Tag: mental training

Evolution4Coaches: la app pensata per gli allenatori sportivi

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Cos’è la performance analysis?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Cos'è la performance analysis? video analisi comportamentale performance mental training coaching analisi comportamentale   La performance analysis può consentire l’analisi e la spiegazione accurata di un fenomeno motorio e sportivo. La performance analysis non è legata esclusivamente alla prestazione sportiva ma sicuramente trova ampio spazio in questo ambito di applicazione.

Sempre di più si sente parlare, anche in televisione, di “match analysis”, ossia l’analisi di alcuni parametri osservabili in una competizione sportiva (es. tempo possesso palla, numero di km percorsi dai giocatori, numero di battute corrette, ecc).  In molti sport la “match analysis” è diventata uno strumento fondamentale per l’analisi e il miglioramento della prestazione dei singoli e della squadra.

La performance analysis si basa sull’individuale di KPI “Key performance indicator” (indicatori di prestazione) che forniscono un paramentro oggettivo di misurazione e un’indicazione circa alcune variabili della performance. Nello sport abbiamo numerosi KPI che ci danno un’indicazione sull’andamento delle performance individuali o di squadra. La ricerca nei vari sport ha individuato KPI significativi dal punto di vista fisico, tecnico e tattico. Un’area di ricerca che stiamo sviluppando è quella dell’individuazione di KPI psicologici che possano dare un’indicazione precisa del profilo mentale dell’atleta o della squadra durante la performance sul campo.

Dall’atleta all’allenatore

Spostando il focus sull’allenatore, gli studi scientifici hanno evidenziato alcuni KPI che sembrerebbero avere un’influenza diretta sulla performance degli atleti e del team. La ricerca scientifica sottolinea quindi come una delle variabili che determinano, insieme ad altre, il successo o l’insuccesso di una squadra sia proprio lo stile di leadership del proprio coach. Questo aspetto assume un ruolo via via più rilevante a mano a mano che l’età dei giocatori si abbassa ed entriamo nella fase in cui l’atleta inizia ad apprendere la pratica del suo sport.

Il ruolo dell’allenatore, indipendentemente dall’età dei giocatori, rimane sempre e comunque un aspetto fondamentale per la prestazione di una squadra. Spesso però gli stessi allenatori sono inconsapevoli di questo impatto durante la gara e durante gli allenamenti.

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Istruzioni di sopravvivenza per atleti semiprofessionisti

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Con il termine semiprofessionismo nello sport si intende una “condizione in cui gli atleti sono vincolati ad un contratto con una società sportiva ma sono liberi di svolgere un’altra attività” (Diz. Italiano Sabatini Colletti).
Nella pratica, la popolazione degli atleti semiprofessionisti italiani è quanto mai vasta e trasversale a tutti gli sport.
Ma cosa vuol dire concretamente essere un semiprofessionista?
Nella nostra esperienza decennale di preparatori mentali di atleti semiprofessionisti vuol dire trovarsi di fronte ad atleti che affrontano sacrifici enormi per poter inseguire un sogno sportivo.
Raccogliendo le loro testimonianze abbiamo voluto creare questo articolo per mettere a fuoco gli ostacoli mentali più diffusi che possono ostacolare il corretto approccio a questa condizione sportiva.

Il primo ostacolo: doppio impegno, doppie difficoltà!

Gli atleti semiprofessionisti sono atleti che, parallelamente ai loro impegni sportivi, mantengono un lavoro o stanno completando il loro percorso di studi. Questo vuol dire trovarsi subito di fronte all’ostacolo di come fare a conciliare i vari impegni. Questa ricerca di soluzioni è quanto mai ardua, soprattutto quando si sale di livello e le sfide sportive diventano più impegnative. Le esigenze della vita quotidiana si scontrano con le esigenze legate allo sport: questi atleti devono prepararsi come dei professionisti ma non possono dedicare tutto il loro tempo alla pratica sportiva a meno di non sacrificare qualcos’altro.

Secondo ostacolo: l’ambiente sociale.

Gli atleti semiprofessionisti (udite udite..) hanno anche una vita sociale, fatta di amicizie, famiglia e amori! E’ bellissimo ritrovarsi a casa e raccontare delle proprie imprese sportive. All’inizio tutti sembrano ammirarti poi, piano piano, capita che ci si trovi a fare i conti con partner che reclamano il loro tempo (anche giustamente, per carità!) o amici che, tra il serio e lo scherzoso, ci ricordano “Ma tu non ci sei mai! Sei sempre impegnato ad allenarti”. E i più esasperanti riescono anche a dirci: “Ma almeno ti pagano??”

Terzo ostacolo: il dio denaro

Sebbene gli atleti semiprofessionisti si trovino ad allenarsi come dei “veri” professionisti, non sono pagati per farlo (se non in minima parte ma a volte neanche quello). Chi non ha intrapreso questa scelta di vita fa spesso fatica a capire come una persona possa fare tutti quei sacrifici senza averne un ritorno economico. Pochi si soffermano a pensare che nella vita non si riduce tutto a quello. Soddisfazione, appagamento, autorealizzazione per molti non sono moneta di scambio sufficiente. Tant’è che spesso l’atleta semiprofessionista si trova a mettersi in dubbio su questo aspetto: “Ma veramente vale la pena di fare tutto questo? In cambio di cosa? Fama… gloria…” Ma se pratichi uno dei cosiddetti “sport minori” non hai neanche questo! Se ti va bene, scriverà di te e delle tue imprese la testata giornalistica locale e dopo qualche giorno nessuno si ricorderà più che cosa hai fatto. Eppure in questi sportivi c’è qualcosa che li spinge ad andare avanti: qualcosa che, a nostro avviso, rappresenta bene l’essenza pura dello sport.

Quarto ostacolo: il risparmio.

Dato tutto quello che abbiamo descritto prima, l’atleta semiprofessionista si muove con una enorme capacità di ottimizzare il suo tempo ma a volte non basta, se non si è disposti o nelle possibilità di sacrificare qualcosa. Per cui, alcuni fanno la scelta “kamikaze” di sacrificare il tempo dell’allenamento, togliendo qua e là quello che loro ritengono meno importante.
Dedicare tempo alla preparazione atletica viene per molti considerato un “di più”, con grande disperazione dei preparatori atletici. Perché seguire un programma strutturato di allenamento fisico quando mi basta fare un pò di ginnastica o una corsetta ogni tanto? Molti atleti che abbiamo incontrato, anche di alto livello (parliamo di atleti impegnati anche in competizioni di livello internazionale), dimenticano che la preparazione atletica non serve solo per essere più performanti a livello fisico, ma è l’unico modo per prevenire efficacemente il rischio di infortunio. Il risultato è che la qualità della loro preparazione fisica è spesso non adeguata agli obiettivi che cercano di perseguire. Questo determina una tremenda frustrazione dei preparatori atletici e un aumento di lavoro dei fisioterapisti o degli osteopati: almeno qualcuno nello sport semiprofessionistico sembra guadagnarci!
Amici fisioterapisti passateci un pò di ironia visto che non apriamo neanche il capitolo del dedicare tempo alla preparazione mentale che viene ancora considerata un lusso di cui solo i professionisti hanno bisogno!

Quinto ostacolo: Volemose bene!

Le squadre semiprofessionistiche, a differenza degli atleti che praticano sport individuale, hanno un vantaggio che può diventare anche un grande tallone d’Achille. Quello che noi abbiamo riscontrato è che, spesso, nelle squadre semiprofessioniste, è presente una forte coesione sociale fra gli atleti. Visto tutte le difficoltà che si vivono, avere qualcuno che può comprenderti perché le condivide con te, ti porta subito a fare squadra, ad aiutarsi, a venirsi incontro. Questo aspetto è indubbiamente molto positivo ma questi atleti devono sempre ricordarsi che può diventare controproducente se se ne abusa. Il venirsi incontro nelle complesse esigenze individuali non può far perdere di vista l’obiettivo e i passi necessari per raggiungerlo. Il fare le cose così, alla “volemose bene” può essere funzionale per la squadra di calcetto dilettantistico che si trova una volta a settimana per giocare insieme ma non può funzionare per chi ha delle pretese di risultato un pò più elevate.

Sesto ostacolo: gli allenatori semiprofessionisti

Ovviamente il semiprofessionismo colpisce anche loro! E qua vediamo due situazioni diverse tra loro. La prima (sempre più rara per fortuna) è l’allenatore improvvisato, che ama lo sport, magari in passato ci ha giocato e nel suo tempo libero si dedica ad allenare una squadra. La seconda invece è fatta di uomini e donne che passano il loro tempo post-lavoro a documentarsi, a seguire corsi di aggiornamento federali, studiano manuali, fanno schemi (sono sempre pieni di foglietti di appunti scritti nei ritagli di tempo!) perché, pur non essendo il loro primo lavoro, vogliono guidare la loro squadra a raggiungere buoni risultati. E spesso anche loro si scontrano con uno stereotipo dominante (purtroppo anche negli atleti): “Se tu fossi veramente bravo, faresti questo lavoro a tempo pieno!”. E invece il fatto che loro abbiamo un’altra professione (semplicemente quella che gli serve per vivere!) fa si che possano non essere presi pienamente sul serio dagli atleti o che gli atleti sottovalutino la loro guida.

Settimo ostacolo: l’arte dell’arrangiarsi!

I nostri atleti semiprofessionisti sono speciali. Hanno imparato presto l’arte dell’arrangiarsi per riuscire a conciliare ristrettezze di budget con il loro sogno sportivo. Abbiamo motocrossisti che sono diventai ottimi meccanici, velisti che fanno la messa a punto della loro barca meglio di un ingegnere. Abbiamo atleti autisti che guidano il pulmino della loro squadra per andare in trasferta. Abbiamo gli addetti cuochi che preparano i panini per i loro compagni di squadra. Abbiamo doppi ruoli: atleta-direttore sportivo, atleta-preparatore atletico, atleta-massaggiatore e in alcuni casi abbiamo il player coach (che detto in inglese suona meglio che atleta-allenatore). E sono anche bravi nel fare tutto questo! Anche a livello societario spesso abbiamo le stesse dinamiche del “tutti fanno tutto” e “lo facciamo dopo il lavoro principale”. Questo di per sé non è un problema se non si sottovaluta il fatto che squadre di lavoro che funzionano bene, funzionano bene perché sono rispettati dei criteri minimi di rispetto di ruolo, processi di delega, processi comunicativi e metodologie di lavoro condiviso. Tutti quegli aspetti, troppo spesso sottovalutati, sono cose che uno psicologo esperto in dinamiche aziendali conosce bene. Capita così che anche lo psicologo dello sport viene chiamato (se viene chiamato!) a fare un doppio lavoro: la preparazione mentale degli atleti e un supporto nelle dinamiche organizzative.

Se siete arrivati a leggere fino a questo punto, avete lo spirito giusto per affrontare le sfide del semiprofessionismo. Non vi fermate davanti agli ostacoli (e ve ne abbiamo messi ben 7!) ma andate fino in fondo… nonostante tutto. Ciò che possiamo dirvi per esperienza è che fare questo tipo di scelta richiede una profonda riflessione, ma se siete arrivati a dire: “Lo voglio fare!” allora impegnatevi come dei veri professionisti. Solo questo può ripagarvi di tutti i sacrifici che dovrete fare. E a chi porta avanti questa scelta, incomprensibile ai più, va la nostra stima oltre che il nostro supporto.

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione…
Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti

(F. De Andrè – Smisurata Preghiera)

Le parole che aumentano l’efficacia di un team

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le parole che aumentano l'efficacia di un team team self talk psicologia dello sport mental training individuale dialogo interno collettiva autoefficacia allenamento mentale   Albert Bandura definiva il senso di efficacia collettiva (EC) come “la convinzione condivisa di un gruppo riguardo alla capacità congiunta di organizzare ed eseguire corsi d’azione necessari per realizzazioni di vario livello” (Bandura, 2000). Una definizione comunemente utilizzata di EC nello sport e nell’esercizio fisico è “la credenza di un gruppo (ad esempio, una squadra sportiva) nella sua capacità di produrre determinati livelli di risultato.”

Un membro del team può avere credenze sulle proprie capacità in relazione a un particolare compito di prestazione individuale che può differire dalle proprie convinzioni nell’abilità del team in relazione a un particolare compito di prestazione del team.  Allo stesso modo, i singoli atleti all’interno della stessa squadra possono differire in modo marcato nella valutazione dell’abilità della squadra in relazione a un particolare compito di prestazione della squadra (variabilità all’interno del gruppo di EC per le prestazioni della squadra).

Su cosa incide il senso di efficacia collettivo?

Albert Bandura ha proposto che le convinzioni di efficacia collettiva siano spesso determinanti primarie del comportamento di gruppo e dei modelli di pensiero che avvengono all’interno dei team. Le convinzioni EC influenzano:

  • le scelte che un gruppo fa;
  • lo sforzo che un gruppo dedica a un compito particolare (faremo del nostro meglio per svolgere questo compito?);
  • la persistenza che un gruppo mostra mentre sta lavorando per il completamento di un compito particolare (data una battuta d’arresto, raddoppieremo i nostri sforzi verso l’attuazione di questo compito o molleremo?);
  • gli obiettivi che un gruppo imposta (selezioneremo un obiettivo che spinge il nostro team a dare il meglio o ci accontenteremo di uno più facile?);
  • le attribuzioni che un gruppo fa (data una battuta d’arresto, individueremo spiegazioni interne o esterne per il risultato?);
  • e le reazioni emotive che un gruppo ha nelle diverse circostanze.

L’effetto delle convinzioni di efficacia collettiva sulle prestazioni della squadra e/o sul funzionamento della squadra è uno degli aspetti più studiato nei diversi sport.

Come si costruisce il senso di efficacia collettiva?

Albert Bandura ha proposto che le convinzioni efficacia collettiva, proprio come le convinzioni di efficacia individuale, siano basate sulla complessa elaborazione cognitiva di circa quattro categorie generali di potenziali fonti di informazione:

  • risultati ottenuti in passato;
  • esperienze vicarie;
  • persuasione verbale;
  • il livello di attivazione psicofisiologico.

Oggi ci soffermeremo principalmente sulla persuasione verbale perché essa ha dimostrato di essere un modo efficace per aumentare il livello di efficacia collettivo.

Cosa si intende per persuasione verbale in una squadra?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le parole che aumentano l'efficacia di un team team self talk psicologia dello sport mental training individuale dialogo interno collettiva autoefficacia allenamento mentale   Si fa riferimento ai processi comunicativi mirati a mostrare fiducia nelle altrui capacità. Questi processi comunicativi si osservano spontaneamente all’interno dei team che funzionano bene in tutti quei momenti in cui i giocatori si rimandano vicendevolmente dei riscontri positivi sul proprio operato (es. “in quell’azione sei stato veramente bravo…”, “la tua capacità di anticipare l’avversario è strepitosa…” ecc).

Ovviamente questo processo di persuasione verbale funziona se non viene esagerato, cercando di alimentare un senso di capacità irrealistico (“Siamo i più forti e mai nessuno ci batterà!”). Ma quando questo processo è sano e le persone protagoniste di questo scambio comunicativo nutrono fiducia e rispetto reciproco, ecco che questi messaggi possono andare ad incidere sul senso di auto-efficacia personale e collettivo. E’ importante che questi processi si mantengano anche quando la situazione inizia a farsi critica o difficile.

Che tu creda di farcela o di non farcela, avrai comunque ragione.

Henry Ford, quando affermava che questo concetto, faceva riferimento agli aspetti legati al linguaggio interiore o dialogo interno. Il self-talk è stato studiato scientificamente e i primi studi risalgono ai lavori dei ricercatori del 1880 che si interessarono alla comprensione della natura e della funzione del linguaggio interiore e delle cose che la gente dice a se stessa.
Il self-talk è ampiamente usato nella psicologia dello sport a causa dei suoi effetti nel migliorare le prestazioni atletiche; è stato dimostrato che può essere il differenziatore tra prestazioni atletiche molto buone e quelle eccellenti!

In che modo il nostro dialogo interno si collega sul senso di autoefficacia individuale e collettivo?

Numerose ricerche hanno messo in evidenza che il self talk può essere funzionale o disfunzionale rispetto ad un compito che siamo chiamati ad eseguire.
Il self-talk costruttivo è caratterizzato da un’accurata autoanalisi che non ignora le proprie aree di miglioramento ma è in grado anche di valorizzare i propri punti di forza e quelli dei propri compagni di squadra (soprattutto durante i momenti critici). E’ un dialogo non giudicante, non disprezzante e ha l’intento di aiutarci a trovare una soluzione.
Il self-talk disfunzionale è caratterizzato dalla tendenza a concentrarsi sugli aspetti negativi delle situazioni difficili, sugli errori fatti e sui rimpianti (cosa avrei potuto o dovuto fare). Questo tipo di pensiero non abbraccia cambiamenti o sfide, si concentra sugli ostacoli della situazione e non riesce a prospettare una via di uscita. Giudica, colpevolizza e tende ad essere accompagnato da emozioni di rabbia, sconforto, tristezza e demotivazione.

Vi sarà facile notare come gli atleti che sono dotati di un self talk costruttivo per se stessi saranno anche più capaci di attivare processi di persuasione verbale efficaci nei confronti della squadra, riuscendo a tenere alto il proprio senso di auto-efficacia personale e quello del team.

Landin sostiene che l’efficacia della tecnica del Self Talk sia da attribuire ai suoi effetti sull’attenzione: monitorando e dirigendo il pensiero verso stimoli positivi si orienta il focus attentivo e la concentrazione su parti rilevanti dell’allenamento e/o della gara; in questo modo vengono attivate le giuste risorse a disposizione dell’atleta che riesce a mettere in gioco la sua prestazione ottimale. Bunker e Williams trovano che gli effetti attentivi del Self Talk incidano anche sull’aumento di autoefficacia e sicurezza, mentre Hardy e Jones indicano che grazie a tale meccanismo, il Self Talk potesse essere efficace anche per controllare l’ansia e sviluppare reazioni emotive appropriate.

Quando utilizzare la tecnica del self-talk?

Uno studio condotto da Hardy e Hall nel 2001 si è occupato di indagare a fondo le modalità con cui si utilizza il Self Talk e il perché gli atleti vi ricorrano.

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Per chi volesse approfondire questi aspetti legati al self talk (cosa dirsi e perché è efficace) consigliamo la lettura di questo articolo a cura della collega Chiara Francesconi che ci spiega nel dettaglio lo studio di Hardy e colleghi.

Buon dialogo interno a tutti!

  1. Bandura, A., Autoefficacia: teoria e applicazioni. Tr. it. Erikson, Trento, 2000.
  2. J. Hardy, K. Gammage, C. Hall. A descriptive study of athlete Self-Talk. The Sport Psychology, 2001.

La respirazione addominale

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La respirazione addominale

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La respirazione addominale respirazione addominale respirazione psicologo dello sport Torino psicologo dello sport mental training b-skilled   Noi Psicologi dello sport sosteniamo sempre, nella pratica sportiva, l’utilizzo e la gestione della respirazione addominale.

Come tante altre tecniche è una pratica che può sembrare semplice, anche banale, ma su cui, in realtà, è necessario un vero e proprio “allenamento”.

Questa pratica non necessita alcuna attrezzatura o posizione speciale, può essere fatto da chiunque ovunque, indipendentemente dalle condizioni fisiche e non richiede alcun “costo” finanziario.

Come dicevamo prima, una respirazione addominale, con consapevolezza, potrebbe non essere “facile” da eseguire in modo coerente.

Quante volte al giorno ti ritrovi ad allenarti sul tuo respiro? Oppure, forse la domanda migliore sarebbe: quante volte al giorno noti  il tuo respiro?

Quali benefici?

I benefici della respirazione addominale sono scientificamente provati. Più profondamente si respira, più ossigeno si consegna alle cellule e quindi agli organi. Allo stesso tempo, un’espirazione profonda consente il rilascio di più diossido di carbonio (un prodotto di scarto) dal tuo corpo.

Gli effetti di queste due semplici azioni (più ossigeno all’interno, più anidride carbonica in uscita) portano benefici sul corpo e sulla mente a breve ma anche a lungo termine.

Tra i principali benefici della respirazione addominale sono i seguenti:

  • Sollievo dal dolore cronico– grazie al rilascio di endorfine
  • Aumento del livello di energia– grazie ad un aumento di ossigeno che arriva al cervello
  • Riduzione della pressione sanguigna– la respirazione addominale elimina parte del carico dal cuore per fornire ossigeno al corpo. Questo fattore può aiutare ad abbassare la pressione sanguigna.
  • Migliore circolazione nei tuoi organi vitali– grazie al movimento fisico della corretta respirazione diaframmatica
  • Diminuzione dell’ansia– l’abbassamento di alcuni sintomi fisici legati all’ansia, crea una sensazione di benessere e una capacità maggiore di fronteggiare situazioni d’ansia

 

Proviamo a vedere, tramite un video, come poter utilizzare una tecnica di respirazione: la respirazione addominale:

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Il nostro consiglio è, quindi, quello di allenarvi, sia che siate sportivi sia che siate alla ricerca di un modo rapido e veloce per abbassare il livello di tensione e stress quotidiano, con la respirazione addominale.

Articolo originale: https://sportsfitnessnetwork.com/2013/08/just-breathe/

 

 

 

Il mental training NON è divertente!

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il mental training NON è divertente! team working team building squadre psicologia dello sport psicologi dello sport mental training confort zone comfort zone atleti   Uno degli ingredienti più importanti per il successo di un atleta o di una squadra è la capacità di sentirti a proprio agio in una situazione di disagio. Sembra un gioco di parole ma è ciò che succede quando ci si allena ad uscire dalla propria comfort zone.
Quando veniamo chiamati per un percorso di team building spesso si ha l’illusione che il nostro intervento debba essere diverte: facciamo dei giochi di squadra, ridiamo insieme e così miglioriamo la coesione. Tuttavia se viene fatto un buon lavoro, inizialmente la squadra si troverà a lottare con il disagio perché verrà fatta uscire dalla zona di comfort e sarà costretta a confrontarsi con le proprie aree di miglioramento. E questo non è divertente!

Un nemico invisibile

Riuscire a costruire qualcosa di positivo da quel disagio iniziale è ciò che “irrobustisce” mentalmente la squadra e i singoli atleti. Nella nostra esperienza c’è sempre un momento molto importante ed è quello in cui il team deve scegliere se accettare di mettersi in gioco fino in fondo oppure ritornare su schemi che ben conosce, che sono più “comodi” ma che spesso sono disfunzionali. La zona di comfort è un nemico potente nello sport perché porta a compiacimento e all’adattamento, in senso negativo del termine. Il giocatore che può spingersi oltre quando la situazione diventa critica è colui che vincerà. Questo è ciò che rende i grandi giocatori più forti: vivono nelle avversità.

Il lavoro dello psicologo sportivo

Il compito di ogni preparatore sportivo è aiutare gli atleti ad aumentare la loro tolleranza al disagio (mentale e fisico). Una bella frase che rende bene l’idea di quanto stiamo dicendo è: “Il disagio temporaneo porta a un miglioramento permanente.” 
Se sei disposto a uscire dalla tua zona di comfort ora, raccoglierai i benefici 10 volte in futuro. Ma devi avere il coraggio di sacrificare la tua soddisfazione personale immediata.
Questo punto è molto difficile da comprende per alcuni. E le giustificazioni più frequenti per ritornare nella comfort zone sono molteplici: “ma noi non abbiamo bisogno di questo…”, “tanto non ci serve a nulla, in campo conta solo quanto sei bravo a realizzare punti…”, ecc.

Questa è una delle sfide che noi psicologi sportivi affrontiamo nel lavoro di squadra. Noi dobbiamo essere alleati del team, ma degli alleati un pò “scomodi”: quelli che a volte ti dicono ciò che non vorresti sentire o ti fanno vedere ciò che non vorresti vedere. C’è un momento in cui la frustrazione, dovuta all’uscita dalla zona di comfort, sale.

Quale miglior modo per farla calare che rivolgerla verso coloro che hanno causato questa frustrazione, verso chi ci ha fatto uscire dalla zona di comfort? Ma le squadre (o gli atleti) robusti a livello mentale sanno che quell’energia, racchiusa nella frustrazione, se ben gestita può essere il motore del cambiamento e del miglioramento. A volte, paradossalmente, quando si inizia un percorso di mental training le cose invece di migliorare sembrano peggiorare. Questo è un buon segnale che il lavoro sta ingranando nel modo giusto e il compito di ogni preparatore mentale è quello di accompagnare la squadra ad affrontare questa “crisi” temporanea per apprendere nuove consapevolezze e nuove strategie.

La comodità: è questa la chiave dell’abitudine. L’abitudine è comoda perché accorcia il tragitto tra noi e una decisione da prendere e ci dà l’illusione di semplificare la vita. Per questa strada, finiamo per ragionare sempre più allo stesso modo, facendo lavorare la nostra mente in ambiti sempre più ristretti e ripetendo senza accorgerci le stesse frasi fatte
(Raffaele Morelli)

Preferisci vincere o partecipare?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Preferisci vincere o partecipare? vittoria vincere sport sfida risultato psicologia dello sport prestazione partecipare obiettivi mental training importante è partecipare atleti allenatori   Siamo cresciuti e viviamo in un’era dove, qualsiasi sia la competizione in atto, ci si sente spesso dire: “Dai, l’importante è partecipare!”. Ciò a cui non si fa caso però, è che questa frase la si dice prevalentemente, dopo le sconfitte. Quali sono le motivazioni per cui si dice questa frase?

“L’IMPORTANTE E’ PARTECIPARE”

Per i  bimbi molto piccoli, che si imbattono nelle prime competizioni, è spesso un modo per evitare che rimangano delusi in una eventuale sconfitta.

Per gli adolescenti, l’adulto la ripete perché, in cuor suo, sa che il ragazzo molto probabilmente non sarà all’altezza della competizione e quindi, mette le mani avanti. “L’importante è partecipare, divertiti!”

Infine, la frase ripetuta ad un adulto denota la triste verità di ritenerlo un probabile perdente. Stesso discorso vale per quanto riguarda il “self-talk”. Ripetendoci mentalmente questa frase, non facciamo altro che minare la fiducia, le ambizioni e le motivazioni che abbiamo.

 Sono questi i motivi per cui credo che sia una delle frasi più pericolose che si possano dire ad un atleta, qualsiasi tipo di competizione egli stia per affrontare.

“L’IMPORTANTE NON E’ PARTECIPARE…”

“… come l’importante non è vincere.” Fino ad alcuni livelli per lo meno. Provate a dire alla Juventus, ora che ha preso Cristiano Ronaldo, che vincere la Champions League non è importante.

“WINNING IS NOT EVERTHING. BUT WANTING TO WIN IS”
Vince Lombardi

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Preferisci vincere o partecipare? vittoria vincere sport sfida risultato psicologia dello sport prestazione partecipare obiettivi mental training importante è partecipare atleti allenatori   L’importante è dare tutto quello che si ha. L’importante è faticare per provare a vincere! L’importante è impegnarsi con tutte le proprie forze per migliorare se stessi. Si potrà vincere o perdere, ma giocare, tanto per giocare, a parer mio non è educativo.

Supponiamo uno sport in cui non esistono premi. “L’importante è partecipare” sottintende il fatto di non dare importanza ad una ”ricompensa”. Allora che senso ha il sacrificio? Che senso hanno tutti gli allenamenti? Si potrebbe gareggiare e basta? Non ci sarebbero riconoscimenti se non ci fossero competizioni. Non sarebbe un po’ triste? Si potrebbe veramente chiamare sport?

Uno sport, di fatto, insegna anche a perdere, insegna una miriade di valori come il rispetto per l’avversario, la motivazione, il sacrificio, l’ambizione … ed allora non può essere “importante partecipare”.

Ci sarà sicuramente qualcuno che, leggendo queste parole potrebbe non condividerle. “Io vado a correre al parco per il piacere di correre “,”Io vado a sciare la domenica perché mi piace sciare, non ho mai fatto una gara!” e queste persone hanno sicuramente ragione. Lo sport è soprattutto passione, ma in fondo, ognuno di noi, ogni volta che compie un gesto sportivo ha qualche tipo di scopo. Non saranno medaglie olimpiche o coppe del mondo ma potrebbe essere, ad esempio, il mantenersi in forma. Allora la corsa al parco per “divertirsi” si concluderà col salire sulla bilancia e vedere quanti kg abbiamo smaltito, oppure anche solo la soddisfazione di aver fatto qualcosa per noi stessi, per il nostro benessere psico-fisico; ed il nostro sciatore della domenica proverà ad arrivare a fine pista prima del suo amico o di sua moglie… poco importa se la ricompensa sarà una birretta dissetante!

Infine ci sono quelle persone che vanno a correre e fanno sport perché lo devono fare. Perché sanno che se non vanno a fare movimento la loro salute e la loro forma fisica peggiorerà. Magari fanno una fatica immensa ma nonostante questo, si infilano le scarpe ed escono a sudare. Ciò che le rende appagate è il fatto di fare qualcosa per se stessi, per la propria salute ed a volte per la propria professione.

 “…l’Italia finiva cosi la sua corsa verso la medaglia olimpica, ai piedi del podio […] al di là del risultato […] da Capitano di questa squadra ero comunque contenta della gara. Delle mie compagne e del loro atteggiamento dentro e fuori la pedana. Delle tante soddisfazioni personali e dell’unione che si era creata nel nostro gruppo, nonostante qualche vicissitudine durante l’anno. Per me però finiva li. Avevo concluso la mia carriera agonistica. Ero soddisfatta di tutto ciò che avevo fatto negli anni, senza rimpianti. Lo so, sembrerà strano, ma ero contenta, a differenza delle mie compagne disperate dal dispiacere della sconfitta […] certo, avrei preferito vincere un’altra medaglia e regalare altre gioie, ma ero fondamentalmente appagata.”
Marta Pagnini

Quindi mi rivolgo a tutti gli atleti,  i genitori, gli allenatori e chiunque abbia a che fare con sportivi di qualsiasi età e livello … SIATE AMBIZIOSI!!

Non accontentatevi di partecipare. Sognate in grande e ponetevi degli obiettivi raggiungibili, in modo da prendere confidenza con la vittoria e poter alzare l’asticella di volta in volta.

Piuttosto che dire ”l’importante è partecipare” dite “l’importante è dare tutto!”

 

Autrice:
Alessandra Visconti, psicologa dello sport, giocatrice di basket in A1 e A2, ha militato nelle nazionali giovanili e nella nazionale senior 3×3.

Il perfetto genitore sportivo

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il perfetto genitore sportivo psicologia dello sport psicologia mental training influenza dei genitori nello sport genitori genitore sportivo genitore nello sport genitore geniotre figli sportivi figli che praticano sport educazione allo sport caratteristiche aiutare figli che fanno sport   Negli ultimi anni numerose sono state le ricerche che si sono interessate al ruolo dei genitori nel contesto sportivo, in particolar modo questi studi hanno cercato di comprendere come i loro comportamenti possano influenzare lo sviluppo del talento negli atleti e il loro coinvolgimento nelle esperienze sportive.

È stato ampiamente dimostrato, infatti, come eccessive aspettative possano avere un impatto dannoso sui ragazzi (Amado et al., 2016; Bean et al., 2016; Ross et al., 2015), così come l’incoraggiamento piuttosto che il supporto possano essere associati a conseguenze positive (Teques et al., 2016; Ross et al., 2015).
Tuttavia, il confine tra pressione e sostegno è molto sottile e labile, e molto dipende dagli obiettivi che i ragazzi raggiungono, così come dal momento (prima, durante o dopo le competizioni) e dal contesto (a casa o durante gli allenamenti) in cui si verificano i comportamenti, alterando la percezione e l’impatto sui ragazzi. Anche le caratteristiche dei genitori e dei figli (ad esempio, il sesso), nonchè la qualità del rapporto può influenzare tale percezione, ad esempio, Amado e colleghi (2016) hanno dimostrato che gli atleti maschi riportano livelli più elevati di pressione parentale percepita rispetto alle femmine, così che sentimenti di stress, ansia e delusione, provate dai genitori durante una partita, possono portare risposte inappropriate e di conseguenza influenzare il rapporto con i figli (Knight et al., 2013).

Dunn e colleghi (2016) hanno, inoltre, individuato che i genitori che hanno investito una maggiore percentuale del loro reddito familiare per lo sport dei figli sono stati associati ad una maggiore percezione di pressione da parte del ragazzo stesso.

Risulta evidente, quindi, come possano essere numerose le variabili e le modalità con cui i genitori influenzano i propri figli, in modo consapevole o meno, e proprio per questo motivo diventa fondamentale la conoscenza del contesto sportivo, attraverso un’attenta analisi e lettura, ma soprattutto l’utilizzo di adeguate strategie per migliorare la consapevolezza dei genitori e rendere il loro coinvolgimento positivo per l’attività sportiva del proprio figlio.
In questa direzione si muove una ricerca che il nostro team, sotto la guida di Sergio Costa e Edoardo Ciofi, stanno portando avanti in differenti discipline sportive, per evidenziare le caratteristiche del “genitore sportivo ideale”. I risultati preliminari di questo studio sono stati presentati durante il XXII Congresso Nazionale di Psicologia dello Sport, tenutosi a Mestre nel maggio 2018.

Per concludere, consigliamo ai genitori un ascolto attivo del proprio ragazzo e delle sue esigenze, che richiede non solo la profonda comprensione di ciò che l’altro sta dicendo, ma anche una rielaborazione e una riformulazione di ciò che esprime, interpretando i segnali non verbali, percependo le emozioni e trasmettendogli vicinanza, facilitando così la costruzione di una buona relazione.

 

Bibliografia

Bean C, Jeffery-Tosoni S, Baker J, Fraser-Thomas J: Concerning parental behavior in Canadian minor hockey: Elite insiders’ perceptions and recommendations. PHEnex Journal, 2016, 7.

Dunn CR, Dorsch TE, King MQ, Rothlisberger KJ: The impact of family financial investment on perceived parent pressure and child enjoyment and commitment in organized youth sport. Fam Relat, 2016,65:287-299.

Harwood CG, Knight CJ: Parenting in sport. Sport Exerc. Perform. Psychol, 2016,5:84-88.

Knight CJ, Holt NL: Strategies used and assistance required to facilitate children’s involvement in tennis: Parents’ perspectives.Sport Psychol, 2013, 27: 281-291.

Knight CJ, Holt NL: Factors that influence parents’ experiences at junior tennis tournaments and suggestions for improvement. Sport Exerc. Perform. Psychol, 2013, 2:173-189.

Ross AJ, Mallett CJ, Parkes JF: The influence of parent sport behaviours on children’s development: Youth coach and administrator perspectives. Int J Sports Sci Coach, 2015, 10:605-621.

Teques P, Serpa S, Rosado A, Silva C, Calmeiro L: Parental involvement in sport: Psychometric development and empirical test of a theoretical model. Curr Psychol, 2016, 2016:1-16.

Superare i momenti di “crisi” come squadra

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Superare i momenti di "crisi" come squadra team building team squadra resistenza resilienza pressione mental training durezza mentale collective psychological collapse collasso psicologico collettivo

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Superare i momenti di "crisi" come squadra team building team squadra resistenza resilienza pressione mental training durezza mentale collective psychological collapse collasso psicologico collettivo

Uniti si vince, ma superare i momenti di crisi come squadra è un aspetto molto complesso della preparazione mentale di un team.

Perdere una partita importante all’ultimo minuto?
Una scarsa prestazione contro avversari tecnicamente più deboli?
I giocatori che “perdono la testa” nei momenti delicati della partita importante?

Questi sono solo alcuni segnali che potrebbero far pensare ad un “collasso psicologico collettivo”. La capacità di affrontare efficacemente questi momenti di crisi psicologica è una competenza che ogni team dovrebbe possedere.

Il workshop proposto mira a fornire alle squadre alcuni strumenti fondamentali per la gestione efficace di queste fasi di gara, migliorando la resistenza mentale e la capacità collettiva di fronteggiare lo stress.

Contattaci per avere maggiori informazioni sul programma e sui costi.

Approfondiamo un pò il concetto di collasso psicologico collettivo.

In generale il collasso collettivo può accadere in due modi: nel primo caso la squadra mostra un radicale decremento della prestazione durante uno specifico match. Nel secondo caso, il match comincia già con una prestazione sotto il livello minimo di prestazione, parametrato rispetto alle prestazioni abituali della squadra. Nella dinamica del collasso collettivo sono coinvolti tutti i giocatori e per questo motivo viene considerato un fenomeno sociale, con alti livelli di “contagio” tra un giocatore e l’altro. Alla base di questo fenomeno viene sempre preso in considerazione il livello di pressione a cui la squadra è sottoposta.

Se vuoi scoprire come abbiamo affrontato una situazione simile con una squadra, leggi il nostro articolo, pubblicato sulla Rivista Movimento – Volume 33 – n.2/3.

La psicologia dell’arbitro: strategie di allenamento

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La psicologia dell'arbitro: strategie di allenamento psicologia degli arbitri psicologia mental training giudice di gara competenza arbitrale arbitro allenamento

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La psicologia dell'arbitro: strategie di allenamento psicologia degli arbitri psicologia mental training giudice di gara competenza arbitrale arbitro allenamento   L’arbitro rappresenta una figura fondamentale all’interno di ciascuno degli eventi sportivi in cui è coinvolto. Ciononostante la psicologia dello sport ha dedicato a questa figura una attenzione più scarsa di quella che è stata destinata agli atleti, agli allenatori o ai genitori.

Molto raramente, infatti, sono stati presi in considerazione gli aspetti specifici del comportamento degli arbitri e dei giudici di gara delle diverse discipline. Le responsabilità maggiori di un arbitro sono quelle di garantire che la gara proceda nel rispetto del regolamento, interferendo il meno possibile e mantenendo un’atmosfera piacevole nonché una corretta relazione con gli atleti, facilitando l’evento competitivo (Bortoli et al., 2001). Un arbitraggio carente, invece, rischia di far scadere la competizione e può talvolta creare tensione e nervosismo. Bisogna notare, inoltre, che l’operato dell’arbitro è spesso sottoposto a critiche da parte di pubblico, giocatori, allenatori e mass media che tendono ad enfatizzare gli errori.

Le diverse tipologie di arbitro

Alberto Cei sottolinea come ogni decisione di un arbitro deve rispondere ai seguenti cinque requisiti:

  1. dimostrare competenza tecnica;
  2. dimostrare indipendenza di valutazione;
  3. essere volta a farsi accettare;
  4. essere sostenuta dalla forma fisica;
  5. essere volta a prevedere lo sviluppo dell’azione.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La psicologia dell'arbitro: strategie di allenamento psicologia degli arbitri psicologia mental training giudice di gara competenza arbitrale arbitro allenamento   Secondo MacMahon e Plessner (2008) gli arbitri possono essere classificati in base al numero d’interazioni con i giocatori o la prestazione (alte o basse) e al numero di atleti o abilità tecniche da dover monitorare e valutare (poche o tante). In base a questa classificazione, possiamo quindi individuare, per gli autori 3 tipologie di arbitro:

  • Gli interattori, ovvero quelli che hanno un alto livello d’interazione con i giocatori e pochi o tanti stimoli a cui fare attenzione. Sono un esempio gli arbitri di boxe e giudici di sedia di tennis, piuttosto che quelli di basket o di calcio;
  • I reattori, che devono concentrarsi su pochi aspetti e hanno un’interazione minima con il contesto sportivo, come i guardalinee nel calcio o giudici di linea nel tennis;
  • Gli osservatori, dove malgrado i tanti atleti o abilità da monitorare devono limitarsi a giudicare l’operato dei giocatori, per via della scarsa interazione concessa dalle regole del gioco. Esempi sono i giudici di tuffi o di ginnastica, così come gli arbitri di pallavolo.

È evidente, quindi, che la prestazione dell’arbitro cambia in base alla tipologia di gioco, e non è legata solo ad aspetti tecnici o atletici, ma anche ad alcune qualità personali come la coerenza, la buona comunicazione, la risolutezza, l’equilibrio, la correttezza, la capacità di giudizio, la fiducia e la motivazione (Weinberg and Richardson, 1990).

Le competenze psicologiche di un arbitro efficace

Queste capacità possono essere influenzate da numerosi fattori psicologici, tra i quali le convinzioni di efficacia personale, ovvero la fiducia che la persona ha nelle proprie capacità in specifiche situazioni. Diversi studi hanno, infatti, evidenziato che arbitri con bassi livelli autoefficacia si sentono meno capaci di fronteggiare eventi stressanti, hanno elevati livelli di ansia e di esaurimento emotivo, danneggiando la propria prestazione e carriera (Mahoney et al, 2008). Arbitri invece con elevate convinzioni di se, di fronte alle difficoltà, sono convinti che il proprio impegno e le proprie capacità possano dirigere le azioni verso esiti positivi, portandoli, inoltre, ad una maggiore preparazione e formazione durante l’anno (Lucidi et al., 2009).

Nei processi di elaborazione delle informazioni, inoltre, le persone non tengono in considerazione tutti i fattori in gioco, soprattutto quando devono agire rapidamente, ma spesso utilizzano delle scorciatoie di pensiero, chiamate euristiche. Queste strategie permettono loro di risparmiare tempo ed energie cognitive ma possono portare a distorsioni ed errori nel ragionamento e nel giudizio.

Il Bisogno di Chiusura Cognitiva, secondo Kruglanski, non va tanto in termini di presenza/assenza in un individuo, quanto piuttosto in termini di continuum che va da un estremo caratterizzato da impulsività, tendenza a prendere decisioni non giustificate, rigidità di pensiero e riluttanza a considerare soluzioni alternative (alto BCC) ad un altro caratterizzato da esperienza soggettiva di incertezza, indisponibilità ad impegnarsi esplicitando un’opinione definitiva, sospensione di giudizio (basso BCC). Varie studi hanno confermato la relazione diretta del BCC con fattori quali la presenza di pressione temporale, la presenza di rumore ambientale, la condizione di affaticamento mentale e della monotonia del compito, tutti elementi che vanno a condizionare poi la prestazione.

Infine le prestazioni degli arbitri sono anche condizionate dalle percezioni delle situazioni stressanti che possono suscitare reazioni soggettive di ansia e tensione. Le reazioni di ansia possono determinarsi prevalentemente sul versante fisiologico, con sintomi quali incremento della frequenza cardiaca, sudorazione, tensione muscolare, o, invece, sul versante mentale, con pensieri di fallimento, preoccupazione e disturbi attentivi. Tali reazioni dipendono da variabili sia situazionali, come arbitrare partite difficili o l’affrontare contesti ostili, che personali, ovvero dalle caratteristiche soggettive dell’arbitro.

Come impostare un training per migliorare la prestazione arbitrale?

Le caratteristiche precedentemente descritte sono allenabili attraverso un processo di formazione e crescita che porti all’acquisizione ed allo sviluppo di specifiche abilità mentali. In genere, però, la formazione degli arbitri enfatizza gli aspetti tecnici, l’interpretazione delle regole, mentre poca attenzione viene posta all’acquisizione e all’allenamento di tali abilità psicologiche. Nella formazione andrebbero inseriti interventi mirati, comunemente impiegati con atleti in psicologia dello sport (vedi Hardy et al., 1996; Martens, 1987), per padroneggiare la comunicazione interpersonale, affrontare lo stress, controllare le reazioni di ansia e le difficoltà di concentrazione, evitare stimoli distraenti, affrontare imprevisti e difficoltà, recuperare prontamente il controllo dopo decisioni sbagliate. Queste abilità aiuterebbero l’arbitro a gestire in modo sempre migliore il suo ruolo e a garantire che l’evento sportivo si svolga, oltre che nel rispetto del regolamento, in un’atmosfera più serena (Bortoli et al., 2001). É stato ampiamente dimostrato, per esempio, come l’uso combinato del goal setting (definizione di obiettivi) e di corrette modalità nell’erogazione dei feedback esercitino un effetto positivo sulle prestazioni.

Per allenarsi e migliorare le proprie competenze, però, è necessario identificare prima le abilità che dovrebbero essere patrimonio di ogni arbitro e sulla base di queste identificare i propri punti di forza e di debolezza.

Se vuoi avere iniziare il tuo percorso di allenamento, vieni a vedere il nostro Laboratorio di Competenza Arbitrale.

BIBLIOGRAFIA

Bandura, A. and Wood, R. (1989). Effect of perceived controllability and perfomance standars on self-regulation of complex decision making. Journal of personality and social psychology, 56, 805-814.

Bortoli, L., Robazza, C. e Dal Cin, S. (2001). La percezione dello stress in arbitri di pallavolo. Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, 2, 7-13.

Hardy, L., Jones, G. and Gould, D. (1996). Understanding psychological preparation for sport: theory and practice of elite performers. Chichster: Wiley & Sons.

Lucidi, F., Grano, C. e Mallia, L. (2009). L’auto-efficacia è un predittore della prestazione arbitrale nel calcio. Rassegna di Psicologia, Vol. XXVI, 3, 123-130.

Maohoney, A. J., Devonport, T. and Lane, A. M. (2008). The effects of interval feedback on the elf efficacy of netball empire. Journal of Sport Science and Medicine, 7, 39-46.

Martens, R. (1987). Choaces guide to sport psychology. Champaing, IL: Human Kinetics.

Weinber, R. S. and Richardson, P. A. (1990). Psychology of officiating. Champaing, IL: Leisure Press.