Tag: mental training

Welcome to EVOLUTION: cosa si allena in psicologia dello sport?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Welcome to EVOLUTION: cosa si allena in psicologia dello sport? Torino sport resilienza psicologia sportiva psicologia dello sport performance mental training locus of control gladys bounous gestione imprevisto evolution emozioni concentrazione autoefficacia ansia da prestazione alessandro simili abilità mentali   Questo e-booklet nasce per rispondere a quella che forse è la domanda più frequente che ci viene rivolta: “Ma un preparatore mentale o psicologo dello sport o mental trainer… cosa allena??!!”.

La risposta più banale sarebbe: “La mente umana!”. Ma la ricerca scientifica degli ultimi decenni ci ha aiutato a capire esattamente quali sono gli aspetti della mente umana che incidono maggiormente sulle performance sportive.

In questo e-booklet ve le introduciamo dandovi anche qualche indicazione su quali tecniche si usano nei programmi di allenamento in psicologia dello sport.
Come al solito l’e-booklet è gratuito e vi saremo grati se vorrete farlo leggere anche ai vostri amici sportivi!

Buona lettura!

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Come trasformare un gruppo in team

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Un piccolo e-booklet scaricabile gratuitamente pensato per gli allenatori che vogliono avvicinarsi al mondo dell’allenamento mentale iniziando a capire le differenze psicologiche tra un gruppo e un team sportivo.

Questo progetto è il primo di una collezione di e-booklet chiamata “Effective coach” che vuole fornire alcuni spunti e strategie di miglioramento, molto pratiche e applicabili, per tutti gli allenatori che desiderano potenziare le loro risorse mentali.

Scarica l’e-booklet!

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I 10 errori da evitare prima di una gara

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance I 10 errori da evitare prima di una gara routine pre-gara preparazione mentale mental training gara competizione autoefficacia ansia da prestazione ansia da competizione   Partendo dalla nostra esperienza sul campo abbiamo realizzato un e-booklet gratuito e scaricabile per fornire qualche indicazione pratica agli atleti sulla gestione della routine pre-gara.

La routine pre-gara è composta di tutte quelle azioni che un atleta esegue regolarmente prima di scendere in campo. In questa routine si collocano anche i rituali oltre che le normali tappe di riscaldamento, sia fisico che mentale.
Se la routine pre-gara è stata realizzata in modo efficace l’atleta arriva al momento dell’inizio della gara mentalmente e fisicamente pronto.
Tuttavia, qualche volta, in questo processo preparatorio si commettono degli errori!

Scaricate l’e-book per scoprire quali errori sono da evitare e come fare per migliorare la propria preparazione mentale alla gara!

Buona lettura!

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Training per l’ansia competitiva

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Training per l'ansia competitiva psicologia sportiva psicologia dello sport ottimizzazione prestazione sportiva miglioramento della prestazione sportiva mental training dvd cd atleti ansia da prestazione sportiva ansia competitiva allenamento mentale   L‘ansia da competizione è un problema molto diffuso tra gli atleti, a qualsiasi livello si trovino a competere.
Ma d’altronde, chi non ha mai provato ansia di fronte ad una prestazione importante?

L’ansia è una fisiologica reazione di paura che ogni essere umano prova di fronte ad una situazione nuova o potenzialmente rischiosa. Spesso si confonde l’ansia con la normale attivazione pre-gara.
E’ assolutamente normale sentire il cuore che batte più forte, il corpo che inizia a reagire prima di una competizione. Ma quando diventa un problema? Quando mi rendo conto che questa attivazione è eccessiva e produce un decadimento della mia prestazione.

Per capire meglio il processo dell’ansia competitiva, abbiamo realizzato un video esplicativo.

Come spiegato nel video, un atleta che si trovi a dover competere con l’ansia competitiva ha bisogno di apprendere alcune strategie efficaci nella gestione di questo aspetto emotivo:

– tecniche di rilassamento
– tecniche di disattivazione fisiologica
– tecniche di controllo e monitoraggio dei pensieri
– tecniche di de-condizionamento dalla paura

Il percorso “How to compete anxiety” è un servizio che ha l’obiettivo di fornire all’atleta alcuni di questi strumenti, insegnadogli attivamente come auto-gestirli e come applicarli all’interno del suo percorso di allenamento tradizionale.

Il materiale video e audio di supporto, oltre alle schede di allenamento consegnate all’inizio del training consentono all’atleta, una volta imparato come fare di competere l’ansia da competizione in modo rapido ed efficace.

Per saperne di più, scarica la brochure.

Skype Training: la nuova frontiera dell’allenamento mentale

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Skype Training: la nuova frontiera dell'allenamento mentale web 2.0 training mentale Torino skype psicologia dello sport mental training allenamento virtuale   Si sa che gli atleti hanno ritmi molto serrati, programmazioni giornaliere intense e sono spesso lontano da casa per gare e competizioni. Tutto questo ha rappresentato per molti un ostacolo nel decidere di intraprendere un percorso di allenamento mentale. La difficoltà di seguire un programma di allenamento in modo costante, con appuntamenti fissi e magari lunghe distanze per raggiungere lo studio dello psicologo sportivo sono stati per alcuni un deterrente ad intraprendere questo tipo di percorso.

La psicologia ha pertanto dovuto innovarsi e grazie allo sviluppo delle nuove metodologie di comunicazione si sono iniziati a sviluppare dei training di allenamento mentale “virtuali” o meglio “a distanza”. Skype è diventato uno strumento in grado di creare uno spazio che permette l’incontro tra atleta e psicologo sportivo e dove si sviluppano i protocolli di training. Gli strumenti di lavoro si sono trasformati in strumenti online e il tutto viene gestito in una visione 2.0!

I vantaggi per l’atleta sono numerosi:

  • migliore organizzazione del proprio tempo: il training mentale può essere gestito in orari più flessibili e in qualunque posto ci si trovi;
  • la possibilità di essere seguiti ovunque: e quindi di poter fare sessioni di lavoro anche durante le competizioni, cosa spesso impossibile perchè non ci si può permettere un mental trainer che ci segua in gara
  • la riduzione dei costi del programma: anche l’aspetto economico viene influenzato positivamente da questa nuova modalità in quanto si abbattono le spese di trasferta e anche lo psicologo, riducendo i costi fissi, può applicare tariffe agevolate;
  • la possibilità di ricevere tutti gli strumenti di lavoro sulla propria mail di poterli gestire in autonomia.

Ma a questo punto sorge spontanea una domanda? Se ci sono tutti questi vantaggi perchè è ancora così poco diffusa?
Lo psicologo “on-line” è una realtà sempre più abituale in paesi come gli Stati Uniti, in via di sperimentazione in Spagna e Regno Unito, mentre qua in Italia ci sono ancora numerose resistenze. La più forte, anche da parte di noi psicologi è legata al fatto che la relazione psicologo-atleta (fondamentale per una buona riuscita del training) diventi asettica, distante, fredda e quindi improduttiva.

Secondo la ricerca pubblicata dalla rivista Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, una serie di programmi su internet utilizzati da piu’ di 1.000 persone mostra di aver prodotto migliori risultati di quelli ottenuti con specialisti in alcune delle migliori cliniche di salute mentale.
E se funziona con patologie psicologiche gravi, perchè dubitare che funzioni in un contesto dove non si tratta con la patologia ma semplicemente con il rinforzo di abilità mentali?

Perchè non provare dunque??

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Con la testa in alto mare

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Con la testa in alto mare velisti vela Torino psicologia sportiva psicologia dello sport mental training barca a vela allenamento mentale

La pratica della vela è uno fra gli sport maggiormente complessi che si possa incontrare. Complesso da tanti punti di vista, a partire dalla terminologia velica fino ad arrivare all’allenamento che l’aspirante velista deve sostenere per raggiungere buoni risultati.

Avvicinarsi per la prima volta al mondo della vela vuol dire, prima di tutto, capire che in barca ogni cosa ha un nome e una funzione specifica e basta dire: “Passami quella corda!” per far irritare qualsiasi amante di questo sport.

Una volta capito cos’è un boma, una sartia, una scotta, una drizza e quant’altro, il lavoro è appena iniziato. In effetti, una persona poco esperta di questo sport quando sente parlare di barca a vela, pensa immediatamente alle grandi barche da regata oppure a quelle imbarcazioni che si intravedono d’estate in mezzo al mare che organizzano crociere per turisti in cerca di una vacanza alternativa.

Chi sceglie di addentrarsi un po’ più approfonditamente in questo mondo si trova quasi subito a dover capire se la barca su cui è salito è, prima di tutto, un monoscafo o un multiscafo. E se si tratta di un multiscafo, se è un catamarano o un trimarano.

Se ci si trova su un monoscafo capace di contenere più persone dobbiamo capire se siamo su uno sloop, un cutter, un ketch, uno yawl o una goletta. Se invece saliamo su un monoscafo da soli o con un compagno potremmo trovarci su un Optimist, un Trident, un 470, un Laser, un Finn, un 420, un Europa, un 49er o altro.

E se decidiamo di farci un bel giro in windsurf, possiamo considerarci un “velista”? Ebbene si, perché il windsurf fa parte a tutti gli effetti delle discipline appartenenti al mondo dello sport velico ed è considerata disciplina olimpica maschile dal 1984 e femminile dal 1992.

E a questo punto non ci siamo neanche ancora allontanati dalla riva e la confusione è già tanta. Quando decidiamo di muoverci dobbiamo iniziare a riconoscere il vento, di conseguenza regolare le vele e procedere con l’andatura migliore. E non appena, con fatica, riusciamo a capire da che parte giunge il vento, posizionare il peso in barca in modo adeguato, seguendo la rotta che ci siamo prefissi… ecco il “salto di vento”, e si ricomincia.

Le prime esperienze al timone possono essere alquanto frustranti perché è subito evidente come la barca possa vivere di vita propria ed andare esattamente dalla parte opposta di dove vogliamo. E allora ci ritornano in mente le parole dei nostri primi istruttori che si raccomandavano di tenere ben a mente che quando la barra del timone si sposta a destra la barca va esattamente sul lato opposto e viceversa. Ma ricordatevi anche che in mare non esiste la destra ma la dritta e la barca non gira ma orza, poggia, vira o stramba!

Se navighiamo da soli siamo noi a doverci occupare di tutto ma nelle barche con equipaggio le cose diventano “affascinanti”. Esistono dei ruoli ben precisi con compiti specifici da svolgere in perfetto accordo con tutti i membri dell’imbarcazione. Ogni minimo errore individuale diventa una difficoltà per l’intero equipaggio. Un movimento fatto in modo scoordinato rispetto al resto dell’equipaggio e la scuffia è quasi assicurata.

Inoltre è bene ricordarsi delle parole dei velisti esperti, i quali sostengono che in barca il conflitto è sempre dietro l’angolo. Basta infatti veramente poco per trasformare una piacevole giornata di sport in una situazione da cui ci si vuole solo allontanare.

Ma per fortuna la passione è più forte e con il tempo ci si dimentica delle iniziali difficoltà. In breve tempo si inizia ad assaporare il piacere della vela, le sensazioni che solo questo sport sa dare in un contesto naturale sempre diverso ad ogni uscita. Capita a volte che ci si appassioni talmente tanto da voler trasformare questo sport in qualcosa di più che un puro divertimento e così ci si avvicina alle regate.

E nuovamente si apre un mondo diverso.

Inizia il confronto con gli avversari, lo studio della strategia e della tattica di regata, la gestione della normale tensione agonistica che sempre si prova quando ci si mette alla prova. E anche se non aspiriamo a diventare i futuri campioni olimpici della nostra specialità, ci troviamo di fronte ad alcuni aspetti che non avevamo considerato. Molti di questi appartengono alla sfera psicologica.

Se poi questo sport ci appassiona profondamente potremmo iniziare ad aspirare a qualche risultato degno di nota. Fino a lanciarci nel mondo della vela “professionistica”. I velisti di professione, cioè coloro che possono permettersi di scegliere la pratica della vela come loro unica attività, sono veramente pochi. Tutti gli altri devono iniziare a far collimare una vita da sportivo agonista con una più normale di studente o professionista. E questo processo non è sempre automatico.

Ad alto livello troviamo atleti che competono per raggiungere obiettivi professionistici, non avendo pienamente la mentalità da atleta perché magari devono dividersi con altri impegni lavorativi.

Un calciatore professionista può permettersi di vivere con la pratica del suo sport e dedicare tutto il suo tempo a coltivare il suo talento, curando gli aspetti fisici, tecnici, nutrizionali e mentali della sua disciplina sportiva. Il velista, seppur di alto livello, normalmente non può fare la stessa cosa sebbene gli aspetti della sua preparazione comprendono sia quelli fisici, tecnici, tattici, psicologici, nutrizionali, sia quelli specialistici come, ad esempio, la conoscenza della meteorologia, la normale manutenzione della barca o la preparazione delle vele.

Concludendo la nostra “irriverente” panoramica sullo sport velico, possiamo ricordarci che, anche qualora riuscissimo a raggiungere i massimi livelli nella nostra disciplina sportiva, come ad esempio vincere una medaglia olimpica, per la maggior parte delle persone comuni rimarremo sempre dei perfetti sconosciuti.

Se chiedessimo in giro i nomi dei più famosi atleti della storia velica italiana pochi saprebbero citarli, senza nulla togliere ad atleti del calibro di Giovanni Leone Reggio (medaglia d’oro Giochi Olimpici Kiel 1936), Agostino Straulino e Nico Rode (medaglia d’oro, Giochi Olimpici Helsinki 1952), Luca Devoti (argento a Sydney 2000) o Alessandra Sensini (un oro, un argento e due bronzi nelle ultime quattro edizioni olimpiche). Se facessimo lo stesso esperimento con altri sport, ad esempio calcio o sci, il risultato sarebbe ben diverso.

Se domandiamo inoltre ad una persona non del settore se ha mai assistito ad una regata (fatta eccezione per quelle di Coppa America) è probabile che non abbia nessuna idea di come si svolga tale competizione, anche perché le esigenze televisive mal si sposano con la natura e i tempi di questo sport.

A questo punto potremmo osare dire che il velista è, prima di tutto, un appassionato e ciò che lo spinge a praticare tale disciplina è da ricercarsi principalmente in una motivazione interiore.

E’ chiaro dunque come lo sport della vela possa essere molto complesso oltre che affascinante. Di tanto in tanto è dunque possibile che il velista si ritrovi “con la testa in alto mare”, riuscendo a gestire con difficoltà alcuni aspetti della sua pratica sportiva.

Questa semplice pubblicazione ha come obiettivo far conoscere a tutti gli amanti della vela, professionisti e dilettanti, alcune strategie per superare diverse difficoltà che si potrebbero incontrare lungo la rotta. Nello specifico affronteremo uno dei tanti aspetti della preparazione sportiva di un velista: la preparazione mentale.

Lo faremo in modo pratico appoggiandoci all’esperienza di atleti che hanno scelto di curare anche questo aspetto della loro attività, spesso sottovalutato o non conosciuto.

Attraverso le loro testimonianze e gli esercizi sperimentati sul campo proveremo a spiegare che cos’è e a cosa serve la preparazione mentale.

Così come lo sport della vela non è uno sport che tutti decidono di praticare, sebbene sia un’attività che dal punto di vista fisico può essere svolta pressoché da tutti, anche il lavoro che si fa in psicologia dello sport non è un percorso che va bene per tutti, nonostante la sua semplice applicabilità sul campo.

I risultati che si possono ottenere da un percorso di allenamento mentale non dipendono né dal livello agonistico raggiunto né da particolari doti o abilità personali.

Il segreto del successo sta nella voglia di impegnarsi con costanza, di mettersi in gioco in modo positivo, sperimentando alcune capacità che sono già presenti in noi ma, a volte, non le indirizziamo nel modo giusto, ci dimentichiamo di utilizzarle quando ci servono o, semplicemente, non sappiamo come fare per metterle in pratica.

La nostra speranza è che possiate trovare, in questo libro, qualche indicazione utile per la vostra pratica sportiva e, perché no, magari far crescere in voi la voglia di affiancare al vostro normale allenamento anche un percorso di allenamento mentale.

(articolo tratto da “Con la testa in alto mare”, G. Bounous, 2010, Magenes Editori).

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Paolo Gardiol – Hockey su ghiaccio

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Paolo Gardiol - Hockey su ghiaccio psicologia sportiva psicologia dello sport paolo gardiol mental training hockey su ghiaccio hockey allenamento mentale   Paolo Gardiol, data di nascita 18.01.1997 è un giovane talento che ha iniziato a giocare ad hockey su ghiaccio all’età di cinque anni. Come per molti ragazzi, nati e cresciuti in Val Pellice, il poter giocare nella “Valpe” ha un sapore che va oltre il semplice gesto sportivo.

Nel 2008 riceve il titolo di “Miglior giocatore del Piemonte” per la sua categoria e da allora continua ad impegnarsi quotidianamente per raggiungere il suo sogno.

Quest’anno è impegnato nel campionato interregionale under 16 con la sua squadra che, per motivi economici, quest’anno non partecipa al campionato nazionale.

Dato però l’impegno che Paolo aggiunge in ogni allenamento viene spesso convocato nella squadra Under 18 per “irrobustirsi”.

Dal 2011, Paolo è stato chiamato per diversi raduni degli “azzurrini” Nazionale Under 16 avviciandosi così alle competizioni importanti.

Potete seguire i risultati di Paolo su: http://www.hcvalpellice.com/giovanili/

 

Questione di testa

Nato a Settembre 2010, Sport 2.0 vuole essere un punto di riferimento per chi fa sport a Torino e dintorni. Sport quello con la S maiuscola, quello che fa divertire, che appassiona, che fa sudare e che ci fa esultare quando vinciamo ed arrabbiare quando perdiamo. Sport, non calcio.

Questione di testa” è un blog che vuole avvicinarvi al mondo della psicologia sportiva spiegandone le finalità e gli strumenti provando a fornire qualche strategia pratica per coloro che desiderino inserire l’allenamento mentale all’interno del loro programma di preparazione sportiva.

Seguici su: http://blogs.sportduepuntozero.it/qdt/

Biofeedback e Ipnosi

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Biofeedback e Ipnosi Torino sport psicologia sportiva psicologia dello sport mental training ipnosi gladys bounous biofeedback allenamento mentale alessandro simili   Quando ci si approcia ad un percorso di ottimizzazione della prestazione molte sono le tecniche che gli operatori (si presume psicologi dello sport) adoperano per raggiungere l’obiettivo che l’atleta si aspetta possa essere raggiunto.

In effetti le richieste sono svariate, importanti e mai banali: dal potenziare le abilità attentive, alla gestione dello stress, al migliorare la resistenza (percepita) all’esaltare il talento personale e così via.

La domanda a questo punto è lecita: come facciamo a sapere come psicologi dello sport obiettivamente che l’atleta sta effettivamente raggiungendo gli obiettivi previsti? Dobbiamo aspettare i numeri della prestazione o possiamo dapprima capire se il nostro intervento è funzionale all’obiettivo? O possiamo solo rivolgerci a questionari/test?

A una mia richiesta sulle sensazioni provate potrò avere risposte positive/neutre/negative, ma allo stesso tempo come faccio a sapere che ho lavorato in direzione dell’obiettivo? Come posso capire se ho agito sul sistema simpatico o parasimpatico? Tradotto in termini concreti: un conto è lavorare sul rilassamento un conto è lavorare sulle abilità attentive che richiedono una certa attivazione e vigilanza.

Un risposta a queste domande ci deriva dall’uso del biofeedback e dalle tecniche ad esso correlate. Il biofeedback è uno strumento che permette all’atleta di porre sotto controllo alcune funzioni fisiologiche che normalmente non lo sono. Vuol dire in sostanza che qualsiasi persona può controllare, monitorare e ottimizzare alcune funzioni del nostro corpo quali il respiro, il battito cardiaco, la temperatura così come la regolazione del tono muscolare per acquisire abitudini regolative più appropriate.

L’atleta potrà ricevere attraverso un computer un feedback sia visivo (numerico) sia acustico sulla prestazione che sta compiendo nel qui ed ora.

Facciamo un esempio. Si presenta da noi un atleta con il classico problema “di controllare l’ansia che si genera al momento della prestazione”. A questo punto dopo aver focalizzato l’area di miglioramento posso, da un punto di vista cognitivo, capire le ragioni e intervenire con molte tecniche (pratiche) a mia disposizione: self talk, imagery, thought stopping. Farò il mio intervento e in quel momento avrò a disposizione il feedback dell’atleta.

A questo punto interviene il biofeedback (o neurofeedback) che fornisce una risposta immediata all’atleta per quando riguarda la sua domanda (oltretutto gli atleti sono abituati ai numeri e una risposta numerica agevola una corretta comprensione e ad un feedback immediato), ma anche allo psicologo dello sport che potrà toccare con mano non solo la parte cognitiva, ma anche la parte “fisiologica” del lavoro.

Fin qui abbiamo parlato del biofeedback e dalla valenza che completa la professionalità dello psicologo dello sport anche se molti professionisti non sono avvezzi alla “tecnologia”, ma il biofeedback come training è una tecnica e in quanto tale per amplificare e comprovare la sua potenzialità va abbinata ad un’altra metodologia importante:l’ipnosi.

Uno a completamento dell’altro potremmo dire. O per certo versi uno a supervisione dell’altro. Se, come abbiamo detto, l’ipnosi (o meglio il suo utilizzo) può peccare di validità, dall’altro verso il biofeedback ha il limite che non può essere portato nella prestazione vera e propria.

Possiamo quindi identificare nell’ipnosi due grossi vantaggi a sostegno del biofeedback:

  • accompagnare il lavoro “on-line” attraverso il biofeedback;
  • portare sul campo le sensazioni, gli apprendimenti e trasformarli in comportamento efficaci per la prestazione.

Anche in questo caso facciamo un esempio pratico e vissuto. Atleta di biathlon (sci e carabina) che si presenta con un problema più che di ordine psicologico, di natura fisiologica: abbassare la temperatura periferica del dito indice che spara, perchè dopo km a sciare e con temperature che toccano anche i meno 18, questo perde di sensibilità. Nella prima seduta, attraverso il biofeedback riusciamo dopo varie sedute a controllare (alzando e abbassando volontariamente) la temperatura periferica del dito. Ma un conto è un luogo protetto quale può essere quello dello studio, un conto è l’ambiente.(potremmo dire che il biofeedback ci permette di realizzare la connessione mente-corpo, l’ipnosi la connessione mente-corpo-ambiente).

Procediamo allora attraverso l’ipnosi cercando una situazione significativa che potesse “ancorare” il lavoro fatto e soprattutto portare nella prestazione vera sensazioni vissute. L’atleta, in modo ecologico richiama l’immagine del primo sole del mattino in montagna che le riscalda la mani. La cosa affascinante è che “testando” l’immagine con il biofeedback, la stessa prestazione in studio è più veloce: in pochi attimi, verificandolo con il biofeedback (TEMP), l’atleta regola volontariamente e velocemente la propria temperatura periferica. Va da sè poi, la trasformazione dell’apprendimento in comportamento utile per la gara.

Vediamo infine uno schema (Blumenstein 2002) che mostra l’intervento del BFB in alcuni sport abbinato ad alcune tecniche.

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Bibliografia

  • Anchisi R.,Dessy M.G. Gambotto (1996). Manuale di Biofeedback, Psicologia e Medicina Comportamentale.Ed. Libreria Cortina,Torino.
  • Basmajian J.V. (1985). Il biofeedback: aspetti teorici ed applicazioni pratiche. Ed. Piccin, Padova
  • Blumenstein, Bar-Eli, Tenenbaum (2002) Brain and Body in sport and exercise.Ed.Wiley and Sons.USA.
  • Pancheri P.(1979). Biofeedback.Tecniche di autocontrollo in psichiatria, Psicosomatica e medicina.Ed.Bulzoni, Milano.

Ipnosi e Sport: dalla teoria alla pratica

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Sport: dalla teoria alla pratica trance ipnotica Torino psicologia sportiva psicologia dello sport morgan mental training ipnosi sportiva ipnosi e sport gladys bounous allenamento mentale   Sempre più spesso si legge o si ascoltano interviste in cui gli atleti dichiarano di aver utilizzato l’ipnosi per migliorare le loro performance sportive. In realtà non si tratta di una tecnica approdata allo sport recentemente perchè anche in passato numerosi nomi eccelsi dello sport italiano hanno dichiarato in diverse interviste di aver utilizzato l’ipnosi sportiva per migliorare la propria prestazione.

E’ il caso di Lea Pericoli e di Adriano Panatta che hanno dichiarato di aver fatto ricorso all’ipnosi sportiva nel loro percorso di allenamento mentale, negli anni ’60-’70.

Già nel 1958, Maxwell Maltz riportò i primi studi sull’efficacia delle visualizzazioni in allenamento e in gara. Nel 1969, Frezza e Tonelli sulla rivista italiana “Rassegna di Ipnosi e Medicina Psicosomatica” portarono i risultati su uno studio sperimentale con sciatori e nuotatori. In tempi recenti ricordiamo Giorgio Rocca e la preparazione per le Olimpiadi di Torino 2006. Ma soprattutto all’estero le tecniche ipnotiche sono parte integrante dei percorsi di allenamento mentale.

In alcuni casi non si parla direttamente di ipnosi ma si utilizzano tecniche ipnotiche mascherate dietro il nome di visualizzazione attiva o altri titoli meno inquietanti del termine “ipnosi”. Ma in realtà il lavoro che viene fatto ha tutte le caratteristiche per rientrare in un percorso ipnotico applicato allo sport.

I recenti studi dimostrano che l’ipnosi possa condurre sia ad incrementi che a decrementi della prestazione muscolare (potenza e resistenza). Inoltre le suggestioni ipnotiche finalizzate a visualizzare e vivere l’esperienza sportiva sono associate ad aumento del battito cardiaco, della respirazione, del VO2 max, del consumo di ossigeno, della produzione di anidride carbonica, del flusso sanguigno in regioni periferiche dell’organismo e dell’attivazione di specifiche regioni cerebrali. Tutti questi studi dimostrano quindi che l’allenamento ipnotico alla prestazione sportiva non è solo una pura “suggestione mentale” ma si tratta di un vero e proprio training psicofisico di preparazione alla prestazione.

In ambito sportivo l’ipnosi può essere utilizzata in due modi differenti ma complementari:

  • per agire direttamente su parametri fisiologici e modificare le sensazioni corporee;
  • per operare sui pensieri e sulle emozioni che influenzano la prestazione.

A cosa serve concretamente l’ipnosi? Tutti i ricercatori che studiano e applicano questa tecnica nel mondo sportivo sostengono che sia uno strumento privilegiato per portare l’atleta in una condizione analoga a quella esperita nel “flow” o nella “peak performance”.

Uno dei più conosciuti studiosi dell’ipnosi applicata alla sport, W. Morgan, ne descrive l’utilizzo all’interno del modello teorico di Hanin (1978) e Unestahl (1981) e sui casi empirici studiati da Johnson (1961). Hanin presentò una teoria della performance introducendo il concetto di “zona di funzionamento ottimale” e questa zona è data dal livello di ansia ottimale nel pre-gara. Il modello teorico di Unestahl è in relazione con il modello di Hanin perchè entrambi credevano che nel momento della peak performance gli atleti vivano uno stato affettivo particolare. Unestahl chiamò questo stato “stato di performing ideale”. Sebbene i due approcci siano simili la differenza sta che per Hanin questo stato ottimale può essere rievocato mentre Hunestahl sostiene che gli atleti spesso abbiamo amnesia selettiva o totale dopo la best performance. Tuttavia Unesthal parla di ipnosi nel definire questo stato e la sua teoria è stata usata con centinaia di atleti svedesi.

Le ricerche sull’ipnosi in psicologia dello sport e dell’esercizio fisico sono stat quasi esclusivamente condotte in laboratorio e gli esperimenti avevano come obiettivo il dimostrare l’effettiva capacità dell’ipnosi di incrementare le capacità fisiche.

Due principali critiche si muovono ad essi:

  • i ricercatori hanno utilizzato compiti da laboratorio in condizioni controllate, e questo raramente si verifica in un contesto di gara. In altre parole tutte le ricerche coinvolgevano semplici compiti motori eseguiti da non-atleti, cosa che non è facilmente generalizzabile alle complesse skills che un atleta deve mettere in atto in un contesto competitivo.
  • le performances da laboratorio eseguite in stato di ipnosi sono state comparate con performance in cui le suggestioni ipnotiche non sono state utilizzate. Questo tradizionale paradigma (ipnosi vs controllo) ha creato una confusione tra ipnosi (stato di coscienza modificato) e suggestione (comando verbale consegnato all’atleta dall’ipnotista).

La diatriba è la seguente: basta lo stato di trance ipnotica (ossia la modificazione di coscienza) per incrementare la performace oppure è necessario il comando verbale (ossia la suggestione)? Quali di questi due fattori è realmente responsabile della modificazione della prestazione?

La prima review sull’argomento fu fatta da Hull (1933) che si concentrò sulla suggestione ipnotica e sulla trascendenza dalla capacità volontaria. Le sue conclusioni furono che l’evidente contraddittorietà sulla questione è legata al disegno sperimentale usato. Le successive review furono inconsistenti nel dimostrare la capacità delle suggestioni post-ipnotiche di incrementare la performance fisica. La più critica review sull’argomento fu fatta da Barber (1966) che concluse che l’ipnosi, senza la suggestione, non influenza la forza muscolare o la resistenza. Inoltre Barber riportò che le suggestioni motivazionali sono capaci di aumentare la forza muscolare e la resistenza sia in una condizione ipnotica che in una condizione non-ipnotica. I tipici paradigmi sperimentali comparavano la performance muscolare dietro suggestione ipnotica di incremento o diminuzione versus prestazioni muscolari senza suggestione in una condizione di controllo o non ipnotica.

Negli studi più recenti si è iniziato a verificare come le suggestioni ipnotiche non solo influenzano la percezione dello sforzo ma anche i parametri neurofisiologici (battito cardiaco, HRV, pressione sanguigna, respirazione, VOmax, la captazione di ossigeno e la produzione di diossido di carbonio, sia “a secco” che durante l’esericzio. (Morgan 1985). Ancora più recentemente le ricerche hanno dimostrato la variazione dell’irrorazione sanguigna cerebrale (rCBF) in seguito a stimolazione ipnotica volta a modificare la percezione dello sforzo durante un esercizio dinamico (Williamson et al, 2001).
Ad esempio, la suggestione di discesa in bicicletta è associata ad una diminuzione dello sforzo percepito e del rCBF nella corteccia insulare sinistra e nella corteccia cingolata anteriore. Al contrario, la salita è associata ad una attivazione dell’area insulare destra e del talamo dx. Questo lavoro rivela inoltre che non ci sono differenze di rCBF per le aree sensomotorie corrispondenti alle gambe in entrambe le condizioni.
Questo dimostra che il maggior o minor sforzo percepito dai ciclisti durante un’induzione ipnotica specifica corrispondere realmente ad una modificazione di attivazione cerebrale.

Questo ci porta a dire che la suggestione è la chiave per la modificazione del comportamento dell’atleta, tuttavia sappiamo che le suggestioni date in uno stato di veglia (e non di trance ipnotica) hanno minor poter di attivare meccanismi neurofisiologici perchè nello stato di veglia è minore la connessione mente-corpo. Inoltre, in stato di veglia, quando il nostro pensiero critico è decisamente più elevato molte suggestioni possono non essere accolte dall’atleta e quindi non avere effetto diretto sulla performance.

Un altro filone di ricerca ha esaminato l’effetto dell’imagery sulla psicofisiologia, semplicemente immaginando un esercizio in una condizione non ipnotica. Hanno comparato gli effetti della visualizzazione associata (interna) da quella dissociata (esterna). Si è visto che le visualizzazioni in prima persona producono effetti psicofisiologici molto simili a quelli sperimentati durante l’esercizio reale. Sebbene questo studio non compari il gruppo con un gruppo sottoposto ad ipnosi è evidente che gli effetti spesso attribuiti all’ipnosi possono essere evocati anche in una condizione non ipnotica.

Dagli studi di neuroimaging si vede che le tecniche di imagery attivano prevalentemente le aree sensomotorie mentre vi è una minima attivazione delle aree frontali (coinvolte invece nei processi ipnotici). Taylor e Gerson (1992) hanno riferito effetti amplificati dell’imagery sotto ipnosi sull’autoefficacia, sulla forma tecnica e sulla prestazione atletica. Anche Ligget (2000) è arrivato alla stessa conclusione sostenendo che l’imagery in stato di ipnosi è più intensa e vivida rispetto a quella senza ipnosi.

Come potete notare, le ricerche in merito sono molte e spesso contraddittorie. Però quello che è evidente nella pratica diretta con gli atleti è che in uno stato di trance ipnotica riusciamo ad evocare alcune fenomenologie (comportamenti manifesti) che vanno oltre il controllo volontario della persona. In ipnosi possiamo inoltre controllare alcuni parametri del sistema nervoso autonomo, che per definizione sono fuori dal controllo volontario del soggetto.

Vediamo alcuni esempi pratici in cui le tecniche ipnotiche diventano un aiuto per gli atleti:

  • riuscire a rallentare il battito cardiaco è per esempio un valido strumento di aiuto per gli apneisti;
  • riuscire ad aumentare la percezione sensoriale sull’estremità delle dita diventa molto importante per un tiratore (iperestesia ipnotica);
  • riuscire ad anestetizzare o monitorare la percezione del dolore è fondamentale per chi si trova a competere in condizioni di dolore fisico (analgesia o anestesia ipnotica);
  • riuscire a modificare la termoregolazione corporea può aiutare gli atleti che competono in condizioni climatiche molto rigide;
  • riuscire ad addormentarsi a comando e dilatare la percezione del tempo dedicato al riposo è utile per chi si trova in competizioni in cui non può dormire le canoniche 8 ore consecutive (contrazione o dilazione del tempo);
  • riuscire a ridurre il focus attentivo potenziando la concentrazione su un unico punto di interesse è fondamentale per i golfisti, i tiratori e tutti quegli atleti che competono con un bersaglio;
  • riuscire a dissociare la propria mente dalle sensazioni fisiche può essere un aiuto per coloro che affrontano gare di resistenza e competono con il dolore e la fatica fisica e mentale (dissociazione ipnotica);
  • sapersi portare velocemente in uno stato simile a quello precedentemente sperimentato in una situazione di flow è il modo migliore per qualsiasi atleta per avvicinarsi ad una competizione (regressione ipnotica);
  • focalizzare i propri obiettivi e avere chiari in mente i passaggi necessari per una buona prestazione è altrettanto importante per tutti gli atleti (progressione ipnotica);
  • E questi sono solo alcuni esempi dell’utilizzo pratico dell’ipnosi nello sport.

E se ancora vi domandate perchè sia necessario imparare ad entrare in uno stato ipnotico per ottenere i risultati sopra descritti, provate a chiedervi: “Sarei in grado di fare queste cose, in questo momento, cioè in uno stato di normale veglia?”

Se la risposta è no ma vi piacerebbe riuscire ad allenare queste capacità per migliorare la vostra pratica sportiva allora potreste pensare di imparare tecniche di ipnosi e autoipnosi applicate allo sport!

Bibliografia

  • Kosslyn, Ganis, Thompson (2001), Neural foundation of imagery, Nature Reviews Neuroscience
  • Liggett DR, Hamada S., 1993. Enhancing the visualization of gymnasts. American Journal of Clinical Hypnosis, Jan;35(3):190-7
  • Frester R., 1985. L’allenamento ideomotorio, Rivista di cultura sportiva, 1:7.
  • Lazar, Kerr, Wasserman (2005), Meditation experience is associated with increased cortical thickness, Neuroreport
  • Lasar, Bush, Golub (200), Functional brain mapping of the relaxation response and meditation, Neuroreport
  • Tart (2001), Meditation, some kind of self-hypnosis? APA
  • Brown, Forte (1983), Phenomenological differences among self-hypnosis, mindfullness meditiation and imaging.
  • Morgan W (2002), Hypnosis in sport and exercise psychology, in Exploring sport and Exercise Psychology, American Psychological Association
  • Hull CL (1933), Hypnosis and suggestibility, New York: Appleton-Century-Crofts
  • Hanin YL (1978) A study of anxiety in sport, in WF Straub (ed), Sport Psychology: ana analysis of athelte behaviour, Ithaca, NY Mouvement
  • Barber TX (1966), The effects of hypnosis and suggestions on strenght and endurance: a critical review of research studies, British Journal of Social and Clinical Psychology
  • Taylor J, Gerson A (1992), A conceptual model of the effects of imagery administration, in Taylor, Horovitz and Balague (1993)
  • Taylor, Horovitz, Balague (1993), The use of hypnosis in applied sport psychology, The Sport Psychologist
  • Ligget (2000), Enanching imagery through hypnosis: a performance aid for athletes, American Journal of Clinical Hypnosis