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Marketing per Psicologi dello Sport

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Questo breve articolo è pensato per i colleghi Psicologi dello Sport che hanno bisogno di qualche consiglio per poter poter migliorare la propria strategia per essere più visibili sul Web, ovvero le strategie di marketing per psicologi dello sport.

La categoria degli psicologi (inclusi quelli dello sport) è solitamente un po’ restia all’uso della pubblicità, forse perché essendo un ambito di “salute” non viene naturale l’idea di dover “attrarre” clienti.

In realtà, è molto importante stare al passo dei tempi e conoscere le strategie per poter farsi conoscere e riconoscere per riuscire ad essere più visibili come professionisti. 

Queste sono le strategie di marketing per psicologi dello sport che noi utilizziamo e che vorremmo provare a condividere.

Fai rete

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Molto spesso si sente parlare dell’importanza del network tra colleghi, ma molto poco viene utilizzata questa modalità per riuscire a far crescere la propria attività. Forse per poca fiducia o perché si pensa che chiedere un consiglio venga visto come un qualcosa di negativo o intrusivo, spesso osserviamo una reticenza nel voler condividere le proprie esperienze con colleghi. Il nostro primo consiglio è quindi quello di contattare i colleghi in giro per l’Italia. Condividi le esperienze lavorative, prova a costruire dei progetti insieme per crescere non solo come singoli, ma per far crescere il movimento della Psicologia dello Sport.

Collegato a questo consiglio c’è il prossimo:

Partecipa a Convegni

Partecipa a Convegni di Psicologia dello Sport, nazionali o internazionali, può darti una grande mano per migliorare la propria visibilità. In primo luogo ti permette di trovarti faccia a faccia con colleghi di tutta Italia o Europa, e poi serve per poter accrescere le tue conoscenze.

Ogni anno ci sono vari Convegni, cerca quelli più adatti alla tua professione!

Parla del tuo lavoro

Si, questo può sembrarti un consiglio banale, ma in realtà è forse ancora il primo modo per poter far conoscere una professione che, almeno in Italia, non è ancora così conosciuta.

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Se ti capita di andare a manifestazioni sportive, entrare in contatto con atleti, società o associazioni sportive, non aver paura a presentarti e raccontare il tuo lavoro, magari portando con te un bigliettino da visita. Cerca sempre se ci sono, attorno a te giornate dello sport o altre manifestazioni dove sono presenti le società e presentati.

Sicuramente vedere la persona in prima persona che parla del suo lavoro ha molto più effetto che una telefonata o una mail di proposta.

Noi per esempio abbiamo scritto un libro per far conoscere il nostro lavoro e la nostra professione. Potrebbe essere un’idea!

Sii presente sul web

Altro tasto dolente. Molti di noi psicologi prendono il web ancora come un luogo oscuro dove è difficile poterci mettere mano.

In realtà per uno psicologo, e soprattutto uno psicologo dello sport, la presenza sul web è fondamentale. Cerchiamo però di chiarire cosa intendiamo come presenza sul web:

Se hai in mente che per essere presente sul web bisogna diventare per forza uno youtuber o un influencer di Instagram, non è la visione corretta. O almeno, non lo è se il tuo obiettivo è quello di farti conoscere da atleti o società sportive interessate al tuo lavoro. E’ quindi importante dotarsi di un sito web (Ecco qualche consiglio pratico).

Social Network

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Anche se, come dicevamo prima, non devi spaventarti dall’idea di diventare attivi sui Social Network, è importante prendere qualche accortezza…

I Social Network sono il tuo biglietto da visita. Non sono solo un modo per farti conoscere da gente nuova ma anche per continuare ad essere visibile da chi già di conosce. E’ importante sempre curare bene le tue pagine professionali cercando di inserire costantemente materiali interessanti tra i quali:

  • Articoli scritti da te
  • Articoli scritti da colleghi
  • Foto del tuo lavoro 
  • Foto “motivazionali”
  • Video tuoi dove parli di psicologia dello sport
  • Ecc…

Il consiglio che ti diamo è anche quella di seguire più pagine possibili che parlano di Psicologia dello Sport!

Fai bene il tuo lavoro

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Vero, anche questo consiglio può apparire scontato ma in effetti la miglior pubblicità è sempre data dal passaparola. Cerca sempre di rimanere aggiornato, formati costantemente, mettiti alla prova con nuove sfide e fai vedere la tua passione ad ogni lavoro che fai per fare in modo che la tua nicchia di clienti sportivi cresca sempre di più e siano loro stessi a parlare bene di te.

Non sottovalutare l’importanza di una singola serata di presentazione, anche gratuita. A più persone dimostrerai la tua professionalità, più sarà ampio il bacino di utenza che si rivolgerà a te per cercare un professionista della Psicologia dello Sport.

Ovviamente questi sono piccoli tips che ci vengono in mente per poter dare una mano a chi si sta approcciando o vuole ampliare il proprio numero di clienti sportivi. Se vuoi approfondire questa parte della tua professione, organizziamo corsi modulari sul marketing per psicologi dello sport oppure abbiamo un corso base e avanzato per diventare psicologo dello sport!

 

 

Affrontare il cambiamento nello sport

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Affrontare il cambiamento nello sport Torino performance passaggio di categoria mental training crisi

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Affrontare il cambiamento nello sport Torino performance passaggio di categoria mental training crisi   Si dice che l’unica cosa certa nella vita sia il cambiamento. Il cambiamento può essere definito come “un atto o processo attraverso il quale qualcosa diventa diverso ‘. Nello sport, gli atleti subiscono molti cambiamenti e “periodi di transizione“. 

I “cambiamenti” nella vita di uno sportivo

Per gli atleti che desiderano praticare sport ad alto livello, è fondamentale affrontare ed essere flessibili ai cambiamenti. Wylleman e Lavallee (2004) propongono quattro fasi di transizione che un atleta sperimenta per tutta la vita, per quanto riguarda:

  • Carriera atletica (ad es. Inizio di uno sport, infortunio, ritiro dalla carriera sportiva).
  • Sviluppo psicologico (ad es. Passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dal gioco ricreativo alla competizione).
  • Sviluppo sociale (ad es. Adattamento a un nuovo allenatore, nuovi compagni di squadra).
  • Sviluppo educativo e professionale (ad es., Passaggio dal principiante al professionista, dal college all’università).
Come affrontare i cambiamenti in modo positivo?

Il successo attraverso ogni fase di transizione è determinato da differenze individuali, in relazione al modo in cui il soggetto è in grado di cambiare e affrontare i problemi che sorgono.
Ad esempio, un giocatore può avere difficoltà a giocare con un nuovo allenatore, mentre un altro può apprezzare e trarre beneficio in questa esperienza. Gli individui che traggono benefici dal cambiamento tendono ad essere ottimisti e vedono il cambiamento come una nuova sfida e un’opportunità da raggiungere. D’altra parte, coloro che sono pessimisti nei confronti del cambiamento o che si sentono cauti nei confronti del cambiamento, possono avere difficoltà ad adattarsi in questi periodi di transizione. La scarsa consapevolezza e la mancanza di capacità di far fronte e adattarsi al nuovo contesto, possono provocare sentimenti di ansia e disagio (Alfermann e Stambulova, 2007).

Il superamento positivo di un periodo di transizione si verifica quando l’atleta ha effettuato un adeguamento relativamente rapido e semplice alle esigenze richieste dal nuovo status. Di solito si verifica più facilmente nei casi in cui sono stati creati i presupposti necessari durante le fasi precedenti (ad esempio solide conoscenze e abilità sportive, attitudini personali al cambiamento, ecc.)
Le “crisi” hanno luogo, invece, quando l’atleta deve mobilitare “risorse speciali” e un certo sforzo di auto-miglioramento, necessario per adattarsi ai nuovi requisiti.

Alcuni segnali ci possono far intuire che l’atleta stia vivendo un momento di incapacità di adattamento:

  • abbassamento dell’autostima dell’atleta;
  • varie forme di disagio emotivo;
  • aumento della sensibilità ai fallimenti e alle critiche;
  • comparsa di “barriere psicologiche”;
  • disorientamento nel processo decisionale e nel comportamento.

Inoltre, questi sintomi generalmente correlano con una diminuzione dei risultati sportivi dell’atleta che performa al di sotto delle sue normali potenzialità.
Ciò supporta le famose parole di Arnold Bennet, che una volta disse che “qualsiasi cambiamento, anche un cambiamento in meglio, è sempre accompagnato da inconvenienti e disagi “.

Le fasi del cambiamento

Si pensa che ci siano cinque fasi che attraversiamo quando affrontiamo un cambiamento, e mentre attraversiamo queste fasi si pensa che siamo progressivamente desensibilizzati dal cambiamento stesso (Zutphen, 2008). Le cinque fasi consistono di:

  1. Negazione: la lotta iniziale contro la nuova proposta di cambiamento;
  2. Rabbia: la sensazione di insicurezza e frustrazione contro il cambiamento;
  3. Depressione: lo stato depressivo che un individuo sente quando riconosce che si verificherà un cambiamento;
  4. Accettazione: sapere che il cambiamento avverrà e prepararsi per esso.
  5.  Apprendimento: riflettere sull’idea che il cambiamento può essere utile per le prestazioni e può portare dei benefici.

Molte persone temono il cambiamento e l’inconsapevolezza del futuro. Questa paura stimola convinzioni pessimistiche sulla possibilità di risultato, a causa spesso di preconcetti del tipo: “Abbiamo sempre fatto così e funzionava: come mai cambiare?”. (Cao, Han, Hirshleifer e Zhang, 2011).
Per quanto riguarda lo sport, un esempio di questa paura del cambiamento potrebbe verificarsi nel passaggio ad una squadra diversa oppure nel passaggio in una categoria superiore.

Il passaggio verso le massime categorie: un momento di transizione importante

Il passaggio al più alto livello di sport agonistico richiede che gli atleti performino costantemente al massimo delle loro capacità, il più a lungo possibile. Gli atleti devono quindi prepararsi ad un periodo della loro vita in cui il coinvolgimento nella preparazione, nella partecipazione ad allenamenti e alle competizioni di alto livello è pressoché totale. Questo aspetto è ancor più “critico” nelle realtà semi-professionistiche. Con il termine semiprofessionismo nello sport si intende una “condizione in cui gli atleti sono vincolati ad un contratto con una società sportiva ma sono liberi di svolgere un’altra attività” (Diz. Italiano Sabatini Colletti). In realtà, la libertà di svolgere un’altra attività è spesso una necessità in quanto i proventi derivanti dalla pratica sportiva non sono sufficienti al sostentamento individuale. Questo necessariamente comporta un livello di sacrificio ulteriore per cercare di far “quadrare” i conti nella propria vita. Se avete piacere di esplorare il mondo psicologico dello sport semi-professionistico, vi invitiamo a leggere un articolo scritto da noi in merito.

L’insicurezza deriva da questo cambiamento e può stimolare la rabbia e la frustrazione, che alla fine possono essere dannose per le prestazioni di un atleta. D’altra parte, accettare il cambiamento e riconoscere che il cambiamento può essere benefico può portare a una transizione positiva e ad un aumento generale della fiducia in se stessi. 

Per concludere, il cambiamento è un avvenimento naturale nella vita che tutti sperimentano, che ne siano consapevolmente consapevoli o meno. Gli atleti possono sperimentare molti cambiamenti durante la loro carriera, sia pianificati, come un cambio di club, sia non pianificati, come un infortunio. Ma solo cambiando, possiamo crescere e possiamo evolvere!

La sera prima di gara 5 della finale, Michael Jordan mangiò una pizza e si beccò una intossicazione alimentare. Volle scendere ugualmente in campo e segnò 40 punti. È questo il doping del campione vero: la voglia di giocare.
(Spike Lee)

 

Bibliografia:
  • Alfermann, D., & Stambulova, N. (2007). Career transitions and career termination. Handbook of Sport Psychology, Third Edition, 712-733.
  • Cao, H. H., Han, B., Hirshleifer, D., & Zhang, H. H. (2011). Fear of the Unknown: Familiarity and Economic Decisions*. Review of Finance, 15(1), 173-206.
  • Schlossberg, N. K. (1981). Major contributions. Counseling Psychologist, 9(2), 2-15.
  • Wylleman, P., Alfermann, D., & Lavallee, D. (2004). Career transitions in sport: European perspectives. Psychology of sport and exercise, 5(1), 7-20.
  • Zutphen, G. (2008). It starts with one: changing individuals changes organisations. Available: http://knowledge.insead.edu/operations-management/changing-individuals-changes-organisations-2086. Last accessed 20th May 2014.

 

Articolo tradotto e ampliato da: https://believeperform.com/change-and-transitional-periods-in-sport/

Psicologia e calcio

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Quanto è importante la psicologia nel calcio?

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La figura dello Psicologo dello Sport sta subendo, negli ultimi anni, un processo di cambiamento su vari fronti.

Innanzitutto sono cambiati molto gli strumenti e le tecniche, si parla infatti, sempre più spesso di utilizzo di strumenti scientifici come Neuro e BioFeedback o videoanalisi comportamentale. L’evoluzione tecnologica permette allo Psicologo dello Sport di poter aggiornare i suoi metodi e per poter lavorare al meglio per raggiungere gli obiettivi che vengono definiti insieme allo staff.

All’interno del mondo del calcio, la figura dello Psicologo dello Sport sta prendendo sempre più piede per diversi motivi: in primis perché una corretta informazione sullo Psicologo dello Sport sta facendo cadere diversi pregiudizi scorretti che potevano esserci in precedenza, e poi perché La F.I.G.C. sta facendo un lavoro graduale di inserimento della figura tramite il progetto Centri Federali Territoriali e Scuole Calcio d’ Élite.

Ma cosa può fare uno Psicologo all’interno di una squadra di calcio?

In questo articolo cercheremo analizzare in che modo lo Psicologo dello Sport può mettere al servizio del calcio le sue conoscenze e capacità.

Innanzitutto è utile ed importante definire una differenza tra settore giovanile e prima squadra.

In genere tra le due categorie può esserci una grande differenza di obiettivi: mentre per quanto riguarda il settore giovanile l’obiettivo principale può essere una crescita sana ed efficace degli atleti, la prima squadra ha solitamente obiettivi di performance sportiva. Ci sono ovviamente casi in cui gli obiettivi sono differenti.

Cominciando dal settore giovanile, in genere le aree di lavoro dello psicologo dello sport sono 3:

Allenatori, genitori e squadra.

Allenatori: Per quanto riguarda gli allenatori, lo psicologo dello sport ha il compito di poter fornire indicazioni su come poter lavorare sul miglioramento dello stile di comunicazione, sulla gestione dei vari gruppi sportivi in base ai bisogni legati all’età, sulla gestione delle varie problematiche legate a differenti fasi di crescita e sulla gestione del ruolo.

Genitori: Il genitore è un ruolo fondamentale per la crescita sana dell’atleta del settore giovanile. Molto spesso però il rischio è quello di creare una confusione di ruoli. Il lavoro con i genitori è fondamentale per poter rendere essi un alleato importante e non un ostacolo.

Squadra: Il lavoro sulla squadra e sugli atleti del settore giovanile è basato, principalmente sul riconoscimento e la gestione delle emozioni e delle pressioni che piano piano cambiano in base all’età ed al livello. E’ importante cominciare a capire come poter conoscere e gestire il proprio rapporto con lo stress, con la rabbia ed altre emozioni che sono considerate in maniera negativa. E’ anche importante lavorare con il gruppo per poter supportare gli atleti nel lavoro di squadra con i propri compagni.

Un ulteriore ambito di lavoro con gli atleti del settore giovanile è basato sulle life skills che possono permettere al giovane calciatore di crescere in maniera sana e serena non solo come sportivo ma come persona.

Per quanto riguarda la prima squadra, come dicevamo in precedenza, l’obiettivo è principalmente di miglioramento della prestazione sportiva.

Anche in questo caso è importante la collaborazione con l’allenatore in modo tale da poter fornire un supporto mentale alla preparazione dell’allenamento e della partita che sia funzionale al raggiungimento di obiettivi.

Con gli atleti, invece, il lavoro dello psicologo dello sport può essere funzionale sia sull’atleta individuale, sia sul gruppo squadra.

A livello individuale, tramite un percorso di preparazione psicologica, si può lavorare su:

  • Gestione di ansia da prestazione
  • Miglioramento di capacità cognitive (concentrazione, attenzione, ecc.)
  • Preparazione mentale alla gara
  • Superamento difficoltà ed errori

Con la squadra e lo staff, invece si lavora, principalmente su dinamiche di:

  • Team Building
  • Goal Setting
  • Gestione del chocking under pressure
  • Gestione delle difficoltà relazionali
  • Comunicazione efficace tra i membri

Il lavoro all’interno dello staff di una squadra calcistica, quindi, permette allo psicologo dello sport di poter mettere a disposizione i suoi strumenti indipendentemente dal livello della società e dal fatto che si parli di professionismo o dilettantismo. E’ quindi fondamentale poter inserire questa figura come una modalità di supporto pratico e professionale per la preparazione psicologica di tutte le figure che ruotano all’interno del mondo del calcio.

Cos’è la performance analysis?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Cos'è la performance analysis? video analisi comportamentale performance mental training coaching analisi comportamentale   La performance analysis può consentire l’analisi e la spiegazione accurata di un fenomeno motorio e sportivo. La performance analysis non è legata esclusivamente alla prestazione sportiva ma sicuramente trova ampio spazio in questo ambito di applicazione.

Sempre di più si sente parlare, anche in televisione, di “match analysis”, ossia l’analisi di alcuni parametri osservabili in una competizione sportiva (es. tempo possesso palla, numero di km percorsi dai giocatori, numero di battute corrette, ecc).  In molti sport la “match analysis” è diventata uno strumento fondamentale per l’analisi e il miglioramento della prestazione dei singoli e della squadra.

La performance analysis si basa sull’individuale di KPI “Key performance indicator” (indicatori di prestazione) che forniscono un paramentro oggettivo di misurazione e un’indicazione circa alcune variabili della performance. Nello sport abbiamo numerosi KPI che ci danno un’indicazione sull’andamento delle performance individuali o di squadra. La ricerca nei vari sport ha individuato KPI significativi dal punto di vista fisico, tecnico e tattico. Un’area di ricerca che stiamo sviluppando è quella dell’individuazione di KPI psicologici che possano dare un’indicazione precisa del profilo mentale dell’atleta o della squadra durante la performance sul campo.

Dall’atleta all’allenatore

Spostando il focus sull’allenatore, gli studi scientifici hanno evidenziato alcuni KPI che sembrerebbero avere un’influenza diretta sulla performance degli atleti e del team. La ricerca scientifica sottolinea quindi come una delle variabili che determinano, insieme ad altre, il successo o l’insuccesso di una squadra sia proprio lo stile di leadership del proprio coach. Questo aspetto assume un ruolo via via più rilevante a mano a mano che l’età dei giocatori si abbassa ed entriamo nella fase in cui l’atleta inizia ad apprendere la pratica del suo sport.

Il ruolo dell’allenatore, indipendentemente dall’età dei giocatori, rimane sempre e comunque un aspetto fondamentale per la prestazione di una squadra. Spesso però gli stessi allenatori sono inconsapevoli di questo impatto durante la gara e durante gli allenamenti.

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Come trovare il giusto equilibrio tra scuola e sport.

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La campanella sta per suonare e tra pochi giorni si ritornerà sui banchi di scuola! Un momento difficile per tutti gli studenti ma lo è ancor di più per i nostri studenti-atleti. Trovare il perfetto equilibrio tra scuola, sport, famiglia e amici è la chiave del successo dei nostri giovani atleti-studenti ma spesso è più facile a dirsi che a farsi!

Statisticamente, la ricerca indica che i giovani che praticano sport, siano essi sport scolastici o di comunità, hanno prestazioni accademiche migliori rispetto ai bambini che non praticano sport. Tuttavia riuscire a conciliare i vari impegni scolastici e sportivi richiede alcune attenzioni da parte dei giovani atleti.
 

Ecco alcuni suggerimenti e tecniche che possono tornare utili ai nostri studenti-atleti.  

Organizzazione prima di tutto. Usa un grande calendario da tavolo per la scuola e lo sport. Annota tutte le scadenze per compiti scolastici, progetti e documenti. Annota tutte le sessioni di allenamento e gli impegni per le gare. Ogni settimana rivisita il tuo calendario e apporta le necessarie modifiche. Questo ti aiuterà a non perdere di vista delle scadenze importanti e ti aiuterà a pianificare meglio il tuo studio.

Gestisci il tuo tempo. Con tutti gli impegni che hai devi imparare a gestire al meglio il tuo tempo iniziando a pianificare il tuo programma di “tempo conosciuto”. I tempi noti sono il tempo che trascorri a scuola, il tempo di allenamento e il tempo di viaggio da e verso la scuola, nonché il tempo di viaggio da e verso la sede sportiva. Bloccando questi orari di “tempo conosciuto” sul calendario, è possibile determinare l’orario effettivo che ti rimane per eseguire i compiti e l’orario di studio. Questo ti aiuterà a pianificare come e quando studiare.

Usa i tuoi fine settimana con saggezza. Usa il tuo fine settimana come tempo di preparazione per la settimana a venire. Inizia i compiti per la prossima successiva. Leggi i capitoli e prendi appunti in anticipo. Utilizzare questo tempo per pianificare e preparare progetti e documenti in scadenza.

Usa il tuo tempo di viaggio da e verso la scuola e il campo sportivo: in questo tempo puoi svolgere tutte le attività che non richiedono particolare concentrazione. Rivedi gli appunti, leggi un libro o sistema i quaderni. Non sottovalutare l’aiuto che puoi avere dall’ascolto degli audiolibri per iniziare a memorizzare alcune cose studiate a scuola.

Non procrastinare. Esegui i compiti non appena vengono assegnati, anziché aspettare fino all’ultimo minuto. Certamente, una pianificazione mal fatta e le “maratone di studio” all’ultimo minuto comporteranno allenamenti persi o partite perse.

Rimani motivato: emozionarsi per la scuola può essere difficile, specialmente sugli argomenti che detesti di più! Cerca libri e film che suscitino il tuo interesse per l’argomento. Ad esempio, il film The Martian parla di un uomo che usa scienza e chimica per rimanere in vita su Marte. Vedere come quello che fatichi a studiare potrà servirti nella tua vita quotidiana ti darà un incentivo maggiore a studiarlo!

Trova il tempo di rilassarti. Tutti hanno bisogno di tempo per rilassarsi, soprattutto chi come te dedica tante energie allo studio e allo sport. Dedica del tempo a leggere un libro di piacere, coltivare un hobby, chiamare un amico o guardare la TV anche solo per 15 minuti al giorno. Staccare la spina un attimo e ricaricare le batterie ti aiuterà a dare il massimo nello sforzo successivo.

In conclusione ci sentiamo di ricordare a tutti i nostri studenti-atleti di non dimenticare mai che lo sport sano deve essere sempre e comunque una fonte di piacere. Se inizi a non divertirti più nel praticare lo sport di sempre, se tutti inizia ad essere un dovere o un peso… fermati un attimo e parlare con qualcuno per capire se è un fisiologico calo di motivazione o se è arrivato il momento di fare qualche riflessione su come proseguire.

Buon inizio scuola a tutti!

Istruzioni di sopravvivenza per atleti semiprofessionisti

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Con il termine semiprofessionismo nello sport si intende una “condizione in cui gli atleti sono vincolati ad un contratto con una società sportiva ma sono liberi di svolgere un’altra attività” (Diz. Italiano Sabatini Colletti).
Nella pratica, la popolazione degli atleti semiprofessionisti italiani è quanto mai vasta e trasversale a tutti gli sport.
Ma cosa vuol dire concretamente essere un semiprofessionista?
Nella nostra esperienza decennale di preparatori mentali di atleti semiprofessionisti vuol dire trovarsi di fronte ad atleti che affrontano sacrifici enormi per poter inseguire un sogno sportivo.
Raccogliendo le loro testimonianze abbiamo voluto creare questo articolo per mettere a fuoco gli ostacoli mentali più diffusi che possono ostacolare il corretto approccio a questa condizione sportiva.

Il primo ostacolo: doppio impegno, doppie difficoltà!

Gli atleti semiprofessionisti sono atleti che, parallelamente ai loro impegni sportivi, mantengono un lavoro o stanno completando il loro percorso di studi. Questo vuol dire trovarsi subito di fronte all’ostacolo di come fare a conciliare i vari impegni. Questa ricerca di soluzioni è quanto mai ardua, soprattutto quando si sale di livello e le sfide sportive diventano più impegnative. Le esigenze della vita quotidiana si scontrano con le esigenze legate allo sport: questi atleti devono prepararsi come dei professionisti ma non possono dedicare tutto il loro tempo alla pratica sportiva a meno di non sacrificare qualcos’altro.

Secondo ostacolo: l’ambiente sociale.

Gli atleti semiprofessionisti (udite udite..) hanno anche una vita sociale, fatta di amicizie, famiglia e amori! E’ bellissimo ritrovarsi a casa e raccontare delle proprie imprese sportive. All’inizio tutti sembrano ammirarti poi, piano piano, capita che ci si trovi a fare i conti con partner che reclamano il loro tempo (anche giustamente, per carità!) o amici che, tra il serio e lo scherzoso, ci ricordano “Ma tu non ci sei mai! Sei sempre impegnato ad allenarti”. E i più esasperanti riescono anche a dirci: “Ma almeno ti pagano??”

Terzo ostacolo: il dio denaro

Sebbene gli atleti semiprofessionisti si trovino ad allenarsi come dei “veri” professionisti, non sono pagati per farlo (se non in minima parte ma a volte neanche quello). Chi non ha intrapreso questa scelta di vita fa spesso fatica a capire come una persona possa fare tutti quei sacrifici senza averne un ritorno economico. Pochi si soffermano a pensare che nella vita non si riduce tutto a quello. Soddisfazione, appagamento, autorealizzazione per molti non sono moneta di scambio sufficiente. Tant’è che spesso l’atleta semiprofessionista si trova a mettersi in dubbio su questo aspetto: “Ma veramente vale la pena di fare tutto questo? In cambio di cosa? Fama… gloria…” Ma se pratichi uno dei cosiddetti “sport minori” non hai neanche questo! Se ti va bene, scriverà di te e delle tue imprese la testata giornalistica locale e dopo qualche giorno nessuno si ricorderà più che cosa hai fatto. Eppure in questi sportivi c’è qualcosa che li spinge ad andare avanti: qualcosa che, a nostro avviso, rappresenta bene l’essenza pura dello sport.

Quarto ostacolo: il risparmio.

Dato tutto quello che abbiamo descritto prima, l’atleta semiprofessionista si muove con una enorme capacità di ottimizzare il suo tempo ma a volte non basta, se non si è disposti o nelle possibilità di sacrificare qualcosa. Per cui, alcuni fanno la scelta “kamikaze” di sacrificare il tempo dell’allenamento, togliendo qua e là quello che loro ritengono meno importante.
Dedicare tempo alla preparazione atletica viene per molti considerato un “di più”, con grande disperazione dei preparatori atletici. Perché seguire un programma strutturato di allenamento fisico quando mi basta fare un pò di ginnastica o una corsetta ogni tanto? Molti atleti che abbiamo incontrato, anche di alto livello (parliamo di atleti impegnati anche in competizioni di livello internazionale), dimenticano che la preparazione atletica non serve solo per essere più performanti a livello fisico, ma è l’unico modo per prevenire efficacemente il rischio di infortunio. Il risultato è che la qualità della loro preparazione fisica è spesso non adeguata agli obiettivi che cercano di perseguire. Questo determina una tremenda frustrazione dei preparatori atletici e un aumento di lavoro dei fisioterapisti o degli osteopati: almeno qualcuno nello sport semiprofessionistico sembra guadagnarci!
Amici fisioterapisti passateci un pò di ironia visto che non apriamo neanche il capitolo del dedicare tempo alla preparazione mentale che viene ancora considerata un lusso di cui solo i professionisti hanno bisogno!

Quinto ostacolo: Volemose bene!

Le squadre semiprofessionistiche, a differenza degli atleti che praticano sport individuale, hanno un vantaggio che può diventare anche un grande tallone d’Achille. Quello che noi abbiamo riscontrato è che, spesso, nelle squadre semiprofessioniste, è presente una forte coesione sociale fra gli atleti. Visto tutte le difficoltà che si vivono, avere qualcuno che può comprenderti perché le condivide con te, ti porta subito a fare squadra, ad aiutarsi, a venirsi incontro. Questo aspetto è indubbiamente molto positivo ma questi atleti devono sempre ricordarsi che può diventare controproducente se se ne abusa. Il venirsi incontro nelle complesse esigenze individuali non può far perdere di vista l’obiettivo e i passi necessari per raggiungerlo. Il fare le cose così, alla “volemose bene” può essere funzionale per la squadra di calcetto dilettantistico che si trova una volta a settimana per giocare insieme ma non può funzionare per chi ha delle pretese di risultato un pò più elevate.

Sesto ostacolo: gli allenatori semiprofessionisti

Ovviamente il semiprofessionismo colpisce anche loro! E qua vediamo due situazioni diverse tra loro. La prima (sempre più rara per fortuna) è l’allenatore improvvisato, che ama lo sport, magari in passato ci ha giocato e nel suo tempo libero si dedica ad allenare una squadra. La seconda invece è fatta di uomini e donne che passano il loro tempo post-lavoro a documentarsi, a seguire corsi di aggiornamento federali, studiano manuali, fanno schemi (sono sempre pieni di foglietti di appunti scritti nei ritagli di tempo!) perché, pur non essendo il loro primo lavoro, vogliono guidare la loro squadra a raggiungere buoni risultati. E spesso anche loro si scontrano con uno stereotipo dominante (purtroppo anche negli atleti): “Se tu fossi veramente bravo, faresti questo lavoro a tempo pieno!”. E invece il fatto che loro abbiamo un’altra professione (semplicemente quella che gli serve per vivere!) fa si che possano non essere presi pienamente sul serio dagli atleti o che gli atleti sottovalutino la loro guida.

Settimo ostacolo: l’arte dell’arrangiarsi!

I nostri atleti semiprofessionisti sono speciali. Hanno imparato presto l’arte dell’arrangiarsi per riuscire a conciliare ristrettezze di budget con il loro sogno sportivo. Abbiamo motocrossisti che sono diventai ottimi meccanici, velisti che fanno la messa a punto della loro barca meglio di un ingegnere. Abbiamo atleti autisti che guidano il pulmino della loro squadra per andare in trasferta. Abbiamo gli addetti cuochi che preparano i panini per i loro compagni di squadra. Abbiamo doppi ruoli: atleta-direttore sportivo, atleta-preparatore atletico, atleta-massaggiatore e in alcuni casi abbiamo il player coach (che detto in inglese suona meglio che atleta-allenatore). E sono anche bravi nel fare tutto questo! Anche a livello societario spesso abbiamo le stesse dinamiche del “tutti fanno tutto” e “lo facciamo dopo il lavoro principale”. Questo di per sé non è un problema se non si sottovaluta il fatto che squadre di lavoro che funzionano bene, funzionano bene perché sono rispettati dei criteri minimi di rispetto di ruolo, processi di delega, processi comunicativi e metodologie di lavoro condiviso. Tutti quegli aspetti, troppo spesso sottovalutati, sono cose che uno psicologo esperto in dinamiche aziendali conosce bene. Capita così che anche lo psicologo dello sport viene chiamato (se viene chiamato!) a fare un doppio lavoro: la preparazione mentale degli atleti e un supporto nelle dinamiche organizzative.

Se siete arrivati a leggere fino a questo punto, avete lo spirito giusto per affrontare le sfide del semiprofessionismo. Non vi fermate davanti agli ostacoli (e ve ne abbiamo messi ben 7!) ma andate fino in fondo… nonostante tutto. Ciò che possiamo dirvi per esperienza è che fare questo tipo di scelta richiede una profonda riflessione, ma se siete arrivati a dire: “Lo voglio fare!” allora impegnatevi come dei veri professionisti. Solo questo può ripagarvi di tutti i sacrifici che dovrete fare. E a chi porta avanti questa scelta, incomprensibile ai più, va la nostra stima oltre che il nostro supporto.

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione…
Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti

(F. De Andrè – Smisurata Preghiera)

Agonismo: un bene o un male per i giovani sportivi?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Agonismo: un bene o un male per i giovani sportivi? vincere valori sport sano agonismo ragazzi life skills giovani età evolutiva competizione agonismo aggressività   Quando si parla del rapporto tra sport e agonismo in età evolutiva nascono sempre grandi dibattiti tra le parti. C’è chi afferma che lo sport deve privarsi della competizione per poter dare spazio alla creatività dei bambini. Chi invece preferisce non fare sconti perché “prima lo si vive e prima si cresce”. Chi ancora propone una competizione “soft” per paura delle conseguenze.
E’ un tema controverso che coinvolge tutte le figure che ruotano attorno al mondo sportivo: dai genitori, agli allenatori, alle società, agli arbitri. Ed è forse qui l’errore: il fatto che siano gli occhi adulti a dover decidere per i più piccoli. Proviamo a fare un passo indietro per considerare il punto di vista del giovane sportivo.

Una ricerca di grossa portata di Gill, Gross e Huddlestone (1983) ha cercato di analizzare, su oltre 700 giovani atleti, le motivazioni che spingono alla pratica sportiva in ragazzi e ragazze dagli 8 ai 18 anni di diverse discipline. Il lavoro ha permesso di conseguire diversi risultati, primo tra tutti una ragione comune che spinge maschi e femmine a intraprendere uno sport: migliorare le proprie abilità sportive. Un’analisi più approfondita, inoltre, ha permesso di individuare 5 ragioni comuni che motivano gli atleti a praticare un’attività sportiva: l’acquisizione di competenze, il divertimento, il desiderio di eccitazione, il desiderio di competere e quello di stare in squadra.

Nessuna distinzione quindi tra maschi e femmine, grandi o piccoli: il desiderio di competere e di gareggiare è presente in tutte le fasce d’età.

Infatti ogni bambino nasce con una componente sana di aggressività che utilizza in modo istintivo per raggiungere la vittoria. Il bisogno di gareggiare deriva dalla forte esigenza di misurarsi con gli altri e di verificare le proprie abilità, non da un ambizione sfrenata di successo. Infatti nonostante la vittoria sia un risultato che ogni bambino apprezza, non ha così importanza quanto ne ha per noi. Il suo fine ultimo è il gioco stesso!

Come mai per noi adulti l’agonismo tende ad avere un significato differente?

Agōnè il termine greco da cui prende origine la parola agonismo. All’epoca dell’antica Grecia gli Agoni erano manifestazioni pubbliche in corrispondenza di celebrazioni religiose che venivano organizzate con gare e giochi per la conquista di premi. Nei duelli, il concetto di agonismo veniva pervaso non solo di competizione e successo, ma anche di un sottile equilibrio tra bellezza esteriore e nobiltà d’animo. Da queste manifestazioni nascono le più celebri competizioni sportive odierne: i Giochi Olimpici.

Con il passare del tempo il concetto di agonismo ha perso parte del suo valore etico ed umano. Sempre più vediamo emergere la ricerca della vittoria con ogni mezzo possibile, dove il fine giustifica sempre i mezzi se il fine ultimo è primeggiare.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Agonismo: un bene o un male per i giovani sportivi? vincere valori sport sano agonismo ragazzi life skills giovani età evolutiva competizione agonismo aggressività   Si tratta di una posizione estrema dell’agonismo, che sfrutta l’aggressività con lo scopo di soddisfare il proprio ego o anche di ledere o raggirare chi sta attorno. L’aggressività è un istinto indispensabile per la sopravvivenza della persona, ma quando viene canalizzata verso comportamenti lesivi per i compagni, o gli avversari, sfocia irrimediabilmente nella violenza.

Questo genere di aggressività viene spesso confusa con “giusto” agonismo, ma anche con “scaltrezza”, “furbizia” e “malizia”, andando così a svilire sentimenti come disponibilità, rispetto, e correttezza, perché considerati solo forme di debolezza a vantaggio degli avversari.

E’ bene rivalutare il concetto di agonismo in una direzione più sana ed etica, che si fonda sul divertimento e sulla voglia di fare, sulla lucidità e sulla concentrazione, abilità fondamentali nello sport come nella vita. La difficoltà sta proprio nel trasferire al giovane sportivo gli strumenti per gestire la propria parte istintuale senza sfogarla, per prendere così le decisioni migliori e perseguire il proprio impegno con grinta e coraggio.

Agonismo e aggressività devono essere convogliate in una direzione di autocontrollo e di espressione sana nello sport.

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Agonismo: un bene o un male per i giovani sportivi? vincere valori sport sano agonismo ragazzi life skills giovani età evolutiva competizione agonismo aggressività   Senza di esse verrebbe a mancare una parte formativa di grande spessore umano, dal quale derivano valori importanti come la dedizione e il sacrifico. Tutto questo a discapito dell’atleta che rimarrà bloccato nella sua crescita, come sportivo e persona.

Vivere un sano agonismo può essere una grande occasione di apprendimento per i giovani. Alla base non deve mancare l’educazione all’espressione sana delle emozioni, aiutandoli a canalizzare i loro istinti in una direzione strategica ma funzionale alla loro crescita. L’aggressività diventa così una spinta a vincere, a valorizzarci e a imporci sugli altri ma senza un sentimento violento o ostile di prevaricazione.

Riferimenti:

  • Gill D.L., Gross J.B., Huddleston S. (1983) Partecipation Motivation in Youth Sports, in <<International Jourmal of Sport Psychology>>, 14, pp.1-14
  • Rossi B. Marziali F. “Il maestro di sport. Vademecum per allenatori di bambini e ragazzi”. Calzetti e Mariucci
  • Prunelli V. “Sport e agonismo” . Franco Angeli
  • Cortese C.G “Dallo sport alla vita” . Ananke
Articolo a cura del Dott. Andrea Martinetti – https://andreamartinetti.it

Le parole che aumentano l’efficacia di un team

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le parole che aumentano l'efficacia di un team team self talk psicologia dello sport mental training individuale dialogo interno collettiva autoefficacia allenamento mentale   Albert Bandura definiva il senso di efficacia collettiva (EC) come “la convinzione condivisa di un gruppo riguardo alla capacità congiunta di organizzare ed eseguire corsi d’azione necessari per realizzazioni di vario livello” (Bandura, 2000). Una definizione comunemente utilizzata di EC nello sport e nell’esercizio fisico è “la credenza di un gruppo (ad esempio, una squadra sportiva) nella sua capacità di produrre determinati livelli di risultato.”

Un membro del team può avere credenze sulle proprie capacità in relazione a un particolare compito di prestazione individuale che può differire dalle proprie convinzioni nell’abilità del team in relazione a un particolare compito di prestazione del team.  Allo stesso modo, i singoli atleti all’interno della stessa squadra possono differire in modo marcato nella valutazione dell’abilità della squadra in relazione a un particolare compito di prestazione della squadra (variabilità all’interno del gruppo di EC per le prestazioni della squadra).

Su cosa incide il senso di efficacia collettivo?

Albert Bandura ha proposto che le convinzioni di efficacia collettiva siano spesso determinanti primarie del comportamento di gruppo e dei modelli di pensiero che avvengono all’interno dei team. Le convinzioni EC influenzano:

  • le scelte che un gruppo fa;
  • lo sforzo che un gruppo dedica a un compito particolare (faremo del nostro meglio per svolgere questo compito?);
  • la persistenza che un gruppo mostra mentre sta lavorando per il completamento di un compito particolare (data una battuta d’arresto, raddoppieremo i nostri sforzi verso l’attuazione di questo compito o molleremo?);
  • gli obiettivi che un gruppo imposta (selezioneremo un obiettivo che spinge il nostro team a dare il meglio o ci accontenteremo di uno più facile?);
  • le attribuzioni che un gruppo fa (data una battuta d’arresto, individueremo spiegazioni interne o esterne per il risultato?);
  • e le reazioni emotive che un gruppo ha nelle diverse circostanze.

L’effetto delle convinzioni di efficacia collettiva sulle prestazioni della squadra e/o sul funzionamento della squadra è uno degli aspetti più studiato nei diversi sport.

Come si costruisce il senso di efficacia collettiva?

Albert Bandura ha proposto che le convinzioni efficacia collettiva, proprio come le convinzioni di efficacia individuale, siano basate sulla complessa elaborazione cognitiva di circa quattro categorie generali di potenziali fonti di informazione:

  • risultati ottenuti in passato;
  • esperienze vicarie;
  • persuasione verbale;
  • il livello di attivazione psicofisiologico.

Oggi ci soffermeremo principalmente sulla persuasione verbale perché essa ha dimostrato di essere un modo efficace per aumentare il livello di efficacia collettivo.

Cosa si intende per persuasione verbale in una squadra?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Le parole che aumentano l'efficacia di un team team self talk psicologia dello sport mental training individuale dialogo interno collettiva autoefficacia allenamento mentale   Si fa riferimento ai processi comunicativi mirati a mostrare fiducia nelle altrui capacità. Questi processi comunicativi si osservano spontaneamente all’interno dei team che funzionano bene in tutti quei momenti in cui i giocatori si rimandano vicendevolmente dei riscontri positivi sul proprio operato (es. “in quell’azione sei stato veramente bravo…”, “la tua capacità di anticipare l’avversario è strepitosa…” ecc).

Ovviamente questo processo di persuasione verbale funziona se non viene esagerato, cercando di alimentare un senso di capacità irrealistico (“Siamo i più forti e mai nessuno ci batterà!”). Ma quando questo processo è sano e le persone protagoniste di questo scambio comunicativo nutrono fiducia e rispetto reciproco, ecco che questi messaggi possono andare ad incidere sul senso di auto-efficacia personale e collettivo. E’ importante che questi processi si mantengano anche quando la situazione inizia a farsi critica o difficile.

Che tu creda di farcela o di non farcela, avrai comunque ragione.

Henry Ford, quando affermava che questo concetto, faceva riferimento agli aspetti legati al linguaggio interiore o dialogo interno. Il self-talk è stato studiato scientificamente e i primi studi risalgono ai lavori dei ricercatori del 1880 che si interessarono alla comprensione della natura e della funzione del linguaggio interiore e delle cose che la gente dice a se stessa.
Il self-talk è ampiamente usato nella psicologia dello sport a causa dei suoi effetti nel migliorare le prestazioni atletiche; è stato dimostrato che può essere il differenziatore tra prestazioni atletiche molto buone e quelle eccellenti!

In che modo il nostro dialogo interno si collega sul senso di autoefficacia individuale e collettivo?

Numerose ricerche hanno messo in evidenza che il self talk può essere funzionale o disfunzionale rispetto ad un compito che siamo chiamati ad eseguire.
Il self-talk costruttivo è caratterizzato da un’accurata autoanalisi che non ignora le proprie aree di miglioramento ma è in grado anche di valorizzare i propri punti di forza e quelli dei propri compagni di squadra (soprattutto durante i momenti critici). E’ un dialogo non giudicante, non disprezzante e ha l’intento di aiutarci a trovare una soluzione.
Il self-talk disfunzionale è caratterizzato dalla tendenza a concentrarsi sugli aspetti negativi delle situazioni difficili, sugli errori fatti e sui rimpianti (cosa avrei potuto o dovuto fare). Questo tipo di pensiero non abbraccia cambiamenti o sfide, si concentra sugli ostacoli della situazione e non riesce a prospettare una via di uscita. Giudica, colpevolizza e tende ad essere accompagnato da emozioni di rabbia, sconforto, tristezza e demotivazione.

Vi sarà facile notare come gli atleti che sono dotati di un self talk costruttivo per se stessi saranno anche più capaci di attivare processi di persuasione verbale efficaci nei confronti della squadra, riuscendo a tenere alto il proprio senso di auto-efficacia personale e quello del team.

Landin sostiene che l’efficacia della tecnica del Self Talk sia da attribuire ai suoi effetti sull’attenzione: monitorando e dirigendo il pensiero verso stimoli positivi si orienta il focus attentivo e la concentrazione su parti rilevanti dell’allenamento e/o della gara; in questo modo vengono attivate le giuste risorse a disposizione dell’atleta che riesce a mettere in gioco la sua prestazione ottimale. Bunker e Williams trovano che gli effetti attentivi del Self Talk incidano anche sull’aumento di autoefficacia e sicurezza, mentre Hardy e Jones indicano che grazie a tale meccanismo, il Self Talk potesse essere efficace anche per controllare l’ansia e sviluppare reazioni emotive appropriate.

Quando utilizzare la tecnica del self-talk?

Uno studio condotto da Hardy e Hall nel 2001 si è occupato di indagare a fondo le modalità con cui si utilizza il Self Talk e il perché gli atleti vi ricorrano.

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Per chi volesse approfondire questi aspetti legati al self talk (cosa dirsi e perché è efficace) consigliamo la lettura di questo articolo a cura della collega Chiara Francesconi che ci spiega nel dettaglio lo studio di Hardy e colleghi.

Buon dialogo interno a tutti!

  1. Bandura, A., Autoefficacia: teoria e applicazioni. Tr. it. Erikson, Trento, 2000.
  2. J. Hardy, K. Gammage, C. Hall. A descriptive study of athlete Self-Talk. The Sport Psychology, 2001.

La respirazione addominale

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La respirazione addominale

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La respirazione addominale respirazione addominale respirazione psicologo dello sport Torino psicologo dello sport mental training b-skilled   Noi Psicologi dello sport sosteniamo sempre, nella pratica sportiva, l’utilizzo e la gestione della respirazione addominale.

Come tante altre tecniche è una pratica che può sembrare semplice, anche banale, ma su cui, in realtà, è necessario un vero e proprio “allenamento”.

Questa pratica non necessita alcuna attrezzatura o posizione speciale, può essere fatto da chiunque ovunque, indipendentemente dalle condizioni fisiche e non richiede alcun “costo” finanziario.

Come dicevamo prima, una respirazione addominale, con consapevolezza, potrebbe non essere “facile” da eseguire in modo coerente.

Quante volte al giorno ti ritrovi ad allenarti sul tuo respiro? Oppure, forse la domanda migliore sarebbe: quante volte al giorno noti  il tuo respiro?

Quali benefici?

I benefici della respirazione addominale sono scientificamente provati. Più profondamente si respira, più ossigeno si consegna alle cellule e quindi agli organi. Allo stesso tempo, un’espirazione profonda consente il rilascio di più diossido di carbonio (un prodotto di scarto) dal tuo corpo.

Gli effetti di queste due semplici azioni (più ossigeno all’interno, più anidride carbonica in uscita) portano benefici sul corpo e sulla mente a breve ma anche a lungo termine.

Tra i principali benefici della respirazione addominale sono i seguenti:

  • Sollievo dal dolore cronico– grazie al rilascio di endorfine
  • Aumento del livello di energia– grazie ad un aumento di ossigeno che arriva al cervello
  • Riduzione della pressione sanguigna– la respirazione addominale elimina parte del carico dal cuore per fornire ossigeno al corpo. Questo fattore può aiutare ad abbassare la pressione sanguigna.
  • Migliore circolazione nei tuoi organi vitali– grazie al movimento fisico della corretta respirazione diaframmatica
  • Diminuzione dell’ansia– l’abbassamento di alcuni sintomi fisici legati all’ansia, crea una sensazione di benessere e una capacità maggiore di fronteggiare situazioni d’ansia

 

Proviamo a vedere, tramite un video, come poter utilizzare una tecnica di respirazione: la respirazione addominale:

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Il nostro consiglio è, quindi, quello di allenarvi, sia che siate sportivi sia che siate alla ricerca di un modo rapido e veloce per abbassare il livello di tensione e stress quotidiano, con la respirazione addominale.

Articolo originale: https://sportsfitnessnetwork.com/2013/08/just-breathe/

 

 

 

La crescita sana di un team: le fasi di sviluppo

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Le prime quattro fasi di crescita del team furono inizialmente sviluppate da Bruce Wayne Tuckman e pubblicate nel 1965. La sua teoria intitolata “Tuckman’s Stages” era basata su ricerche condotte su dinamiche di gruppo. Credeva (come oggi è una credenza comune) che queste fasi fossero inevitabili affinché un team crescesse fino al punto in cui potevano funzionare insieme in modo efficace e fornire risultati di alta qualità. Nel 1977 Tuckman, in collaborazione con Mary Ann Jensen, ha aggiunto una quinta tappa ai 4 livelli precedenti.

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Le cinque fasi dello sviluppo del team nello sport sono:

Fase 1: Formin
Fase 2: Storming
Fase 3: Norming
Fase 4: Performing
Fase 5: Adjourning

Questo articolo fornisce una panoramica su ciascuna delle cinque fasi dello sviluppo del team nello sport.

Fase 1: Forming

La fase di “formazione” si svolge quando la squadra si incontra per la prima volta. I membri del team si conoscono, condividono informazioni sui loro background, interessi ed esperienze e formano le prime impressioni l’uno dell’altro. Apprendono i piani per l’anno successivo, discutono gli obiettivi e iniziano a pensare a quale ruolo possono giocare nella squadra. Questa fase si verifica ogni qualvolta un team si “forma” per la prima volta, ad esempio ad inizio stagione. Anche nei tema consolidati può verificarsi questa fase quando vengono introdotte nuovi atleti o vengono effettuati dei cambiamenti all’interno della squadra.

Fase 2: Storming

Mentre la squadra inizia a lavorare, allenarsi, giocare e competere insieme si spostano nella fase “storming”. Questo stadio non è evitabile; ogni squadra, soprattutto una nuova squadra che non ha mai lavorato insieme, passa attraverso questa parte dello sviluppo . In questa fase i membri del team si sfidano a vicenda per lo status e per l’accettazione delle loro idee. Hanno opinioni diverse su cosa dovrebbe essere fatto e come dovrebbe essere fatto: il che spesso causa conflitti all’interno della squadra. Mentre progrediscono attraverso questa fase, con la guida del Coach, del team leader o dello psicologo dello sport, imparano come risolvere insieme i problemi, funzionano come una squadra, stabiliscono ruoli e responsabilità nella squadra. Per i membri del team che non amano i conflitti, questa è una fase difficile da affrontare. In questa fase la squadra è chiamata a sviluppare consapevolezza di sé e del proprio funzionamento interno.
E’ importante che i membri del team imparino ad ascoltarsi e rispettino le differenze e le idee altrui. Questo stadio si chiude quando la squadra si accetta di più e impara a lavorare insieme per il bene della squadra. Significa valorizzare la diversità e arrivare alla posizione di sapere che la squadra ha bisogno di tutti i diversi tipi di personalità e stili comportamentali per avere successo.

Fase 3: Norming

Quando la squadra entra nella fase di “normazione”, cominciano a essere più efficaci come squadra e anche le prestazioni iniziano a migliorare. Non sono più focalizzati sui loro obiettivi individuali, ma piuttosto sono focalizzati sullo sviluppo di un modo di lavorare insieme per i migliori risultati della squadra. Rispettano le rispettive opinioni e valutano le loro differenze. Cominciano a vedere il valore pratico in coloro che sono diversi nella squadra e vogliono essere i migliori atleti per la loro squadra.
In questa fase il team ha concordato le regole del proprio team per lavorare insieme, come comunicano e risolvono i conflitti di squadra e quali strumenti e processi usano per ottenere risultati. I membri del team iniziano a fidarsi l’un l’altro e si cercano attivamente l’un l’altro. Piuttosto che competere gli uni contro gli altri, ora si stanno aiutando a vicenda per lavorare verso un obiettivo di squadra comune. I membri del team iniziano anche a fare progressi significativi come squadra.

Ci sono alcuni indicatori che ci dicono che la squadra si sta muovendo bene attraverso le fasi di crescita sana, ad esempio:

  • Si nota una maggiore comunicazione tra tutti i membri;
  • Si effettuano sessioni di brainstorming regolari con tutti i membri partecipanti;
  • Il team si impegna a cercare strategie per risolvere i problemi;
  • Si nota un maggiore impegno per gli obiettivi della squadra e nei confronti degli altri membri del team;
  • Si creano relazioni positive e di supporto tra tutti i membri del team.

Questi segnali si contrappongono a quelli inizialmente rilevati, come ad esempio:

  • Mancanza di comunicazione tra i membri del team;
  • Ruoli, responsabilità e aspettative poco chiari all’interno del team;
  • Mancanza di preoccupazione per la qualità del proprio operato;
  • I membri del team lavorano da soli, raramente condividono informazioni e offrono assistenza agli altri;
  • Gli atleti incolpano gli altri per ciò che va storto, nessuno accetta la responsabilità;
  • I membri non supportano gli altri membri del team;
  • Gli atleti sono spesso assenti o vivono con superficialità i momenti di allenamento.

Fase 4: Performing

Nella fase “performante” i team stanno funzionando a un livello molto alto. I membri del team si conoscono, si fidano l’un l’altro. Le prestazioni possono essere misurate dal morale della squadra e dalle prestazioni reali sul campo della squadra. Cioè, stanno raggiungendo le loro statistiche sulle prestazioni o semplicemente, stanno vincendo e si sentono bene nel far parte di questa squadra. Il team è fortemente motivato a portare a termine il lavoro con i migliori risultati. Possono prendere decisioni e risolvere problemi rapidamente ed efficacemente. Quando non sono d’accordo, i membri del team possono lavorare su di esso e raggiungere il consenso senza interrompere i progressi. Se c’è bisogno di un cambiamento, il team arriverà ad un accordo sul cambiamento dei processi da solo senza fare affidamento sul Coach e sul team leader.

Fase 5: Adjourning

La fase finale si verifica quando la squadra si sta sciogliendo alla fine di una stagione di competizione o il progetto su cui il team stava lavorando è completato. Per una squadra di alto rendimento, la fine di una stagione o di un progetto porta sentimenti di tristezza come membri del team che erano effettivamente diventati come parte di uno stesso organismo. È un’opportunità importante per completare una revisione di ciò che è stato realizzato e di come si può ulteriormente migliorare per il futuro.

Riassunto delle fasi di sviluppo del team nello sport

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La crescita sana di un team: le fasi di sviluppo tuckman team coaching team building sviluppo del team storming psicologia dello sport prestazione perfoming norming fasi di crescita conflitto   È importante ricordare che ogni squadra – sportiva o meno – seguirà queste fasi di sviluppo del team ed è importante che nessuna fase venga saltata o sottovalutata. È compito del Coach e/o dello psicologo sportivo aiutare la squadra a passare attraverso queste fasi per portarli al punto in cui potranno lavorare nel modo più efficace possibile verso un obiettivo comune.

 

Articolo originale tratto da: https://athleteassessments.com/stages-of-team-development-in-sport/