienza”. Associazione per la psicologia degli sport applicati.
  • Hanson, B. “6 modi per migliorare la resilienza di un atleta.” Valutazione dell’atleta.
  • Bilanich, B .. “50 personaggi famosi che hanno fallito nel loro primo tentativo di successo nella carriera.” Bud Bilanich.

Strategie per rafforzare la grinta nello sport e nella vita

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Strategie per rafforzare la grinta nello sport e nella vita squadra sforzo resistenza psicologia dello sport mindset impegno grinta eccellenza durezza cultura vincente cultura dell'eccellenza crescita atteggiamento mentale ambiente   In un precedente articolo, abbiamo iniziato a dare una definizione di grinta. Ma ora vediamo com’è possibile rafforzare la grinta e con quali strategie.

Come possiamo costruire la grinta?

Quelli di voi che hanno letto il libro di Carol Dweck, “Mindset: The New Psychology of Success” hanno familiarità con il concetto di mindset fissi e di crescita.
Un individuo con una mentalità di crescita crede che le sue capacità possano essere sviluppate e acquisite attraverso lo sforzo e l’esperienza. Quando incontrano ostacoli, gli individui orientati alla crescita riconoscono i loro difetti e aspirano a migliorarli, piuttosto che presumere che sia dovuto a una qualità innata. Un individuo dalla mentalità fissa, d’altra parte, vede le sue abilità come innate: o sono bravi in ​​certe cose o non saranno mai capaci.

Esempi di queste mentalità che si riferiscono al tennis potrebbero essere le seguenti. Dopo aver perso una prima serie di partite, il giocatore A si abbassa e sostanzialmente butta via il secondo set. Successivamente, dichiarano di “sempre” perdere le partite quando non vincono il primo set. Questo sarebbe un approccio mentale fisso. Stando a quanto ci dice Dweck, è questo tipo di mentalità che può portare a azioni negative o controproducenti, che a loro volta portano a una perdita di concentrazione, a un calo della competitività e così via, nel secondo set.

Usiamo lo stesso esempio per illustrare la “mentalità” contrastante. Il giocatore B crede che perdere un primo set stretto non significhi che perderà la partita. In effetti, dal loro punto di vista, è un’opportunità di apprendimento: che cosa ha funzionato, cosa no e come posso adattarmi per avere la possibilità di vincere il secondo set? Sebbene questo esempio possa sembrare ovvio, quante volte abbiamo visto i giocatori “andarsene di testa” dopo un primo set serrato o dopo un inizio di gara sotto tono.

Duckworth e Dweck hanno interrogato oltre 2000 studenti delle scuole superiori e ciò che hanno scoperto è che coloro che avevano una mentalità di crescita avevano più grinta.

Quindi, come possiamo sviluppare una mentalità di crescita?

Secondo la ricerca (Bashant 2014) sull’argomento, il tipo di insegnamento e la tipologia di feedback forniti ai propri giocatori ha un ruolo di grande impatto sulla loro mentalità nel tempo. Per esempio, se un allenatore elogia il dritto di un giocatore, questo sicuramente si sentirà bene: a chi non piace la lode? Ma ciò che le prove ci stanno dicendo è che questa sensazione potrebbe essere momentanea. In effetti, potrebbe contribuire a un approccio mentale fisso sul diritto in futuro. Per esempio, cosa succede se il loro dritto è spento in un giorno particolare? Il processo di pensiero potrebbe essere simile a questo: “Ho pensato che il mio dritto fosse buono, l’allenatore ha detto che lo era, ma forse non lo è?”. D’altra parte, se un allenatore elogia il diritto di un giocatore in termini di comportamento, azione o atteggiamento nei confronti del suo miglioramento (invece di limitarsi a dire che il dritto è buono o cattivo), questo favorirà, secondo Dweck, una mentalità di crescita.

Cos’altro possiamo imparare dalla teoria della mentalità? Nel post precedente abbiamo sottolineato l’importanza dello sforzo quando si parla di grinta. Sembra che Dweck sia anche un grande sostenitore dello sforzo: attraverso un duro lavoro continuo, è possibile raggiungere una mentalità di crescita. Tuttavia, questo non è l’unico fattore e Dweck lo ammette. In un articolo del 2015, Dweck dice:

“Forse il malinteso più comune equivale semplicemente alla mentalità della crescita con lo sforzo. Certamente, lo sforzo è fondamentale per il successo degli studenti, ma non è l’unica cosa. Gli studenti devono provare nuove strategie e cercare input dagli altri quando sono bloccati. Hanno bisogno di questo repertorio di approcci, non solo uno sforzo puro, per imparare e migliorare “.

Come creare un ambiente allenante la mentalità di crescita?

Anche se non ci sono molti dati a supporto di questo (in termini di associazione con grinta), è appropriato dire che essere nell’ambiente giusto influisce sul modo in cui un individuo si comporta, pensa e alla fine modella i propri valori.
Ecco una storia che Duckworth ha condiviso sulla costruzione di una cultura grintosa. È stata invitata alla Seattle Seahawks (squadra pro NFL) per incontrare l’allenatore Pete Carroll e il suo staff. Dopo molte conversazioni e osservazioni con Pete e l’organizzazione, ha scoperto che l’intera squadra, dallo staff di formazione, dal front office ai giocatori, si era impegnata a essere un Seahawk. Cosa significa essere un Seahawk? Secondo Carroll, quando sei un Seahawk “Sei un concorrente, hai quello che serve per avere successo, non lasci che le battute d’arresto ti trattengano. La grinta fa parte di te”. Carroll ha familiarità con la ricerca di Duckworth e usa la grinta per aiutarlo a costruire la cultura di Seahawks. Quando fai parte dell’organizzazione, non importa chi sei, fai le cose in un certo modo. Il modo di Seahawk.

C’è un paio di cose che puoi fare, secondo Duckworth:

“Se vuoi essere grintoso, trova una cultura grintosa e unisciti ad essa! Se sei un leader e vuoi che le persone della tua organizzazione siano grintose, crea una cultura grintosa “.

Per gli allenatori, questo sembra lo scenario più probabile. Dan Chambliss, un sociologo che ha studiato nuotatori olimpici per decenni, riecheggia le parole di Duckworth; “Il vero modo per diventare un grande nuotatore è quello di far parte di una grande squadra”. Lo stesso si può dire dei giocatori di tennis. Se vuoi migliorare, trova l’ambiente che ti sfida a migliorare e crescere. Scegli il programma NCAA che non si aspetta niente di meno dell’eccellenza. E poi guarda come TU cambi per entrare nella loro cultura.

Infine, c’è un concetto che Duckworth chiama la “regola della cosa dura”. Tutti nella sua casa devono impegnarsi a fare qualcosa di duro, e non possono tirarsi indietro fino alla fine dell’impegno.

Per concludere, mi piacerebbe condividere un passaggio di un articolo del 2013 di Duckworth e Eskreis-Winkler che riassume bene la grinta e il suo ruolo nella realizzazione:

“La metafora del successo come predisposizione innata richiama la favola di Esopo della tartaruga e della lepre. Questa storia spesso raccontata, che molti di noi hanno sentito da bambini in una forma o nell’altra, predica il valore di arrancare, non importa quanto lento o irregolare sia il nostro progresso verso obiettivi che a volte sembrano impossibili e lontani. Alla linea di partenza, è la lepre che dovrebbe finire per prima. Abbastanza sicura, la lepre supera rapidamente la tartaruga, accumulando un vantaggio così grande che si sdraia per fare un pisolino a metà gara. Quando la lepre si sveglia, la tartaruga, che per tutto il tempo ha lavorato faticosamente verso la sua destinazione, è troppo vicina al traguardo per battere. Tartaruga 1, Lepre 0. “

Nei momenti in cui non riusciamo a mantenere la giusta mentalità in campo, quando i nostri avversari sembrano avere più forza e grinta, ricordiamo la storia della lepre e continuiamo a premere. Sicuramente le nostre fortune cambieranno.

 

 

Articolo originale: http://www.mattspoint.com/blog/grit-in-sport-part-2-how-to-build-it

Cosa vuole dire avere grinta nello sport?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Cosa vuole dire avere grinta nello sport? successo sport risultati resistenza psicologia dello sport perseveranza motivazione grinta fame

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Cosa vuole dire avere grinta nello sport? successo sport risultati resistenza psicologia dello sport perseveranza motivazione grinta fame   “Un giocatore forte è un giocatore che ha grinta!” Quante volte abbiamo sentito frasi simili nel mondo sportivo. Spesso si associa la grinta a cose come essere duro, non arrendersi e fare il cosiddetto ‘lavoro sporco’. Mentre alcune di queste idee possono avere qualche assonanza con le caratteristiche che definiscono la grinta, non ci forniscono una spiegazione chiara. Ecco cosa ha da dire il principale esperto di grinta (Duckworth et al 2007):

“Definiamo la grinta come perseveranza e passione per gli obiettivi a lungo termine. La grinta comporta un lavoro strenuo verso le sfide, mantenendo lo sforzo e l’interesse nel corso degli anni, nonostante insuccessi, avversità e altipiani in corso. L’individuo grintoso si avvicina al successo come a una maratona; il suo vantaggio è la resistenza. Mentre la delusione o la noia segnalano agli altri che è tempo di cambiare traiettoria e limitare le perdite, l’individuo grintoso resiste nel corso del tempo. “

La formula del successo

Uno degli aspetti chiave da questa definizione è che non ci vogliono solo giorni o mesi per raggiungere obiettivi a lungo termine, ma piuttosto anni di sforzi intensi.
Inoltre, indipendentemente dallo scopo, indipendentemente dalle battute d’arresto e dai fallimenti che inevitabilmente si presenteranno, l’atleta grintoso persevera senza scendere di livello.
Molti studiosi ora concordano sul fatto che quando si tratta di realizzare straordinari successi nello sport (o in qualsiasi altro campo), il talento da solo, non è abbastanza.
Secondo Duckworth (2016), al livello più elementare, ci sono 2 equazioni che sono fondamentali quando si cerca di capire il successo nello sport, come nella vita:

talento x impegno = abilità
abilità x impegno = realizzazione

Cosa ti colpisce guardando queste due equazioni? In primo luogo, non importa quanto sia dotato un tennista, ad esempio, senza lo sforzo necessario, è impossibile per lui perfezionare le proprie abilità.  All’inizio della carriera sportiva, alcuni giovani sono naturalmente più abili nell’eseguire alcuni gesti tecnici, rispetto ad altri. Ciò può essere dovuto ad una sorta di abilità innate (chiamiamolo talento se vogliamo), ma questo non significa che siano i prossimi campioni del mondo. Lo sforzo, quello a lungo termine, è fondamentale. È ciò che sviluppa e affina l’abilità.

In secondo luogo, una volta che una qualche forma di abilità è presente, lo sforzo non si ferma e non dovrebbe fermarsi. Come potete vedere dalla seconda equazione di Duckworth, perché il successo (o l’insuccesso) si manifesti, lo sforzo gioca ancora un ruolo chiave. È qui che molti giocatori sbagliano. Ho delle buoni doti tecniche per cui non ho bisogno di allenarmi così duramente. Vi sembra un ragionamento che atleti professionisti del calibro di Nadal, Ronaldo o qualsiasi altro giocatore top-player nel vostro sport preferito, farebbe? Potresti mai immaginare quel tipo di commento o reazione da parte di un giocatore come Rafael Nadal?  Indipendentemente dal loro talento o abilità, lo sforzo è sempre in prima linea.

Le ricerche sulla grinta come predittore di successo

La grinta ha dimostrato di essere un predittore di successo al National Spelling Bee (Duckworth et al 2011), ha previsto i tassi di abbandono a West Point, l’Accademia Militare degli Stati Uniti (Duckworth et al 2007), ha previsto tassi di successo sul lavoro (Eskreis-Winkler et al 2014) e così via. Per il lettore curioso, suggeriamo di dare un’occhiata più da vicino ad alcune delle ricerche sulla grinta e di prendere in mano il libro di Angela Duckworth del 2016: Grit: The Power of Passion and Perseverance.

Lo studio di Larkin et al (2015) è stato il primo nel suo genere quando si guarda alla grinta nello sport, ma aveva i suoi limiti. Uno di questi è che, pur essendo classificato come “élite”, la popolazione era piuttosto giovane.
In un’indagine più recente, Tadesqui e Young (2016) hanno reclutato oltre 250 atleti da una varietà di sport (nuoto, atletica, tennis, hockey, calcio), una varietà di gruppi di età (l’età media era di 23 anni ma variava da 13-30) e una varietà di livelli di abilità (locali, città, regionali, provinciali, nazionali e internazionali) con l’obiettivo di ottenere ulteriori informazioni sulla grinta nello sport.

Ecco cosa hanno trovato. I punteggi più alti sulla porzione perseveranza della scala di grinta erano significativamente associati alla pratica deliberata (DP), insieme alla frequenza alla pratica obbligatoria e facoltativa. Gli autori riaffermano che la DP è difficile (come abbiamo visto prima) e spesso è associata al fallimento – in altre parole, se stai lavorando attraverso esercitazioni e pratiche impegnative, sicuramente non otterrai il successo su tutti i tuoi sforzi. Infatti, in alcuni casi, un atleta può sperimentare più tentativi falliti rispetto a quelli riusciti. Una possibile spiegazione per gli atleti esperti che ottengono un punteggio più alto su questa porzione della scala della grinta può essere correlata alla loro capacità di ritardare la gratificazione – rispetto agli individui meno grintosi – che richiedono costante rassicurazione.

Vi consigliamo di vedere il video di Angela Duckworth in cui ci spiega i 5 minuti cosa significa avere grinta e quali vantaggi ne abbiamo:

Articolo originale: http://www.mattspoint.com/blog/the-concept-of-grit-and-its-role-in-elite-sport-part-1

Superare i momenti di “crisi” come squadra

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Superare i momenti di "crisi" come squadra team building team squadra resistenza resilienza pressione mental training durezza mentale collective psychological collapse collasso psicologico collettivo

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Superare i momenti di "crisi" come squadra team building team squadra resistenza resilienza pressione mental training durezza mentale collective psychological collapse collasso psicologico collettivo

Uniti si vince, ma superare i momenti di crisi come squadra è un aspetto molto complesso della preparazione mentale di un team.

Perdere una partita importante all’ultimo minuto?
Una scarsa prestazione contro avversari tecnicamente più deboli?
I giocatori che “perdono la testa” nei momenti delicati della partita importante?

Questi sono solo alcuni segnali che potrebbero far pensare ad un “collasso psicologico collettivo”. La capacità di affrontare efficacemente questi momenti di crisi psicologica è una competenza che ogni team dovrebbe possedere.

Il workshop proposto mira a fornire alle squadre alcuni strumenti fondamentali per la gestione efficace di queste fasi di gara, migliorando la resistenza mentale e la capacità collettiva di fronteggiare lo stress.

Contattaci per avere maggiori informazioni sul programma e sui costi.

Approfondiamo un pò il concetto di collasso psicologico collettivo.

In generale il collasso collettivo può accadere in due modi: nel primo caso la squadra mostra un radicale decremento della prestazione durante uno specifico match. Nel secondo caso, il match comincia già con una prestazione sotto il livello minimo di prestazione, parametrato rispetto alle prestazioni abituali della squadra. Nella dinamica del collasso collettivo sono coinvolti tutti i giocatori e per questo motivo viene considerato un fenomeno sociale, con alti livelli di “contagio” tra un giocatore e l’altro. Alla base di questo fenomeno viene sempre preso in considerazione il livello di pressione a cui la squadra è sottoposta.

Se vuoi scoprire come abbiamo affrontato una situazione simile con una squadra, leggi il nostro articolo, pubblicato sulla Rivista Movimento – Volume 33 – n.2/3.