Tag: psicologia sportiva

Questione di testa

Nato a Settembre 2010, Sport 2.0 vuole essere un punto di riferimento per chi fa sport a Torino e dintorni. Sport quello con la S maiuscola, quello che fa divertire, che appassiona, che fa sudare e che ci fa esultare quando vinciamo ed arrabbiare quando perdiamo. Sport, non calcio.

Questione di testa” è un blog che vuole avvicinarvi al mondo della psicologia sportiva spiegandone le finalità e gli strumenti provando a fornire qualche strategia pratica per coloro che desiderino inserire l’allenamento mentale all’interno del loro programma di preparazione sportiva.

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Biofeedback e Ipnosi

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Biofeedback e Ipnosi Torino sport psicologia sportiva psicologia dello sport mental training ipnosi gladys bounous biofeedback allenamento mentale alessandro simili   Quando ci si approcia ad un percorso di ottimizzazione della prestazione molte sono le tecniche che gli operatori (si presume psicologi dello sport) adoperano per raggiungere l’obiettivo che l’atleta si aspetta possa essere raggiunto.

In effetti le richieste sono svariate, importanti e mai banali: dal potenziare le abilità attentive, alla gestione dello stress, al migliorare la resistenza (percepita) all’esaltare il talento personale e così via.

La domanda a questo punto è lecita: come facciamo a sapere come psicologi dello sport obiettivamente che l’atleta sta effettivamente raggiungendo gli obiettivi previsti? Dobbiamo aspettare i numeri della prestazione o possiamo dapprima capire se il nostro intervento è funzionale all’obiettivo? O possiamo solo rivolgerci a questionari/test?

A una mia richiesta sulle sensazioni provate potrò avere risposte positive/neutre/negative, ma allo stesso tempo come faccio a sapere che ho lavorato in direzione dell’obiettivo? Come posso capire se ho agito sul sistema simpatico o parasimpatico? Tradotto in termini concreti: un conto è lavorare sul rilassamento un conto è lavorare sulle abilità attentive che richiedono una certa attivazione e vigilanza.

Un risposta a queste domande ci deriva dall’uso del biofeedback e dalle tecniche ad esso correlate. Il biofeedback è uno strumento che permette all’atleta di porre sotto controllo alcune funzioni fisiologiche che normalmente non lo sono. Vuol dire in sostanza che qualsiasi persona può controllare, monitorare e ottimizzare alcune funzioni del nostro corpo quali il respiro, il battito cardiaco, la temperatura così come la regolazione del tono muscolare per acquisire abitudini regolative più appropriate.

L’atleta potrà ricevere attraverso un computer un feedback sia visivo (numerico) sia acustico sulla prestazione che sta compiendo nel qui ed ora.

Facciamo un esempio. Si presenta da noi un atleta con il classico problema “di controllare l’ansia che si genera al momento della prestazione”. A questo punto dopo aver focalizzato l’area di miglioramento posso, da un punto di vista cognitivo, capire le ragioni e intervenire con molte tecniche (pratiche) a mia disposizione: self talk, imagery, thought stopping. Farò il mio intervento e in quel momento avrò a disposizione il feedback dell’atleta.

A questo punto interviene il biofeedback (o neurofeedback) che fornisce una risposta immediata all’atleta per quando riguarda la sua domanda (oltretutto gli atleti sono abituati ai numeri e una risposta numerica agevola una corretta comprensione e ad un feedback immediato), ma anche allo psicologo dello sport che potrà toccare con mano non solo la parte cognitiva, ma anche la parte “fisiologica” del lavoro.

Fin qui abbiamo parlato del biofeedback e dalla valenza che completa la professionalità dello psicologo dello sport anche se molti professionisti non sono avvezzi alla “tecnologia”, ma il biofeedback come training è una tecnica e in quanto tale per amplificare e comprovare la sua potenzialità va abbinata ad un’altra metodologia importante:l’ipnosi.

Uno a completamento dell’altro potremmo dire. O per certo versi uno a supervisione dell’altro. Se, come abbiamo detto, l’ipnosi (o meglio il suo utilizzo) può peccare di validità, dall’altro verso il biofeedback ha il limite che non può essere portato nella prestazione vera e propria.

Possiamo quindi identificare nell’ipnosi due grossi vantaggi a sostegno del biofeedback:

  • accompagnare il lavoro “on-line” attraverso il biofeedback;
  • portare sul campo le sensazioni, gli apprendimenti e trasformarli in comportamento efficaci per la prestazione.

Anche in questo caso facciamo un esempio pratico e vissuto. Atleta di biathlon (sci e carabina) che si presenta con un problema più che di ordine psicologico, di natura fisiologica: abbassare la temperatura periferica del dito indice che spara, perchè dopo km a sciare e con temperature che toccano anche i meno 18, questo perde di sensibilità. Nella prima seduta, attraverso il biofeedback riusciamo dopo varie sedute a controllare (alzando e abbassando volontariamente) la temperatura periferica del dito. Ma un conto è un luogo protetto quale può essere quello dello studio, un conto è l’ambiente.(potremmo dire che il biofeedback ci permette di realizzare la connessione mente-corpo, l’ipnosi la connessione mente-corpo-ambiente).

Procediamo allora attraverso l’ipnosi cercando una situazione significativa che potesse “ancorare” il lavoro fatto e soprattutto portare nella prestazione vera sensazioni vissute. L’atleta, in modo ecologico richiama l’immagine del primo sole del mattino in montagna che le riscalda la mani. La cosa affascinante è che “testando” l’immagine con il biofeedback, la stessa prestazione in studio è più veloce: in pochi attimi, verificandolo con il biofeedback (TEMP), l’atleta regola volontariamente e velocemente la propria temperatura periferica. Va da sè poi, la trasformazione dell’apprendimento in comportamento utile per la gara.

Vediamo infine uno schema (Blumenstein 2002) che mostra l’intervento del BFB in alcuni sport abbinato ad alcune tecniche.

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Bibliografia

  • Anchisi R.,Dessy M.G. Gambotto (1996). Manuale di Biofeedback, Psicologia e Medicina Comportamentale.Ed. Libreria Cortina,Torino.
  • Basmajian J.V. (1985). Il biofeedback: aspetti teorici ed applicazioni pratiche. Ed. Piccin, Padova
  • Blumenstein, Bar-Eli, Tenenbaum (2002) Brain and Body in sport and exercise.Ed.Wiley and Sons.USA.
  • Pancheri P.(1979). Biofeedback.Tecniche di autocontrollo in psichiatria, Psicosomatica e medicina.Ed.Bulzoni, Milano.

Ipnosi e Sport: dalla teoria alla pratica

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Ipnosi e Sport: dalla teoria alla pratica trance ipnotica Torino psicologia sportiva psicologia dello sport morgan mental training ipnosi sportiva ipnosi e sport gladys bounous allenamento mentale   Sempre più spesso si legge o si ascoltano interviste in cui gli atleti dichiarano di aver utilizzato l’ipnosi per migliorare le loro performance sportive. In realtà non si tratta di una tecnica approdata allo sport recentemente perchè anche in passato numerosi nomi eccelsi dello sport italiano hanno dichiarato in diverse interviste di aver utilizzato l’ipnosi sportiva per migliorare la propria prestazione.

E’ il caso di Lea Pericoli e di Adriano Panatta che hanno dichiarato di aver fatto ricorso all’ipnosi sportiva nel loro percorso di allenamento mentale, negli anni ’60-’70.

Già nel 1958, Maxwell Maltz riportò i primi studi sull’efficacia delle visualizzazioni in allenamento e in gara. Nel 1969, Frezza e Tonelli sulla rivista italiana “Rassegna di Ipnosi e Medicina Psicosomatica” portarono i risultati su uno studio sperimentale con sciatori e nuotatori. In tempi recenti ricordiamo Giorgio Rocca e la preparazione per le Olimpiadi di Torino 2006. Ma soprattutto all’estero le tecniche ipnotiche sono parte integrante dei percorsi di allenamento mentale.

In alcuni casi non si parla direttamente di ipnosi ma si utilizzano tecniche ipnotiche mascherate dietro il nome di visualizzazione attiva o altri titoli meno inquietanti del termine “ipnosi”. Ma in realtà il lavoro che viene fatto ha tutte le caratteristiche per rientrare in un percorso ipnotico applicato allo sport.

I recenti studi dimostrano che l’ipnosi possa condurre sia ad incrementi che a decrementi della prestazione muscolare (potenza e resistenza). Inoltre le suggestioni ipnotiche finalizzate a visualizzare e vivere l’esperienza sportiva sono associate ad aumento del battito cardiaco, della respirazione, del VO2 max, del consumo di ossigeno, della produzione di anidride carbonica, del flusso sanguigno in regioni periferiche dell’organismo e dell’attivazione di specifiche regioni cerebrali. Tutti questi studi dimostrano quindi che l’allenamento ipnotico alla prestazione sportiva non è solo una pura “suggestione mentale” ma si tratta di un vero e proprio training psicofisico di preparazione alla prestazione.

In ambito sportivo l’ipnosi può essere utilizzata in due modi differenti ma complementari:

  • per agire direttamente su parametri fisiologici e modificare le sensazioni corporee;
  • per operare sui pensieri e sulle emozioni che influenzano la prestazione.

A cosa serve concretamente l’ipnosi? Tutti i ricercatori che studiano e applicano questa tecnica nel mondo sportivo sostengono che sia uno strumento privilegiato per portare l’atleta in una condizione analoga a quella esperita nel “flow” o nella “peak performance”.

Uno dei più conosciuti studiosi dell’ipnosi applicata alla sport, W. Morgan, ne descrive l’utilizzo all’interno del modello teorico di Hanin (1978) e Unestahl (1981) e sui casi empirici studiati da Johnson (1961). Hanin presentò una teoria della performance introducendo il concetto di “zona di funzionamento ottimale” e questa zona è data dal livello di ansia ottimale nel pre-gara. Il modello teorico di Unestahl è in relazione con il modello di Hanin perchè entrambi credevano che nel momento della peak performance gli atleti vivano uno stato affettivo particolare. Unestahl chiamò questo stato “stato di performing ideale”. Sebbene i due approcci siano simili la differenza sta che per Hanin questo stato ottimale può essere rievocato mentre Hunestahl sostiene che gli atleti spesso abbiamo amnesia selettiva o totale dopo la best performance. Tuttavia Unesthal parla di ipnosi nel definire questo stato e la sua teoria è stata usata con centinaia di atleti svedesi.

Le ricerche sull’ipnosi in psicologia dello sport e dell’esercizio fisico sono stat quasi esclusivamente condotte in laboratorio e gli esperimenti avevano come obiettivo il dimostrare l’effettiva capacità dell’ipnosi di incrementare le capacità fisiche.

Due principali critiche si muovono ad essi:

  • i ricercatori hanno utilizzato compiti da laboratorio in condizioni controllate, e questo raramente si verifica in un contesto di gara. In altre parole tutte le ricerche coinvolgevano semplici compiti motori eseguiti da non-atleti, cosa che non è facilmente generalizzabile alle complesse skills che un atleta deve mettere in atto in un contesto competitivo.
  • le performances da laboratorio eseguite in stato di ipnosi sono state comparate con performance in cui le suggestioni ipnotiche non sono state utilizzate. Questo tradizionale paradigma (ipnosi vs controllo) ha creato una confusione tra ipnosi (stato di coscienza modificato) e suggestione (comando verbale consegnato all’atleta dall’ipnotista).

La diatriba è la seguente: basta lo stato di trance ipnotica (ossia la modificazione di coscienza) per incrementare la performace oppure è necessario il comando verbale (ossia la suggestione)? Quali di questi due fattori è realmente responsabile della modificazione della prestazione?

La prima review sull’argomento fu fatta da Hull (1933) che si concentrò sulla suggestione ipnotica e sulla trascendenza dalla capacità volontaria. Le sue conclusioni furono che l’evidente contraddittorietà sulla questione è legata al disegno sperimentale usato. Le successive review furono inconsistenti nel dimostrare la capacità delle suggestioni post-ipnotiche di incrementare la performance fisica. La più critica review sull’argomento fu fatta da Barber (1966) che concluse che l’ipnosi, senza la suggestione, non influenza la forza muscolare o la resistenza. Inoltre Barber riportò che le suggestioni motivazionali sono capaci di aumentare la forza muscolare e la resistenza sia in una condizione ipnotica che in una condizione non-ipnotica. I tipici paradigmi sperimentali comparavano la performance muscolare dietro suggestione ipnotica di incremento o diminuzione versus prestazioni muscolari senza suggestione in una condizione di controllo o non ipnotica.

Negli studi più recenti si è iniziato a verificare come le suggestioni ipnotiche non solo influenzano la percezione dello sforzo ma anche i parametri neurofisiologici (battito cardiaco, HRV, pressione sanguigna, respirazione, VOmax, la captazione di ossigeno e la produzione di diossido di carbonio, sia “a secco” che durante l’esericzio. (Morgan 1985). Ancora più recentemente le ricerche hanno dimostrato la variazione dell’irrorazione sanguigna cerebrale (rCBF) in seguito a stimolazione ipnotica volta a modificare la percezione dello sforzo durante un esercizio dinamico (Williamson et al, 2001).
Ad esempio, la suggestione di discesa in bicicletta è associata ad una diminuzione dello sforzo percepito e del rCBF nella corteccia insulare sinistra e nella corteccia cingolata anteriore. Al contrario, la salita è associata ad una attivazione dell’area insulare destra e del talamo dx. Questo lavoro rivela inoltre che non ci sono differenze di rCBF per le aree sensomotorie corrispondenti alle gambe in entrambe le condizioni.
Questo dimostra che il maggior o minor sforzo percepito dai ciclisti durante un’induzione ipnotica specifica corrispondere realmente ad una modificazione di attivazione cerebrale.

Questo ci porta a dire che la suggestione è la chiave per la modificazione del comportamento dell’atleta, tuttavia sappiamo che le suggestioni date in uno stato di veglia (e non di trance ipnotica) hanno minor poter di attivare meccanismi neurofisiologici perchè nello stato di veglia è minore la connessione mente-corpo. Inoltre, in stato di veglia, quando il nostro pensiero critico è decisamente più elevato molte suggestioni possono non essere accolte dall’atleta e quindi non avere effetto diretto sulla performance.

Un altro filone di ricerca ha esaminato l’effetto dell’imagery sulla psicofisiologia, semplicemente immaginando un esercizio in una condizione non ipnotica. Hanno comparato gli effetti della visualizzazione associata (interna) da quella dissociata (esterna). Si è visto che le visualizzazioni in prima persona producono effetti psicofisiologici molto simili a quelli sperimentati durante l’esercizio reale. Sebbene questo studio non compari il gruppo con un gruppo sottoposto ad ipnosi è evidente che gli effetti spesso attribuiti all’ipnosi possono essere evocati anche in una condizione non ipnotica.

Dagli studi di neuroimaging si vede che le tecniche di imagery attivano prevalentemente le aree sensomotorie mentre vi è una minima attivazione delle aree frontali (coinvolte invece nei processi ipnotici). Taylor e Gerson (1992) hanno riferito effetti amplificati dell’imagery sotto ipnosi sull’autoefficacia, sulla forma tecnica e sulla prestazione atletica. Anche Ligget (2000) è arrivato alla stessa conclusione sostenendo che l’imagery in stato di ipnosi è più intensa e vivida rispetto a quella senza ipnosi.

Come potete notare, le ricerche in merito sono molte e spesso contraddittorie. Però quello che è evidente nella pratica diretta con gli atleti è che in uno stato di trance ipnotica riusciamo ad evocare alcune fenomenologie (comportamenti manifesti) che vanno oltre il controllo volontario della persona. In ipnosi possiamo inoltre controllare alcuni parametri del sistema nervoso autonomo, che per definizione sono fuori dal controllo volontario del soggetto.

Vediamo alcuni esempi pratici in cui le tecniche ipnotiche diventano un aiuto per gli atleti:

  • riuscire a rallentare il battito cardiaco è per esempio un valido strumento di aiuto per gli apneisti;
  • riuscire ad aumentare la percezione sensoriale sull’estremità delle dita diventa molto importante per un tiratore (iperestesia ipnotica);
  • riuscire ad anestetizzare o monitorare la percezione del dolore è fondamentale per chi si trova a competere in condizioni di dolore fisico (analgesia o anestesia ipnotica);
  • riuscire a modificare la termoregolazione corporea può aiutare gli atleti che competono in condizioni climatiche molto rigide;
  • riuscire ad addormentarsi a comando e dilatare la percezione del tempo dedicato al riposo è utile per chi si trova in competizioni in cui non può dormire le canoniche 8 ore consecutive (contrazione o dilazione del tempo);
  • riuscire a ridurre il focus attentivo potenziando la concentrazione su un unico punto di interesse è fondamentale per i golfisti, i tiratori e tutti quegli atleti che competono con un bersaglio;
  • riuscire a dissociare la propria mente dalle sensazioni fisiche può essere un aiuto per coloro che affrontano gare di resistenza e competono con il dolore e la fatica fisica e mentale (dissociazione ipnotica);
  • sapersi portare velocemente in uno stato simile a quello precedentemente sperimentato in una situazione di flow è il modo migliore per qualsiasi atleta per avvicinarsi ad una competizione (regressione ipnotica);
  • focalizzare i propri obiettivi e avere chiari in mente i passaggi necessari per una buona prestazione è altrettanto importante per tutti gli atleti (progressione ipnotica);
  • E questi sono solo alcuni esempi dell’utilizzo pratico dell’ipnosi nello sport.

E se ancora vi domandate perchè sia necessario imparare ad entrare in uno stato ipnotico per ottenere i risultati sopra descritti, provate a chiedervi: “Sarei in grado di fare queste cose, in questo momento, cioè in uno stato di normale veglia?”

Se la risposta è no ma vi piacerebbe riuscire ad allenare queste capacità per migliorare la vostra pratica sportiva allora potreste pensare di imparare tecniche di ipnosi e autoipnosi applicate allo sport!

Bibliografia

  • Kosslyn, Ganis, Thompson (2001), Neural foundation of imagery, Nature Reviews Neuroscience
  • Liggett DR, Hamada S., 1993. Enhancing the visualization of gymnasts. American Journal of Clinical Hypnosis, Jan;35(3):190-7
  • Frester R., 1985. L’allenamento ideomotorio, Rivista di cultura sportiva, 1:7.
  • Lazar, Kerr, Wasserman (2005), Meditation experience is associated with increased cortical thickness, Neuroreport
  • Lasar, Bush, Golub (200), Functional brain mapping of the relaxation response and meditation, Neuroreport
  • Tart (2001), Meditation, some kind of self-hypnosis? APA
  • Brown, Forte (1983), Phenomenological differences among self-hypnosis, mindfullness meditiation and imaging.
  • Morgan W (2002), Hypnosis in sport and exercise psychology, in Exploring sport and Exercise Psychology, American Psychological Association
  • Hull CL (1933), Hypnosis and suggestibility, New York: Appleton-Century-Crofts
  • Hanin YL (1978) A study of anxiety in sport, in WF Straub (ed), Sport Psychology: ana analysis of athelte behaviour, Ithaca, NY Mouvement
  • Barber TX (1966), The effects of hypnosis and suggestions on strenght and endurance: a critical review of research studies, British Journal of Social and Clinical Psychology
  • Taylor J, Gerson A (1992), A conceptual model of the effects of imagery administration, in Taylor, Horovitz and Balague (1993)
  • Taylor, Horovitz, Balague (1993), The use of hypnosis in applied sport psychology, The Sport Psychologist
  • Ligget (2000), Enanching imagery through hypnosis: a performance aid for athletes, American Journal of Clinical Hypnosis

Cos’è la psicologia dello sport?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Cos'è la psicologia dello sport? Torino psicologo dello sport psicologia sportiva psicologia dello sport miglioramento della prestazione sportiva mental training gladys bounous esperto in psicologia sportiva allenamento mentale alessandro simili   COS’E’ LA PSICOLOGIA DELLO SPORT?
La Psicologia dello Sport, nella sua definizione classica, è un ampio ramo della psicologia dove confluiscono diverse dottrine (psicologia, medicina, psichiatria, sociologia, pedagogia, filosofia, igiene, educazione fisica, scienze motorie, riabilitazione, ecc.) ed è pertanto un argomento di competenza multi – disciplinare aperto al contributo che ciascuno può portare sulla base della propria preparazione specifica. I settori della psicologia dello sport riguardano: lo studio della personalità dell’atleta, i fondamenti psicologici delle capacità motorie, la preparazione alle gare, la selezione degli atleti, la psicologia del gruppo e del singolo sportivo, dell’allenamento e della competizione e nello specifico lo stato mentale della prestazione d’eccellenza.

A CHI E’ UTILE?
La psicologia dello sport è utile per tutti coloro che vogliono lavorare sul migliorare la prestazione sportivo/motoria imparando a sfruttare al meglio le potenzialità della nostra mente. In generale, non si parla di percorsi di allenamento mentale vero e proprio al di sotto dei 16 anni. Ma tuttavia, anche prima di questa età, si può iniziare a “giocare” con la psicologia imparando alcune semplici principi dell’allenamento mentale.

QUANTO E’ UTILE…?
I percorsi di psicologia dello sport sono massimamente efficaci quando si rileva una discrepanza di risultato tra le prestazioni in allenamento e quelle in gara. E soprattutto quando queste differenze di prestazione non sono imputabili ad altre variabili (preparazione fisica, nutrizionale, carenze tecnico/tattiche).

CHE DIFFERENZA C’E’ TRA UN PERCORSO DI PSICOLOGIA DELLO SPORT E UNA PSICOTERAPIA O LA PSICONALISI?
La differenza sostanziale è che quando si intraprende un percorso di psicologia dello sport o allenamento mentale si lavora esclusivamente sulla prestazione. Non si va a toccare l’aspetto “patologico”, la famiglia di origine, i traumi passati, le relazioni affettive. Ci si concentra esclusivamente sulla performance sportiva e sul modo migliore per esprimere le potenzialità e raggiungere risultati. L’allenamento mentale va visto analogamente ai percorsi di preparazione atletica, tecnica o tattica, solo che si va ad allenare una parte intangibile del nostro corpo che si chiama “mente”.
Dunque la psicologia dello sport non ha nulla a che fare con la psicoterapia o la psicoanalisi anche se alcuni professionisti possono avere, nel loro percorso professionale, acquisito tali competenze.

LE RICHIESTE PIU’ FREQUENTI CHE GLI ATLETI CI RIVOLGONO

  • Gestione dell’ansia pre-regata
  • Regolazione dell’energia e gestione dei momenti di attesa pre-competizione
  • Tecniche di rilassamento
  • Aumento fiducia nelle proprie potenzialità
  • Gestione del sonno
  • Aumento autoefficacia
  • Aumento del “feeling”
  • Gestione dei cali di motivazione
  • Pianificazione e organizzazione delle competizioni
  • Miglioramento comunicazione nei gruppi e tra allenatore/atleta
  • Recupero psicologico dopo un infortunio

IN PRATICA…
Un percorso di allenamento mentale consiste in un incontro conoscitivo in cui atleta/allenatore e psicologo sportivo si conoscono e concordano un obiettivo di lavoro (valutando anche eventuali impedimenti nel procedere).
Si stabiliscono un numero di sedute ottimale per il raggiungimento dell’obiettivo prefisso che varia in media da 5 a 8 incontri.
Si stabilisce insieme se inserire nel processo di allenamento alcune sedute di allenamento sul campo (durante allenamenti) o di osservazione in gara. Questa opzione rende il lavoro estremamente più efficace perché diventa confezionato su misura alle esigenze del richiedente.
Fondamentale, per garantire l’autonomia dell’atleta, è la fase conclusiva del percorso che passa attraverso la verifica dei risultati ottenuti con l’allenamento mentale.

QUALI SPORT?
Tutte le discipline sportive possono trarre giovamento da un percorso di allenamento mentale, tuttavia questo deve essere calato nel contesto sportivo specifico, capendo bene le esigenze dei singoli atleti. Non possiamo certo pensare che, a livello mentale, le esigenze di un maratoneta siano identiche ad un centometrista. Questo aspetto fa parte integrante della professionalità dello psicologo a cui ci si rivolge.

La psicologia dello sport nella terza età: possibilità e benefici.

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La psicologia dello sport nella terza età: possibilità e benefici. Torino terza età sport psicologia sportiva psicologia dello sport over 65 mental training atleti master anziani allenamento mentale   Il 19 ottobre 2009 si sono conclusi a Sydney i World Masters Games, le Olimpiadi dei Centenari. Contro ogni stereotipo che vede l’anziano come sulla via del declino psicofisico alla manifestazione si sono presentati più di 28.000 partecipanti provenienti da 95 paesi, praticanti 28 differenti discipline sportive.
L’accesso a questi giochi era consentito a chiunque, sportivo o semplice appassionato, avesse un’età compresa tra i 35 e i 100 anni.
E così si sono sentite le storie di personaggi come Ruth Frith atleta di 100 anni, oppure Margo Bates, nuotatrice 98enne, o ancora Carl Hebel, di soli 69 anni, che ha camminato 1100 chilometri per raggiungere Sidney dalla sua città di provenienza, Gympie nel Queensland.
E la cosa più bella è che al termine dei Giochi è stata alzata la bandiera della nostra città che ospiterà nel 2013 i Torino 2013 World Masters Games.
Questo evento non è sicuramente isolato perché sempre più spesso si sente parlare di sport e terza età. E’ ormai noto che l’attività fisica e motoria porti dei benefici comprovati sia a livello fisico che a livello psicologico nelle persone anziane. L’incremento del numero degli anziani praticanti regolare attività motoria e sportiva è in continua crescita.
E in questa crescita, sempre più spesso troviamo simpatici ultra 70enni che non si accontentano di fare la semplice passeggiatina nel parco sotto casa ma si impegna in competizioni agonistiche, al pari dei loro colleghi atleti più giovani.
Perché questo fenomeno e in che modo la psicologia dello sport può essere utile in questo campo?
E’ stato studiato che lo sport nella popolazione anziana ha alcuni effetti primari a livello psicologico, tra i quali sicuramente l’aumento della capacità di socializzazione e l’incremento del senso di autostima e autoefficacia nelle persone praticanti. Inoltro lo sport negli anziani pare essere un ottimo strumento di prevenzione per i disturbi depressivi, abbastanza frequenti nella terza età. Questi sono soltanto alcuni degli effetti positivi che l’attività sportiva induce indirettamente nella psiche umana.
Ma il dato interessante, che viene dalla pratica sul campo come psicologi dello sport, è osservare l’aumento di atleti “master” che si rivolgono a noi per migliorare la propria performance. Atleti a tutti gli effetti che decidono di impegnarsi in un percorso di allenamento mentale da affiancare al quotidiano allenamento fisico.
Ovviamente ciò che cambia, rispetto ai loro colleghi più giovani, riguarda il tipo di obiettivo che essi decidono di raggiungere. Salvo in rari casi l’atleta master ricerca un obiettivo di prestazione più che un obiettivo di risultato. In altre parole è spinto dal desiderio di migliorare se stesso in un processo che passa attraverso lo sport.

E questo messaggio è molto positivo soprattutto per chi come me ha iniziato la sua attività come neuropsicologa dell’invecchiamento, a contatto con anziani che purtroppo non godono di piena salute. Fino a pochi anni fa era ancora ampiamente diffuso lo stereotipo dell’anziano malato che oramai non può più pretendere niente dalla vita perché il suo tempo è passato.
Vedere persone impegnate a 70 anni in un percorso di psicologia dello sport, alla ricerca della loro migliore performance, è senza dubbio un segnale di quanto siano infondati alcuni pensieri rispetto alla terza età.
Il percorso di allenamento mentale che uno sportivo “master” sviluppa insieme allo psicologo dello sport inizia da una precisa definizione degli obiettivi da raggiungere. In questa fase, per la determinazione dell’obiettivo stimolante ma raggiungibile, inevitabilmente si deve fare i conti con le limitazioni fisiche che un anziano ha rispetto ad un atleta di 30 più giovane. Ma questo punto diventa semplicemente un dato di fatto e non certo un limite.
Dopodichè, come in ogni processo di allenamento, l’atleta master viene accompagnato dallo psicologo in un percorso fatto di esercizi pratici in cui impara a conoscere meglio sé stesso e il funzionamento della propria mente.
Impara ad allenare la concentrazione (peraltro uno degli aspetti cognitivi che fisiologicamente si deteriorano nella fase anziana), inizia a riscoprire i propri punti di forza (che la società circostante, e a volte anche le famiglie stesse, non sempre mettono in evidenza) e comprende come gestire al meglio le energie (che nella senescenza tendono a ridursi).
Un percorso di allenamento mentale che tiene conto delle peculiarità dei soggetti anziani ma non fa sconti perché alla fine la verifica del lavoro arriva per tutti: se il percorso ha funzionato bene i miglioramenti sono visibili e quantificabili.
La cosa più interessante è che questo processo di allenamento mentale, con i principi che lo costituiscono, può essere esportato in altri ambiti di vita, in tutti quelli in cui la persona è posto davanti alla necessità di dare il meglio di sé.
Una delle storie più belle della mia esperienza mi fu regalata da un mio paziente parkinsoniano che, in uno stadio già avanzato di malattia, decise di andare a correre la maratona di New York. Insieme ad altri colleghi parkinsoniani partirono e terminarono la maratona in più di 7 ore di marcia, fermandosi per assumere regolarmente le loro medicine. Ma la soddisfazione più grande per loro era di essere riusciti a superare una grande sfida: dimostrare che anche la malattia può essere affrontata con spirito di competizione senza arrendersi di fronte alle difficoltà.

In sintesi la psicologia dello sport nel mondo degli anziani può avere principalmente due funzioni:

  • l’allenamento mentale vero e proprio, come sopra descritto;
  • la sensibilizzazione e la promozione all’attività sportivo/motoria con particolare attenzione alle connessioni psicofisiche di tale esperienza.

In conclusione, riportiamo una curiosità, tratta da una ricerca ISTAT del 2006 sulla pratica sportiva in Italia. Dai dati emersi emersi in questa ricerca pare che alcune discipline sportive siano maggiormente predilette dagli ultrasettantenni. Ed è così che la caccia, la pesca, le bocce, il bowling e il biliardo sono stati a pieno titolo definiti “sport da vecchi”!.

Psicologia dello sport in età evolutiva nella scherma

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Psicologia dello sport in età evolutiva nella scherma Torino scherma psicologia sportiva psicologia dello sport età evolutiva atleti adolescenti   Obiettivo della relazione è individuare e analizzare le influenze dei comportamenti delle figure che ruotano attorno al giovane schermitore sullo sviluppo psicofisico dello stesso, attraverso gli studi svolti nell’ambito della psicologia dello sport. Per poterlo fare è dunque necessario porre l’accento sul contributo apportato dalla psicologia dello sport. Rispetto agli atleti in età adulta l’obiettivo a cui un intervento psicologico mira è quello di far corrispondere prestazione potenziale e prestazione reale, cercando di rendere autonomo l’atleta nella gestione dell’approccio mentale alla competizione o alla pratica sportiva. Rispetto invece ai bambini e quindi parlando del contributo della psicologia dello sport in età evolutiva, l’obiettivo primario è quello di aiutare il bambino/ragazzo – atleta a “giocare” con le potenzialità della sua mente, quello secondario è invece supportare tutte le figure che ruotano attorno al giovane atleta, creando un ambiente positivo dove egli possa esprimere tutte le sue risorse. A tal proposito è utile citare un’affermazione del celebre fisico Albert Einstein: “La scelta più importante che un bambino deve fare è decidere se l’ambiente in cui si trova è un ambiente amico o nemico”.

Scendendo maggiormente nello specifico del bambino/ragazzo che pratica sport vanno sottolineati gli aspetti di crescita ed intervento funzionali per le diverse caratteristiche legate alle differenti fasce d’età. Prima di farlo è però necessario definire lo sport come laboratorio formativo della struttura psico-fisica del bambino, grazie alle diverse capacità delle quali favorisce un graduale sviluppo: capacità psico-motorie, capacità relazionali, miglior controllo emotivo, strutturazione di una propria identità, aumento di sicurezza ed autostima. Le fasce d’età prese in considerazione sono quattro.

La prima (5-8 anni) identificata come “imparare divertendosi” è caratterizzata dal fatto che il bambino giocando scopre il suo corpo e le sue potenzialità di socializzazione con il mondo esterno: fondamentale è che l’apprendimento avvenga in modo ludico, senza strategie particolari ma da un modello, cercando di creare il giusto contesto. Nella seconda fascia (9-11 anni) chiamata “obiettivo: crescere”, diventano fondamentali le dinamiche di gruppo per garantire la formazione di regole e l’abitudine alla collaborazione, permettendo inoltre lo sbocciare della socialità e l’emulazione di un capo.
Nella fascia successiva (12-15 anni) denominata “studiare per essere vincenti” la pratica sportiva risulta ottimale per il miglioramento qualitativo della vita psicofisica degli adolescenti, favorendo la condivisione delle esperienze all’interno di un gruppo, permettendo di dare un ordine di importanza alle regole sociali che caratterizzano la condotta quotidiana.
Infine nella fascia d’età che va dai 15 ai 18 anni, “vincenti nella vita, vincenti nello sport”, lo sport diventa veicolo per la formazione di un’identità forte e stabile, per consolidare la propria autostima e per riuscire a controllare le emozioni al fine di gestire le situazioni.

Ma affinché questi presupposti possano realizzarsi, è necessario porre l’attenzione sulle figure che si relazionano con l’atleta, condizionandolo. Particolare importanza assumono in questo caso la famiglia e gli allenatori/istruttori. La famiglia condiziona l’atleta su almeno quattro aspetti: il rendimento sportivo, le possibilità tecniche, le aspirazioni e le scelte. Questo avviene principalmente attraverso quei messaggi che i genitori trasmettono ai figli nel momento in cui lo seguono durante la pratica dell’attività sportiva e che molto spesso sono caratterizzati da una spinta esasperata verso la vittoria o verso il non farsi male, a discapito del più funzionale dei messaggi che un bambino vorrebbe ricevere da un genitore: “vai e divertiti!”. In questo senso la famiglia riveste un ruolo importante per l’atleta, dato che determina in larga misura due aspetti psicologici fondamentali: il senso di sicurezza e la spinta all’autorealizzazione. Per quanto riguarda l’influenza dei tecnici, spunti importanti di riflessione per favorire uno sviluppo sano dell’atleta possono essere i seguenti: saper porre obiettivi sfidanti ma raggiungibili, saper guidare l’atleta a concentrarsi sulle cose essenziali dell’incontro, non dare troppe informazioni in gara (dato che è peggio che non darne nessuna), non concentrarsi sul trovare ed enfatizzare tutti gli errori ma trovare la strategia affinché gli errori non si ripetano più, dare poche informazioni in gara e centrate sulla risoluzione del problema, favorire la concentrazione durante la gara (evitando con la parola di distogliere l’atleta dall’obiettivo), imparare a dare i giusti feedback per migliorare l’apprendimento anche in caso di sconfitta, saper dosare i commenti “a caldo” e “a freddo”.

Questo contributo vuole essere solo uno spunto di riflessione che sottolinei il fatto che la formazione di un tecnico deve essere una formazione a 360° gradi, che contempli anche l’approccio psicologico all’allenamento. Speriamo dunque che gli organi preposti alla formazione dei tecnici non sottovalutino gli aspetti psicologici della formazione in quanto parte integrante del ruolo educativo che i maestri ricoprono nei confronti dei giovani atleti.

La preparazione mentale in un mondiale di vela olimpica

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La preparazione mentale in un mondiale di vela olimpica velisti vela Torino psicologia sportiva psicologia dello sport mondiale gladys bounous barca a vela   Questo scritto nasce durante i mondiali di vela 2008 che si stanno tenendo in Australia e che presto vedranno in campo i Tornado ad Auckland, Nuova Zelanda. Vuole essere un piccolo omaggio agli atleti che scenderanno in regata durante questi mondiali e che per più di un anno hanno deciso di ampliare il loro programma di allenamento, inserendo anche la parte di allenamento mentale.

Tra poche settimane vedremo in azione i ragazzi della classe Tornado, i catamarani olimpici. Quest’anno è un anno particolare per questi atleti infatti, dopo una decisione dell’ISAF (non gradita a molti), i Tornado parteciperanno alla loro ultima Olimpiade a Pechino, nell’agosto 2008. Dopodichè, salvo ripensamenti di sorta, i catamarano usciranno dal panorama olimpico per sempre. In questo preciso momento gli atleti si trovano ad affrontare un anno particolare: l’anno olimpico e il loro ultimo anno. Molti atleti che non si sono qualificati per le Olimpiadi hanno già venduto la barca, mentre chi è ancora in gara cerca in tutti i modi di arrivare ad agosto e chiudere la propria carriera in bellezza.

Parlando con diversi tecnici che conoscono bene questa classe velica emerge che è veramente difficile per un atleta del Tornado, “riciclarsi” in un’altra classe velica. Se vogliamo usare una frase ad effetto potremmo dire che “chi prova il Tornado non torna più indietro”. Le particolarità tecniche di questa barca multiscafo, la velocità che la caratterizza e un insieme di altri fattori rendono praticamente impossibile il passaggio degli atleti ad altri tipi di imbarcazioni olimpiche.

E’ facile intuire come tutti i team si stiamo preparando con cura meticolosa all’ultimo anno del quadriennio olimpico e, in particolare, all’ultimo mondiale prima delle ultime Olimpiadi!

Il mio lavoro nel mondo velico è nato dalla collaborazione fra l’Unità Operativa di Psicologia dello Sport di Torino, di cui sono consulente, e lo Yacht Club Italiano di Genova. Lo Yacht Club Italiano vanta fra gli atleti facenti parte del club, numerosi personaggi che hanno, anche di recente, compiuto grandi imprese sportive. Molti di loro hanno saputo esprimere al massimo le proprie potenzialità atletiche gestendo l’allenamento psicologico in assoluta autonomia, altri invece hanno scelto di intraprendere un percorso strutturato sotto la guida di uno psicologo dello sport. Fra gli atleti che hanno iniziato un percorso di allenamento mentale guidato, un equipaggio ha saputo conquistarsi la partecipazione ai giochi olimpici di Pechino 2008 e con loro il lavoro è tuttora in corso. Grazie alla loro disponibilità mi è possibile parlarvi del lavoro svolto insieme a loro, con l’intento di far capire che l’allenamento mentale può essere estremamente utile anche in questo contesto sportivo dove, purtroppo, viene spesso sottovalutato. Ovviamente ciascun percorso è costruito ad hoc con l’alteta e pertanto quanto vi riporto vuole essere un esempio di percorso che va a toccare alcuni punti salienti del lavoro in equipaggio. I due atleti hanno seguito parallelamente un percorso di allenamento individuale costruito in base alle loro esigenze, per ovvi motivi di privacy non riportabile. E’ importante tenere a mente che il lavoro individuale ha consentito di passare (dopo circa 6 mesi) ad un lavoro di equipaggio che prosegue tuttora.

Facendo riferimento al modello operativo, SFERA (Vercelli, 2006), il lavoro svolto con l’equipaggio in preparazione dei mondiali di Auckland ha toccato tutti e cinque i fattori nel modo seguente.

ATTIVAZIONE: lo poniamo come primo fattore poiché è quello che dovrebbe essere scontato. Si riferisce alla passione e al desiderio di partecipare ad un determinato evento o a perseguire un determinato obiettivo. I velisti, anche ad alto livello, sono perlopiù degli appassionati di vela. Molti atleti non sono professionisti ossia devono dividersi tra la pratica del proprio sport e il lavoro o lo studio. Questo condizioni impongo all’atleta dei ritmi molto serrati e molti sacrifici compensati con piccoli riconoscimenti economici che non sarebbero da soli sufficienti a sostenere la motivazione personale. La maggior parte dei velisti ha iniziato per passione a praticare il proprio sport e continua a farlo per lo stesso motivo, ben consapevole che la fama, la gloria e la ricchezza difficilmente le si raggiunge con la pratica di questo sport! Data quindi per scontata la presenza di una forte motivazione dell’equipaggio nel procedere verso l’evento olimpico, attraverso appuntamenti importanti come i mondiali o gli europei, si è lavorato molto sul goal setting. La definizione corretta di un obiettivo è uno degli strumenti più efficaci per monitorare l’attivazione e sostenerla in caso di difficoltà durante il percorso. All’inizio dell’ultimo anno di preparazione del quadriennio olimpico si è pertanto lavorato con i due componenti dell’equipaggio identificando degli obiettivi comuni, sia in termini di risultato che di prestazione. Si sono riformulati gli obiettivi per renderli maggiormente ecologici e completamente sotto la responsabilità dell’equipaggio.

RITMO: la caratteristica dei catamarani è l’eleganza che hanno quando iniziano a planare sull’acqua fino a raggiungere velocità di circa 30 nodi (56km/h) in andature portanti o 18 nodi (33 km/h) in andatura di bolina. Il Tornado è considerato un po’ come la F1 della vela e pertanto ogni movimento in barca deve seguire una certa fluidità e coordinazione tra i membri dell’equipaggio. Anche dopo molti anni di esperienza insieme ci si trova in situazioni particolari dove uno dei due componenti dell’imbarcazione tende ad imporre il ritmo all’altro invece di trovare una combinazione comune. Questa è una tipica situazione dove la qualità della prestazione tende a decrescere velocemente. Sono molto utili in questi casi esercizi a terra in cui i due componenti dell’equipaggio sono obbligati a tenere un ritmo comune per poter raggiungere il risultato finale (es. superare un ostacolo o raggiungere una postazione). In queste condizioni artificiali è più facile portare l’attenzione degli atleti sul proprio comportamento, sulla personale gestione del ritmo comune e sulle reazioni emotive personali che si possono vivere quando ci si sente forzati ad un ritmo che non si riconosce come proprio.

ENERGIA: data la natura della competizione che si andrà ad affrontare è necessario che l’equipaggio sia in grado di gestire al meglio le proprie risorse energetiche. In particolar modo, nel caso della preparazione dei mondiali che si svolgeranno in Nuova Zelanda, si sono presentate alcune tematiche interessanti da affrontare. Innanzitutto la localizzazione dei campi di regata in un altro continente obbligherà gli atleti a subire un cambio di fuso orario. Da studi approfonditi in materia si è visto come la non corretta gestione della ri-sincronizzazione dei ritmi biologici e dell’acclimatamento nel luogo di arrivo ha come effetto diretto un calo di energia difficilmente recuperabili con il passare dei giorni. L’equipaggio si è così dotato di tutte le informazioni necessarie per poter ripristinare al meglio i propri ritmi fisiologici nel paese di arrivo, salvaguardando così il dispendio energetico e adeguando la preparazione fisica, tecnica, psicologica e alimentare alle esigenze del recupero del jet-lag. A questa fase iniziale di preparazione, si aggiungeranno le normali strategie di regolazione dell’energia già apprese in passato per gestire le lunghe attese in barca tra una regata e l’altra e favorire il recupero a terra tra un giorno di regata e l’altro. Le strategie più comuni scelte dall’equipaggio per lavorare su questo fattore consistono in tecniche di rilassamento muscolare e sedute di autoipnosi per regolare al meglio l’attivazione e la disattivazione psicologica durante le regate.

PUNTI DI FORZA: il lavoro su questo fattore diventa fondamentale alla vigilia di un appuntamento importante come un evento mondiale. E’ necessario che ciascun membro dell’equipaggio conosca e svolga un ruolo preciso in barca e che sia consapevole di quelli che sono i principali punti di forza, sia personale, che del compagno, che del proprio equipaggio. Un lavoro di condivisione emotiva è molto efficace per rinforzare il senso di autoefficacia dell’equipaggio e si può efficacemente raggiungere attraverso alcuni lavori emozionali eseguiti in coppia. Non si tratta di fare un lavoro per “motivare” gli atleti ma per renderli consapevoli delle effettive potenzialità a loro disposizione. Questo lavoro è il proseguimento di una fase precedente in cui l’equipaggio ha identificato le minacce e i punti deboli che potrebbero ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo prefisso per i mondiali. L’identificazione dei punti deboli serve per aiutare gli atleti a ipotizzare delle strategie di soluzione qualora il problema dovesse realmente verificarsi in regata. Questo lavoro centrato sulle aree di miglioramento va tuttavia completato alcune settimane prima della partenza in modo da permettere agli atleti di concentrarsi, di lì in poi, esclusivamente sui punti di forza liberando la mente da qualsiasi interferenza negativa.

SINCRONIA: questo fattore è fondamentale in ogni gruppo che funzioni bene. In questo caso specifico, uno dei grandi punti di forza di questo equipaggio è quello di riuscire ad essere in buona sincronia anche nei momenti difficili. Riescono cioè a trovare soluzioni efficaci mantenendo un clima disteso e piacevole. Rimangono compatti e riescono a percepire molto bene le reciproche sensazioni durante le regate e a terra. Si è lavorato così su un concetto diverso. Studiando gli equipaggi già vincitori di titoli olimpici si è riscontrata una particolarità curiosa: negli anni, a detta di chi li conosce personalmente e ha seguito la loro preparazione, questi atleti hanno dimostrato di essere gli equipaggi più forti, all’interno di team altrettanto forti. Per semplificare usiamo il termine “team” per indicare tutte le persone che partecipano al raggiungimento dell’obiettivo degli atleti (allenatore, preparatori mentali, altre figure professionali) e “equipaggio” per indicare gli atleti.

Esistono così due mondi particolari che hanno regole diverse, uno in mare e riguarda esclusivamente gli atleti; l’altro a terra e riguarda tutti coloro che si adoperano per permettere agli atleti di esprimere al massimo le loro potenzialità.

In un mondiale, come in ogni altro appuntamento importante, è necessario che vi sia sincronia di equipaggio (in mare) e sincronia di team (a terra coinvolgendo le figure professionali che saranno fisicamente presenti all’evento). Un equipaggio che ha la fortuna di avere un allenatore capace di mettersi in gioco con loro può realmente raggiungere un ottima sincronia anche a terra. Lo psicologo dello sport può e deve favorire questa sincronia proponendo dei lavori in gruppo allargato (coinvolgendo l’allenatore) favorendo la costruzione di un clima e di un ambiente positivo intorno all’equipaggio. Come potete ben immaginare questa è una brevissima sintesi di un lavoro che dura ormai da un anno.