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Come superare i periodi “no” nello sport

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Come superare i periodi "no" nello sport team superare la crisi sport resistenza resilienza psicologia dello sport momento no   Ogni atleta, ogni squadra ha vissuto, almeno una volta, nella sua carriera sportiva il temuto “momento no”. Il momento no è un periodo, più o meno lungo, in cui non riesco a mantenere alta la mia prestazione per come sono abituato a fare, gli obiettivi sembrano difficili da raggiungere, ci provo ma non riesco a finalizzare. In altre parole tutto sembra andare nella direzione sbagliata. Si ha la sensazione, a volte, di sprofondare in una baratro nero in cui tutto quello che proviamo a fare sembra non funzionare più come prima. Il senso di impotenza bussa ala nostra porta. Iniziamo a sentire dei pensieri disturbanti come: “non ce la faremo mai… forse non sono così bravo come pensavo di essere… non ne verremo mai fuori.., è finita!”. Si inizia a sperare che il momento passi in fretta, pagheremmo oro per trovare una bacchetta magica che ci tiri fuori miracolosamente e velocemente da questa situazione di disagio! E in queste situazioni spesso si crede che la soluzione sia fuori di noi, si pensa che ci sia un professionista (magari uno psicologo sportivo) che ci dica la parolina magica e tutto tornerà bello e piacevole come prima.

Un’esperienza difficile in cui si scopre una risorsa fondamentale

Attraversare questi momenti non è piacevole sicuramente ma fa parte della storia di ogni atleta e di ogni squadra che ambisca a crescere e ad arrivare in alto. E’ una fase preziosissima dal punto di vista psicologico, ma spesso gli atleti non ne comprendono la reale potenza, perché sono troppo concentrati a volerne venire fuori velocemente e nel modo più indolore possibile.
Noi psicologi dello sport sappiamo che in questi momenti si allena una competenza mentale fondamentale: la resilienza.

Spesso si sente il termine resiliente in riferimento allo sport, ma prima, definiamo la resilienza in termini generali. L’American Psychological Association definisce la resilienza come:

… il processo di adattamento di fronte a avversità, traumi, tragedie, minacce o anche a significative fonti di stress – come problemi familiari e di relazione, seri problemi di salute, stress sul luogo di lavoro e stress finanziario. Significa “rimbalzare” dalle esperienze difficili.

Nello sport le avversità possono essere gli avversari che si dimostrano più tosti di come pensavamo, i tifosi che ci portano dalle stelle alle stalle, i compagni di squadra che iniziamo a vedere come minacce invece che come alleati, le difficoltà nella realizzazione dei risultati che ci sembravano facili ma magari non lo sono così tanto, le tensioni interne che si accendono nei momenti di stress, ecc. Come si fa a “rimbalzare” da queste esperienze difficili?

Può essere insegnata la resilienza?

Gli atleti, a qualsiasi livello competano, ma soprattutto gli atleti con alte prestazioni, devono avere una grande capacità di recupero per combattere le dinamiche del conflitto interno ed esterno. Come afferma Pietro Trabucchi, uno dei massimi esperti di resilienza nello sport:

 la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a “leggere” gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.”

A questo punto sorge spontanea una domanda: la capacità di recupero è un tratto innato o un tratto che può essere insegnato? Tutte le risposte a questa domanda sembrano derivare dalla teoria della resilienza, che è ampia e può essere applicata in molte situazioni differenti. In sostanza, la teoria della resilienza si basa sul principio che tutte le persone hanno la capacità di superare le avversità, nonostante le loro circostanze di vita. Ovviamente, questa capacità la si allena, paradossalmente, nelle difficoltà!

L’esempio che ci piace portare prende spunto da un ambito non sportivo. Se voglio temprare il mio fisico e renderlo resistente alle avversità climatiche, di sicuro il modo migliore non è chiudermi in una campana di vetro. Sarà necessario, iniziare a sfidare il freddo, ad espormi alle avversità e questo può essere che, all’inizio, mi causi disagio perché non sono abituato. Rimasi colpita in un mio viaggio in Lapponia, ad inizio gennaio, quando vidi un gruppetto di bambini che giocavano a calcio in un parchetto, in maniche corte a circa -10°. Ho pensato che se avessimo messo i nostri figli a giocare in quelle condizioni probabilmente li avremmo ricoverati subito dopo la partita con un inizio di ipotermia!!!! E invece per loro era normale: erano, ovviamente, temprati a quelle condizioni.
Prendendo spunto dall’aneddoto, se voglio temprare il mio atteggiamento mentale a resistere nelle difficoltà, devo accettare di vivere delle difficoltà, in alcuni casi vado a cercare le difficoltà alzando l’asticella e solo in quelle condizioni potrò sviluppare questa competenza mentale. Sarà sicuramente molto più difficile sviluppare la resilienza se la strada di fronte a me è sempre facile e priva di ostacoli!

La star dell’NBA Michael Jordan è un esempio di resilienza nello sport. Tagliato fuori dalla squadra di basket del liceo, questo evento non gli ha impedito di giocare. Nell’articolo di Bud Bilanich, “50 personaggi famosi che fallirono nel loro primo tentativo di successo nella carriera”, Michael Jordan afferma:

 “Ho perso più di 9.000 colpi nella mia carriera. Ho perso quasi 300 giochi. In 26 occasioni mi è stato affidato il tiro vincente e l’ho sbagliato. Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ed è per questo che ho vinto tutto.”

Questo è l’esempio per eccellenza del valore della resilienza nell’atletismo. Bo Hanson, un quattro volte olimpionico di canottaggio e ora consulente di coaching, attesta anche l’importanza della resilienza in un atleta. Hanson riconosce che mentre tutti gli atleti commettono errori, ciò che distingue un atleta d’elite dalla norma è la sua capacità di recuperare rapidamente da un errore.

Un processo in 4 fasi per aumentare la resilienza

Nel suo articolo Superare gli errori di prestazione con la resilienza, la dott.ssa Gloria B. Solomon, specialista in psicologia dello sport e rinomata sociologa sportiva, esplora l’argomento. In collaborazione con la sua collega, A. Becker, Solomon ha sviluppato un processo in quattro fasi per aiutare gli atleti a gestire e imparare dagli errori di performance e aumentare la capacità di recupero individuale.

  1. Conferma. L’atleta riconosce e accetta la responsabilità per il suo errore e la frustrazione che ha causato. La proprietà dell’errore è essenziale in questa fase di resilienza, come riconoscere la frustrazione per il singolo atleta, così come per la squadra.
  2. Revisione. L’atleta rivede il gioco e determina come e perché si è verificato l’errore di prestazione.
  3. Pianificare strategie. L’atleta fa un piano per intraprendere azioni correttive per i giochi futuri. A questo punto, i membri della squadra o gli allenatori possono anche assistere in azioni correttive, ma ancora una volta, la proprietà per l’errore di performance, così come per la strategia futura, appartiene al singolo atleta.
  4. Eseguire. L’atleta continua ad allenare le nuove strategie e si prepara per la prossima partita.

 A prima vista, sembra che questa lista richiederà del tempo per essere messa in atto, ma in realtà, poiché l’atleta pratica e implementa continuamente questo processo, il feedback richiederà alcuni secondi. Più velocemente l’atleta realizza e attualizza questo processo, più resiliente diventa l’atleta. La pratica rende resilienti!

Alcuni spunti di riflessione importanti che dobbiamo tenere a mente se siamo in una fase di allenamento alla resilienza (ossia se stiamo attraversando il nostro momento no) ce li fornisce Pietro Trabucchi nel suo libro “Tecniche di resistenza interiore. Come sopravvivere alla crisi della nostra società” che abbiamo provato a sintetizzare:

  • Occhio a cosa ci diciamo! Possiamo diventare i principali nemici di noi stessi se cadiamonell’autosabotaggio, che può assumere diverse forme, più o meno gravi. La più comune sono i pensieri pessimisti: “Non ce la farò mai”. Pensarlo, vuol dire partire sconfitti. In altri forme l’autosabotaggio arriva alla colpevolizzazione dei propri compagni di squadra, in altre parole “massacriamo” coloro che dovrebbero aiutarci a superare la crisi.
  • Imparare a “stare” nel disagio.La vita contemporanea ci spinge a scegliere solo ciò che è piacevole al momento e ad evitare lo sconforto, l’amarezza, il disagio. Raggiungere un obiettivo, però, qualunque obiettivo, richiede una certa dose di fatica, d’insoddisfazione. Una parte della vita che bisogna imparare ad accettare, se vogliamo costruire qualcosa e scegliere fino in fondo la direzione della nostra esistenza. Pensare di avere solo pensieri e sensazioni ‘positive’ è una trappola, la cosiddetta trappola della felicità.
  • La radice della demotivazione.Uno dei primi modi per sconfiggere la demotivazione è capire da dove viene. Potrebbe essere mossa dalla paura di non farcela: in quel caso dobbiamo essere bravi a “dare un nome” alla paura e a chiederci “Perché ho paura di ciò che sta accadendo o potrebbe succedere?”, “Quali sono le probabilità che il risultato peggiore si verifichi
  • Non aspettarti uno sforzo minore.A volte, probabilmente l’abbiamo sperimentato tutti, quando ci aspettiamo di affrontare un compito che ci sembra facile, in realtà facciamo maggiore fatica. Perché? Non diamo al cervello il tempo di ‘tarare’ il suo impegno sulla giusta distanza. Trabucchi spiega questo passaggio con un esempio, ancora una volta dallo sport: “Noi siamo in grado di adattare l’intensità dell’esercizio in base alla lunghezza del tragitto che ci aspettiamo di dover correre. La scelta è tanto più adeguata quanto più l’atleta è esperto. Ad esempio: un atleta esperto parte a ritmi molto diversi se deve corre una mezza maratona o cento chilometri. Il cervello impara dall’esperienza: la regolazione anticipativa del ritmo migliora con il tempo. La scelta del ritmo giusto è fondamentale per tutti gli atleti, indipendentemente dalla loro classe prestativa”.

Riferimenti:

  • Pietro Trabucchi, “Resisto, dunque sono”
  • Pietro Trabucchi, “Perseverare è umano”
  • Pietro Trabucchi, “Tecniche di resistenza interiore”.
  • PsychCentral. “Cos’è la resilienza?”. Associazione Americana di Psicologia.
  • Solomon, G., “Superamento degli errori di performance con resilienza”. Associazione per la psicologia degli sport applicati.
  • Hanson, B. “6 modi per migliorare la resilienza di un atleta.” Valutazione dell’atleta.
  • Bilanich, B .. “50 personaggi famosi che hanno fallito nel loro primo tentativo di successo nella carriera.” Bud Bilanich.

Come ritrovare la “fame” dopo una vittoria

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Come ritrovare la "fame" dopo una vittoria vittoria successo psicologia dello sport motivazione fame calo motivazione allenamento mentale   Nel 1993, dopo aver guidato il suo paese verso una medaglia d’oro olimpica, conquistando il suo terzo campionato NBA e totalizzando più punti di qualsiasi altro giocatore in campionato per la settima stagione consecutiva, Michael Jordan ha annunciato il suo ritiro dal basket. Aveva 30 anni. Aveva perso la “fame” di vittoria?

“Avevo solo bisogno di cambiare“, Jordan avrebbe raccontato più tardi.  “Mi stavo stancando della stessa vecchia attività e routine e non provavo lo stesso coinvolgimento che avevo provato prima, ed era faticoso.”

Molti di noi hanno provato alcuni degli stessi sentimenti dopo aver completato un grande progetto, o aver vinto una grande sfida, o aver fatto una performance di eccellenza. Per mesi o settimane sei stato completamente concentrato su un’unica, titanica impresa. E poi… il traguardo è raggiunto. Quando pensiamo di raggiungere un obiettivo importante, immaginiamo l’euforia di raggiungere nuove vette. Ciò che spesso non riusciamo a prevedere, tuttavia, è che una volta che abbiamo scalato quella montagna, può essere sorprendentemente fredda e arida sull’altro versante. Dopo un periodo di massiccia produttività, dobbiamo tornare alla normalità e a una routine di lavoro consolidata.

È molto più difficile di quanto sembri.

Per prima cosa, è a causa dell’attivazione emotiva che si crea nel passare da una situazione eccitante, stimolante o piena di pressione a una situazione decisamente meno impegnativa. Le situazioni di stress elevato e la scarica di adrenalina che producono possono creare dipendenza. Quando il costante senso di urgenza che abbiamo portato avanti per mesi si interrompe bruscamente, sperimentiamo un “calo di motivazione”.

In molti casi, tornare a una routine prevedibile significa anche che il lavoro non è più così stimolante. Per essere pienamente coinvolti, dobbiamo sperimentare un costante senso di crescita in ciò che facciamo. In nessun punto il divario tra apprendimento rapido e “stagnazione” intollerabile è più evidente che dopo un periodo di intenso sviluppo professionale e di grandi successi.

Ma forse il motivo principale per cui abbiamo difficoltà a motivarci dopo un grande successo è che non riusciamo a riconoscere i sintomi del burnout.

Padroneggiare nuove sfide comporta uno sfogo di sforzi mentali, emotivi e fisici. Sostenere questo sforzo per un lungo periodo di tempo esaurisce la tua energia. Il burnout può accadere quando la quantità di energia richiesta supera costantemente la quantità di energia disponibile.

Il burnout può essere sorprendentemente difficile da rilevare. Non troverai alcun sintomo eclatante. Potresti notare qualche minuto in più al mattino per alzarti dal letto. O ritardare decisioni importanti. O ti senti un pò più “freddo” durante l’allenamento. Siamo tutti suscettibili al burnout, specialmente dopo un periodo in cui abbiamo dovuto lottare con sfide difficili. Ciò non significa, tuttavia, che l’inefficienza, il cinismo e la procrastinazione debbano necessariamente seguire ogni grande successo.

Ecco alcuni suggerimenti che vale la pena considerare la prossima volta che passerai da una grande vittoria alla tua normale routine.

Sii consapevole che il tuo lavoro sta per diventare più difficile. Un errore comune che facciamo dopo aver superato una sfida importante è avere aspettative non realistiche sul lavoro che segue. Dopo una grande quantità di sforzi, è probabile che il tuo livello energetico si esaurisca, il che rende difficile mantenere la concentrazione. Compiti che potrebbero aver richiesto un piccolo sforzo in passato richiedono improvvisamente molta più fatica. Adattare le tue aspettative è importante perché aiuta a minimizzare il senso di colpa che spesso accompagna e accresce il burnout.

Ritagliati alcune ore per elencare, chiarire e dare priorità ai tuoi prossimi passi. Una sessione di strategia focalizzata ti aiuterà a liberare la mente e ti assicurerà di dedicare l’energia limitata che hai alle attività che hanno un valore.

Recupera la tua energia. Per ottenere le massime prestazioni il corpo umano richiede periodi di recupero. Lavorare quando le nostre risorse fisiche e cognitive sono esaurite produce lavoro di bassa qualità e rende l’impegno più difficile. Prendersi una pausa, più o meno prolungata, dopo una grande vincita non è irrilevante.
Ma cosa fare in questo periodo di recupero? Molti di noi credono che le attività passive e rilassanti siano le migliori, i ricercatori hanno invece trovato prove che l’esercizio fisico moderato e l’interazione sociale possono essere ancora più rivitalizzanti.

In definitiva, il modo in cui ti avvicini al tuo lavoro nei giorni e nelle settimane successivi a una grande vittoria può essere altrettanto importante per il tuo successo a lungo termine quanto il successo stesso. Anticipando e affrontando in modo proattivo uno stato mentale e fisico impoverito, sei più propenso a trasformare una vittoria isolata in una costante serie di successi.

 

 

Articolo originale: Ron Friedman, Ph.D, https://hbr.org/2015/02/staying-motivated-after-a-major-achievement

Strategie per rafforzare la grinta nello sport e nella vita

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Strategie per rafforzare la grinta nello sport e nella vita squadra sforzo resistenza psicologia dello sport mindset impegno grinta eccellenza durezza cultura vincente cultura dell'eccellenza crescita atteggiamento mentale ambiente   In un precedente articolo, abbiamo iniziato a dare una definizione di grinta. Ma ora vediamo com’è possibile rafforzare la grinta e con quali strategie.

Come possiamo costruire la grinta?

Quelli di voi che hanno letto il libro di Carol Dweck, “Mindset: The New Psychology of Success” hanno familiarità con il concetto di mindset fissi e di crescita.
Un individuo con una mentalità di crescita crede che le sue capacità possano essere sviluppate e acquisite attraverso lo sforzo e l’esperienza. Quando incontrano ostacoli, gli individui orientati alla crescita riconoscono i loro difetti e aspirano a migliorarli, piuttosto che presumere che sia dovuto a una qualità innata. Un individuo dalla mentalità fissa, d’altra parte, vede le sue abilità come innate: o sono bravi in ​​certe cose o non saranno mai capaci.

Esempi di queste mentalità che si riferiscono al tennis potrebbero essere le seguenti. Dopo aver perso una prima serie di partite, il giocatore A si abbassa e sostanzialmente butta via il secondo set. Successivamente, dichiarano di “sempre” perdere le partite quando non vincono il primo set. Questo sarebbe un approccio mentale fisso. Stando a quanto ci dice Dweck, è questo tipo di mentalità che può portare a azioni negative o controproducenti, che a loro volta portano a una perdita di concentrazione, a un calo della competitività e così via, nel secondo set.

Usiamo lo stesso esempio per illustrare la “mentalità” contrastante. Il giocatore B crede che perdere un primo set stretto non significhi che perderà la partita. In effetti, dal loro punto di vista, è un’opportunità di apprendimento: che cosa ha funzionato, cosa no e come posso adattarmi per avere la possibilità di vincere il secondo set? Sebbene questo esempio possa sembrare ovvio, quante volte abbiamo visto i giocatori “andarsene di testa” dopo un primo set serrato o dopo un inizio di gara sotto tono.

Duckworth e Dweck hanno interrogato oltre 2000 studenti delle scuole superiori e ciò che hanno scoperto è che coloro che avevano una mentalità di crescita avevano più grinta.

Quindi, come possiamo sviluppare una mentalità di crescita?

Secondo la ricerca (Bashant 2014) sull’argomento, il tipo di insegnamento e la tipologia di feedback forniti ai propri giocatori ha un ruolo di grande impatto sulla loro mentalità nel tempo. Per esempio, se un allenatore elogia il dritto di un giocatore, questo sicuramente si sentirà bene: a chi non piace la lode? Ma ciò che le prove ci stanno dicendo è che questa sensazione potrebbe essere momentanea. In effetti, potrebbe contribuire a un approccio mentale fisso sul diritto in futuro. Per esempio, cosa succede se il loro dritto è spento in un giorno particolare? Il processo di pensiero potrebbe essere simile a questo: “Ho pensato che il mio dritto fosse buono, l’allenatore ha detto che lo era, ma forse non lo è?”. D’altra parte, se un allenatore elogia il diritto di un giocatore in termini di comportamento, azione o atteggiamento nei confronti del suo miglioramento (invece di limitarsi a dire che il dritto è buono o cattivo), questo favorirà, secondo Dweck, una mentalità di crescita.

Cos’altro possiamo imparare dalla teoria della mentalità? Nel post precedente abbiamo sottolineato l’importanza dello sforzo quando si parla di grinta. Sembra che Dweck sia anche un grande sostenitore dello sforzo: attraverso un duro lavoro continuo, è possibile raggiungere una mentalità di crescita. Tuttavia, questo non è l’unico fattore e Dweck lo ammette. In un articolo del 2015, Dweck dice:

“Forse il malinteso più comune equivale semplicemente alla mentalità della crescita con lo sforzo. Certamente, lo sforzo è fondamentale per il successo degli studenti, ma non è l’unica cosa. Gli studenti devono provare nuove strategie e cercare input dagli altri quando sono bloccati. Hanno bisogno di questo repertorio di approcci, non solo uno sforzo puro, per imparare e migliorare “.

Come creare un ambiente allenante la mentalità di crescita?

Anche se non ci sono molti dati a supporto di questo (in termini di associazione con grinta), è appropriato dire che essere nell’ambiente giusto influisce sul modo in cui un individuo si comporta, pensa e alla fine modella i propri valori.
Ecco una storia che Duckworth ha condiviso sulla costruzione di una cultura grintosa. È stata invitata alla Seattle Seahawks (squadra pro NFL) per incontrare l’allenatore Pete Carroll e il suo staff. Dopo molte conversazioni e osservazioni con Pete e l’organizzazione, ha scoperto che l’intera squadra, dallo staff di formazione, dal front office ai giocatori, si era impegnata a essere un Seahawk. Cosa significa essere un Seahawk? Secondo Carroll, quando sei un Seahawk “Sei un concorrente, hai quello che serve per avere successo, non lasci che le battute d’arresto ti trattengano. La grinta fa parte di te”. Carroll ha familiarità con la ricerca di Duckworth e usa la grinta per aiutarlo a costruire la cultura di Seahawks. Quando fai parte dell’organizzazione, non importa chi sei, fai le cose in un certo modo. Il modo di Seahawk.

C’è un paio di cose che puoi fare, secondo Duckworth:

“Se vuoi essere grintoso, trova una cultura grintosa e unisciti ad essa! Se sei un leader e vuoi che le persone della tua organizzazione siano grintose, crea una cultura grintosa “.

Per gli allenatori, questo sembra lo scenario più probabile. Dan Chambliss, un sociologo che ha studiato nuotatori olimpici per decenni, riecheggia le parole di Duckworth; “Il vero modo per diventare un grande nuotatore è quello di far parte di una grande squadra”. Lo stesso si può dire dei giocatori di tennis. Se vuoi migliorare, trova l’ambiente che ti sfida a migliorare e crescere. Scegli il programma NCAA che non si aspetta niente di meno dell’eccellenza. E poi guarda come TU cambi per entrare nella loro cultura.

Infine, c’è un concetto che Duckworth chiama la “regola della cosa dura”. Tutti nella sua casa devono impegnarsi a fare qualcosa di duro, e non possono tirarsi indietro fino alla fine dell’impegno.

Per concludere, mi piacerebbe condividere un passaggio di un articolo del 2013 di Duckworth e Eskreis-Winkler che riassume bene la grinta e il suo ruolo nella realizzazione:

“La metafora del successo come predisposizione innata richiama la favola di Esopo della tartaruga e della lepre. Questa storia spesso raccontata, che molti di noi hanno sentito da bambini in una forma o nell’altra, predica il valore di arrancare, non importa quanto lento o irregolare sia il nostro progresso verso obiettivi che a volte sembrano impossibili e lontani. Alla linea di partenza, è la lepre che dovrebbe finire per prima. Abbastanza sicura, la lepre supera rapidamente la tartaruga, accumulando un vantaggio così grande che si sdraia per fare un pisolino a metà gara. Quando la lepre si sveglia, la tartaruga, che per tutto il tempo ha lavorato faticosamente verso la sua destinazione, è troppo vicina al traguardo per battere. Tartaruga 1, Lepre 0. “

Nei momenti in cui non riusciamo a mantenere la giusta mentalità in campo, quando i nostri avversari sembrano avere più forza e grinta, ricordiamo la storia della lepre e continuiamo a premere. Sicuramente le nostre fortune cambieranno.

 

 

Articolo originale: http://www.mattspoint.com/blog/grit-in-sport-part-2-how-to-build-it

Cosa vuole dire avere grinta nello sport?

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Cosa vuole dire avere grinta nello sport? successo sport risultati resistenza psicologia dello sport perseveranza motivazione grinta fame

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Cosa vuole dire avere grinta nello sport? successo sport risultati resistenza psicologia dello sport perseveranza motivazione grinta fame   “Un giocatore forte è un giocatore che ha grinta!” Quante volte abbiamo sentito frasi simili nel mondo sportivo. Spesso si associa la grinta a cose come essere duro, non arrendersi e fare il cosiddetto ‘lavoro sporco’. Mentre alcune di queste idee possono avere qualche assonanza con le caratteristiche che definiscono la grinta, non ci forniscono una spiegazione chiara. Ecco cosa ha da dire il principale esperto di grinta (Duckworth et al 2007):

“Definiamo la grinta come perseveranza e passione per gli obiettivi a lungo termine. La grinta comporta un lavoro strenuo verso le sfide, mantenendo lo sforzo e l’interesse nel corso degli anni, nonostante insuccessi, avversità e altipiani in corso. L’individuo grintoso si avvicina al successo come a una maratona; il suo vantaggio è la resistenza. Mentre la delusione o la noia segnalano agli altri che è tempo di cambiare traiettoria e limitare le perdite, l’individuo grintoso resiste nel corso del tempo. “

La formula del successo

Uno degli aspetti chiave da questa definizione è che non ci vogliono solo giorni o mesi per raggiungere obiettivi a lungo termine, ma piuttosto anni di sforzi intensi.
Inoltre, indipendentemente dallo scopo, indipendentemente dalle battute d’arresto e dai fallimenti che inevitabilmente si presenteranno, l’atleta grintoso persevera senza scendere di livello.
Molti studiosi ora concordano sul fatto che quando si tratta di realizzare straordinari successi nello sport (o in qualsiasi altro campo), il talento da solo, non è abbastanza.
Secondo Duckworth (2016), al livello più elementare, ci sono 2 equazioni che sono fondamentali quando si cerca di capire il successo nello sport, come nella vita:

talento x impegno = abilità
abilità x impegno = realizzazione

Cosa ti colpisce guardando queste due equazioni? In primo luogo, non importa quanto sia dotato un tennista, ad esempio, senza lo sforzo necessario, è impossibile per lui perfezionare le proprie abilità.  All’inizio della carriera sportiva, alcuni giovani sono naturalmente più abili nell’eseguire alcuni gesti tecnici, rispetto ad altri. Ciò può essere dovuto ad una sorta di abilità innate (chiamiamolo talento se vogliamo), ma questo non significa che siano i prossimi campioni del mondo. Lo sforzo, quello a lungo termine, è fondamentale. È ciò che sviluppa e affina l’abilità.

In secondo luogo, una volta che una qualche forma di abilità è presente, lo sforzo non si ferma e non dovrebbe fermarsi. Come potete vedere dalla seconda equazione di Duckworth, perché il successo (o l’insuccesso) si manifesti, lo sforzo gioca ancora un ruolo chiave. È qui che molti giocatori sbagliano. Ho delle buoni doti tecniche per cui non ho bisogno di allenarmi così duramente. Vi sembra un ragionamento che atleti professionisti del calibro di Nadal, Ronaldo o qualsiasi altro giocatore top-player nel vostro sport preferito, farebbe? Potresti mai immaginare quel tipo di commento o reazione da parte di un giocatore come Rafael Nadal?  Indipendentemente dal loro talento o abilità, lo sforzo è sempre in prima linea.

Le ricerche sulla grinta come predittore di successo

La grinta ha dimostrato di essere un predittore di successo al National Spelling Bee (Duckworth et al 2011), ha previsto i tassi di abbandono a West Point, l’Accademia Militare degli Stati Uniti (Duckworth et al 2007), ha previsto tassi di successo sul lavoro (Eskreis-Winkler et al 2014) e così via. Per il lettore curioso, suggeriamo di dare un’occhiata più da vicino ad alcune delle ricerche sulla grinta e di prendere in mano il libro di Angela Duckworth del 2016: Grit: The Power of Passion and Perseverance.

Lo studio di Larkin et al (2015) è stato il primo nel suo genere quando si guarda alla grinta nello sport, ma aveva i suoi limiti. Uno di questi è che, pur essendo classificato come “élite”, la popolazione era piuttosto giovane.
In un’indagine più recente, Tadesqui e Young (2016) hanno reclutato oltre 250 atleti da una varietà di sport (nuoto, atletica, tennis, hockey, calcio), una varietà di gruppi di età (l’età media era di 23 anni ma variava da 13-30) e una varietà di livelli di abilità (locali, città, regionali, provinciali, nazionali e internazionali) con l’obiettivo di ottenere ulteriori informazioni sulla grinta nello sport.

Ecco cosa hanno trovato. I punteggi più alti sulla porzione perseveranza della scala di grinta erano significativamente associati alla pratica deliberata (DP), insieme alla frequenza alla pratica obbligatoria e facoltativa. Gli autori riaffermano che la DP è difficile (come abbiamo visto prima) e spesso è associata al fallimento – in altre parole, se stai lavorando attraverso esercitazioni e pratiche impegnative, sicuramente non otterrai il successo su tutti i tuoi sforzi. Infatti, in alcuni casi, un atleta può sperimentare più tentativi falliti rispetto a quelli riusciti. Una possibile spiegazione per gli atleti esperti che ottengono un punteggio più alto su questa porzione della scala della grinta può essere correlata alla loro capacità di ritardare la gratificazione – rispetto agli individui meno grintosi – che richiedono costante rassicurazione.

Vi consigliamo di vedere il video di Angela Duckworth in cui ci spiega i 5 minuti cosa significa avere grinta e quali vantaggi ne abbiamo:

Articolo originale: http://www.mattspoint.com/blog/the-concept-of-grit-and-its-role-in-elite-sport-part-1

Il mental training NON è divertente!

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il mental training NON è divertente! team working team building squadre psicologia dello sport psicologi dello sport mental training confort zone comfort zone atleti   Uno degli ingredienti più importanti per il successo di un atleta o di una squadra è la capacità di sentirti a proprio agio in una situazione di disagio. Sembra un gioco di parole ma è ciò che succede quando ci si allena ad uscire dalla propria comfort zone.
Quando veniamo chiamati per un percorso di team building spesso si ha l’illusione che il nostro intervento debba essere diverte: facciamo dei giochi di squadra, ridiamo insieme e così miglioriamo la coesione. Tuttavia se viene fatto un buon lavoro, inizialmente la squadra si troverà a lottare con il disagio perché verrà fatta uscire dalla zona di comfort e sarà costretta a confrontarsi con le proprie aree di miglioramento. E questo non è divertente!

Un nemico invisibile

Riuscire a costruire qualcosa di positivo da quel disagio iniziale è ciò che “irrobustisce” mentalmente la squadra e i singoli atleti. Nella nostra esperienza c’è sempre un momento molto importante ed è quello in cui il team deve scegliere se accettare di mettersi in gioco fino in fondo oppure ritornare su schemi che ben conosce, che sono più “comodi” ma che spesso sono disfunzionali. La zona di comfort è un nemico potente nello sport perché porta a compiacimento e all’adattamento, in senso negativo del termine. Il giocatore che può spingersi oltre quando la situazione diventa critica è colui che vincerà. Questo è ciò che rende i grandi giocatori più forti: vivono nelle avversità.

Il lavoro dello psicologo sportivo

Il compito di ogni preparatore sportivo è aiutare gli atleti ad aumentare la loro tolleranza al disagio (mentale e fisico). Una bella frase che rende bene l’idea di quanto stiamo dicendo è: “Il disagio temporaneo porta a un miglioramento permanente.” 
Se sei disposto a uscire dalla tua zona di comfort ora, raccoglierai i benefici 10 volte in futuro. Ma devi avere il coraggio di sacrificare la tua soddisfazione personale immediata.
Questo punto è molto difficile da comprende per alcuni. E le giustificazioni più frequenti per ritornare nella comfort zone sono molteplici: “ma noi non abbiamo bisogno di questo…”, “tanto non ci serve a nulla, in campo conta solo quanto sei bravo a realizzare punti…”, ecc.

Questa è una delle sfide che noi psicologi sportivi affrontiamo nel lavoro di squadra. Noi dobbiamo essere alleati del team, ma degli alleati un pò “scomodi”: quelli che a volte ti dicono ciò che non vorresti sentire o ti fanno vedere ciò che non vorresti vedere. C’è un momento in cui la frustrazione, dovuta all’uscita dalla zona di comfort, sale.

Quale miglior modo per farla calare che rivolgerla verso coloro che hanno causato questa frustrazione, verso chi ci ha fatto uscire dalla zona di comfort? Ma le squadre (o gli atleti) robusti a livello mentale sanno che quell’energia, racchiusa nella frustrazione, se ben gestita può essere il motore del cambiamento e del miglioramento. A volte, paradossalmente, quando si inizia un percorso di mental training le cose invece di migliorare sembrano peggiorare. Questo è un buon segnale che il lavoro sta ingranando nel modo giusto e il compito di ogni preparatore mentale è quello di accompagnare la squadra ad affrontare questa “crisi” temporanea per apprendere nuove consapevolezze e nuove strategie.

La comodità: è questa la chiave dell’abitudine. L’abitudine è comoda perché accorcia il tragitto tra noi e una decisione da prendere e ci dà l’illusione di semplificare la vita. Per questa strada, finiamo per ragionare sempre più allo stesso modo, facendo lavorare la nostra mente in ambiti sempre più ristretti e ripetendo senza accorgerci le stesse frasi fatte
(Raffaele Morelli)

La genitorialità nello sport: alcuni spunti operativi

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In questo articolo, il collega Sergio Costa (www.sergiocostapsicologosport.com) esplora il mondo della genitorialità nello sport attraverso i dati emersi da alcune ricerche scientifiche.BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La genitorialità nello sport: alcuni spunti operativi sport giovanile sport sergio costa genitorialitò genitorialità genitori nello sport formazione bambini

Nell’ultimo decennio è cresciuto notevolmente l’interesse accademico nei confronti dei genitori e del loro coinvolgimento nello sport giovanile, fornendo spunti interessanti sui fattori di stress, sulle esperienze e sui comportamenti positivi e negativi associati alla genitorialità (Holt & Knight, 2014).

Il genitore, che lo voglia o no, fa sempre un investimento sul figlio in termini di emozioni e aspettative, e convive anche lui con una serie di fattori stressanti, quali aspetti organizzativi e preoccupazioni relative allo sviluppo che possono condizionarlo, se non gestite bene. La consapevolezza di sé e delle proprie capacità è un elemento fondamentale sia nella carriera di un atleta che in quella del genitore, soprattutto se stiamo parlando di giocatori in fase giovanile.

Quali sono quindi le caratteristiche che dovrebbe avere il genitore e quale dovrebbe essere il suo ruolo?

Mi piacerebbe pensare al genitore che contribuisca alla crescita del proprio figlio, che lo stimoli e lo esorti se ne ha bisogno, o che ascolti le sue impressioni, le sue difficoltà e i suoi dubbi. Che partecipi alle esperienze del proprio figlio e lo aiuti a confrontarsi con il maestro e con i suoi problemi, che gioisca con lui per i successi ottenuti e lo conforti in caso di necessità.

Knight e colleghi (2010) hanno evidenziato che i giocatori di tennis junior dichiaravano di desiderare caratteristiche e modalità genitoriali differenti a seconda della situazione. Prima delle partite, infatti, i ragazzi preferivano comportamenti e suggerimenti legati al match che dovevano affrontare, mentre durante la competizione, volevano che i loro genitori si concentrassero più sullo sforzo e l’atteggiamento piuttosto che sul tennis giocato, abbinando comportamenti non verbali positivi (come espressioni facciali e posizioni del corpo) e commenti di aiuto e supporto.

Concludendo, dato l’impatto che i genitori possono avere sulle esperienze sportive e di crescita dei loro figli, diventa fondamentale progettare un programma per aiutarli a capire e gestire il loro ruolo, il modello aspettativa-valore e l’importanza dell’intelligenza emotiva (Horn e Horn, 2007; Harwood e Knight, 2015).

Molte società, per affrontare questo problema, fissano un decalogo, consigliando i genitori di sdrammatizzare, incoraggiare, esaltare i risultati positivi e alleggerire le sconfitte. Spesso li obbligano a non entrare in campo e negli spogliatoi, di lasciare che la borsa se la portino i ragazzi da soli e di non discutere con l’allenatore di aspetti tecnici o tattici, nonché di rispettare i compagni e gli altri genitori, senza tuttavia riscontrare spesso grande successo.

Vicent e colleghi (2015) suggeriscono di dare l’opportunità ai genitori di conversare su una tematica, di esplorare e confrontare le proprie esperienze, piuttosto che creare una serie di lezioni ed incontri formativi, utili ma fini a sé stessi. Seguendo infatti la teoria dell’autodeterminazione (Ryan e Deci, 2002), è solo attraverso l’autonomia, la relazione e la competenza, creata attraverso un lavoro sulla consapevolezza di sé, che si riesce ad ottenere un clima basato su una forte motivazione intrinseca utile al cambiamento e all’apprendimento del genitore.

Se volete approfondire la tematica: http://www.bskilled.it/il-perfetto-genitore-sportivo/

BIBLIOGRAFIA

  • Harwood, C. G., Knight, C. J., The role of parents in the development of tennis players: The past, the present and the future. Journal of Medicine and Science in Tennis, 17, 2012, 9–15.
  • Harwood, C. G., Knight, C. J., Parenting in youth sport: A position paper on parenting expertise. Psychology of Sport & Exercise, 16, 2015, 24–35.
  • Harwood C.G., Knight C.J., Parenting in sport. Sport Exerc. Perform. Psychol, 5, 2016, 84-88.
  • Holt, N. L., Knight, C. J., Parenting in youth sport: From research to practice. London, England: Routledge, 2014.
  • Horn, T. S., Horn, J. L., Family influences on children’s sport and physical activity participation, behavior, and psychosocial responses. In G. Tenenbaum & R. C. Eklund (Eds.), Handbook of sport psychology (3rd ed., pp. 685–711). Hoboken, NJ: Wiley, 2007.
  • Knight, C. J., Boden, C. M., Holt, N. L., Junior tennis players’ preferences for parental behaviors, Journal of Applied Sport Psychology, 22, 2010, 377–391.
  • Vincent A. P. and Christensen D. A., Conversations with Parents: A Collaborative Sport Psychology Program for Parents in Youth Sport, Journal of Sport Psychology in Action, 6, 2015, 73–85.

La preparazione mentale nell’arrampicata sportiva

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La preparazione mentale nell'arrampicata sportiva Torino scalata psicologia sportiva psicologia dello sport climbing cai arrampicata sportiva arrampicata alpinismo allenamento mentale   L’arrampicata sportiva è sicuramente uno degli sport che ci appassionano maggiormente e da molti anni ci occupiamo della preparazione mentale in questa particolare disciplina. L’arrampicata può essere esaltante, eccitante, avvincente e avventurosa. A volte può anche generare pure e dubbi, non solo per chi è all’inizio di questa pratica sportiva. Questa ansia, naturalmente, provoca tensioni mentali, emotive e muscolari e questo causa problemi agli scalatori. Gli alpinisti si bloccano, usano troppa energia muscolare, si muovono troppo velocemente e impulsivamente, prendono decisioni sbagliate, perdono l’equilibrio e la coordinazione e hanno difficoltà a mantenere la concentrazione. Perdono il coraggio di salire, o di prendere rischi calcolati e perdono il divertimento di quello che un tempo era uno sport divertente e stimolante. Ma c’è speranza per quegli scalatori che cadono vittima di paura, dubbio, sovraffollamento e indecisione!

Ripensa all’ultima volta che hai scalato. Perché sei caduto? Eri così eccitato che non potevi resistere e ti sei mosso impulsivamente? Avevi paura di cadere, quindi ti sei semplicemente seduto sulla corda? O eri talmente preoccupato per il tuo tentativi precedenti falliti che non ci hai nemmeno provato? Se la seconda e la terza situazione ti sembrano familiari, non sei il solo. Anni di esperienza personale di arrampicata, innumerevoli indagini sugli scalatori e ricerche psicologiche puntano tutti alla forza mentale come fattore più influente nel successo o meno di uno scalatore. Il tuo corpo potrebbe essere forte e disponibile, ma se non hai una mente ugualmente forte e volenterosa, il tuo corpo non ha nulla a guidarlo. La buona notizia è che puoi allenare la tua mente come alleni il tuo corpo.

Alcune tecniche che fanno parte della preparazione mentale degli scalatori

  • Governare le zone temporali della nostra mente: la capacità di rimanere focalizzati nel momento in cui è necessario è ciò che contraddistingue tutti i grandi atleti e artisti. Questo è ancora più importante quando sono presenti la paura e il dubbio. La nostra mente può focalizzarsi su tre “zone temporali”: il passato, il presente e il futuro.
    Tutte e tre queste zone possono essere valide e possono essere utili, a seconda di ciò che si desidera realizzare. Un buon uso della zona del passato è, per esempio, la revisione di una performance o il richiamo di una grande mossa o esperienza passata al fine di innescare una mossa attuale.  Un utilizzo utile della zona del futuro è quello di rivedere un piano di azione, di creare piani di emergenza per gestire i problemi, di immaginare se stessi riuscendo a superare un passaggio difficile. Il problema con la zona del passato è che è depositario di rimpianti e rabbia per le opportunità o gli errori mancati. Il problema con la zona del futuro è che la nostra mente ingrandisce gli eventi quando ha paura, dubita o si concentra su un risultato negativo. Mentre sali puoi usare a tuo favore le zone del passato e del futuro per individuare la mossa più idonea. Ma una volta che hai deciso  una presa o una posizione dei piedi devi avere la capacità di rimanere focalizzato nella zona presente. Il “qui ed ora” è il luogo che ti offre i più alti livelli di consapevolezza e vigilanza e ti consente di apportare modifiche in tempo reale alle tue prestazioni. Puoi aiutarti con una visualizzazione mentale della “luce verde”. Quando sei nel presente il tuo semaforo mentale si illumina di verde e puoi agire. Quando ti rendi conto che la tua mente è ancora in una zona del passato o del futuro il semaforo ti segnalerà un’allerta o uno stop illuminandosi di giallo o di rosso.
    Essere nel presente vuol dire essere consapevoli delle sensazioni che il tuo corpo di trasmette. E’ basato sui sensi. La tua mente è chiara e relativamente vuota di pensieri. I tuoi muscoli sono vigili, ma rilassati e le tue emozioni sono chiare, non apprensive. Questo gruppo di sensazioni segnala che sei nel “qui ed ora”, hai la luce verde e che puoi fare una mossa.
  • La tecnica delle “3 R”: puoi aiutarti nella tua scalata puoi anche usare la tecnica chiamata “le tre R” tra le mosse. I tre R stanno per Revisione, Rilascio e Reset. Dopo una mossa, valuta brevemente, per tre o cinque secondi, la mossa che hai fatto. Ti è piaciuta? È solida? Sei in buona posizione? Quindi, rilascia quel pensiero e ogni emozione dietro di esso. Infine, ripristina la tua mente, il corpo e le emozioni e ottieni la luce verde in modo da poter fare la tua prossima mossa. Questo è tutto. Semplice. Ma il problema è che è così semplice che gli scalatori spesso dimenticano di farlo.
  • La respirazione di “attacco”: l’obiettivo, come abbiamo imparato, è quello di entrare in contatto con il momento presente e ottenere la luce verde in modo da poter rendere la tua mossa di qualità. Una tecnica semplice e utile è chiamata respirazione di “attacco”. Quello devi fare è espirare una piccola boccata d’aria ogni volta che inizi la tua mossa. Il volume d’aria non deve essere affatto grande. Basta fare l’espirazione e continuare fino a quando non si posiziona la mano o il piede. L’espirazione ti tiene concentrato su ciò che stai facendo in quel momento, quindi la tua mente non può girovagare. Inoltre, ti impedisce di tirarti indietro trattenendo accidentalmente il respiro. Continua a espirare con ogni mossa successiva. Per allenarti a questo puoi provare ad esercitarti quotidianamente con la respirazione diaframmatica in modo da essere allenato a portarla in parete.
  • Lavora sulla preparazione. In questa fase, analizza la tua arrampicata e le aree in cui puoi migliorare. Vi sono dei dati che dimostrano come la maggior parte degli scalatori utilizza relativamente poco tempo a riflettere sulle proprie aree di miglioramento ma si limita a provare e riprovare senza spazio di riflessione. Un modo per incrementare efficacemente la tua preparazione è semplicemente chiedere un feedback alle persone che ti hanno visto arrampicare su ciò che avrebbero indicato come aree di miglioramento.  Quindi chiedi e ascolta. Non cercare di difendere perché fai quello che fai. Basta ascoltare.
  • Imagery. Usa le tecniche immaginative per costruire o riscrivere gli script mentali per  per creare i movimenti automatici che portano ad un’arrampicata efficiente. Abbina poi questi esercizi mentali con veri e propri giochi motori che vadano a sviluppare abilità specifiche, come un miglior gioco di gambe o movimento dinamico.

“L’abilità di uno scalatore consiste non tanto, o non solo, nel compimento di vie d’arrampicata sempre più difficili, quanto piuttosto nell’intelligenza motoria con cui egli risolve i passaggi di un percorso che non ha mai affrontato. Ciò che fa la differenza è, ancora una volta, l’equilibrio e, in particolare, la capacità di raggiungerlo riuscendo a conciliare due diverse modalità: nella prima si privilegia la ricerca della posizione migliore del baricentro qualunque sia la disposizione degli appigli e degli appoggi utilizzati, nell’altra si preferisce scegliere gli appigli e gli appoggi per conseguire posizioni migliori.
L’arrampicatore esperto è appunto colui che riesce a combinare queste due abilità muovendosi con armonia, mentre il principiante cerca di ricorrere alla forza come risorsa esclusiva” (
Lorenzo Asnaghitratto dalla Tesi di Laurea in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia Movimenti mindful e arrampicata libera: un’indagine esplorativa sulla mindfulness e sui potenziali benefici psicologici in un campione di scalatori discussa il 10 marzo 2016 presso Università degli Studi Milano – Bicocca)

Per completare questa lettura vi consigliamo un articolo in cui sono riportati alcuni dati estrapolati dallo studio sopra citato, realizzato in collaborazione con il CAI (Club Alpino Italiano) in cui si evidenzia l’importanza delle gestione delle abilità mentali nell’arrampicata. (http://gognablog.com/mindfulness-e-arrampicata/)

Esercitativi e buone prese a tutti!

 

Preferisci vincere o partecipare?

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Preferisci vincere o partecipare? vittoria vincere sport sfida risultato psicologia dello sport prestazione partecipare obiettivi mental training importante è partecipare atleti allenatori   Siamo cresciuti e viviamo in un’era dove, qualsiasi sia la competizione in atto, ci si sente spesso dire: “Dai, l’importante è partecipare!”. Ciò a cui non si fa caso però, è che questa frase la si dice prevalentemente, dopo le sconfitte. Quali sono le motivazioni per cui si dice questa frase?

“L’IMPORTANTE E’ PARTECIPARE”

Per i  bimbi molto piccoli, che si imbattono nelle prime competizioni, è spesso un modo per evitare che rimangano delusi in una eventuale sconfitta.

Per gli adolescenti, l’adulto la ripete perché, in cuor suo, sa che il ragazzo molto probabilmente non sarà all’altezza della competizione e quindi, mette le mani avanti. “L’importante è partecipare, divertiti!”

Infine, la frase ripetuta ad un adulto denota la triste verità di ritenerlo un probabile perdente. Stesso discorso vale per quanto riguarda il “self-talk”. Ripetendoci mentalmente questa frase, non facciamo altro che minare la fiducia, le ambizioni e le motivazioni che abbiamo.

 Sono questi i motivi per cui credo che sia una delle frasi più pericolose che si possano dire ad un atleta, qualsiasi tipo di competizione egli stia per affrontare.

“L’IMPORTANTE NON E’ PARTECIPARE…”

“… come l’importante non è vincere.” Fino ad alcuni livelli per lo meno. Provate a dire alla Juventus, ora che ha preso Cristiano Ronaldo, che vincere la Champions League non è importante.

“WINNING IS NOT EVERTHING. BUT WANTING TO WIN IS”
Vince Lombardi

BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Preferisci vincere o partecipare? vittoria vincere sport sfida risultato psicologia dello sport prestazione partecipare obiettivi mental training importante è partecipare atleti allenatori   L’importante è dare tutto quello che si ha. L’importante è faticare per provare a vincere! L’importante è impegnarsi con tutte le proprie forze per migliorare se stessi. Si potrà vincere o perdere, ma giocare, tanto per giocare, a parer mio non è educativo.

Supponiamo uno sport in cui non esistono premi. “L’importante è partecipare” sottintende il fatto di non dare importanza ad una ”ricompensa”. Allora che senso ha il sacrificio? Che senso hanno tutti gli allenamenti? Si potrebbe gareggiare e basta? Non ci sarebbero riconoscimenti se non ci fossero competizioni. Non sarebbe un po’ triste? Si potrebbe veramente chiamare sport?

Uno sport, di fatto, insegna anche a perdere, insegna una miriade di valori come il rispetto per l’avversario, la motivazione, il sacrificio, l’ambizione … ed allora non può essere “importante partecipare”.

Ci sarà sicuramente qualcuno che, leggendo queste parole potrebbe non condividerle. “Io vado a correre al parco per il piacere di correre “,”Io vado a sciare la domenica perché mi piace sciare, non ho mai fatto una gara!” e queste persone hanno sicuramente ragione. Lo sport è soprattutto passione, ma in fondo, ognuno di noi, ogni volta che compie un gesto sportivo ha qualche tipo di scopo. Non saranno medaglie olimpiche o coppe del mondo ma potrebbe essere, ad esempio, il mantenersi in forma. Allora la corsa al parco per “divertirsi” si concluderà col salire sulla bilancia e vedere quanti kg abbiamo smaltito, oppure anche solo la soddisfazione di aver fatto qualcosa per noi stessi, per il nostro benessere psico-fisico; ed il nostro sciatore della domenica proverà ad arrivare a fine pista prima del suo amico o di sua moglie… poco importa se la ricompensa sarà una birretta dissetante!

Infine ci sono quelle persone che vanno a correre e fanno sport perché lo devono fare. Perché sanno che se non vanno a fare movimento la loro salute e la loro forma fisica peggiorerà. Magari fanno una fatica immensa ma nonostante questo, si infilano le scarpe ed escono a sudare. Ciò che le rende appagate è il fatto di fare qualcosa per se stessi, per la propria salute ed a volte per la propria professione.

 “…l’Italia finiva cosi la sua corsa verso la medaglia olimpica, ai piedi del podio […] al di là del risultato […] da Capitano di questa squadra ero comunque contenta della gara. Delle mie compagne e del loro atteggiamento dentro e fuori la pedana. Delle tante soddisfazioni personali e dell’unione che si era creata nel nostro gruppo, nonostante qualche vicissitudine durante l’anno. Per me però finiva li. Avevo concluso la mia carriera agonistica. Ero soddisfatta di tutto ciò che avevo fatto negli anni, senza rimpianti. Lo so, sembrerà strano, ma ero contenta, a differenza delle mie compagne disperate dal dispiacere della sconfitta […] certo, avrei preferito vincere un’altra medaglia e regalare altre gioie, ma ero fondamentalmente appagata.”
Marta Pagnini

Quindi mi rivolgo a tutti gli atleti,  i genitori, gli allenatori e chiunque abbia a che fare con sportivi di qualsiasi età e livello … SIATE AMBIZIOSI!!

Non accontentatevi di partecipare. Sognate in grande e ponetevi degli obiettivi raggiungibili, in modo da prendere confidenza con la vittoria e poter alzare l’asticella di volta in volta.

Piuttosto che dire ”l’importante è partecipare” dite “l’importante è dare tutto!”

 

Autrice:
Alessandra Visconti, psicologa dello sport, giocatrice di basket in A1 e A2, ha militato nelle nazionali giovanili e nella nazionale senior 3×3.

La vita da super-eroe tra sport e studio

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance La vita da super-eroe tra sport e studio psicologia dello sport nazionale maturità dual career basket atleti studenti atleti allenamento mentale agonistica   Avete mai sentito parlare della dual-career? Ci siamo chiesti quanti ostacoli possa incontrare un atleta che, in giovane età, affronta l’ardua impresa dell’intraprendere uno sport a livello agonistico e allo stesso tempo portare avanti il suo percorso scolastico e la sua vita. Sembra una cosa semplice, ma le insidie sono molte più di quanto non si possano immaginare.

Innanzitutto i genitori.
 Esistono genitori aperti e genitori chiusi allo sport ma questo è un discorso che meriterebbe un articolo a parte. A volte anche i genitori “aperti” si trovano impossibilitati ad assecondare le passioni di figli, ad esempio, per fattori economici, o per fattori geografici.

Pensate ad una famiglia che vive in città ma che ha il figlio che vuole a tutti i costi diventare un fantino, trovare un maneggio in città non è la cosa più facile del mondo. 
Oppure la palestra del paesino in cui la famiglia vive potrebbe non avere i corsi dello sport prediletto dal figlio o, molto semplicemente, i corsi non si tengono per mancanza di iscritti a questo determinato corso.
 Poniamo il caso che i genitori del ragazzo si prendano l’impegno di andare dall’altra parte della città o addirittura in città vicine pur di accontentare il figlio. Poniamo che il ragazzo trovi un allenatore che, a livello relazionale, non è proprio il numero 1. La soluzione più semplice sarebbe quella di pensare: “Ma chi ce lo fa fare?” Inizierebbe a trovare qualsiasi tipo di scusa e piano piano si troverà ad abbandonare lo sport.

Ma noi stiamo considerando i veri supereroi! Quei ragazzi che hanno una famiglia disponibile ed appassionata quanto lui. Quelle famiglie che ci mettono un’ora di auto per accompagnare il figlio ad allenamento ed un’ora per tornare a casa ma…

“Tutto questo tempo non lo usi per studiare e fare i compiti?” Ecco che ci si mettono gli insegnanti! Quante guerre e quante discussioni con maestre e professori che non concepiscono il fatto che un giovane possa allenarsi così tanto! Poche volte gli insegnanti si accorgono però che, nonostante gli allenamenti e le partite nei week-end,  alcuni di questi ragazzi non hanno mai preso un debito!
Probabilmente giustificano di più i compagni che passano i pomeriggi davanti alla TV (questo ovviamente gli insegnanti non lo sanno!) e si lamentano di non avere abbastanza tempo per studiare. A noi atleti invece non è riservato lo stesso trattamento, a meno di non avere la fortuna di incontrare insegnanti illuminati (pochi ma esistono!).

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Beh, arrivati alle superiori, gli atleti con la Passione vera, quelli con la P maiuscola, sono gli unici a praticare ancora sport perchè ad ogni angolo c’è un ostacolo da superare o qualche sacrificio da fare.
Ma al cuor non si comanda, e all’andare a far festa il sabato sera si sostituisce l’andare in palestra a “giocare”. E quanti compagni di classe non sono diventati amici intimi perchè non riescono a comprendere l’impegno che hai e si offendono se non vai al cinema con loro perchè sei in palestra o addirittura, per allenarti, salti la gita scolastica! Ma chi salta una gita scolastica? Da matti veri!
Ed allora ecco perchè ogni atleta che si approccia all’agonismo e che sogna una medaglia olimpica deve essere considerato un “piccolo grande eroe” della vita quotidiana.

Perchè nonostante la quantità di ostacoli e di “forze del male” che deve affrontare quotidianamente, non perde la forza, la spinta e la passione che lo porta, magari a tornare a casa da allenamento alle 23.00, dover ancora mangiare e studiare 30 pagine di storia.
Ma c’è un segreto dietro a questi supereroi! Ed ora ve lo svelerò perché stata anch’io una di loro… talmente super da essere riuscita a laurearmi in Psicologia e a superare anche l’Esame di Stato tra allenamenti e trasferte!!!

Il segreto è:  ORGANIZZAZIONE!

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Ebbene si, nessuna pozione magica, nessun morso di ragni radioattivi e addirittura nessuna criptonite!!!
ORGANIZZAZIONE!
 Perchè la frase più scontata del mondo non è poi così scontata…“VOLERE E’ POTERE!”

Vai a dire tu alla coordinatrice di classe che vuoi fare l’europeo e che il raduno inizia a giugno,
“Ma a giugno c’è la maturità!!! Disgraziata sportiva che non sei altro!!!” 
E alla fine la maturità la prendi, esci anche con un bel voto sostenendo l’orale un’ora prima di prendere un aereo che ti porterà agli europei ad Atene.

Ed allora mi sento di dire BRAVI a tutti quei ragazzi che non si sono mai arresi davanti alle difficoltà, davanti alle “forze del male”. Bravi a quegli atleti che hanno ottenuto dei risultati sportivi da questi sacrifici, che li hanno visti ripagati… ma urlo a squarciagola BRAVISSIMI a coloro che, quelle soddisfazioni le stanno ancora cercando, che lottano ancora per il sogno in cui credono, che sudano ogni giorno in palestra e combattono contro i coach troppo duri, che trovano il modo per studiare nonostante tutto e non hanno perso la passione e la scintilla che li rende degli eroi, dei supereroi della porta accanto!

Autrice:
Alessandra Visconti, psicologa dello sport, giocatrice di basket in A1 e A2, ha militato nelle nazionali giovanili e nella nazionale senior 3×3.

Il perfetto genitore sportivo

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BSKILLED - Psicologia dello sport e della performance Il perfetto genitore sportivo psicologia dello sport psicologia mental training influenza dei genitori nello sport genitori genitore sportivo genitore nello sport genitore geniotre figli sportivi figli che praticano sport educazione allo sport caratteristiche aiutare figli che fanno sport   Negli ultimi anni numerose sono state le ricerche che si sono interessate al ruolo dei genitori nel contesto sportivo, in particolar modo questi studi hanno cercato di comprendere come i loro comportamenti possano influenzare lo sviluppo del talento negli atleti e il loro coinvolgimento nelle esperienze sportive.

È stato ampiamente dimostrato, infatti, come eccessive aspettative possano avere un impatto dannoso sui ragazzi (Amado et al., 2016; Bean et al., 2016; Ross et al., 2015), così come l’incoraggiamento piuttosto che il supporto possano essere associati a conseguenze positive (Teques et al., 2016; Ross et al., 2015).
Tuttavia, il confine tra pressione e sostegno è molto sottile e labile, e molto dipende dagli obiettivi che i ragazzi raggiungono, così come dal momento (prima, durante o dopo le competizioni) e dal contesto (a casa o durante gli allenamenti) in cui si verificano i comportamenti, alterando la percezione e l’impatto sui ragazzi. Anche le caratteristiche dei genitori e dei figli (ad esempio, il sesso), nonchè la qualità del rapporto può influenzare tale percezione, ad esempio, Amado e colleghi (2016) hanno dimostrato che gli atleti maschi riportano livelli più elevati di pressione parentale percepita rispetto alle femmine, così che sentimenti di stress, ansia e delusione, provate dai genitori durante una partita, possono portare risposte inappropriate e di conseguenza influenzare il rapporto con i figli (Knight et al., 2013).

Dunn e colleghi (2016) hanno, inoltre, individuato che i genitori che hanno investito una maggiore percentuale del loro reddito familiare per lo sport dei figli sono stati associati ad una maggiore percezione di pressione da parte del ragazzo stesso.

Risulta evidente, quindi, come possano essere numerose le variabili e le modalità con cui i genitori influenzano i propri figli, in modo consapevole o meno, e proprio per questo motivo diventa fondamentale la conoscenza del contesto sportivo, attraverso un’attenta analisi e lettura, ma soprattutto l’utilizzo di adeguate strategie per migliorare la consapevolezza dei genitori e rendere il loro coinvolgimento positivo per l’attività sportiva del proprio figlio.
In questa direzione si muove una ricerca che il nostro team, sotto la guida di Sergio Costa e Edoardo Ciofi, stanno portando avanti in differenti discipline sportive, per evidenziare le caratteristiche del “genitore sportivo ideale”. I risultati preliminari di questo studio sono stati presentati durante il XXII Congresso Nazionale di Psicologia dello Sport, tenutosi a Mestre nel maggio 2018.

Per concludere, consigliamo ai genitori un ascolto attivo del proprio ragazzo e delle sue esigenze, che richiede non solo la profonda comprensione di ciò che l’altro sta dicendo, ma anche una rielaborazione e una riformulazione di ciò che esprime, interpretando i segnali non verbali, percependo le emozioni e trasmettendogli vicinanza, facilitando così la costruzione di una buona relazione.

 

Bibliografia

Bean C, Jeffery-Tosoni S, Baker J, Fraser-Thomas J: Concerning parental behavior in Canadian minor hockey: Elite insiders’ perceptions and recommendations. PHEnex Journal, 2016, 7.

Dunn CR, Dorsch TE, King MQ, Rothlisberger KJ: The impact of family financial investment on perceived parent pressure and child enjoyment and commitment in organized youth sport. Fam Relat, 2016,65:287-299.

Harwood CG, Knight CJ: Parenting in sport. Sport Exerc. Perform. Psychol, 2016,5:84-88.

Knight CJ, Holt NL: Strategies used and assistance required to facilitate children’s involvement in tennis: Parents’ perspectives.Sport Psychol, 2013, 27: 281-291.

Knight CJ, Holt NL: Factors that influence parents’ experiences at junior tennis tournaments and suggestions for improvement. Sport Exerc. Perform. Psychol, 2013, 2:173-189.

Ross AJ, Mallett CJ, Parkes JF: The influence of parent sport behaviours on children’s development: Youth coach and administrator perspectives. Int J Sports Sci Coach, 2015, 10:605-621.

Teques P, Serpa S, Rosado A, Silva C, Calmeiro L: Parental involvement in sport: Psychometric development and empirical test of a theoretical model. Curr Psychol, 2016, 2016:1-16.