Tag: sport

L’esercizio fisico aiuta a “rimorchiare” di più!

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'esercizio fisico aiuta a "rimorchiare" di più! Torino sport psicologia dell'esercizio fisico psicologia dell'attività motoria motivazione benessere aumentare la motivazione allo sport attività motoria attività fisica

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'esercizio fisico aiuta a "rimorchiare" di più! Torino sport psicologia dell'esercizio fisico psicologia dell'attività motoria motivazione benessere aumentare la motivazione allo sport attività motoria attività fisica   Siate sinceri, chi di voi leggendo il titolo non ha pensato (anche solo ridacchiando): “Se è vero, domani mi iscrivo in palestra!”.

Ebbene in realtà questo titolo un po’ provocatorio ha un suo fondo di verità e vi spiegheremo perché tra poco. Questo discorso ci permette di toccare alcuni punti fondamentali su cui si basano gli studi della psicologia dell’esercizio fisico e che riteniamo siano fondamentali per chiunque voglia iniziare a praticare esercizio fisico per migliorare il proprio benessere personale.Una indagine ISTAT del 2014, intitolata “Aspetti della vita quotidiana”, ha voluto indagare la propensione del popolo italiano alla pratica sportiva. Ai fini dell’indagine si considera ogni tipo di pratica sportiva, svolta sia continuativamente sia saltuariamente, in modo agonistico o amatoriale, in forma organizzata o occasionale, purché esercitata nel tempo libero e con la sola esclusione di quella esercitata da atleti, insegnanti, allenatori per motivi lavorativi e professionali. Questa indagine ha evidenziato che, a partire dai 3 anni di età, solo 1 persona su 3 pratica attività sportiva (per come l’abbiamo descritta poc’anzi). Inoltre l’indagine ha riportato che circa il 42% degli italiani non pratica nessun tipo di attività fisica, sono cioè considerabili “sedentari”.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'esercizio fisico aiuta a "rimorchiare" di più! Torino sport psicologia dell'esercizio fisico psicologia dell'attività motoria motivazione benessere aumentare la motivazione allo sport attività motoria attività fisica   Perché succede questo? Il fatto che fare attività motoria faccia bene è oramai abbastanza noto, anche se merita sempre ricordare a tutti gli innumerevoli effetti benefici della pratica fisica (tra cui un aumento della capacità di “rimorchio”… tra poco di arriviamo). Tuttavia spesso quello che manca alle persone che non praticano esercizio fisico non è un problema di conoscenza ma un problema di psicologia. Se non riusciamo a trovare le motivazioni giuste per praticare sport, semplicemente ci adageremo sulle giustificazioni per cui non possiamo praticarlo (non ho tempo, è costoso, è faticoso, non mi diverte, ecc). Le motivazioni “giuste” possiamo cercarle soltanto dentro di noi: l’informazione ci aiuta a capire che ci sono dei validi motivi ma solo noi possiamo dare un peso a questi aspetti. Mi spiego meglio: possono anche dirmi che “fare attività fisica regolare migliora le funzioni cardiocircolatorie” ma se questo aspetto, per me, è meno importante del “ho già così poco tempo libero dal lavoro che non saprei proprio come fare!”, ecco che il processo si blocca in partenza.
Gli psicologi dell’esercizio fisico si occupano di questi aspetti e aiutano le persone a trovare la strada giusta per poter praticare attività motoria, lavorando su questi meccanismi mentali che ci bloccano e ci tolgono la possibilità di godere a pieno della nostra salute, sia fisica che mentale. Tornando al nostro esempio di prima: se per una persona ha il problema di avere poco tempo libero dovremmo aiutarla a capire quanto tempo il “non” fare attività motoria gli sottrae! Pensiamo ad esempio a quante ore spendiamo dai medici per fare accertamenti o terapie per problemi legati ad una mancanza di attività fisica regolare? Quanto del nostro tempo libero perdiamo a causa dello stress che accumuliamo al lavoro e che potrebbe essere semplicemente gestito con una sana attività motoria? E se lasciamo che il nostro fisico si ammali gravemente quanto tempo in meno avremmo da dedicare alle cose che tanto amiamo fare? E così via…

Per poter praticare con costanza e regolarità qualsiasi attività fisica (e non stiamo parlando di correre la maratona ma di praticare 30 minuti di attività motoria quotidiana!) c’è bisogno di trovare la giusta motivazione e, se non siamo in grado di farlo da soli, ci sono dei professionisti che ci possono aiutare a farlo insieme a noi!

TornaBSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'esercizio fisico aiuta a "rimorchiare" di più! Torino sport psicologia dell'esercizio fisico psicologia dell'attività motoria motivazione benessere aumentare la motivazione allo sport attività motoria attività fisica   ndo ad una delle motivazioni che potrebbero essere interessanti per molti, sveliamo il fondo di verità che c’è dietro il titolo con cui abbiamo aperto questo post.
Molte ricerche hanno dimostrato che la pratica costante e regolare di attività fisica aiuta a migliorare l’immagine che ognuno di noi ha di se stesso. In parte, può essere legato al fatto di iniziare ad osservare maggiore tonicità e/o perdita di massa grassa; dall’altra perché l’attività motoria ha anche un effetto positivo sul nostro tono dell’umore. Inoltre, metterci in contatto con il nostro corpo, iniziare a conoscerlo meglio aumenta la fiducia che abbiamo in noi stessi e ci rende più disponibili al contatto sociale. In ultimo, si è visto, che una pratica regolare di attività fisica migliora anche le performance sessuali degli individui.

Quindi… una immagine positiva di sé + maggior fiducia in sé stessi + più positività nell’affrontare la vita + maggior prestanza fisica e anche sessuale… dovrebbe sicuramente essere un buon inizio per conquistare il cuore del nostro o della nostra “corteggiata”!!!!

Sport mental coaching: le verità nascoste che forse non sapete!

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sport mental coaching: le verità nascoste che forse non sapete! sport psicologo dello sport Torino psicologo dello sport psicologia sportiva psicologia dello sport mental training mental coaching coaching

In un mondo del lavoro sempre più globale abbiamo visto il proliferare di termini inglesi che sono diventati ormai parte abituale del nostro patrimonio linguistico . Tuttavia, in talune circostanze, questo “chiamare le cose con altri nomi” ha generato confusione nelle persone, se non addirittura disinformazione. Vogliamo quindi ragionare insieme su due termini molto diffusi in psicologia dello sport: lo sport (mental) coaching e il mental training.

In diverse circostanze ci siamo sentiti dire: “Ma voi, come psicologi dello sport fate anche coaching? Perché un mio amico dirigente ha chiamato un mental coach nella sua società e fa delle cose straordinarie con gli atleti!”. Un moto di emozione pervade l’animo del serio psicologo dello sport che oscilla fra lo stupore e la rabbia tentando di spiegare qualcosa che dovrebbe essere ovvio ma che purtroppo, in un mare di disinformazione, è andato perduto.

E allora permetteteci di guidarvi alla scoperta di verità nascoste…

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sport mental coaching: le verità nascoste che forse non sapete! sport psicologo dello sport Torino psicologo dello sport psicologia sportiva psicologia dello sport mental training mental coaching coaching   Il termine coaching compare nel mondo sportivo tanti anni orsono e viene spesso utilizzato come sinonimo del nostro termine italiano “allenatore”. Ma poiché col tempo si è capito che nello sport l’allenamento verte su molti aspetti, compreso quello mentale, ecco che all’estero hanno iniziato a parlare dei “mental coach” ossia gli allenatori mentali. La moda si è diffusa presto anche da noi perché il moderno “mental coach” è sicuramente più figo, più efficace e più al passo con i tempi dell’ormai desueto e italianissimo “psicologo dello sport”.
Inizialmente questo gioco linguistico è servito per dare una ventata di internazionalità ad una professione, che, ricordiamo, nasce in Italia. Il primo congresso internazionale degli allenatori mentali (anche detti psicologi dello sport!) è stato organizzato da un italiano, Ferrucci Antonelli, nel 1965, a Roma (non a New York!). Ma nel tempo la sferzata markettara ha assunto una dimensione diversa e, a nostro avviso, non corretta. Si è iniziato a pensare che il “coach mentale” facesse qualcosa di profondamente diverso da quello che da più di 30 anni facevano i colleghi psicologi impegnati nell’ambito sportivo. Qualcosa di più moderno, qualcosa di più efficace… qualcosa che non c’entra nulla con la psicologia che, per molti, è ancora solo quella disciplina sanitaria che cura le patologie mentali! E in questa confusione generale, condita da disinformazione qualcuno ha iniziato a trasformare una competenza, il “coaching” in una professione il “coach”.

E’ come se i preparatori tecnici di uno sport (gli allenatori) si sentissero dire dalla propria società: “Abbiamo trovato qualcuno che può fare il tuo lavoro, una nuova figura professionale, il technical coach! Sai in America va alla grande…” “A si? E cosa fa di diverso da me in campo?” “E sai… lui non allena ma fa coaching!” “Ok, e cosa fa di diverso da me?” “ehmm…. Ahmmm…. Lui comunica con i giocatori e favorisce l’apprendimento della tecnica e della tattica…” “Ok, quello che faccio anche io… e cosa altro fa di diverso da me?” “Lui fa coaching, tu alleni…”.
Vi sembra paradossale? Perché è esattamente la situazione che viviamo noi psicologi sportivi, quotidianamente, quando dobbiamo spiegare e motivare la nostra professione!

Partiamo dunque dalla definizione di “professional coaching” data dall’International Coaching Federation (ICF) per scoprire una meravigliosa verità! Alla domanda “Cos’è il coaching?” La risposta è: “una partnership con i clienti che, attraverso un processo creativo stimola la riflessione, ispirandoli a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale.” Wow… ma a questo punto qualche collega psicologo dello sport inizierà a dire: “Ma è esattamente quello che faccio io!”

Ecco la prima verità nascosta: “Lo psicologo dello sport fa coaching!”

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Sport mental coaching: le verità nascoste che forse non sapete! sport psicologo dello sport Torino psicologo dello sport psicologia sportiva psicologia dello sport mental training mental coaching coaching   Bene, ma allora cosa fa di più il coach rispetto allo psicologo? Continuando la citazione tratta da ICF: “E’ responsabilità del coach scoprire, rendere chiari e allineare gli obiettivi che il cliente desidera”. Ma anche lo psicologo lo fa…
“Guidare il cliente in una scoperta personale di tali obiettivi”. Ok, ma ancora non mi è chiaro che cosa fa un coach di diverso dallo psicologo dello sport!
“Fa in modo che le soluzioni e le strategie da seguire emergano dal cliente…” Ok, anche questa cosa è alla base del lavoro psicologico. Ma quindi cosa fa un mental coach che non fa lo psicologo dello sport???? La risposta è niente!!!

Seconda verità nascosta: “Il coach non fa nulla di più di quanto uno psicologo sportivo normalmente faccia nella sua pratica professionale!”.

Avete capito bene! “Ma io ho visto che in Italia esistono delle associazioni professionali per il coaching!!” Si, ma sono associazioni private che non abilitano ad una professione.

Terza verità nascosta: “Il coaching è un insieme di competenze che non possono sovrapporsi ad una professione regolamentata quale quella dello psicologo”.

Vabbè ma in pratica, aldilà di questa precisazione teorica, cosa fa in pratica un professionista che fa coaching? Sempre basandoci sulle definizioni riconosciute a livello internazionali, si parla di coaching facendo riferimento ad un processo basato su domande strutturate (da parte del coach) in grado di favorire la consapevolezza e la messa in campo di strategie per la risoluzione dei problemi o l’ottimizzazione del potenziale umano.

Ah… ma quindi il coach fa domande e basta? Se è un vero coach si! Noi, per esempio, utilizziamo un modello di coaching ampiamente utilizzato a livello internazionale, sia nello sport che in azienda, il modello GROW. Questo modello di coaching prevede una sequenza strutturata di domande in cui il coach non interviene mai con suggerimenti personali o proposte di tecniche. Anche perché il presupposto sui cui si basa il processo di coaching è che la persona possieda già tutte le competenze necessarie per raggiungere il suo obiettivo personale o professionale. Il ruolo del coach è quello di aiutare la persona ad avere maggiore chiarezza sugli steps operativi e sulle azioni da pianificare nel tempo per raggiungere tali obiettivi.

Quarta verità nascosta: “Il coach lavora sul favorire l’autoconsapevolezza personale attraverso una metodologia di colloquio strutturato attraverso domande”.

“Ma il mental coach che è venuto nella nostra società ci ha insegnato diverse tecniche ed esercizi per migliorare il nostro assetto mentale…”. E allora non stava facendo coaching! Quindi ha utilizzato impropriamente un termine per identificare il suo lavoro… Se vi ha fornito degli strumenti per sviluppare competenze che non possedevate o se vi ha insegnato delle tecniche di ottimizzazione mentale stava facendo “training” (trad. formazione, allenamento) e non “coaching”.
E parlando di “mental training” scopriremo altre interessanti verità… ma lo faremo in un altro post!

In conclusione speriamo di avervi condotto alla scoperta di qualcosa che forse non sapevate e speriamo che sempre meno persone cadano nella trappola della disinformazione psicologica!

Vi lasciamo dunque  un’ultima e assoluta verità nascosta: lo psicologo dello sport é anche un coach, ma spesso non è vero il contrario!!!

Allenati per diventare grande

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Allenati per diventare grande sport settori giovanili settori giovani settore giovanile self talk psicologia sportiva psicologia dello sport mental training la fiducia in se stessi nello sport gestire le aspettative nello sport gestire la rabbia nello sport gestire la paura nello sport genitori allenamento mentale

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Allenati per diventare grande sport settori giovanili settori giovani settore giovanile self talk psicologia sportiva psicologia dello sport mental training la fiducia in se stessi nello sport gestire le aspettative nello sport gestire la rabbia nello sport gestire la paura nello sport genitori allenamento mentale   Ciclo di interventi sulla Psicologia dello Sport dedicati ai settori giovanili (dagli 8 fino ai 14 anni) e ai genitori. Gli incontri avverranno presso le strutture societarie in giorni e orari da concordare.

I temi trattati negli incontri saranno:

  • Diventare genitori sportivi  (incontro conoscitivo serale con i genitori)
  • Combattere la paura
  • Scaricare la rabbia
  • Cosa si aspettano gli altri da me?
  • Cosa mi dico in gara?
  • La fiducia in me stesso

L’uso della Realtà Virtuale (VR) in psicologia dello sport

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'uso della Realtà Virtuale (VR) in psicologia dello sport vr virtual reality stress sport realtà virtuale psicologia dello sport performance mental training emozioni atleti ansia prestazione allenamento mentale

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'uso della Realtà Virtuale (VR) in psicologia dello sport vr virtual reality stress sport realtà virtuale psicologia dello sport performance mental training emozioni atleti ansia prestazione allenamento mentale   La realtà virtuale (VR) è stato applicata con successo a una vasta gamma di settori della formazione e della salute psicologica; tuttavia, ad oggi non vi è ancora poca ricerca che indaga i suoi benefici nei training di psicologia dello sport . Dai dati a disposizione vi è però evidenza che l’utilizzo di sistemi ad alta fedeltà VR per visualizzare ambienti sportivi in 3D realistici può scatenare ansia e attivazione emotiva, preparando gli atleti a sostenere la pressione emotiva in situazioni reali.

La realtà virtuale pone un’opzione interessante per la formazione in psicologia dello sport, offrendo un’occasione di training ad alto stress. In termini di formazione ad alto stress, VR potrebbe essere utilizzato per simulare grandi folle, ambienti specifici, e ricreare situazioni chiave per gli atleti.  Simulando ambienti principali e scenari in un sistema VR, gli atleti non sarebbero limitati dalle loro stesse capacità di immaginazione e si ridurrebbe libererebbe il carico cognitivo di immaginare una tale situazione, permettendo loro di concentrarsi sul rilassamento e sulle strategie cognitive per migliorare le prestazioni.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance L'uso della Realtà Virtuale (VR) in psicologia dello sport vr virtual reality stress sport realtà virtuale psicologia dello sport performance mental training emozioni atleti ansia prestazione allenamento mentale   La realtà virtuale (RV) può essere definita come una nuova tecnologia che altera il modo in cui gli individui interagiscono con il computer (Riva in http://www.psicologia.net/pages/neuropsy.htm). La RV può essere utilizzata come un’esperienza in grado di far immergere un soggetto in una realtà profondamente realistica, caratterizzata da coinvolgimento e partecipazione.

A seconda del grado di immersione e coinvolgimento, si distinguono tre tipi di RV (Verri et al):

  • Realtà Virtuale Immersiva (RVI), accompagnata da una forte sensazione di immersione nello spazio esplorabile visivamente. Tale sensazione è aumentata dalla possibilità di interagire con gli oggetti raffigurati nello spazio virtuale.
  • Realtà Virtuale Non Immersiva (desktop RV), manca la sensazione di coinvolgimento. Il nuovo setting non viene percepito come reale.
  • Augmented Reality (AR), permette di sovrapporre le immagine generate dal computer a quelle reali aumentandone il contenuto informativo.

L’equipe di BS-Lab, disponendo di alcuni apparecchiature VR, sta sperimentando i training di realtà virtuale immersiva e augmented reality con i propri atleti per valutarne l’efficacia e la fattibilità nel potenziamento dei normali training di allenamento mentale.

Bibliografia consigliata

  1. Stinson C, Bowman DA.Feasibility of training athletes for high-pressure situations using virtual reality. IEEE Trans Vis Comput Graph. 2014 Apr;20(4):606-15.
  2. Verri A.P., Vallero E., Vaccaro P., Kaltcheva D., Mariconti A., Moglia A. Utilizzo terapeutico della Realtà Virtuale
  3. Belotti, Del Virtuale, 1993, Il Rostro, Milano.
  4. Botella C., Perpina C., Banos R.M., Garcia-Palacios A., Virtual Reality: a new Clinical Setting lab., in “Studies Health Technology Information”, 58, 1998, pp. 73-81.
  5. Ionescu-Tirgoviste C., Purna S., The Patterns of the Electrodermal activity as Indicator of Stress Related Reaction, in “Roman Journal of Physiology”, 30, 1993, pp. 207-218.
  6. Lackner J.R., Multimodal and Motor Influences on Orientation: Implications for Adapting to Weightless and Virtual Environments, in “Journal of Vestibular Research”, 2, 1992, pp. 307-322.
  7. Lackner J.R., Spatial Orientation in Weightless Environments, in “Perception”, 21, 1992, pp. 803-812.
  8. North M., North S., Coble J.R., Virtual Reality Therapy: An Innovative Paradigm, 1996, IPI, Colorado Springs.
  9. Pugnetti L., Mendozzi L., La Realtà Virtuale in Riabilitazione, in “Riabilitazione Oggi”, 1, 1999, pp. 21-22.
  10. Riva G., Melis L., Bolzoni M., Treating Body Image Disturbances, in “Communications of The ACM”, 40, 8, 1997, pp. 69-71
  11. Riva G., Modifications of Body Images Induced by Virtual reality, in “Perceptual Motor Skills”, 86,1998.
  12. Riva G., Virtual Environments in Neuroscience, in “IEEE Transactions on Informations Technology in Biomedecine”, 2, 4, 1998, pp.275-281
  13. Strickland D., Hodges L., North M., Weghorst S., Overcoming Phobias by Virtual Exposure, in “Communications of The ACM”, 40, 8, 1997, pp. 34-39.
  14. Tiranti B.F., Bertoletti G., Il Biofeedback. Aspetti Teorici ed Applicazioni Pratiche, 1986, Piccin.
  15. Wiederhold BK., Davis R., Wiederhold MD., The Effects of Immersiveness on Psysiology, in “Studies Health Technology Information”, 58, 1998, pp. 52-60.
  16. Zeltzer D., Addison R., Responsive Virtual Environments, in “Communications of The ACM”, 40, 8, 1997, pp. 61-64.

Accountability e sport: come avere allenatori e squadre “responsabili”

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Accountability e sport: come avere allenatori e squadre "responsabili" video analisi comportamentale Torino sport responsabilità psicologia dello sport matrice responsabilità leadership transformazionale E4C coach app allenatori allenatore accountable accountability

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Accountability e sport: come avere allenatori e squadre "responsabili" video analisi comportamentale Torino sport responsabilità psicologia dello sport matrice responsabilità leadership transformazionale E4C coach app allenatori allenatore accountable accountability   Accountability e sport: che punti di contatto hanno questo due termini? Cosa c’entrano con il mondo della psicologia dello sport? E che ruolo ha l’allenatore in tutto questo? Vediamo di scoprirlo insieme…

In italiano “accountability” non ha un termine diretto equivalente nella nostra lingua e viene spesso tradotto con il termine “responsabilità”. Lo stesso avviene per i due aggettivi collegati: “responsible” ed “accountable” che sono tradotti entrambi con il termine “responsabile”. Ma nella cultura anglosassone c’è differenza fra questi due termini… una persona “responsable” non è necessariamente “accountable” e vediamo di capire perché ma soprattutto a cosa ci serve questa distinzione.

Il termine responsabilità deriva dal latino respònsus, participio passato del verbo respòndere, rispondere cioè, in un significato filosofico generale, impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. Il concetto di accountability è legato al render conto non solo dell’azione fatta ma dei risultati ottenuti, focalizza l’attenzione sul processo messo in atto per arrivare a tali risultati. Una persona responsabile risponde per che ciò che ha fatto, una persona accountable risponde sul come ha fatto ciò che ha fatto e cosa ha prodotto. Per aiutarci a capire meglio il concetto facciamo riferimento alla matrice di assegnazione di responsabilità che si usa all’interno delle organizzazioni aziendali quando parliamo di accountability. La matrice RACI prende la propria denominazione dalle iniziali dei ruoli previsti in lingua inglese per l’esecuzione delle attività dei processi aziendali. I ruoli previsti dalla matrice sono:

  • Responsible (R): è colui che esegue l’attività
  • Accountable (A): è colui che si assume la responsabilità sul risultato dell’attività.
  • Consulted (C): è la persona che aiuta e collabora con il Responsible per l ‘esecuzione dell’attività.
  • Informed (I): è colui che deve essere informato al momento dell’esecuzione dell’attività.

Se pensiamo dunque agli atleti che costituisco un team sportivo non possiamo pensare a loro come dei semplici esecutori di attività proposte dal coach ma come elementi proattivi che si assumono pienamente la responsabilità del processo messo in atto per il raggiungimento dei risultati.

Il termine “accountability” è entrato nel mondo dello sport e dell’allenamento anche in riferimento al processo didattico utilizzato dall’allenatore per stabilire e mantenere alta la motivazione degli atleti verso gli obiettivi di squadra, il loro coinvolgimento verso il compito e verso gli esiti della prestazione (Balderson e Sharpe, 2005).

Balderson e Sharpe evidenziano che quando gli atleti sono maggiormente “responsabilizzati” verso le loro azioni, tendono ad essere più strettamente legati al perseguimento del risultato. Secondo la letteratura, lo stile di coaching dell’allenatore fa la differenza. Alcuni aspetti della comunicazione dell’allenatore risultano particolarmente collegati allo sviluppo dell’accountability personale e di squadra (Crouch et al, 1997;. Hastie e Saunders, 1992; Jones, 1992).

Nella fase della consegna delle istruzioni durante l’allenamento è importante monitorare il grado di completezza delle istruzioni per le specifiche attività: maggiore è l’ambiguità nella comunicazione dell’allenatore e minore sarà la capacità degli atleti di essere “accountables”.

Pereira, Mesquita e Graca (2009), in un interessante studio condotto su allenatori di pallavolo, hanno esaminato due modalità di approccio dell’allenatore nella gestione dell’allenamento: il sistema basato sulla responsabilità (accountability system) e il sistema basato sulle istruzioni (instructional approach).

 Il sistema basato sulle istruzioni prevede alcune fasi specifiche:

  • Informazioni sul compito (I): richieste specifiche da parte dell’allenatore per l’esecuzione di un compito/esercizio
  • Progressioni sul compito (E): richiesta di modifica dell’esercizio precedentemente presentato in una progressione che aumenta la complessità o la difficoltà del compito.
  • Rifinitura del compito (R): coinvolge la dimensione della qualità della prestazione fornendo delle informazioni per migliorare della qualità delle prestazioni dagli atleti.
  • Applicazione (A): strutturazione di situazioni di gioco in gli atleti hanno la possibilità di applicare le abilità acquisite, l’allenatore si concentra su come utilizzare il movimento in un contesto simile alla gara, piuttosto che sull’esecuzione precisa del movimento.

 Il contenuto delle informazioni date in queste diverse fasi è di natura:

  • Tecnica (TEC)
  • Tattiche individuali (IT)
  • Tattiche di squadra (TT)
  • Fisica e regole del gioco (PHR)

Il sistema basato sulla responsabilità (accoutability system) integra questi aspetti “tradizionali” del comportamento dell’allenatore, con alcune modalità comunicative finalizzate ad incrementare l’accountability degli atleti.

Uno degli aspetti “accountable” che spesso viene trascurato nella comunicazione diretta agli atleti è l’esplicitazione dei compiti, di cui fanno parte alcuni aspetti salienti che Pereira (et al, 2009) descrivono così:

  • Esito (O): informazioni sull’obiettivo generale rispetto al compito, per esempio, “questo esercizio ci servirà per….”
  • Criteri del prodotto (CP): Informazioni specifiche sui criteri necessari per raggiungere l’esecuzione ottimale del compito, ossia cosa mi aspetto che gli atleti riescano a fare, ad es. “dobbiamo riuscire ad eseguire correttamente questo esercizio per almeno cinque volte durante questo allenamento…”;
  • Criteri sulla forma (CF) – informazioni specifiche sulle aspettative di apprendimento, “con questo esercizio impareremo a fare…”;
  • Partecipazione / sforzo (P/E): l’allenatore esplicita le motivazioni che dovrebbero guidare gli atleti nell’esecuzione del compito, ad esempio: “è importante lavorare su questo aspetto perché…”
  • Qualità della prestazione (PQ): l’allenatore esplicita quali sono gli aspetti da raggiungere per ottenere una prestazione di qualità, ad esempio: “Ci riterremo soddisfatti quando riusciremo a svolgere questo esercizio correttamente e facendo attenzione anche a come si posiziona il corpo in fase di tiro…”

Monitorare il proprio stile comunicativo, integrando questi aspetti sopra descritti, adattandoli chiaramente al livello cognitivo e di capacità degli atleti che stiamo allenando è importante per aumentare il senso di “accountability” personale. In parole molto più semplici: prestare attenzione al processo oltre che al risultato! Un attenzione che gli atleti, adeguatamente guidati, impareranno ad avere…

Nei nostri training di formazione per allenatori E4C basati sulla metodologia della videoanalisi comportamentale, viene prestata particolare attenzione a questi aspetti grazie anche al supporto tecnologico della app E4C che ci permette un accurato monitoraggio delle diverse fasi dell’allenamento: consengna istruzioni, svolgimento esercizio e conclusione attività.

Bibliografia

  • Balderson D.W., Sharpe T. (2005) The effects of personal accountability and personal responsibility instruction on select off-task and positive social behaviors. Journal of Teaching in Physical Education 24, 66-87
  • Crouch D., Ward P., Patrick C. (1997) The effects of peer-mediated accountability on task accomplishment during Volleyball drills in elementary physical education. Journal of Teaching in Physical Education 17, 26-39
  • Hastie P. (1999) An instrument for recording coaches’ comments and instructions during time-outs. 
Journal of Sport Behavior 22, 467
  • Jones D. (1992) Analysis of task systems in elementary physical education classes. Journal of Teaching 
in Physical Education 11, 411-425

Siamo sicuri che siano “sport minori”?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Siamo sicuri che siano "sport minori"? sport psicologia dello sport pallavolo calcio bskilled

Cosa intendiamo quando parliamo di “sport minori”?

Una definizione che molto spesso sentiamo all’interno del mondo dello sport è quella che divide gli sport più seguiti e praticati dai cosiddetti sport “minori”.

Per quanto la definizione possa sembrare sminuire gli sport che fanno parte di questa categoria, in realtà gli sport “minori” non sono sport meno belli o importanti, ma sono attività che, all’interno di una certa cultura, sono meno seguiti o praticati. Ovviamente questo è un fattore puramente culturale.

Inutile ricordare come, in Italia per esempio, lo sport più seguito e praticato sia il calcio, seguito da basket e pallavolo per quelli di squadra e tennis, nuoto e sci tra quelli individuali. Essendo questi sport tra i più praticati, hanno anche un riscontro maggiore rispetto ad altri nella classifica di quelli più seguiti… Per questo motivo gli sport minori non godono dello stesso spazio e degli stessi investimenti dei “fratelli maggiori”.

Cosa significa questo? Dal nostro punto di vista, come psicologi dello sport, questo significa che anche se sono stati battezzati come sport minori, questi sport necessitano di maggiori competenze mentali rispetto ad altri.

Cerchiamo dunque di capire insieme la psicologia degli sport minori, ossia quali sono, soprattutto a livello mentale, le competenze maggiori che appartengono a chi pratica uno sport meno “attraente”.

Motivazione
Tutti noi sappiamo più o meno dare una definizione di quella che è la motivazione e di quanto possa influire all’interno di uno sport. Ci sono definizioni più o meno corrette ma in linea di massima si può dire che la motivazione sia tutto ciò che ci spinge a fare qualcosa, dall’alzarci dal letto al mattino all’ andare 4-5 volte a settimana ad allenarci duramente, con qualsiasi condizione atmosferica, per cercare di raggiungere qualcosa di significativo all’interno dello sport.
Tra le decine di definizioni date alla motivazione, una delle più concrete è quella che identifica la motivazione intrinseca da quella estrinseca, ovvero, se quel qualcosa che ci spinge a compiere una azione provenga dall’interno (interesse, obiettivi importanti, voglia, passione…) oppure dall’esterno (spinta da parte di persone importanti, soldi, fama).
Per quanto riguarda gli sport minori è scontato dire che ovviamente la motivazione intrinseca sia preponderante per poter andare avanti, infatti, per quanto non mettiamo in dubbio che un giocatore della Nazionale di calcio non sia spinto esclusivamente dai soldi e dalla fama, è più facile pensare che però un giocatore della Nazionale italiana di tamburello abbia una motivazione intrinseca molto più forte.

Resilienza
Tra le conseguenze di questa motivazione intrinseca maggiore, l’atleta degli sport minori avrà una resilienza maggiore, cioè una maggiore capacità di gestire la sconfitta e i momenti difficili; questo perché potrà sempre ancorare la motivazione a qualcosa di interno e che difficilmente potrà perdere, mentre dinamiche come fama e soldi possono facilmente scivolare via (soprattutto in sport che, sebbene considerati tra i maggiori, hanno meno visibilità rispetto ad altri… Si pensi per esempio a sport come il basket e la pallavolo a cui viene dato ampio risalto principalmente durante i mondiali o altre competizioni internazionali).
Anche se la resilienza è una caratteristica più profonda e non solo legata alla motivazione; chi pratica uno sport minore avrà quindi più possibilità di affrontare le sconfitte con una motivazione intrinseca maggiore!

Pressione dei media
Seppur possa sembrare un controsenso, chi pratica uno sport minore deve avere una maggior capacità di gestire le pressioni esterne (media o tifosi). Chi pratica uno sport dove già a livelli non tanto alti ci sono tanti tifosi e magari anche qualche televisione locale a riprendere la partita o l’incontro, con il tempo, impara ad abituarsi alle pressioni da parte dei media e dei tifosi che lo seguono. Chi pratica uno sport minore, invece, molto spesso passa la maggior parte della carriera ad avere come seguito amici, parenti e pochi altri supporters interessati a quel tipo di sport… Poi magari, dopo anni di allenamento si ritrova a partecipare ad un incontro, una gara o un torneo che magari viene trasmesso in tv e quindi dove tante persone si trovano a seguire un atleta della propria nazione facendo alzare di molto il polverone mediatico su di sé (emblematico è il discorso delle Olimpiadi, dove alcuni sport che non vengono mai seguiti durante i 4 anni di pausa, hanno la capacità di far diventare “allenatori esperti” tutti i possessori di un televisore e appassionati di sport).
La capacità di gestire quest’attenzione mediatica deve essere quindi una competenza maggiore per chiunque si trovi ad assaporare la fama per pochi momenti in cui deve compiere la prestazione perfetta non avendo altre possibilità di sbagliare.

Pianificazione del tempo
“Ma chi me lo fa fare??”
Questa domanda, assolutamente legata alla motivazione, sarà passata sicuramente per la testa di ogni atleta di sport minori che si ritrova ad affrontare tutte le difficoltà legate al fatto di aver, oltre allo sport, una vita normale per garantirsi la sopravvivenza sociale ed economica. Essendoci meno investimenti, in molti sport minori, l’atleta (anche di alto livello) ha bisogno di lavorare per poter sopravvivere perché i rimborsi che provengono dalle squadre o dalle federazioni non sono sufficienti per “arrivare a fine mese”. Non è tanto la capacità di organizzarsi e gestire il tempo ad essere una competenza utile per lo sport, ma quando le difficoltà di una vita normale si sommano ad allenamenti durissimi e gare importanti con magari trasferte lontane, solo gli atleti con una motivazione intrinseca più alta potranno avere successo nel loro sport!

In questa revisione sulla psicologia degli sport minori speriamo di aver dato risalto alle maggiori competenze che caratterizzano questi atleti… Sperando che magari da domani guardiate a questi sport con uno sguardo differente!

Il bambino è grasso? Meglio cambiare sport…

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il bambino è grasso? Meglio cambiare sport... teoria evolutiva psicosociale sviluppo psicosociale nello sport sviluppo psicosociale e sport sviluppo psicosociale sport psicologo dello sport psicologia dello sport obesità infantile obesità istruttore sportivo Erikson erik erikson educatore sportivo allenatore

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il bambino è grasso? Meglio cambiare sport... teoria evolutiva psicosociale sviluppo psicosociale nello sport sviluppo psicosociale e sport sviluppo psicosociale sport psicologo dello sport psicologia dello sport obesità infantile obesità istruttore sportivo Erikson erik erikson educatore sportivo allenatore   “ Ma lo vedi anche tu vero che è grasso e non corre??!!
Come faccio a fargli capire che non può giocare con gli altri senza offenderlo??”
(Domanda posta da un istruttore sportivo alla psicologa dello sport
in merito ad un bambino di 7 anni).

Iniziamo questo articolo riportando questo ricordo agghiacciante di esperienza professionale vissuta per affrontare un tema che in questi giorni, purtroppo per fatti di cronaca bruttissimi, sta tornando a galla: “la discriminazione sulla base della costituzione fisica”. La risposta che venne data a questa persona (scarsamente qualificata ma tuttavia assegnata ad un gruppo di bambini che stavano scoprendo il mondo dello sport!) fu: “Il tuo ruolo non è quello di fargli capire che ha dei limiti ma insegnargli come superarli e far si che possa trarre il massimo piacere dallo sport che ha scelto di iniziare.”  Cerchiamo dunque di capire il filo sottile che lega obesità e sport, passando attraverso la psicologia sportiva!

In uno dei primi corsi di formazione allenatori a cui partecipai nel ruolo di docente per l’area psicologica ci fu un intervento iniziale di Bettega che ricordò a tutti: “Di tutti i bambini che seguirete forse uno diventerà un campione, molti saranno sportivi (e non necessariamente faranno calcio) ma tutti saranno uomini. Questa è la vostra responsabilità!” . E credo che questa frase sia valsa più dell’intero corso di formazione!

Il problema dell’obesità infantile è un problema noto e importantissimo che si combatte anche attraverso l’attività fisico-motoria. Tuttavia la realtà è che alcune società sportive  (che dovrebbero lavorare per l’avviamento allo sport e invece puntano a vincere i mini-tornei)  preferiscono mandare i loro ragazzini “rotondetti” a fare i “comodini” (per usare un termine che chi corre sui campi verdi conosce bene!) in altre realtà… Perché?? Perchè aldilà di belle parole: “E’ assolutamente necessario che a questo bambino (e famiglie!!!) venga insegnato che è importante curare il proprio corpo, seguire un’alimentazione corretta e praticare sport regolarmente”… Purtroppo ancora oggi il non detto è: “Però se lo iscrivessero in palestra o in uno sport dove la sua performance non condiziona la performance di nessun altro, così che gli altri ragazzi possano continuare a crescere e migliorarsi senza essere rallentati!?!” E poco importa se al bambino “cicciottello” piace tanto fare danza, calcio, pallavolo o altro. “Magari potrebbe provare con il nuoto??!!” (purtroppo le frasi in corsivo sono citazioni di dialoghi realmente ascoltati!!)

A questo punto ci saranno molti di voi scandalizzati che cercheranno di giustificare con “ma sono dei casi isolati”, ebbene vi possiamo dire… neanche tanto… e lo diciamo sulla base dei ragazzini (anche sotto i 12 anni) che vengono da noi psicologi dello sport per chiedere un aiuto in merito ad alcune difficoltà che trovano nello svolgere la loro pratica sportiva… e alla fine si scopre che alla base di tutto il problema c’è stata una totale disattenzione da parte di chi si sarebbe dovuto occupare del loro inserimento nel mondo dello sport, che li ha portati a sentirsi inadatti prima allo sport praticato, poi allo sport in generale e poi magari anche a tanto altro. Per fortuna non tutte le realtà sono così (e ne conosciamo di veramente eccezionali… per fortuna dei nostri piccoli amanti dello sport!!) ma questo sicuramente è un problema che come psicologi sportivi ci troviamo ad affrontare quando lavoriamo nella formazione degli allenatori sportivi in età evolutiva. E non ci stancheremo mai di ricordare qualcosa che è stato scritto molti anni fa da un grande studioso dello sviluppo infantile, Erik Erikson.

La teoria evolutiva di Erikson sullo sviluppo psicosociale è un modello che descrive lo sviluppo dell’identità delle persone dalla nascita fino alla vecchiaia. Prendendo spunto dal modello freudiano, Erikson ha voluto allargare il focus e includere nel campo dello sviluppo umano non solo la crescita emotiva interna della persona, ma anche tutto ciò che riguarda le relazioni sociali che assumono un valore importante poiché possono influenzare o essere influenzate dallo sviluppo della persona. Il lavoro di Erikson si è basato sull’individuazione di 8 fasi di vita che possono essere contraddistinti da uno sviluppo positivo e funzionale per la crescita dell’individuo oppure da uno negativo e che quindi potrebbe portare problemi nel passaggio alla fase successiva. Essendo la persona immersa in un contesto sociale in ogni fase della propria vita, tutte le variabili di questo contesto diventano fondamentali per il suo sviluppo. Lo sport è sicuramente una variabile che, all’interno della vita di una persona, assume un’importanza da non sottovalutare.

Dall’avvicinamento del bambino allo sport fino a quando non raggiunge la prima età adulta, ci sono due fasi indicate dalla teoria Eriksoniana:

 6 anni – pubertà: industriosità opposta ad inferiorità:
In questa fase della vita il bambino entra nella “industriale” della propria vita; è una fase in cui il bambino comincia a voler entrare nel mondo della conoscenza e del lavoro apprendendo, non solo a scuola, a sfruttare le conoscenze apprese per “produrre”. Il corretto sviluppo all’interno di questa fase porterà il bambino ad avere un senso di industiosità e di auto-efficacia, al contrario, uno sviluppo negativo potrebbe portare il bambino ad un senso di inadeguatezza ed inferiorità.
Il rapporto del bambino in questa fase all’interno di uno sport è ovviamente fondamentale per permettergli di poterla superare positivamente. Il riuscire ad imparare a padroneggiare i primi movimenti fondamentali del proprio sport porterà il bambino ad acquisire un senso di fiducia in se stesso. Assorbendo gli insegnamenti dell’allenatore, il ragazzino avrà bisogno di testarsi e mettere in pratica ciò che impara. E’ ovviamente una fase delicata perché il non riuscire porterebbe il bambino ad identificarsi come inferiore agli altri portando senso di inadeguatezza e sentimento di non servire a niente.
Quello che è fondamentale in questa fase è quindi aiutare il bambino nel cercare di fargli mettere in pratica gesti e movimenti supportandolo con insegnamenti e feedback positivi, orientati alla prestazione e con correzioni finalizzate ad aiutarlo ad incrementare la fiducia nelle sue capacità.

 Adolescenza: identità e rifiuto opposti a dispersione di identità
E’ risaputo che l’adolescenza sia una delle fasi più difficili nello sviluppo di una persona: cambiamenti fisici, mentali, sociali portano il ragazzino a passare in un periodo di crisi in cui l’identità che aveva prima si disgrega per essere ricostruita ampliando il proprio modo di conoscersi. Mentre nelle fasi precedenti l’identità era perlopiù costruita da quello che il bambino faceva in pratica, in questa fase il ragazzo diventa attore principale nella propria costruzione della personalità. Uno sviluppo positivo in questa fase è fondamentale perché l’identità che si costruisce durante questo periodo, subirà sicuramente altri cambiamenti, ma diventerà un nucleo di base per tutte le fasi del successivo sviluppo.
Un risvolto negativo di questa fase potrebbe portare il ragazzo ad una dispersione di identità, cioè ad una frammentazione della propria personalità nei diversi contesti della sua vita senza un nucleo unico che funge da collante. Nello sport il ragazzo può riuscire a trovare le risorse necessarie per superare questa fase. All’interno di uno sport di squadra o individuale (allenandosi con suoi coetanei) il ragazzo impara molto più facilmente ad identificarsi con il proprio gruppo e a costruire la sua identità di sé come persona positiva, accettata dal gruppo ed assumendo il ruolo di “sportivo” all’interno della sua personalità. Perché questo avvenga è fondamentale che il gruppo in cui il ragazzo si identifichi sia positivo e permetta questo tipo di costruzione identitaria. Un’identificazione positiva avrà altresì conseguenze positive sullo sport stesso, infatti il ragazzo sarà motivato nel riuscire a raggiungere i propri obiettivi essendo essi legati alla costruzione di sé. Un fallimento di questa fase porterebbe il ragazzo ad una dispersione dell’identità, cioè a non riuscire a creare un’immagine di sé unita. Il rischio, nello sport, è quello di non riuscire a reggere la sua identificazione come “sportivo” e quindi di perdere la motivazione e la voglia di portare avanti questo aspetto della sua vita.

Abbiamo voluto portare questa testimonianza tra teoria e pratica sportiva in occasione dell’Obesity Day 2014 sperando che si diffonda un’attenzione maggiore a questo aspetto anche nel mondo sportivo dove ci sono tantissimi educatori, istruttori e allenatori che hanno sviluppato una grande attenzione psicologica ma purtroppo… c’è sempre qualcuno che riesce a stupirci di come sia possibile che sia stato messo a contatto con i bambini!!!

Psicologo dello sport o Motivatore?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Psicologo dello sport o Motivatore? Torino sport psicologia sportiva psicologia nello sport psicologia dello sport motivazione motivatore mental trainer mental coach ferrarini alberto bonucci atleti allenamento mentale   Atleta: “Ma tu sei un motivatore sportivo?”
Professionista: “No… sono uno psicologo dello sport… e non mi vergogno nel dirlo”
Atleta: “E che differenza c’è?”
Professionista: “Una laurea, un perfezionamento, una specializzazione… insomma più di 10 anni di percorso universitario, studi e ricerche, che supporta in modo scientifico ogni parola che ti dirò da questo momento in poi…”

In questi giorni spopolano tweet e articoli (anche su grandi testate giornalistiche) in cui si torna a parlare di “motivatori sportivi“, accompagnati da grandi interviste degli interessati che tengono a precisare che “loro non sono psicologi dello sport” quasi come se fosse uno svantaggio esserlo! Seguono racconti raccapriccianti di tecniche (le più disparate!) utilizzate per aiutare gli atleti a superare i loro limiti mentali: tecniche di cui chiaramente non vi è evidenza scientifica in nessuna pubblicazione che non sia un rotocalco di psicologia spicciola!

Il caso di Bonucci e del suo preparatore mentale riporta a galla un tema su cui stiamo lottando da anni e che speravamo fosse superato ma invece pare proprio di no, quindi cerchiamo di raccontarvi chi è e cosa fa uno psicologo dello sport quando opera con atleti e squadre sportive.

Partiamo dall’inizio… siamo psicologi… è vero… questo vuol dire che abbiamo fatto un percorso universitario, riconosciuto dal ministero dell’istruzione italiana, abbiamo superato un esame di stato per l’abilitazione professionale… questo non è sicuramente una garanzia di competenza ma almeno possiamo certificare il percorso di studi e tutelare i nostri atleti che non ci siamo formati su internet o con qualche corso full immersion di 3 giornate!
Poi abbiamo fatto un percorso professionalizzante per acquisire competenze specialistiche da utilizzare in campo sportivo perchè… ebbene si… lavorare in psicologia dello sport è molto diverso che lavorare in psicologia clinica. Nonostante molti abbiano ancora paura del termine “psicologia” perchè lo associano alla pazzia, in psicologia dello sport non lavoriamo sulle patologie mentali, sulle diagnosi cliniche, sui disturbi di personalità, ma sulle performances e sui meccanismi mentali che ognuno di noi possiede e che dovrebbe allenare per riuscire ad affrontare al meglio le sfide agonistiche. In altre parole, lavoriamo come degli allenatori ma non ci piace chiamarci “mental coach” o “mental trainer” perchè amiamo la nostra lingua nativa e valorizziamo gli studi che abbiamo fatto. Le tecniche di “allenamento mentale” applicate allo sport sono patrimonio del bagaglio formativo di uno psicologo che opera nello sport quindi… non ce ne vogliate a male, non vi spaventate, ma noi continueremo a chiamarci “psicologi dello sport”.

Spostandoci dalle parole ai fatti… cosa facciamo dunque di tanto terribile ai poveri atleti che si affidano ad uno “strizzacervelli” sportivo? Cerchiamo di capire quali aspetti del suo approccio mentale alla gara sono ben allenati e quali vanno potenziati. E come facciamo questo? Noi non abbiamo il potere soprannaturale di capire queste cose semplicemente guardandovi negli occhi, con un pendolino in mano, con una sfera di cristallo o con delle tecniche quanto mai curiose e divertenti, tanto da diventare delle esileranti gag della Gialappa’s Band. Noi psicologi dello sport facciamo dei test! Oddio che terribile parola… misuriamo le competenze!!! Terribile… E lo facciamo con strumenti che hanno avuto una validazione scientifica cioè che hanno dimostrato una attendibilità intorno al 90-95%. Tanto per capirci… se voglio sapere “questo atleta ha un problema di ansia da prestazione sportiva?” e per avere questa risposta lancio una monetina in aria… avrò il 50% di possibilità di azzeccarci o meno… se utilizzo uno strumento validato ho una probabilità di circa il 90% di avere una risposta corretta alla mia domanda… se utilizzo uno dei metodi che (sfortunatamente) abbiamo letto sui giornali in questi giorni, quanta probabilità ho di avere una risposta corretta alla mia domanda? Purtroppo questo aspetto sembra non interessare ad alcuni sportivi che preferiscono affidarsi a procedure molto suggestive, sicuramente più divertenti che mettersi lì e rispondere a domande con crocette ma il cui risultato può avere più o meno l’affidabilità della nostra famosa monetina.

Se i nostri atleti sopravvivono a questa prima terribile fase di assessment procediamo con il dir loro su quali aspetti andare a lavorare per potenziare le loro performances… E voi tutti penserete… La motivazione?? Perchè da quanto leggiamo dai giornalisti sportivi sembra il male dello sport moderno dopo i tagli di budget!! Sicuramente gli aspetti motivazionali sono uno degli aspetti che andiamo ad indagare… insieme ad altri 20 almeno! Perchè non tutti i problemi di uno sportivo sono motivazionali… E poi ancora… ma sappiamo quali sono i  meccanismi di base che alimentano la motivazione nell’essere umano che pratica sport? Noi si… perchè abbiamo passato le notti durante il periodo dell’università a studiare pagine e pagine noiosissime sulle ricerche in neuroscienze che ci hanno spiegato questo! E sappiamo inoltre che anche una pistola puntata alla tempia può miracolosamente motivare una persona e spingerla a fare qualcosa che non credeva avrebbe mai fatto prima… Ma forse non è la strada giusta per alimentare il meccansimo della motivazione intrinseca fondamentale per un buon risultato sportivo.

Dopo che abbiamo spiegato ai nostri atleti che il loro, forse, non è un problema di motivazione, ma magari devono lavorare su altri aspetti, procediamo con il fornire loro un programma strutturato di allenamento, offrendogli delle tecniche che hanno dimostrato una evidenza scientifica (e ritorniamo alla nostra famosa monetina). Nel mondo moderno, dove tutti sono alla ricerca della pillola magica, della tecnica ultra moderna e strafiga per ottenere risultati in tempo zero, risultano particolarmente noiose le persone che ci dicono: “senti, questa cosa che ti propongo è stato dimostrato funzionare però è necessario che tu faccia questa cosa per un po’ di tempo per vedere dei risultati che però rimarrano stabili nel tempo!”. E noi psicologi dello sport, per questo motivo siamo particolarmente noiosi! Noi non abbiamo imparato tecniche magiche che funzionano subito e senza sforzo; i nostri insegnanti ci hanno spiegato l’effetto placebo e sappiamo che, se ben proposta, anche una caramella all’aglio può generare una suggestione tale per cui l’atleta si sente più forte e performa meglio,  ma non possiamo garantire che questa caramella funzioni per tutti! Le tecniche che noi proponiamo sono frutto di una ricerca che non abbiamo fatto noi, ma ricercatori che da almeno 100 anni fanno questo nella vita!!  E ci piacerebbe tanto pensare che basti urlare nelle orecchie ad un atleta “sei grande, sei il migliore, vai forte, nessuno ti ferma!!” per aumentare il suo livello di autoefficacia personale ma sappiamo che non è così… o meglio può anche verificarsi questa eventualità ma non è sicuramente merito della tecnica utilizzata e soprattutto non è così scontato che i benefici si mantengano nel tempo. Ma anche questa cosa sembra essere poco rilevante per molte persone: basta che funzioni poi “chissenefrega” se ho preso una pastiglia di zucchero invece che una medicina e sono guarito. Volendo anche noi psicologi siamo bravi a costruire “pastiglie di zucchero” e venderle come “medicine” ma non ci sembra corretto e cerchiamo di non farlo!

E tanto per farvi capire con quanta leggerezza viene trattato l’argomento dell’allenamento mentale nello sport, cita TuttoSport: ““Solo chi vince il giudizio è libero di essere se stesso e di esprimersi per quello che è veramente. Nel corso degli anni, ho portato Bonucci nella mia cantina, sotto terra. Al buio. E lì, con un tono di voce tutt’altro che buono o dolce, lo offendevo in ogni modo, lo giudicavo. Lo insultavo. Così, se lui faceva persino un piccolo cenno con lo sguardo, per lui c’era un pugno dritto nello stomaco. Obiettivo? Vincere il giudizio, affinché Leo stesse sempre sul pezzo”… Presumiamo si stesse utilizzando una rivisitazione colorita della tecnica di esposizione ai pensieri negativi… e non commentiamo oltre!!!

Se avete letto fino a questo punto avrete capito che anche gli psicologi vivono il sentimento di frustrazione: nel nostro caso legato al fatto di leggere tanta dis-informazione che arriva alle persone che magari hanno un interesse reale a capire cosa fa una persona che aiuta gli atleti a migliorare le loro prestazioni dal punto di vista mentale. Se siete fra questi interessati vi proponiamo di leggere alcuni articoli presenti sul nostro sito  o quelli presenti su altri siti di colleghi molto bravi che lavorano con impengo e serietà e che non leggerete mai su sportmediaset, gazzetta o tuttosport… perchè non fanno notizia e non fanno aumentare i “like” sui social ma sicuramente fanno un ottimo lavoro.

Se siete colleghi e/o condivite il nostro pensiero, partecipate anche voi alla campagna “Salvate gli Psicologi dello Sport dall’estinzione” e diffondete l’articolo… la Gazzetta dello Sport non ci considererà sicuramente ma forse il WWF ci darà un sostegno psicologico!!! 😀

Dalla pizza insieme al vinciamo insieme: la coesione di gruppo!

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Dalla pizza insieme al vinciamo insieme: la coesione di gruppo! team squadre sport psicologia dello sport psicologia obiettivi gruppo goal setting coesione

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Dalla pizza insieme al vinciamo insieme: la coesione di gruppo! team squadre sport psicologia dello sport psicologia obiettivi gruppo goal setting coesione   Se si pensa agli ingredienti fondamentali per un’ottima prestazione all’interno di squadre sportive, sicuramente uno dei primi punti che viene in mente è la “coesione”. La coesione è una dinamica che, per quanto sia fondamentale, rischia a volte di essere sottovalutata, forse perché non sempre si sa come potervi lavorare o perché, come spesso accade, si considera la coesione come semplice amicizia tra gli atleti.

Dalla pizza insieme…
Il discorso di come poter lavorare sulla coesione parte infatti da un approfondimento su cosa, all’interno dello sport (ma non solo…), si intenda con il concetto di coesione. Molto spesso con la coesione si indica semplicemente un rapporto di amicizia che lega gli appartenenti ad una squadra; viene quindi facilmente confusa la coesione con l’andare a mangiare la pizza insieme alla fine delle partite o dell’allenamento; quanti più atleti si va in pizzeria, più la squadra è coesa.

 …Al “vinciamo insieme”.
Per quanto in una squadra, come in qualsiasi gruppo umano, sia molto importante che vengano mantenuti dei rapporti umani positivi, la coesione è un qualcosa che va oltre all’amicizia. Esistono, infatti, due tipi distinti di coesione (Carron, 1985):

  • La coesione orientata al sociale che è appunto il collante sociale che tiene unite delle persone all’interno di un gruppo e
  • la coesione orientata al compito che è quanto i membri di un qualsiasi gruppo sono uniti nel cercare di portare a termine un compito.

In situazioni di competitività, come può essere lo sport o un contesto aziendale, per poter cercare di raggiungere una prestazione eccellente, è molto importante, quindi, focalizzarsi sulla coesione orientata al compito.

Obiettivi condivisi
Il modo migliore per poter lavorare sulla coesione orientata sul compito è fare in modo che tutti gli appartenenti ad una squadra siano motivati a portare a termine il compito di gruppo, a raggiungere quindi un obiettivo. Quanto più un obiettivo è “sentito” da tutti i membri di un gruppo, più è facile che ci sia un’unità nel cercare di raggiungerlo.

Goal Setting
Per poter avere una coesione di gruppo adeguata, quindi è fondamentale una strategia di goal setting che permette alla squadra di avere degli obiettivi che siano:

  • Condivisi da tutti i membri. Se tutti quanti i membri della squadra considerano importante l’obiettivo, saranno sicuramente più uniti nel cercare di raggiungerlo.
  • Chiari. L’obiettivo deve essere chiaro per tutti, così che tutti possano identificarsi.
  • Stimolanti per la squadra. L’obiettivo deve essere stimolante per fare in modo che la motivazione a raggiungerlo sia sempre alta in tutti i membri.

Questi obiettivi devono essere decisi dal gruppo e possono essere creati in aggiunta a quello che magari viene dato dalla società o dall’allenatore (ovviamente non devono essere in contrasto…). Lavorando in questa direzione, motivando quindi tutti (o la maggior parte) degli atleti della squadra a raggiungere un obiettivo, è molto più facile creare un gruppo unito.

 E la pizza?
Come abbiamo visto prima, è comunque importante che ci siano dei buoni rapporti sociali all’interno di una squadra e che quindi se dopo le partite ci si ritrova tutti insieme in pizzeria, sicuramente può essere un aiuto, anche se non è il segnale maggiore di una coesione. Portate quindi i vostri atleti in pizzeria ma per avere un gruppo unito non dimenticatevi di renderli motivati a raggiungere un obiettivo!

Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un’integrazione possibile? – prima parte

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? - prima parte terapia cognitivo comportamentale TCC sport psicoterapia psicologia ipnoterapia ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC): un'integrazione possibile? - prima parte terapia cognitivo comportamentale TCC sport psicoterapia psicologia ipnoterapia ipnositerapia ipnosi e sport ipnosi gladys bounous   Nella pratica sportiva, e non solo, utilizziamo l’ipnosi come tecnica per l’incremento delle performance. Questo spesso induce le persone a dubitare della scientificità del nostro approccio. Gli articoli che seguiranno hanno lo scopo di raccontare qualcosa in più circa la scientificità dell’ipnosi e sulla sua integrazione con metodologie operative “evidence based” come l’approccio cognitivo-comporamentale. In questo primo articolo facciamo un tuffo nella storia dell’ipnosi e TCC per scoprirne in punti di contatto…

Cosa intendiamo per ipnoterapia cognitivo-comportamentale? Questo termine viene spesso utilizzato in riferimento all’integrazione dell’ipnosi con la terapia cognitivo-comportamentale. Tuttavia, come vedremo, può significare anche una riconcettualizzazione cognitiva-comportamentale dell’ipnosi, attraverso una spiegazione dei processi psicologici coinvolti nella “trance ipnotica”. Secondo questa concezione l’ipnoterapia è innanzitutto una terapia della “suggestione immaginativa”, che è utilizzata per stimolare un’immaginazione cosciente e profonda a sufficienza per generare un cambiamento terapeutico. Esistono altri modelli di riferimento teorici per spiegare l’ipnosi: quello di matrice psicodinamica o quello ericksoniano per esempio. Tuttavia il nostro orientamento è cognitivo-comportamentale poichè è l’approccio che, ad oggi, ha dimostrato le maggiori evidenze scientifiche di efficacia.

Ipnosi e TCC: una storia in comune
L’approccio cognitivo-comportamentale all’ipnosi riprende la definizione data da Braid, nel 1841-42, che viene considerato come il fondatore dell’ipnosi moderna e primo utilizzatore del termine ipnosi, come abbreviazione del termine “neuro-ipnosi”. La visione di Braid all’ipnosi può essere così sintetizzata:

  • Egli considera l’ipnosi con una forma di concentrazione conscia e immaginazione attiva (al contrario del concetto psicodinamico di mente inconscia);
  •  Egli non parlò mai di “trance” non credendo che le tecniche ipnotiche potessero generare uno stato particolare di coscienza, in contrapposizione con i sostenitori dell’ipnosi come stato alterato;
  • parlò di suggestioni proposte dall’ipnotista ma le considerava primariamente una forma di autosuggestione  e il ruolo dell’ipnotista era semplicemente quello di guidare la persona a focalizzare l’attenzione su un’idea dominante;
  • rifiutò sempre il termine “ipnotismo” come forma abbreviata di “neuro-ipnotismo”, perché riportava al concetto di sonno che nulla ha a che vedere con il concetto di ipnosi;
  •  adottò sempre un approccio scientifico ed empirico per sviluppare la sua teoria e la sua pratica.

Dalla concettualizzazione di Braid deduciamo che: “l’ipnosi è un processo di focalizzazione dell’attenzione su delle idee capaci di attivare dei riflessi ideomotori (o ideosensori)”.  Traduciamo  questa frase in termini più cognitivi-comportamentali: “ l’ipnosi  è un processo di focalizzazione dell’attenzione su uno dei pensieri in grado di evocare dei comportamenti specifici, overt (manifesti) e covert (non manifesti o interni)”.

Molti dei grandi nomi della terapia cognitivo-comportamentale hanno utilizzato nella loro pratica, almeno all’inizio tecniche ipnotiche: basti ricordare Josep Wolpe, l’autore che ha maggiormente comportamentale, originariamente descrisse questa tecnica come “desensibilizzazione ipnotica” (Wolpe, 1958, p.203; Wolpe 1954).
In maniera simile, Andrew Salter,  uno dei co-fondatori  della terapia comportamentale e uno dei principali  pionieri dei training sull’assertività fu un ipnotista. Salter ci parlò infatti dell’ipnosi come della “terapia del riflesso condizionato”, sulla base delle teorie di Pavlov e Hull (Salter 1949). Molte altre tecniche  che fanno parte del patrimonio della terapia comportamentale sono state precedute da tecniche simili, chiamate in modo diverso, utilizzate dagli ipnotisti dell’epoca. Recentemente il ricercatore Irving Kirsch  ha enfatizzato come molte tecniche immaginative che si ritrovano nella terapia comportamentale e nella terapia cognitivo-comportamentale (desensibilizzazione sistematica, tecniche avversive e modellamento immaginativo)  ricordano delle tipiche tecniche ipnotiche, senza menzionare la parola “ipnosi” (Kirsch, 1999, p. 217).
Ma facendo un passo ancora indietro non possiamo non ricordare l’enorme contributo all’interazione tra ipnosi e terapia comportamentale portato da Pavlov  e dalla scuola russa, in contrapposizione all’uso dell’ipnosi che venne fatto dagli psicoanalisti in America e in Europa occidentale. I ricercatori sovietici proposero delle teorie sull’ipnosi basate sul concetto di “inibizione corticale” proposto da Pavlov. In contrapposizione con l’utilizzo psicodinamico dell’ipnosi, i ricercatori sovietici proposero una terapia di condizionamento ipnotico breve  supportato da numerose prove cliniche sperimentali (Platonov, 1959).
Anche Ellis,  nella sua adolescenza, studiò le tecniche di autosuggestione di Couè che sicuramente ebbero influenze sullo sviluppo futuro del suo approccio terapeutico.
Il primo grande programma sperimentale di ricerca ipnotica fu condotto dallo psicologo comportamentista Clark L. Hull  e  riassunto nel suo saggio “Hypnosis and Suggestibility: an experimental approach” (1933). Hull concluse dopo numerosi studi che non ci fosse distinzione tra  un’induzione ipnotica e una suggestione ordinaria, fatta eccezione per il fatto che le induzioni ipnotiche sembravano essere seguite maggiormente con un relativo incremento della suggestionabilità. Sembrava dunque che qualsiasi cosa che possa essere evocata in ipnosi possa essere manifestata anche senza ipnosi: regressione, amnesia, allucinazioni, eccetera. In altre parole si arrivò a dire che lo stato di ipnosi non è nulla di speciale, drammatico o anormale come spesso si crede nella concezione popolare.

Il primo autore ad utilizzare esplicitamente il termine cognitivo-comportamentale in relazione con l’ipnosi fu Barber  nel suo lavoro del 1974.  Basandosi sulle ricerche scientifiche, Barber e i suoi collaboratori, ridefinirono l’ipnosi in termini di un particolare “cognitive set” (o mental set) molto simile agli ordinari processi cognitivi e comportamentali. Questo “set cognitivo” consiste in un insieme di pensieri, immagini, aspettative, predisposizione all’ipnosi, motivazione, coinvolgimento, fantasie, orientamento al risultato abbinati a particolari sensazioni fisiche, che possiamo definire “stato mentale di ipnosi”.

Questa definizione è supportata da diversi studi che ci dicono che l’induzione ipnotica tende semplicemente ad aumentare la responsabilità alle  suggestioni che vengono proposte (Barber, Spanos e Chaves, 1974).  Anche l’avvento delle tecniche di neuroimaging  non è servito a dimostrare che il cervello in stato di ipnosi raggiunga uno “stato unitario”  ma si è dimostrato che differenti pattern di attività neurologica si osservano differenti tipi di suggestione (Raiville, 2000).  Nonostante queste conclusioni Barber continuò ad utilizzare tecniche ipnotiche perché riscontrava comunque dei benefici nei suoi pazienti, legate soprattutto alle aspettative positive che le persone hanno rispetto questo tipo di procedura.
Seguendo lo schema di Barber la riconcettualizzazione cognitiva dell’ipnosi potrebbe essere così sintetizzata:

ANTECEDENTE

COMPORTAMENTO

CONSEGUENZA

Induzione ipnotica e suggestione

Sviluppo di un set cognitivo o Hypnotic mind set

Immaginazione attiva e consapevole

Risposte ipnotiche

In accordo con i teorici cognitivi-comportamentali, il soggetto sottoposto di ipnosi non risponde meccanicamente alla suggestione ma  attiva un processo creativo di problem solving  in immaginazione.

Da questa breve rassegna storica non c’è dubbio che l’ipnosi e la terapia cognitivo-comportamentale siano legate fra di loro più di quanto lo si voglia ammettere. Le tecniche ipnotiche possono essere considerate precursori di alcune tecniche cognitive-comportamentali e l’ipnotismo (come insieme di tecniche) può inserirsi nell’approccio cognitivo-comportamentale rispondendo adeguatamente ai criteri proposti da Beck quando parò della terapia cognitiva come “un approccio eclettico in cui possono essere inserite diverse tecniche che abbiano però dei requisiti comuni” (Alford e Beck, 1997, p. 91). Questi criteri sono:

  • Le tecniche devono essere coerenti con i principi della terapia cognitiva;
  •  l’intervento terapeutico deve derivare da un’adeguata concettualizzazione del caso;
  •  il trattamento deve avvenire in un contesto di collaborazione e di scoperta guidata;
  •  ogni sessione deve essere monitorata in termini di avanzamento dei progressi.

Le tecniche ipnotiche rispondono positivamente a questi criteri e inoltre vi sono altre ragioni per integrare l’ipnosi nella TCC, come ci suggeriscono numerosi autori:

  • molti clienti hanno alte aspettative rispetto a questa tecnica, percependo il “potere” dell’ipnosi;
  •  le tecniche ipnotiche sono capaci di indurre un  rilassamento profondo;
  •  l’ipnosi è in grado di facilitare la dissociazione (detachment)  particolarmente utile in alcune condizioni cliniche, ad esempio il controllo del dolore;
  •  l’ipnosi frequentemente riesce indurre una maggior vividezza di dettagli nelle immagini mentali che può potenziare  gli effetti delle tecniche di visualizzazione, comprese le termiche di esposizione in immaginazione;
  •  l’ipnosi sembra facilitare l’accesso all’esperienza emozionale, soprattutto nelle sessioni di regressione e abreazione, che possono potenziare gli effetti degli interventi terapeutici basati sul concetto di esposizione prolungata;
  •  i training di autosuggestione e autoipnosi offrono ai clienti la possibilità di allenare strategie di coping  applicabili in una grande varietà di situazioni;
  •  gli ipnoterapeuti,  grazie al loro complesso bagaglio di tecniche di immaginazione e tecniche verbali, hanno da sempre sviluppato la capacità di registrare tracce audio e possono essere utilizzate come supplemento alle sessioni di lavoro individuale.

Per ritornare alla domanda iniziale di questo articolo: “è possibile un’integrazione efficace tra ipnosi e CBT?”. Per noi, e non soltanto per noi, senza dubbio la risposta è: “Si”.

 Bibliografia:

  • Robertson D., “The practice of cognitive-behavioural hypnotherapy. A manual for Evidece-based Clinical aHypnosis”, Karnac, 2013
  • Braid J, “The discovery of hypnosis: the comple writing of James Braid, the father of hypnotherapy”, The Hational Council for hypnotherapy (NCH), 1843
  • Wolpe J., “Psychotherapy by reciprocal inhibition”, Standford University Press, 1958
  • Salter a., “Conditioned reflex therapy”, Wellnes Institue Ltd, 1949
  • Kirsch I., Clinical hypnosis as a nondeceptive placebo in Kirsch I, Capafons A, Cardena-Buelana E “Clinical Hypnosis e Self-regulation: cognitive behavioural perspective”, Washington APA, 1999
  • Hull, CL, “Hypnosis e suggestibility: an experitmental approach”, Crown House Publishing, 1933
  • Platonov K, “The word as a physiological and therapeutic factor: the theory and practice of psychotherapy according to IP Pavlov”, Foreing Language publishing house, 1959
  • Barber TX, Spanos NP, Chaves JF, “Hypnotism, imagintation e Human Potentialitie,”, Pergamon Press, 1974
  • Alford BA, Beck AT, “The integrative power of cognitive therapy”, Guilford, 1997
  • Chapman RA, “The clinical use of hypnosis in cognitive behaviour therapy”, Springer Publishing Company, 2006
  • Lynn SJ, Rhue JW, “Theories of hypnosis”, the guilford press, 1991
  • Lynn SJ, Kirsch I, “Essential of Clinicaly Hypnosis. An evidence based approach”, American Psychological Association, 2006

 

Articolo tradotto e sintetizzato da Gladys Bounous (psicologa, ipnologa, specializzanda in terapia cognitivo-comportamentale)