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Ipnosi: uno strumento “evidence-based”

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi: uno strumento "evidence-based" terapia cognitivo comportamentale ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous evidence-based

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi: uno strumento "evidence-based" terapia cognitivo comportamentale ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous evidence-based   Molte persone si stupiscono ancora oggi dell’efficacia dell’ipnosi nel trattamento e nel miglioramento di alcune condizioni cliniche. Ad oggi possiamo trovare centinaia di studi scientifici, alcuni anche di elevata qualità, così come troviamo interessanti meta-analisi che dimostrano l’efficacia dello strumento ipnotico. Cosa più interessante è che diversi organismi medici hanno iniziato negli scorsi decenni ad interessarsi all’ipnosi, come ad esempio il British Medical Association, l’American Medical Association e il National Institute of Medicine.

Per chi conosce bene l’inglese può trovare un interessante lavoro di report realizzato dalla British Psychology Association, intitolato “The Nature of Hypnosis” dove vengono evidenziate le potenzialità cliniche dell’ipnosi con tanto di conferma scientifica.

Tornando al nostro passato recente, troviamo una clinical review pubblicata dal British Medical Journal che tratta proprio l’argomento dell’ipnosi e delle tecniche di rilassamento nel trattamento di diverse condizioni mediche e nella riduzione del dolore.

Gli studi citati concludono che l’ipnosi:

  • mostra una buona evidenza, in studi di controllo randomizzato tra ipnosi e tecniche di rilassamento, sulla riduzione dell’ansia, in particolar modo legata a situazioni stressanti, come ad esempio nel caso di trattamenti chemioterapici;
  • ha un effetto nel trattamento del disturbo da attacchi di panico e nell’insonnia, in particol modo se integrato in percorsi di terapia cognitiva;
  • determina un amplificazione degli effetti positivi della terapia cognitivo-comportamentale in condizioni cliniche come le fobie, l’obesità e i disturbi di ansia;
  • è un valido supporto nel trattamento del dolore sia acuto che cronico;
  • può essere di supporto nel trattamento dell’asma e della sindrome del colon irritabile;
  • ha una forte evidenza scientifica nel trattamento di alcuni sintomi presenti in condizioni tumorali, quali l’ansia, il dolore, la nausea e il vomito conseguenti il trattamento chemioterapico, soprattutto nei bambini. (BMJ 1999;319: 1346-1349 ‘Hypnosis and relaxation therapies,’ Vickers & Zollman).

In sintesi la Clinical Review proposta dal British Medical Journal evidenzia che l’ipnositerapia ha una forte e comprovata efficacia in tre condizioni cliniche:

  • dolore
  • ansia
  • insonnia

In una review condotta da Wark, nel 2008, pubblicata sull’American Journal of Clinical Hypnosis, l’autore raccoglie 18 meta-analisi realizzate dal 2000 al 2007 per mettere in evidenza la scientificità dell’utilizzo dell’ipnosi in contesti clinici e terapeutici. Il criterio con cui gli studi sono stati classificati sono 3: “possible”, “effective” e “specific”.

Un trattamento è considerato “possible” se gli studi sono stati realizzati su 25 o più soggetti comparati con gruppi di controllo, se è stato realizzato un protocollo di intervento e quindi lo studio è replicabile e se lo studio mostra una significativa efficacia rispetto al gruppo di controllo o a placebo.

I trattamenti considerati “effective” se i risultati dello studio originale sono stati replicati in almeno 2 studi successivi realizzati in laboratori differenti e i dati emersi sono statisticamente significativi rispetto al gruppo di controllo.

In ultimo, i trattamenti considerati “specific” sono quelli in cui l’efficacia dell’ipnosi si è risultata statisticamente significativa rispetto al placebo o altre terapie in più di 2 studi indipendenti.

Le tabelle riportanti le 31 condizioni cliniche, classificate secondo i 3 criteri sono reperibili qui.

Possiamo concludere che, sicuramente, la ricerca sull’efficacia dell’ipnosi ha ancora molti passi da fare ma, altrettanto sicuramente, possiamo smentire chi sostiene che l’ipnosi non sia uno strumento evidence-based!

Bibliografia:

  • Wark, David M. (2008), “What we can do with hypnosis: a brief note“, American Journal of Clinical Hypnosis”, July 2008
  • Robertson D, “Wich forms of hypnotherapy are evidence-based?”, The hypnoterapy Journal, 2009
    War DM, “What we can do with Hypnosis: a brief note”, American Journal of Clinical Hypnosis, 2008
    Sitografia
  • Register for Evidence-Based Hypnoterapy and Psychoterapy (www.rebhp.org)

Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un’integrazione possibile? Seconda parte

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? Seconda parte terapia cognitivo comportamentale TCC metodologia ipnosi gladys bounous cbt

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? Seconda parte terapia cognitivo comportamentale TCC metodologia ipnosi gladys bounous cbt   Continua la rassegna di articoli per spiegare le connessioni tra l’ipnosi e la TCC. In questo secondo articolo vediamo insieme i modelli teorici che spiegano l’ipnosi in ottica cognitivo-comportamentale, attraverso alcune domande.
L’ipnosi e la terapia cognitivo comportamentale condividono, come abbiamo visto nel precedente articolo, tecniche e posizioni teoriche simili. Ad esempio l’utilizzo del rilassamento o delle procedure immaginative è comune sia nell’ipnosi che nella TCC. I ricercatori hanno mostrato, inoltre, anche delle similitudini tra le strategie cognitive e le strategie di ipnosi Ericksoniana:  una delle tecniche più comuni è proprio il “reframing”.
Vediamo insieme 4 domande fondamentali per ogni terapeuta che voglia integrare l’ipnosi nella sua pratica clinica.

1) Esiste un modello clinico per l’integrazione fra  ipnosi e terapia cognitivo comportamentale?

  I ricercatori hanno descritto diversi modelli per l’integrazione dell’ipnosi con l’approccio cognitivo comportamentale:

  • Cognitive skill Model (Diamond 1989):  Focalizza l’attenzione sui processi cognitivi volontari e involontari. Questo modello non rifiuta totalmente il concetto di trance  ipnotica o stato alterato di coscienza. L’ipnotizzabilità è considerata un’abilità che può essere appresa e non un tratto di personalità. Le tecniche cognitive comportamentali, come ad esempio l’arresto del pensiero e le auto istruzioni, sono spesso utilizzate  per incrementare le abilità ipnotiche.
  • Cognitive Developmental Model (Dowd 2000):  Deriva da un approccio costruttivista e considera due tipi di conoscenza, tacita ed esplicita. La conoscenza tacita si sviluppa prima dello sviluppo del linguaggio, mentre la conoscenza esplicita può essere modificata attraverso il linguaggio ed è associata alla terapia cognitiva. La conoscenza implicita, d’altro canto, è considerata meno sensibile al cambiamento attraverso il linguaggio ma può essere sviluppata attraverso delle tecniche terapeutiche che focalizzano l’attenzione sulle immagini e sulle emozioni. Secondo questo approccio esistono quindi due tipi di ristrutturazione cognitiva che si possono fare attraverso l’ipnosi: la ristrutturazione cognitiva di eventi (pensieri automatici) e la ristrutturazione cognitiva degli schemi. L’ipnosi pertanto può essere molto utile per modificare la conoscenza tacita riducendo le resistenze al cambiamento.
  • Cognitive Behaviour Hypnosis Model (Kirsch 1999):  In cui si considera l’ipnosi come un intervento aggiuntivo agli interventi cognitivi comportamentali. Questo modello rifiuta  l’idea dell’ipnosi come stato alterato, abbracciando così la posizione “no-state”. In questa chiave di lettura l’ipnosi è definita come una suggestione di cambiamento nell’esperienza personale del comportamento attraverso un’interazione tra cliente e terapista. L’enfasi e quindi sull’interazione sociale, includendo le aspettative e le convinzioni del paziente. In questo modello interventi di tipo il rilassamento e l’imagery sono considerati molto simili alla procedura ipnotica, quasi da essere indistinguibili. Questo approccio suggerisce: “per il terapeuta cognitivo comportamentale l’ipnosi semplicemente una nuova etichetta era per chiamare qualcosa che lui ordinariamente fa”. Questa teoria si sviluppa anche a partire dagli studi effettuati sull’effetto placebo negli anni 80-90 dello scorso secolo.
  • Sarbin e la prospettiva socio-cognitiva.  L’autore focalizza l’attenzione sull’assunzione di ruolo che il soggetto ipnotizzato a durante l’esperienza ipnotica, traendo origine dai concetti della psicologia sociale. Secondo questa prospettiva il soggetto agisce “come se” recitasse un ruolo preciso. Per assumere questo ruolo importante che il soggetto abbia una motivazione positiva, una tre concezione del ruolo dell’ipnotizzato e la capacità di immaginazione attiva per poter recitare “come se”. In altre parole come se le persone ipnotizzate cambiassero ruolo, come degli attori.
  • Barber  e il ruolo dell’attitudine positiva verso l’ipnosi e dell’immaginazione attiva coinvolta nel processo di suggestione.  Questo gruppo di ricercatori hanno condotto diversi studi in cui hanno comparato tre gruppi di persone diversi: soggetti che hanno ricevuto una suggestione ipnotica tradizionale, soggetti che hanno ricevuto istruzioni motivazionali al compito e soggetti che non avevano ricevuto né induzione né istruzioni motivazionali ma semplicemente state chiamate ad immaginare. I risultati di questo esperimento furono che non c’erano significative differenze tra i primi due gruppi.  Secondo questo approccio dunque ciò che rende efficace l’ipnosi sarebbe come viene presentata la situazione ipnotica, come vengono fornite le istruzioni ipnotiche e il tono della voce in cui le suggestioni vengono fornite. Questi antecedenti sarebbero dunque la causa della risposta ipnotica, che si manifesterebbe automaticamente come conseguenza. Barber  concluse dunque che gli effetti delle suggestioni ipnotiche non sono attribuibili a uno stato di trance ipnotica ma piuttosto a un set cognitivo positivo che può essere sintetizzata dall’acronimo coniato da Aroaz, TEAM (Trust, Expectation, Attitude, Motivation).

Barber  classifica i soggetti ipnotici in base al loro comportamento durante l’induzione:

  • negativi: quelli che pensano cioè che non funzionerà;
  • passivi: quelli che adottano una posizione stiamo a vedere e si limitano semplicemente a seguire le istruzioni dell’ipnotista;
  • attivi: quelli che ripensano le suggestioni e attivamente immaginano le cose descritte e suggerite dall’ipnotista.  Questi ultimi soggetti possono essere ulteriormente diviso in due sottogruppi:
    • soggetti naturalmente predisposti;
    • soggetti allenati

2) L’utilizzo dell’ipnosi richiede necessariamente l’accettazione del costrutto di inconscio?

Il termine inconscio è chiaramente un punto di controversia tra l’approccio comportamentale e l’approccio dinamico. Storicamente l’ipnosi, nell’approccio dinamico, era considerata un ponte privilegiato per accedere all’incontro delle persone. Chiaramente questa posizione si scontra con i presupposti della teoria cognitivo-comportamentale.

Dollard e Miller (1950)  traducono il tradizionale pensiero psicanalitico in una teoria dell’apprendimento. E si descrivono l’inconscio come il prodotto dei rinforzi. Le persone non hanno consapevolezza dell’impatto dei rinforzi sul loro comportamento e pertanto i comportamenti inconsci possono essere considerati il risultato di un condizionamento subito prima dello sviluppo del linguaggio. Successivamente i teorici comportamentali  spingeranno ancora di più per sottolineare gli aspetti essenziali della teoria dell’apprendimento. I terapisti cognitivi comportamentali hanno rivisitato il concetto di “processo inconscio” attraverso il lavoro di Beck (1970). Beck  ci parla di processi cognitivi che sono spesso automatici e quindi fuori dalla consapevolezza soggettiva. Parliamo dunque di:

  • Eventi cognitivi o pensieri automatici che sono il frutto dell’automatizzazione di un apprendimento;
  • Processi cognitivi  che si riferiscono al processi di acquisizione dell’informazione, memorizzazione e rieducazione dei ricordi che, in qualità di attività meta cognitive, sono anche se è automatica
  • Strutture cognitive  intese come schemi cognitivi. Uno schema è un qualcosa di strutturato all’interno della persona che agisce in modo automatico e le persone spesso sono inconsapevoli dell’influenza degli schemi nell’emissione dei loro comportamenti.

3) Ci sono ricerche che supportano l’uso dell’ipnosi in aggiunta alla terapia cognitivo-comportamentale?

La questione è stata indagata da una meta-analisi  di 18 studi che comprendeva i seguenti problemi: obesità, dolore, insonnia, ansia, fobie, performance, ulcera e public speaking (Kirsch, Montgomery e Sapirstein 1995).  Questi studi includevano le seguenti tecniche cognitive comportamentali: il rilassamento, covert modeling, imagery,  auto monitoraggio, suggestioni di coping,  auto  rinforzo, desensibilizzazione sistematica, controllo dello stimolo e ristrutturazione cognitiva. Questi studi si basano sulla prospettiva “nonstate”  che ipotizza che l’ipnosi possa aumentare i risultati della terapia attraverso il suo effetto sulle convinzioni e aspettative del cliente.  Un aumento significativo dell’efficacia è stato riscontrato nei trattamenti in cui le tecniche cognitivo-comportamentali erano abbinate all’ipnosi, con una differenza di circa il 70% rispetto ai clienti che ricevettero un trattamento non ipnotico (Kirsch, 1995).

4) Il clinico cognitivo comportamentale può raggiungere gli stessi risultati senza l’uso dell’ipnosi?

Innanzitutto l’ipnosi deve essere considerata una tecnica che facilita il processo di psicoterapia e abbiamo visto che molte tecniche  ipnotiche sono simili o sovrapponibili alle tecniche cognitive comportamentali.  Quindi potenzialmente la risposta è “si”, tuttavia è possibile capire laddove l’uso dell’ipnosi sarebbe effettivamente auspicabile nel trattamento individuale.

5)Quando il clinico cognitivo comportamentale decide di usare l’ipnosi?

L’assessment  iniziale ha due obiettivi principali: ottenere una lista dei problemi e sviluppare una formulazione del caso. La concettualizzazione del caso permette al terapeuta di strutturare interventi specifici. Il cliente può inoltre suggerire o richiedere l’utilizzo di tecniche specifiche tra cui l’ipnosi. Chiaramente  se il paziente è particolarmente interessato all’ipnosi questa tecnica deve essere tenuta in debita considerazione.

Bibliografia

  • Robertson D., “The practice of cognitive-behavioural hypnotherapy. A manual for Evidece-based Clinical aHypnosis”, Karnac, 2013
  • Diamond MJ, The cognitive skill model: an emergin paradigm for investigating hypnotic phenomena in Spanos & Chaves, “Hypnoisis: the cognitive-behavioural perspective, Prometeus, 1989
  • Dowd TE, “Cognitive Hypnotherapy”, Jason Aronson, 2000
  • Sarbin TR, “Contribution to role-taking theory”, Psychological Review, 57, 255-270, 1950
  • Sarbin TR, The construction and reconstrucion of hypnosis, in Spanos & Chaves, “Hypnoisis: the cognitive-behavioural perspective, Prometeus, 1989
  • Kirsch I., Clinical hypnosis as a nondeceptive placebo in Kirsch I, Capafons A, Cardena-Buelana E “Clinical Hypnosis e Self-regulation: cognitive behavioural perspective”, Washington APA, 1999
  • Beck AT, Role of fantasies in psychotherapy and psychopathology, the Journal of nervous and mental diseases, 150: 3-17, 1970
  • Kirsch I, Montgomery G, Sapirstein G, Hypnosis as an adjunct to cognitive-behavioural psychotherapy: a meta analysis, Journal of consulting and clinical psychology, 63: 214-220, 1995
  • Barber TX, Spanos NP, Chaves JF, “Hypnotism, imagintation e Human Potentialitie,”, Pergamon Press, 1974
  • Alford BA, Beck AT, “The integrative power of cognitive therapy”, Guilford, 1997
  • Chapman RA, “The clinical use of hypnosis in cognitive behaviour therapy”, Springer Publishing Company, 2006
  • Lynn SJ, Rhue JW, “Theories of hypnosis”, the guilford press, 1991
  • Lynn SJ, Kirsch I, “Essential of Clinicaly Hypnosis. An evidence based approach”, American Psychological Association, 2006

Articolo tradotto e sintetizzato da Gladys Bounous (psicologa, ipnologa, specializzanda in terapia cognitivo-comportamentale)

Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un’integrazione possibile? – prima parte

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? - prima parte terapia cognitivo comportamentale TCC sport psicoterapia psicologia ipnoterapia ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? - prima parte terapia cognitivo comportamentale TCC sport psicoterapia psicologia ipnoterapia ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous   Nella pratica sportiva, e non solo, utilizziamo l’ipnosi come tecnica per l’incremento delle performance. Questo spesso induce le persone a dubitare della scientificità del nostro approccio. Gli articoli che seguiranno hanno lo scopo di raccontare qualcosa in più circa la scientificità dell’ipnosi e sulla sua integrazione con metodologie operative “evidence based” come l’approccio cognitivo-comporamentale. In questo primo articolo facciamo un tuffo nella storia dell’ipnosi e TCC per scoprirne in punti di contatto…

Cosa intendiamo per ipnoterapia cognitivo-comportamentale? Questo termine viene spesso utilizzato in riferimento all’integrazione dell’ipnosi con la terapia cognitivo-comportamentale. Tuttavia, come vedremo, può significare anche una riconcettualizzazione cognitiva-comportamentale dell’ipnosi, attraverso una spiegazione dei processi psicologici coinvolti nella “trance ipnotica”. Secondo questa concezione l’ipnoterapia è innanzitutto una terapia della “suggestione immaginativa”, che è utilizzata per stimolare un’immaginazione cosciente e profonda a sufficienza per generare un cambiamento terapeutico. Esistono altri modelli di riferimento teorici per spiegare l’ipnosi: quello di matrice psicodinamica o quello ericksoniano per esempio. Tuttavia il nostro orientamento è cognitivo-comportamentale poichè è l’approccio che, ad oggi, ha dimostrato le maggiori evidenze scientifiche di efficacia.

Ipnosi e TCC: una storia in comune
L’approccio cognitivo-comportamentale all’ipnosi riprende la definizione data da Braid, nel 1841-42, che viene considerato come il fondatore dell’ipnosi moderna e primo utilizzatore del termine ipnosi, come abbreviazione del termine “neuro-ipnosi”. La visione di Braid all’ipnosi può essere così sintetizzata:

  • Egli considera l’ipnosi con una forma di concentrazione conscia e immaginazione attiva (al contrario del concetto psicodinamico di mente inconscia);
  •  Egli non parlò mai di “trance” non credendo che le tecniche ipnotiche potessero generare uno stato particolare di coscienza, in contrapposizione con i sostenitori dell’ipnosi come stato alterato;
  • parlò di suggestioni proposte dall’ipnotista ma le considerava primariamente una forma di autosuggestione  e il ruolo dell’ipnotista era semplicemente quello di guidare la persona a focalizzare l’attenzione su un’idea dominante;
  • rifiutò sempre il termine “ipnotismo” come forma abbreviata di “neuro-ipnotismo”, perché riportava al concetto di sonno che nulla ha a che vedere con il concetto di ipnosi;
  •  adottò sempre un approccio scientifico ed empirico per sviluppare la sua teoria e la sua pratica.

Dalla concettualizzazione di Braid deduciamo che: “l’ipnosi è un processo di focalizzazione dell’attenzione su delle idee capaci di attivare dei riflessi ideomotori (o ideosensori)”.  Traduciamo  questa frase in termini più cognitivi-comportamentali: “ l’ipnosi  è un processo di focalizzazione dell’attenzione su uno dei pensieri in grado di evocare dei comportamenti specifici, overt (manifesti) e covert (non manifesti o interni)”.

Molti dei grandi nomi della terapia cognitivo-comportamentale hanno utilizzato nella loro pratica, almeno all’inizio tecniche ipnotiche: basti ricordare Josep Wolpe, l’autore che ha maggiormente comportamentale, originariamente descrisse questa tecnica come “desensibilizzazione ipnotica” (Wolpe, 1958, p.203; Wolpe 1954).
In maniera simile, Andrew Salter,  uno dei co-fondatori  della terapia comportamentale e uno dei principali  pionieri dei training sull’assertività fu un ipnotista. Salter ci parlò infatti dell’ipnosi come della “terapia del riflesso condizionato”, sulla base delle teorie di Pavlov e Hull (Salter 1949). Molte altre tecniche  che fanno parte del patrimonio della terapia comportamentale sono state precedute da tecniche simili, chiamate in modo diverso, utilizzate dagli ipnotisti dell’epoca. Recentemente il ricercatore Irving Kirsch  ha enfatizzato come molte tecniche immaginative che si ritrovano nella terapia comportamentale e nella terapia cognitivo-comportamentale (desensibilizzazione sistematica, tecniche avversive e modellamento immaginativo)  ricordano delle tipiche tecniche ipnotiche, senza menzionare la parola “ipnosi” (Kirsch, 1999, p. 217).
Ma facendo un passo ancora indietro non possiamo non ricordare l’enorme contributo all’interazione tra ipnosi e terapia comportamentale portato da Pavlov  e dalla scuola russa, in contrapposizione all’uso dell’ipnosi che venne fatto dagli psicoanalisti in America e in Europa occidentale. I ricercatori sovietici proposero delle teorie sull’ipnosi basate sul concetto di “inibizione corticale” proposto da Pavlov. In contrapposizione con l’utilizzo psicodinamico dell’ipnosi, i ricercatori sovietici proposero una terapia di condizionamento ipnotico breve  supportato da numerose prove cliniche sperimentali (Platonov, 1959).
Anche Ellis,  nella sua adolescenza, studiò le tecniche di autosuggestione di Couè che sicuramente ebbero influenze sullo sviluppo futuro del suo approccio terapeutico.
Il primo grande programma sperimentale di ricerca ipnotica fu condotto dallo psicologo comportamentista Clark L. Hull  e  riassunto nel suo saggio “Hypnosis and Suggestibility: an experimental approach” (1933). Hull concluse dopo numerosi studi che non ci fosse distinzione tra  un’induzione ipnotica e una suggestione ordinaria, fatta eccezione per il fatto che le induzioni ipnotiche sembravano essere seguite maggiormente con un relativo incremento della suggestionabilità. Sembrava dunque che qualsiasi cosa che possa essere evocata in ipnosi possa essere manifestata anche senza ipnosi: regressione, amnesia, allucinazioni, eccetera. In altre parole si arrivò a dire che lo stato di ipnosi non è nulla di speciale, drammatico o anormale come spesso si crede nella concezione popolare.

Il primo autore ad utilizzare esplicitamente il termine cognitivo-comportamentale in relazione con l’ipnosi fu Barber  nel suo lavoro del 1974.  Basandosi sulle ricerche scientifiche, Barber e i suoi collaboratori, ridefinirono l’ipnosi in termini di un particolare “cognitive set” (o mental set) molto simile agli ordinari processi cognitivi e comportamentali. Questo “set cognitivo” consiste in un insieme di pensieri, immagini, aspettative, predisposizione all’ipnosi, motivazione, coinvolgimento, fantasie, orientamento al risultato abbinati a particolari sensazioni fisiche, che possiamo definire “stato mentale di ipnosi”.

Questa definizione è supportata da diversi studi che ci dicono che l’induzione ipnotica tende semplicemente ad aumentare la responsabilità alle  suggestioni che vengono proposte (Barber, Spanos e Chaves, 1974).  Anche l’avvento delle tecniche di neuroimaging  non è servito a dimostrare che il cervello in stato di ipnosi raggiunga uno “stato unitario”  ma si è dimostrato che differenti pattern di attività neurologica si osservano differenti tipi di suggestione (Raiville, 2000).  Nonostante queste conclusioni Barber continuò ad utilizzare tecniche ipnotiche perché riscontrava comunque dei benefici nei suoi pazienti, legate soprattutto alle aspettative positive che le persone hanno rispetto questo tipo di procedura.
Seguendo lo schema di Barber la riconcettualizzazione cognitiva dell’ipnosi potrebbe essere così sintetizzata:

ANTECEDENTE

COMPORTAMENTO

CONSEGUENZA

Induzione ipnotica e suggestione

Sviluppo di un set cognitivo o Hypnotic mind set

Immaginazione attiva e consapevole

Risposte ipnotiche

In accordo con i teorici cognitivi-comportamentali, il soggetto sottoposto di ipnosi non risponde meccanicamente alla suggestione ma  attiva un processo creativo di problem solving  in immaginazione.

Da questa breve rassegna storica non c’è dubbio che l’ipnosi e la terapia cognitivo-comportamentale siano legate fra di loro più di quanto lo si voglia ammettere. Le tecniche ipnotiche possono essere considerate precursori di alcune tecniche cognitive-comportamentali e l’ipnotismo (come insieme di tecniche) può inserirsi nell’approccio cognitivo-comportamentale rispondendo adeguatamente ai criteri proposti da Beck quando parò della terapia cognitiva come “un approccio eclettico in cui possono essere inserite diverse tecniche che abbiano però dei requisiti comuni” (Alford e Beck, 1997, p. 91). Questi criteri sono:

  • Le tecniche devono essere coerenti con i principi della terapia cognitiva;
  •  l’intervento terapeutico deve derivare da un’adeguata concettualizzazione del caso;
  •  il trattamento deve avvenire in un contesto di collaborazione e di scoperta guidata;
  •  ogni sessione deve essere monitorata in termini di avanzamento dei progressi.

Le tecniche ipnotiche rispondono positivamente a questi criteri e inoltre vi sono altre ragioni per integrare l’ipnosi nella TCC, come ci suggeriscono numerosi autori:

  • molti clienti hanno alte aspettative rispetto a questa tecnica, percependo il “potere” dell’ipnosi;
  •  le tecniche ipnotiche sono capaci di indurre un  rilassamento profondo;
  •  l’ipnosi è in grado di facilitare la dissociazione (detachment)  particolarmente utile in alcune condizioni cliniche, ad esempio il controllo del dolore;
  •  l’ipnosi frequentemente riesce indurre una maggior vividezza di dettagli nelle immagini mentali che può potenziare  gli effetti delle tecniche di visualizzazione, comprese le termiche di esposizione in immaginazione;
  •  l’ipnosi sembra facilitare l’accesso all’esperienza emozionale, soprattutto nelle sessioni di regressione e abreazione, che possono potenziare gli effetti degli interventi terapeutici basati sul concetto di esposizione prolungata;
  •  i training di autosuggestione e autoipnosi offrono ai clienti la possibilità di allenare strategie di coping  applicabili in una grande varietà di situazioni;
  •  gli ipnoterapeuti,  grazie al loro complesso bagaglio di tecniche di immaginazione e tecniche verbali, hanno da sempre sviluppato la capacità di registrare tracce audio e possono essere utilizzate come supplemento alle sessioni di lavoro individuale.

Per ritornare alla domanda iniziale di questo articolo: “è possibile un’integrazione efficace tra ipnosi e CBT?”. Per noi, e non soltanto per noi, senza dubbio la risposta è: “Si”.

 Bibliografia:

  • Robertson D., “The practice of cognitive-behavioural hypnotherapy. A manual for Evidece-based Clinical aHypnosis”, Karnac, 2013
  • Braid J, “The discovery of hypnosis: the comple writing of James Braid, the father of hypnotherapy”, The Hational Council for hypnotherapy (NCH), 1843
  • Wolpe J., “Psychotherapy by reciprocal inhibition”, Standford University Press, 1958
  • Salter a., “Conditioned reflex therapy”, Wellnes Institue Ltd, 1949
  • Kirsch I., Clinical hypnosis as a nondeceptive placebo in Kirsch I, Capafons A, Cardena-Buelana E “Clinical Hypnosis e Self-regulation: cognitive behavioural perspective”, Washington APA, 1999
  • Hull, CL, “Hypnosis e suggestibility: an experitmental approach”, Crown House Publishing, 1933
  • Platonov K, “The word as a physiological and therapeutic factor: the theory and practice of psychotherapy according to IP Pavlov”, Foreing Language publishing house, 1959
  • Barber TX, Spanos NP, Chaves JF, “Hypnotism, imagintation e Human Potentialitie,”, Pergamon Press, 1974
  • Alford BA, Beck AT, “The integrative power of cognitive therapy”, Guilford, 1997
  • Chapman RA, “The clinical use of hypnosis in cognitive behaviour therapy”, Springer Publishing Company, 2006
  • Lynn SJ, Rhue JW, “Theories of hypnosis”, the guilford press, 1991
  • Lynn SJ, Kirsch I, “Essential of Clinicaly Hypnosis. An evidence based approach”, American Psychological Association, 2006

 

Articolo tradotto e sintetizzato da Gladys Bounous (psicologa, ipnologa, specializzanda in terapia cognitivo-comportamentale)