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Psicologia e calcio

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Quanto è importante la psicologia nel calcio?

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La figura dello Psicologo dello Sport sta subendo, negli ultimi anni, un processo di cambiamento su vari fronti.

Innanzitutto sono cambiati molto gli strumenti e le tecniche, si parla infatti, sempre più spesso di utilizzo di strumenti scientifici come Neuro e BioFeedback o videoanalisi comportamentale. L’evoluzione tecnologica permette allo Psicologo dello Sport di poter aggiornare i suoi metodi e per poter lavorare al meglio per raggiungere gli obiettivi che vengono definiti insieme allo staff.

All’interno del mondo del calcio, la figura dello Psicologo dello Sport sta prendendo sempre più piede per diversi motivi: in primis perché una corretta informazione sullo Psicologo dello Sport sta facendo cadere diversi pregiudizi scorretti che potevano esserci in precedenza, e poi perché La F.I.G.C. sta facendo un lavoro graduale di inserimento della figura tramite il progetto Centri Federali Territoriali e Scuole Calcio d’ Élite.

Ma cosa può fare uno Psicologo all’interno di una squadra di calcio?

In questo articolo cercheremo analizzare in che modo lo Psicologo dello Sport può mettere al servizio del calcio le sue conoscenze e capacità.

Innanzitutto è utile ed importante definire una differenza tra settore giovanile e prima squadra.

In genere tra le due categorie può esserci una grande differenza di obiettivi: mentre per quanto riguarda il settore giovanile l’obiettivo principale può essere una crescita sana ed efficace degli atleti, la prima squadra ha solitamente obiettivi di performance sportiva. Ci sono ovviamente casi in cui gli obiettivi sono differenti.

Cominciando dal settore giovanile, in genere le aree di lavoro dello psicologo dello sport sono 3:

Allenatori, genitori e squadra.

Allenatori: Per quanto riguarda gli allenatori, lo psicologo dello sport ha il compito di poter fornire indicazioni su come poter lavorare sul miglioramento dello stile di comunicazione, sulla gestione dei vari gruppi sportivi in base ai bisogni legati all’età, sulla gestione delle varie problematiche legate a differenti fasi di crescita e sulla gestione del ruolo.

Genitori: Il genitore è un ruolo fondamentale per la crescita sana dell’atleta del settore giovanile. Molto spesso però il rischio è quello di creare una confusione di ruoli. Il lavoro con i genitori è fondamentale per poter rendere essi un alleato importante e non un ostacolo.

Squadra: Il lavoro sulla squadra e sugli atleti del settore giovanile è basato, principalmente sul riconoscimento e la gestione delle emozioni e delle pressioni che piano piano cambiano in base all’età ed al livello. E’ importante cominciare a capire come poter conoscere e gestire il proprio rapporto con lo stress, con la rabbia ed altre emozioni che sono considerate in maniera negativa. E’ anche importante lavorare con il gruppo per poter supportare gli atleti nel lavoro di squadra con i propri compagni.

Un ulteriore ambito di lavoro con gli atleti del settore giovanile è basato sulle life skills che possono permettere al giovane calciatore di crescere in maniera sana e serena non solo come sportivo ma come persona.

Per quanto riguarda la prima squadra, come dicevamo in precedenza, l’obiettivo è principalmente di miglioramento della prestazione sportiva.

Anche in questo caso è importante la collaborazione con l’allenatore in modo tale da poter fornire un supporto mentale alla preparazione dell’allenamento e della partita che sia funzionale al raggiungimento di obiettivi.

Con gli atleti, invece, il lavoro dello psicologo dello sport può essere funzionale sia sull’atleta individuale, sia sul gruppo squadra.

A livello individuale, tramite un percorso di preparazione psicologica, si può lavorare su:

  • Gestione di ansia da prestazione
  • Miglioramento di capacità cognitive (concentrazione, attenzione, ecc.)
  • Preparazione mentale alla gara
  • Superamento difficoltà ed errori

Con la squadra e lo staff, invece si lavora, principalmente su dinamiche di:

  • Team Building
  • Goal Setting
  • Gestione del chocking under pressure
  • Gestione delle difficoltà relazionali
  • Comunicazione efficace tra i membri

Il lavoro all’interno dello staff di una squadra calcistica, quindi, permette allo psicologo dello sport di poter mettere a disposizione i suoi strumenti indipendentemente dal livello della società e dal fatto che si parli di professionismo o dilettantismo. E’ quindi fondamentale poter inserire questa figura come una modalità di supporto pratico e professionale per la preparazione psicologica di tutte le figure che ruotano all’interno del mondo del calcio.

Le parole che aumentano l’efficacia di un team

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le parole che aumentano l'efficacia di un team team self talk psicologia dello sport mental training individuale dialogo interno collettiva autoefficacia allenamento mentale   Albert Bandura definiva il senso di efficacia collettiva (EC) come “la convinzione condivisa di un gruppo riguardo alla capacità congiunta di organizzare ed eseguire corsi d’azione necessari per realizzazioni di vario livello” (Bandura, 2000). Una definizione comunemente utilizzata di EC nello sport e nell’esercizio fisico è “la credenza di un gruppo (ad esempio, una squadra sportiva) nella sua capacità di produrre determinati livelli di risultato.”

Un membro del team può avere credenze sulle proprie capacità in relazione a un particolare compito di prestazione individuale che può differire dalle proprie convinzioni nell’abilità del team in relazione a un particolare compito di prestazione del team.  Allo stesso modo, i singoli atleti all’interno della stessa squadra possono differire in modo marcato nella valutazione dell’abilità della squadra in relazione a un particolare compito di prestazione della squadra (variabilità all’interno del gruppo di EC per le prestazioni della squadra).

Su cosa incide il senso di efficacia collettivo?

Albert Bandura ha proposto che le convinzioni di efficacia collettiva siano spesso determinanti primarie del comportamento di gruppo e dei modelli di pensiero che avvengono all’interno dei team. Le convinzioni EC influenzano:

  • le scelte che un gruppo fa;
  • lo sforzo che un gruppo dedica a un compito particolare (faremo del nostro meglio per svolgere questo compito?);
  • la persistenza che un gruppo mostra mentre sta lavorando per il completamento di un compito particolare (data una battuta d’arresto, raddoppieremo i nostri sforzi verso l’attuazione di questo compito o molleremo?);
  • gli obiettivi che un gruppo imposta (selezioneremo un obiettivo che spinge il nostro team a dare il meglio o ci accontenteremo di uno più facile?);
  • le attribuzioni che un gruppo fa (data una battuta d’arresto, individueremo spiegazioni interne o esterne per il risultato?);
  • e le reazioni emotive che un gruppo ha nelle diverse circostanze.

L’effetto delle convinzioni di efficacia collettiva sulle prestazioni della squadra e/o sul funzionamento della squadra è uno degli aspetti più studiato nei diversi sport.

Come si costruisce il senso di efficacia collettiva?

Albert Bandura ha proposto che le convinzioni efficacia collettiva, proprio come le convinzioni di efficacia individuale, siano basate sulla complessa elaborazione cognitiva di circa quattro categorie generali di potenziali fonti di informazione:

  • risultati ottenuti in passato;
  • esperienze vicarie;
  • persuasione verbale;
  • il livello di attivazione psicofisiologico.

Oggi ci soffermeremo principalmente sulla persuasione verbale perché essa ha dimostrato di essere un modo efficace per aumentare il livello di efficacia collettivo.

Cosa si intende per persuasione verbale in una squadra?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le parole che aumentano l'efficacia di un team team self talk psicologia dello sport mental training individuale dialogo interno collettiva autoefficacia allenamento mentale   Si fa riferimento ai processi comunicativi mirati a mostrare fiducia nelle altrui capacità. Questi processi comunicativi si osservano spontaneamente all’interno dei team che funzionano bene in tutti quei momenti in cui i giocatori si rimandano vicendevolmente dei riscontri positivi sul proprio operato (es. “in quell’azione sei stato veramente bravo…”, “la tua capacità di anticipare l’avversario è strepitosa…” ecc).

Ovviamente questo processo di persuasione verbale funziona se non viene esagerato, cercando di alimentare un senso di capacità irrealistico (“Siamo i più forti e mai nessuno ci batterà!”). Ma quando questo processo è sano e le persone protagoniste di questo scambio comunicativo nutrono fiducia e rispetto reciproco, ecco che questi messaggi possono andare ad incidere sul senso di auto-efficacia personale e collettivo. E’ importante che questi processi si mantengano anche quando la situazione inizia a farsi critica o difficile.

Che tu creda di farcela o di non farcela, avrai comunque ragione.

Henry Ford, quando affermava che questo concetto, faceva riferimento agli aspetti legati al linguaggio interiore o dialogo interno. Il self-talk è stato studiato scientificamente e i primi studi risalgono ai lavori dei ricercatori del 1880 che si interessarono alla comprensione della natura e della funzione del linguaggio interiore e delle cose che la gente dice a se stessa.
Il self-talk è ampiamente usato nella psicologia dello sport a causa dei suoi effetti nel migliorare le prestazioni atletiche; è stato dimostrato che può essere il differenziatore tra prestazioni atletiche molto buone e quelle eccellenti!

In che modo il nostro dialogo interno si collega sul senso di autoefficacia individuale e collettivo?

Numerose ricerche hanno messo in evidenza che il self talk può essere funzionale o disfunzionale rispetto ad un compito che siamo chiamati ad eseguire.
Il self-talk costruttivo è caratterizzato da un’accurata autoanalisi che non ignora le proprie aree di miglioramento ma è in grado anche di valorizzare i propri punti di forza e quelli dei propri compagni di squadra (soprattutto durante i momenti critici). E’ un dialogo non giudicante, non disprezzante e ha l’intento di aiutarci a trovare una soluzione.
Il self-talk disfunzionale è caratterizzato dalla tendenza a concentrarsi sugli aspetti negativi delle situazioni difficili, sugli errori fatti e sui rimpianti (cosa avrei potuto o dovuto fare). Questo tipo di pensiero non abbraccia cambiamenti o sfide, si concentra sugli ostacoli della situazione e non riesce a prospettare una via di uscita. Giudica, colpevolizza e tende ad essere accompagnato da emozioni di rabbia, sconforto, tristezza e demotivazione.

Vi sarà facile notare come gli atleti che sono dotati di un self talk costruttivo per se stessi saranno anche più capaci di attivare processi di persuasione verbale efficaci nei confronti della squadra, riuscendo a tenere alto il proprio senso di auto-efficacia personale e quello del team.

Landin sostiene che l’efficacia della tecnica del Self Talk sia da attribuire ai suoi effetti sull’attenzione: monitorando e dirigendo il pensiero verso stimoli positivi si orienta il focus attentivo e la concentrazione su parti rilevanti dell’allenamento e/o della gara; in questo modo vengono attivate le giuste risorse a disposizione dell’atleta che riesce a mettere in gioco la sua prestazione ottimale. Bunker e Williams trovano che gli effetti attentivi del Self Talk incidano anche sull’aumento di autoefficacia e sicurezza, mentre Hardy e Jones indicano che grazie a tale meccanismo, il Self Talk potesse essere efficace anche per controllare l’ansia e sviluppare reazioni emotive appropriate.

Quando utilizzare la tecnica del self-talk?

Uno studio condotto da Hardy e Hall nel 2001 si è occupato di indagare a fondo le modalità con cui si utilizza il Self Talk e il perché gli atleti vi ricorrano.

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Per chi volesse approfondire questi aspetti legati al self talk (cosa dirsi e perché è efficace) consigliamo la lettura di questo articolo a cura della collega Chiara Francesconi che ci spiega nel dettaglio lo studio di Hardy e colleghi.

Buon dialogo interno a tutti!

  1. Bandura, A., Autoefficacia: teoria e applicazioni. Tr. it. Erikson, Trento, 2000.
  2. J. Hardy, K. Gammage, C. Hall. A descriptive study of athlete Self-Talk. The Sport Psychology, 2001.

Come superare i periodi “no” nello sport

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Come superare i periodi "no" nello sport team superare la crisi sport resistenza resilienza psicologia dello sport momento no   Ogni atleta, ogni squadra ha vissuto, almeno una volta, nella sua carriera sportiva il temuto “momento no”. Il momento no è un periodo, più o meno lungo, in cui non riesco a mantenere alta la mia prestazione per come sono abituato a fare, gli obiettivi sembrano difficili da raggiungere, ci provo ma non riesco a finalizzare. In altre parole tutto sembra andare nella direzione sbagliata. Si ha la sensazione, a volte, di sprofondare in una baratro nero in cui tutto quello che proviamo a fare sembra non funzionare più come prima. Il senso di impotenza bussa ala nostra porta. Iniziamo a sentire dei pensieri disturbanti come: “non ce la faremo mai… forse non sono così bravo come pensavo di essere… non ne verremo mai fuori.., è finita!”. Si inizia a sperare che il momento passi in fretta, pagheremmo oro per trovare una bacchetta magica che ci tiri fuori miracolosamente e velocemente da questa situazione di disagio! E in queste situazioni spesso si crede che la soluzione sia fuori di noi, si pensa che ci sia un professionista (magari uno psicologo sportivo) che ci dica la parolina magica e tutto tornerà bello e piacevole come prima.

Un’esperienza difficile in cui si scopre una risorsa fondamentale

Attraversare questi momenti non è piacevole sicuramente ma fa parte della storia di ogni atleta e di ogni squadra che ambisca a crescere e ad arrivare in alto. E’ una fase preziosissima dal punto di vista psicologico, ma spesso gli atleti non ne comprendono la reale potenza, perché sono troppo concentrati a volerne venire fuori velocemente e nel modo più indolore possibile.
Noi psicologi dello sport sappiamo che in questi momenti si allena una competenza mentale fondamentale: la resilienza.

Spesso si sente il termine resiliente in riferimento allo sport, ma prima, definiamo la resilienza in termini generali. L’American Psychological Association definisce la resilienza come:

… il processo di adattamento di fronte a avversità, traumi, tragedie, minacce o anche a significative fonti di stress – come problemi familiari e di relazione, seri problemi di salute, stress sul luogo di lavoro e stress finanziario. Significa “rimbalzare” dalle esperienze difficili.

Nello sport le avversità possono essere gli avversari che si dimostrano più tosti di come pensavamo, i tifosi che ci portano dalle stelle alle stalle, i compagni di squadra che iniziamo a vedere come minacce invece che come alleati, le difficoltà nella realizzazione dei risultati che ci sembravano facili ma magari non lo sono così tanto, le tensioni interne che si accendono nei momenti di stress, ecc. Come si fa a “rimbalzare” da queste esperienze difficili?

Può essere insegnata la resilienza?

Gli atleti, a qualsiasi livello competano, ma soprattutto gli atleti con alte prestazioni, devono avere una grande capacità di recupero per combattere le dinamiche del conflitto interno ed esterno. Come afferma Pietro Trabucchi, uno dei massimi esperti di resilienza nello sport:

 la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a “leggere” gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.”

A questo punto sorge spontanea una domanda: la capacità di recupero è un tratto innato o un tratto che può essere insegnato? Tutte le risposte a questa domanda sembrano derivare dalla teoria della resilienza, che è ampia e può essere applicata in molte situazioni differenti. In sostanza, la teoria della resilienza si basa sul principio che tutte le persone hanno la capacità di superare le avversità, nonostante le loro circostanze di vita. Ovviamente, questa capacità la si allena, paradossalmente, nelle difficoltà!

L’esempio che ci piace portare prende spunto da un ambito non sportivo. Se voglio temprare il mio fisico e renderlo resistente alle avversità climatiche, di sicuro il modo migliore non è chiudermi in una campana di vetro. Sarà necessario, iniziare a sfidare il freddo, ad espormi alle avversità e questo può essere che, all’inizio, mi causi disagio perché non sono abituato. Rimasi colpita in un mio viaggio in Lapponia, ad inizio gennaio, quando vidi un gruppetto di bambini che giocavano a calcio in un parchetto, in maniche corte a circa -10°. Ho pensato che se avessimo messo i nostri figli a giocare in quelle condizioni probabilmente li avremmo ricoverati subito dopo la partita con un inizio di ipotermia!!!! E invece per loro era normale: erano, ovviamente, temprati a quelle condizioni.
Prendendo spunto dall’aneddoto, se voglio temprare il mio atteggiamento mentale a resistere nelle difficoltà, devo accettare di vivere delle difficoltà, in alcuni casi vado a cercare le difficoltà alzando l’asticella e solo in quelle condizioni potrò sviluppare questa competenza mentale. Sarà sicuramente molto più difficile sviluppare la resilienza se la strada di fronte a me è sempre facile e priva di ostacoli!

La star dell’NBA Michael Jordan è un esempio di resilienza nello sport. Tagliato fuori dalla squadra di basket del liceo, questo evento non gli ha impedito di giocare. Nell’articolo di Bud Bilanich, “50 personaggi famosi che fallirono nel loro primo tentativo di successo nella carriera”, Michael Jordan afferma:

 “Ho perso più di 9.000 colpi nella mia carriera. Ho perso quasi 300 giochi. In 26 occasioni mi è stato affidato il tiro vincente e l’ho sbagliato. Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ed è per questo che ho vinto tutto.”

Questo è l’esempio per eccellenza del valore della resilienza nell’atletismo. Bo Hanson, un quattro volte olimpionico di canottaggio e ora consulente di coaching, attesta anche l’importanza della resilienza in un atleta. Hanson riconosce che mentre tutti gli atleti commettono errori, ciò che distingue un atleta d’elite dalla norma è la sua capacità di recuperare rapidamente da un errore.

Un processo in 4 fasi per aumentare la resilienza

Nel suo articolo Superare gli errori di prestazione con la resilienza, la dott.ssa Gloria B. Solomon, specialista in psicologia dello sport e rinomata sociologa sportiva, esplora l’argomento. In collaborazione con la sua collega, A. Becker, Solomon ha sviluppato un processo in quattro fasi per aiutare gli atleti a gestire e imparare dagli errori di performance e aumentare la capacità di recupero individuale.

  1. Conferma. L’atleta riconosce e accetta la responsabilità per il suo errore e la frustrazione che ha causato. La proprietà dell’errore è essenziale in questa fase di resilienza, come riconoscere la frustrazione per il singolo atleta, così come per la squadra.
  2. Revisione. L’atleta rivede il gioco e determina come e perché si è verificato l’errore di prestazione.
  3. Pianificare strategie. L’atleta fa un piano per intraprendere azioni correttive per i giochi futuri. A questo punto, i membri della squadra o gli allenatori possono anche assistere in azioni correttive, ma ancora una volta, la proprietà per l’errore di performance, così come per la strategia futura, appartiene al singolo atleta.
  4. Eseguire. L’atleta continua ad allenare le nuove strategie e si prepara per la prossima partita.

 A prima vista, sembra che questa lista richiederà del tempo per essere messa in atto, ma in realtà, poiché l’atleta pratica e implementa continuamente questo processo, il feedback richiederà alcuni secondi. Più velocemente l’atleta realizza e attualizza questo processo, più resiliente diventa l’atleta. La pratica rende resilienti!

Alcuni spunti di riflessione importanti che dobbiamo tenere a mente se siamo in una fase di allenamento alla resilienza (ossia se stiamo attraversando il nostro momento no) ce li fornisce Pietro Trabucchi nel suo libro “Tecniche di resistenza interiore. Come sopravvivere alla crisi della nostra società” che abbiamo provato a sintetizzare:

  • Occhio a cosa ci diciamo! Possiamo diventare i principali nemici di noi stessi se cadiamonell’autosabotaggio, che può assumere diverse forme, più o meno gravi. La più comune sono i pensieri pessimisti: “Non ce la farò mai”. Pensarlo, vuol dire partire sconfitti. In altri forme l’autosabotaggio arriva alla colpevolizzazione dei propri compagni di squadra, in altre parole “massacriamo” coloro che dovrebbero aiutarci a superare la crisi.
  • Imparare a “stare” nel disagio.La vita contemporanea ci spinge a scegliere solo ciò che è piacevole al momento e ad evitare lo sconforto, l’amarezza, il disagio. Raggiungere un obiettivo, però, qualunque obiettivo, richiede una certa dose di fatica, d’insoddisfazione. Una parte della vita che bisogna imparare ad accettare, se vogliamo costruire qualcosa e scegliere fino in fondo la direzione della nostra esistenza. Pensare di avere solo pensieri e sensazioni ‘positive’ è una trappola, la cosiddetta trappola della felicità.
  • La radice della demotivazione.Uno dei primi modi per sconfiggere la demotivazione è capire da dove viene. Potrebbe essere mossa dalla paura di non farcela: in quel caso dobbiamo essere bravi a “dare un nome” alla paura e a chiederci “Perché ho paura di ciò che sta accadendo o potrebbe succedere?”, “Quali sono le probabilità che il risultato peggiore si verifichi
  • Non aspettarti uno sforzo minore.A volte, probabilmente l’abbiamo sperimentato tutti, quando ci aspettiamo di affrontare un compito che ci sembra facile, in realtà facciamo maggiore fatica. Perché? Non diamo al cervello il tempo di ‘tarare’ il suo impegno sulla giusta distanza. Trabucchi spiega questo passaggio con un esempio, ancora una volta dallo sport: “Noi siamo in grado di adattare l’intensità dell’esercizio in base alla lunghezza del tragitto che ci aspettiamo di dover correre. La scelta è tanto più adeguata quanto più l’atleta è esperto. Ad esempio: un atleta esperto parte a ritmi molto diversi se deve corre una mezza maratona o cento chilometri. Il cervello impara dall’esperienza: la regolazione anticipativa del ritmo migliora con il tempo. La scelta del ritmo giusto è fondamentale per tutti gli atleti, indipendentemente dalla loro classe prestativa”.

Riferimenti:

  • Pietro Trabucchi, “Resisto, dunque sono”
  • Pietro Trabucchi, “Perseverare è umano”
  • Pietro Trabucchi, “Tecniche di resistenza interiore”.
  • PsychCentral. “Cos’è la resilienza?”. Associazione Americana di Psicologia.
  • Solomon, G., “Superamento degli errori di performance con resilienza”. Associazione per la psicologia degli sport applicati.
  • Hanson, B. “6 modi per migliorare la resilienza di un atleta.” Valutazione dell’atleta.
  • Bilanich, B .. “50 personaggi famosi che hanno fallito nel loro primo tentativo di successo nella carriera.” Bud Bilanich.

Superare i momenti di “crisi” come squadra

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Superare i momenti di "crisi" come squadra team building team squadra resistenza resilienza pressione mental training durezza mentale collective psychological collapse collasso psicologico collettivo

Uniti si vince, ma superare i momenti di crisi come squadra è un aspetto molto complesso della preparazione mentale di un team.

Perdere una partita importante all’ultimo minuto?
Una scarsa prestazione contro avversari tecnicamente più deboli?
I giocatori che “perdono la testa” nei momenti delicati della partita importante?

Questi sono solo alcuni segnali che potrebbero far pensare ad un “collasso psicologico collettivo”. La capacità di affrontare efficacemente questi momenti di crisi psicologica è una competenza che ogni team dovrebbe possedere.

Il workshop proposto mira a fornire alle squadre alcuni strumenti fondamentali per la gestione efficace di queste fasi di gara, migliorando la resistenza mentale e la capacità collettiva di fronteggiare lo stress.

Contattaci per avere maggiori informazioni sul programma e sui costi.

Approfondiamo un pò il concetto di collasso psicologico collettivo.

In generale il collasso collettivo può accadere in due modi: nel primo caso la squadra mostra un radicale decremento della prestazione durante uno specifico match. Nel secondo caso, il match comincia già con una prestazione sotto il livello minimo di prestazione, parametrato rispetto alle prestazioni abituali della squadra. Nella dinamica del collasso collettivo sono coinvolti tutti i giocatori e per questo motivo viene considerato un fenomeno sociale, con alti livelli di “contagio” tra un giocatore e l’altro. Alla base di questo fenomeno viene sempre preso in considerazione il livello di pressione a cui la squadra è sottoposta.

Se vuoi scoprire come abbiamo affrontato una situazione simile con una squadra, leggi il nostro articolo, pubblicato sulla Rivista Movimento – Volume 33 – n.2/3.

Sport is… MAGIC: il lavoro di allenamento mentale nelle squadre

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sport is... MAGIC: il lavoro di allenamento mentale nelle squadre Torino team squadre sportivi psicologia sportiva psicologia dello sport performance obiettivi negoziazione mental training mental coach leadership gruppi ebooklet e-booklet comunicazione b-skilled   Questo e-booklet nasce per rispondere a tutti coloro che si chiedono: “Ma cosa fa uno psicologo dello sport quando lavora con un team sportivo?”

Il lavoro di allenamento mentale nelle squadre sportive è complesso ma la ricerca scientifica evidenzia alcuni fattori chiave da analizzare e le competenze da ottimizzare per incrementare la performance di un team di lavoro.

In questo e-booklet introduciamo questi aspetti e vi diamo un’idea dei protocolli di intervento che utilizziamo quando veniamo contattati dalle società sportive in qualità di team mental coach!

Come al solito l’e-booklet è gratuito e vi saremo grati se vorrete farlo leggere anche ai vostri amici sportivi!

Buona lettura!

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Dalla pizza insieme al vinciamo insieme: la coesione di gruppo!

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Dalla pizza insieme al vinciamo insieme: la coesione di gruppo! team squadre sport psicologia dello sport psicologia obiettivi gruppo goal setting coesione   Se si pensa agli ingredienti fondamentali per un’ottima prestazione all’interno di squadre sportive, sicuramente uno dei primi punti che viene in mente è la “coesione”. La coesione è una dinamica che, per quanto sia fondamentale, rischia a volte di essere sottovalutata, forse perché non sempre si sa come potervi lavorare o perché, come spesso accade, si considera la coesione come semplice amicizia tra gli atleti.

Dalla pizza insieme…
Il discorso di come poter lavorare sulla coesione parte infatti da un approfondimento su cosa, all’interno dello sport (ma non solo…), si intenda con il concetto di coesione. Molto spesso con la coesione si indica semplicemente un rapporto di amicizia che lega gli appartenenti ad una squadra; viene quindi facilmente confusa la coesione con l’andare a mangiare la pizza insieme alla fine delle partite o dell’allenamento; quanti più atleti si va in pizzeria, più la squadra è coesa.

 …Al “vinciamo insieme”.
Per quanto in una squadra, come in qualsiasi gruppo umano, sia molto importante che vengano mantenuti dei rapporti umani positivi, la coesione è un qualcosa che va oltre all’amicizia. Esistono, infatti, due tipi distinti di coesione (Carron, 1985):

  • La coesione orientata al sociale che è appunto il collante sociale che tiene unite delle persone all’interno di un gruppo e
  • la coesione orientata al compito che è quanto i membri di un qualsiasi gruppo sono uniti nel cercare di portare a termine un compito.

In situazioni di competitività, come può essere lo sport o un contesto aziendale, per poter cercare di raggiungere una prestazione eccellente, è molto importante, quindi, focalizzarsi sulla coesione orientata al compito.

Obiettivi condivisi
Il modo migliore per poter lavorare sulla coesione orientata sul compito è fare in modo che tutti gli appartenenti ad una squadra siano motivati a portare a termine il compito di gruppo, a raggiungere quindi un obiettivo. Quanto più un obiettivo è “sentito” da tutti i membri di un gruppo, più è facile che ci sia un’unità nel cercare di raggiungerlo.

Goal Setting
Per poter avere una coesione di gruppo adeguata, quindi è fondamentale una strategia di goal setting che permette alla squadra di avere degli obiettivi che siano:

  • Condivisi da tutti i membri. Se tutti quanti i membri della squadra considerano importante l’obiettivo, saranno sicuramente più uniti nel cercare di raggiungerlo.
  • Chiari. L’obiettivo deve essere chiaro per tutti, così che tutti possano identificarsi.
  • Stimolanti per la squadra. L’obiettivo deve essere stimolante per fare in modo che la motivazione a raggiungerlo sia sempre alta in tutti i membri.

Questi obiettivi devono essere decisi dal gruppo e possono essere creati in aggiunta a quello che magari viene dato dalla società o dall’allenatore (ovviamente non devono essere in contrasto…). Lavorando in questa direzione, motivando quindi tutti (o la maggior parte) degli atleti della squadra a raggiungere un obiettivo, è molto più facile creare un gruppo unito.

 E la pizza?
Come abbiamo visto prima, è comunque importante che ci siano dei buoni rapporti sociali all’interno di una squadra e che quindi se dopo le partite ci si ritrova tutti insieme in pizzeria, sicuramente può essere un aiuto, anche se non è il segnale maggiore di una coesione. Portate quindi i vostri atleti in pizzeria ma per avere un gruppo unito non dimenticatevi di renderli motivati a raggiungere un obiettivo!

Team Coaching

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Pacchetti formativi di team coaching su tematiche specifiche della psicologia dello sport per squadre o gruppi sportivi che vogliono iniziare ad acquisire competenze nell’ambito del mental training per un proprio percorso di allenamento mentale personale (atleti).
I percorsi prevedono una parte di formazione teorica alteranta a momenti di pratica e acquisizione di tecniche e strumenti di ottimizzazione della performance.
I moduli hanno la durata di 120’ a sessione.

Tariffa Partnership
 Moduli             180 euro cad (+IVA) * richiedici come avere uno sconto
riservato ai partner
Il costo totale del team coaching è calcolato sul numero di moduli presenti in ogni pacchetto per un massimo di 15 persone. Per ogni partecipante in più vanno aggiunti 20 euro/pers.

Le nostre offerte formative:

Pacchetti
Gestione dell’ansia e stress da competizione
4 moduli
Goal setting e obiettivi 2 moduli
Motivazione 2 moduli
Comunicazione nel gruppo
3 moduli
Teamwork 5 moduli
Gestione conflitto
3 moduli

Le tre C del capitano sportivo

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le tre C del capitano sportivo Torino team squadra sport psicologia dello sport psicologia leadership leader fiducia errori cura credibilità coraggio coerenza capitano allenatore   Essere stato nominato capitano della squadra è abbastanza un onore per ogni atleta. La scelta del capitano rappresenta spesso la manifestazione del rispetto e della fiducia di una squadra nei confronti del suo leader. Tuttavia, all’onore si aggiunge anche una grande responsabilità. Un capitano deve rendere conto alla squadra dopo una brutta prestazione e deve essere in grado di condurre la squadra nella direzione desiderata. E’ importante che sappia mantenere il controllo nelle situazioni di pressione e che sappia essere il modello di eccellenza per i compagni. Spesso, allenatori e atleti si aspettano molto dai loro capitani quindi,  vale la pena di essere un capitano?

Essere scelto come leader di una squadra è sicuramente un’esperienza di crescita molto forte per ogni atleta tuttavia è importante non dar mai per scontato il proprio ruolo. Ricordiamo così la regola delle tre C!

Cura
i grandi capitani hanno un innegabile passione per il gioco, per competere e per i loro compagni di squadra . Hanno messo il successo della squadra prima dei propri bisogni e sono veramente interessati del benessere di tutti i membri del team. Il capitano dunque “si prende cura”: dovrebbe trattare tutti i compagni di squadra con rispetto e riconoscere i contributi di tutti i membri del team. Qualsiasi problema con un compagno di squadra viene gestito in privato e in modo positivo per affrontare la situazione e trovare una soluzione. Il capitano deve essere anche la persona in grado di fermare la diffusione rumor e pettegolezzi: comportamenti distruggono chimica di squadra .

Coraggio
I capitani sono disposti a farsi avanti. Come un capitano coraggioso  è necessario ” passare dalle parole ai fatti” e non si può avere paura di competere nelle peggiori delle situazioni . Capitani coraggiosi per dare l’esempio per il resto della squadra! Le vostre azioni devono incarnare i valori fondamentali della squadra, soprattutto nei momenti di avversità . Essere un modello di coraggio e di dedizione per i vostri compagni di squadra, impostando obiettivi alti e lavorando sodo per raggiungerli. Infine, come un capitano coraggioso è necessario dimostrare che ci si fida dei propri compagni di squadra e allenatori, anche nei momenti in cui, magari, i propri compagni non riescono a dare il meglio di loro.

Coerenza
Capitani efficaci devono essere un modello di coerenza. Per essere un capitano coerente è necessario dare il 100 % sforzo in ogni allenamento e partita. Non si può “predicare bene e razzolare male” e sperare di guadagnarsi il rispetto di compagni di squadra e allenatori. Non esistono scorciatoie, esiste la comunicazione e la negoziazione! È importante sottolineare che per essere un capitano coerente si deve restare fedele al proprio stile  e di non cercare di essere qualcun altro .

Lavorando su queste 3 C vi farà guadagnare la 4 C: la Credibilità. Niente è più importante che essere percepito come leader credibile e affidabile!

Alcune persone esprimono queste caratteristiche in modo spontaneo, le hanno apprese nel corso della vita perchè nessuno… è nato capitano! E’ importante confrontarsi con altri capitani, sapere come loro hanno gestito alcune situazioni, imparare da chi ha più esperienza, confrontandosi spesso con gli allenatori.
Il ruolo del capitano è fondamentale per ogni squadra ma bisogno imparare a farlo, imparare a fare ciò che è giusto per la squadra anche se non è la scelta più semplice, fare senza parlare troppo, imparare dai propri errori.

Una delle frasi che ripetiamo spesso ai nostri atleti e che può essere un buon spunto di rilfessione è

“non dirimi ciò che farai, ma fai ciò che dici”.

Questo è il segreto di un buon capitano!

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